Angolo dei commenti:
Charlotte: La prima occasione di dare spiegazioni Albert l'ha persa. E Candy è così obnubilata dal dolore che si sta lasciando andare. Certo, anche Albert dopo che ha saputo della macchia di sangue comincia a non sapere più cosa pensare...
Cla1969: Il dolore ha ormai ottenebrato il giudizio di Candy, il che è tutto dire... Interessante il tuo spunto: il fatto che Ethan sia geloso pensi dunque possa risultare determinante a far compiere passi falsi a madre e figlia? Tutto è possibile, chissà...
MariaGpe22: In effetti, volendo trovare una falla nel piano di Lilian è proprio quella della datazione della gravidanza. Ma davvero non ci avrà pensato e non ha una soluzione anche a questo? E Albert avrà modo di scoprirlo per tempo? Al momento, in realtà, non sa neanche della gravidanza... Grazie di cuore, alla prossima!
Ericka Larios: Diciamo che non è che Candy non lo ami, è solo distrutta dalla delusione e dal dolore. Sembra proprio che le cose stiano andando nel peggiore dei modi, vero?
Elizabeth: Margaret sta cominciando a capire che il piano della figlia potrebbe avere delle falle fatali. Albert, dal canto suo, non vuole chiarirsi con Candy perché ha lui stesso dei dubbi: cosa potrebbe raccontare a Candy senza farla soffrire di più? Lui pensa sempre prima alla cosa migliore per lei. Mi spiace far soffrire anche voi, ma la storia è questa. Grazie per seguirmi!
Dany Cornwell: Diciamo che Lilian non è che la stia facendo franca proprio facilmente: come hai visto, si è ben organizzata e anche se c'è qualcosa che potrebbe risultare una falla, alla fine ha fatto credere ad Albert di aver passato la notte con lei. Basta questo per scatenare in lui il senso di responsabilità. Georges e Archie non stanno con le mani in mano, ma lavorano dietro le quinte e a breve daranno il resoconto ad Albert, ma scopriranno qualcosa? Coraggio, mi spiace indurti ansia, ma spero che continuerai a seguirmi! Alla prossima!
Charlotte: Ebbene sì, la streg... la ricattatric... ehm, insomma... Lilian è proprio incinta! Di sicuro è una notizia che non farà piacere ad Albert. Non come dovrebbe. E Candy si farà davvero suora?
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Passi
Si era alzato tardi e aveva saltato la colazione per precipitarsi in ufficio, dove Georges lo stava di certo aspettando insieme ad Archie.
Albert, che non si era mai avvalso di un cameriere personale, quando la sveglia era suonata l'aveva semplicemente spenta con un gesto stizzito della mano, cosa che non aveva mai fatto in vita sua. E nessuno era andato a svegliarlo.
Lui, che era in piedi spesso prima dell'alba e non aveva bisogno di orologi rumorosi per indursi a scendere dal letto. Lui, cui talvolta bastava il respiro della natura che gli carezzava il viso e uno sguardo al cielo per vedere il lucore che precedeva l'aurora, con le stelle che cominciavano a sbiadire.
In quella nuova vita senza più scopi, se non quello di caricarsi le proprie responsabilità sulle spalle, crollava esausto in ore antelucane e la giornata somigliava a una notte eterna. In tutti i sensi.
Arrivò a grandi passi davanti alla porta stringendo la dannata cravatta e la spalancò scusandosi a gran voce.
In piedi al lato della scrivania, Georges stava mostrando dei documenti ad Archie, che seduto sulla poltrona presidenziale schizzò in piedi come se lo avesse morso una tarantola.
"Oh, Albert... scusa, ma visto che non arrivavi ho pensato...".
Lo bloccò con un gesto della mano, prendendo una sedia e accomodandosi di fronte a loro con le gambe accavallate, pronto a immergersi nel lavoro.
"Nessun problema, resta pure lì. Aggiornatemi", esordì con noncuranza. Se avesse potuto, gli avrebbe ceduto volentieri il proprio posto alla presidenza, in quel momento.
Mentre Georges andava a prendere un'altra sedia per posizionarsi accanto a loro, Archie scoccò un'occhiata alle sue caviglie e le labbra gli tremarono. Pochi istanti dopo stava ridacchiando.
Albert sbatté le palpebre e abbassò lo sguardo sui propri piedi, scoprendo il motivo di tanta ilarità.
"Zio William, hai i calzini di colore diverso", proruppe senza più trattenersi.
Frustrato ma divertito suo malgrado, Albert abbassò le gambe a terra, tirando giù l'orlo dei pantaloni e scuotendo la testa.
"E se mi permette, la sua cravatta è storta", rincarò la dose Georges tornando con la sedia.
Lui si raddrizzò, guardandoli alternativamente: "Vi siete messi d'accordo per prendermi in giro, stamattina?", chiese, il fantasma di un sorriso che aleggiava sulle labbra.
Era un uomo distrutto, sì, ma per fortuna non era solo. Aveva fatto bene a confidarsi anche con Archie, perché oltre a supportare Georges nelle ricerche era anche un innegabile sostegno.
A modo suo, certo...
Georges aveva con sé dei fogli e indicò ad Archie che poteva riporre in un cassetto quelli che erano sulla scrivania. Se aveva visto bene dovevano essere i bilanci del mese e fissò i due uomini con aria interrogativa.
Fu suo nipote a spiegarsi: "Mentre tu dormivi...", cominciò.
"Mi dispiace, in questi ultimi tempi soffro d'insonnia e stamattina devo aver...".
"...abbiamo messo assieme le informazioni sulla famiglia Rousseau che abbiamo raccolto in queste due settimane e vorremmo riassumere tutto per avere un quadro completo", concluse Archie interrompendo le sue scuse.
Albert si irrigidì, i sensi all'erta. Sapeva che Georges stava facendo le sue ricerche con gli investigatori più discreti e validi che avessero e che Archie lo stava aiutando, ma aveva anche capito che chiedere una volta ogni tre ore a che punto fossero non avrebbe portato a risultati più veloci.
Si era quindi imposto di concentrarsi sul lavoro, interrompendosi solo per discutere con la zia Elroy dei dettagli del suo fidanzamento: e quella era stata la parte peggiore.
Poteva sopportare di dover incontrare gli investitori e i soci a ogni ora del giorno e della sera, volgendo tutta l'attenzione ai numeri e alle nuove opportunità laddove voleva solo saltare sulla prima auto disponibile e volare fino alla Casa di Pony.
Ma ascoltare le chiacchiere di Margaret e Lilian davanti a una consenziente zia Elroy era devastante. Sopportare la sua fidanzata che gli si attaccava al braccio con tanta confidenza mentre cinguettava di fiori, abiti e menù per la cerimonia era stata una delle esperienze più sgradevoli della sua vita. A parte la dannata mattina in cui si era svegliato accanto a lei.
Con orrore, si era reso conto che stavano organizzando il tutto in una data tanto vicina al compleanno di Candy che sembrava quasi una beffa. Così si era inventato degli impegni improrogabili ed era stato allora che la zia aveva affondato il coltello nella piaga: "Spero che i tuoi impegni non ti assorbano di nuovo così tanto come in passato".
Albert si era gelato: sua zia si riferiva di certo al compleanno di Candy dell'anno precedente, durante il quale aveva organizzato le cose affinché tutti i membri della Casa di Pony soggiornassero nella residenza di Chicago. E aveva chiesto a Georges di trovare a ogni costo Cesar e Cleopatra, i cavalli tanto cari a Candy.
Era dovuto andare via mentre la festa si stava ancora svolgendo, con la morte nel cuore ma certo di averla fatta felice.
Quest'anno, per quel compleanno così importante nel quale voleva chiederla persino in sposa, non solo non le avrebbe potuto regalare nulla, ma non l'avrebbe neanche vista. E le uniche ricerche che stava facendo Georges riguardavano una donna che lo aveva incastrato.
"Signorino William?", la voce di Georges lo riportò alla realtà.
Si passò le mani tra i capelli, concentrandosi su di loro: "Sì, perdonatemi. Quindi?".
L'uomo che era come un padre per lui si schiarì la voce e riassunse i punti fondamentali: "Dunque, la signorina Lilian nasce nella famiglia Rousseau ventitré anni fa, da Alain Rousseau, di origini francesi ma in America da alcune generazioni, e da Margaret Moore. Dall'Indiana si sono spostati qui a Chicago per il lavoro del signor Alain ed è stato allora che sono entrati in affari con la nostra famiglia. Poco dopo, l'uomo si è ammalato ed è morto quando Lilian aveva solo tre anni. Da allora, a occuparsi degli affari è stato suo zio Connor, che li ha seguiti in maniera eccellente, anche se il loro patrimonio non ha più incrementi da qualche tempo".
Albert mosse un piede con scatti nervosi sulla gamba accavallata, sperando che Archie non ricominciasse a ridere per i suoi calzini spaiati. Ma era silenzioso e assorto quanto lui.
"Continuo a pensare che una situazione economica ferma ma non disastrosa sia insufficiente a indurre quelle donne a un gesto del genere".
"Lo penso anche io", rispose subito Archie.
"E infatti", continuò Georges, "stiamo conducendo delle ricerche anche sugli altri familiari dei Rousseau, che vivono nei dintorni di Chicago. Frank Stevenson è un cugino della signora Margaret e lavora come medico ostetrico e generico all'Ospedale Centrale. Pare che sia l'unico parente in vita che ancora è rimasto in contatto con la famiglia oltre al fratello della signora e infatti, se non sbaglio, era al ballo anche lui".
Albert aggrottò le sopracciglia: quell'informazione gli solleticava aree del cervello che stava cercando di mettere a fuoco.
Archie dovette accorgersi della sua espressione pensosa, perché chiese: "Che c'è, ti è venuto in mente qualcosa? Non è stato lui a visitarti, quella notte?".
"Sì", rispose restringendo le palpebre, "Georges e Candy mi hanno riferito che ha parlato di un forte esaurimento fisico e nervoso, visto che avevo lavorato molto. Che i miei parametri vitali erano nella norma e che avrei solo dovuto dormire e riposare", spiegò lentamente, guardando Georges per avere conferma di non sbagliare.
Archie si alzò dalla poltrona: "Pensi che lui... sapesse?".
Anche Albert si alzò, ora troppo nervoso per rimanere seduto: "Non lo so, inorridisco nel pensare che un medico possa essere a conoscenza di una cosa tanto grave e fare finta di niente. Possibile che non abbia rilevato... che so, un abbassamento di pressione o un battito cardiaco accelerato... che c'è?".
Vide Archie e Georges guardarsi come se stessero valutando se dirgli o non dirgli qualcosa e lui sentì la pazienza che aveva avuto fino a quel momento sgretolarsi come gesso: "Mi state nascondendo qualcosa?", chiese fermandosi davanti a loro e spalancando le braccia.
Suo nipote guardò a terra e si scostò dalla scrivania, esitando: "Hai mai pensato... voglio dire... sei sicuro che Lilian ti abbia messo qualcosa nel bicchiere?".
Albert sentì l'aria uscire dai polmoni con un sibilo e la bocca si spalancò: era lo stesso Archie che aveva silenziosamente ringraziato qualche minuto prima?
Alla sua reazione evidente, si affrettò ad aggiungere: "Voglio dire: potevi ben essere stanco ed esaurito come dice il medico e magari lo champagne...".
Archie guardò verso Georges come in cerca di aiuto e Albert spostò lo sguardo sul suo fedele braccio destro: "Quello che ha detto la signorina Candy qualche giorno fa non era sbagliato: il dottor Martin l'aveva avvisata che un sovraccarico psico-fisico avrebbe potuto farle di nuovo perdere la memoria. E potrebbe...".
Non dovette fare altro che alzare una mano e chiudere gli occhi, voltando appena il capo come a indicare che non voleva ascoltare oltre. E ci fu silenzio.
Un silenzio che gli ronzava in testa e nelle orecchie come uno sciame d'api impazzite.
Era stato convinto di aver dormito per tutto il tempo ed era uscita fuori una macchia di sangue sulle lenzuola. Era ancora fermamente convinto che Lilian avesse drogato il dannato champagne e le uniche due persone cui aveva confessato tutto e di cui pensava di potersi fidare ciecamente lo stavano mettendo in discussione.
Ma non potevano avere ragione e lui non era di certo impazzito all'improvviso. Stava bene e pochi minuti dopo aver bevuto un singolo bicchiere si era sentito collassare.
"Signorino William, non la prenda come un'accusa o come una miscredenza da parte nostra. Siamo certi che Lilian Rousseau abbia approfittato della sua situazione, ma è anche possibile che lei abbia di nuovo perso i suoi ricordi per qualche ora e noi dobbiamo valutare tutte le ipotesi". Georges gli si era avvicinato e parlava con il tono conciliante che si usa con i bambini. Oppure lui era arrivato a un punto di tale esasperazione che vedeva il male anche dove non c'era.
S'impose di ritrovare la sua proverbiale calma e lucidità, ma era sempre più difficile. Il cuore sanguinava per Candy e la sua dignità era stata calpestata dal tacco implacabile di quella che doveva essere una signorina perbene.
Al diavolo, si era davvero stancato di fare il bravo ragazzo e il gentiluomo! A cosa gli era servito? Forse doveva diventare un po' più aggressivo e sfacciato, come il suo amico Terence, e cominciare a mordere quando veniva morso. Difendersi dai pugni senza mai attaccare non gli avrebbe restituito nulla di ciò che aveva perduto.
Eppure, la sua natura pacifica lo aiutò a ragionare con calma e, dannazione, Archie e Georges avevano ragione, invece! Ma la voce della coscienza, stizzita, gli urlava che no, non era così.
"Albert, mi dispiace, noi...".
Si volse verso Archie riuscendo persino a sorridere. Si chiese per quanto ancora sarebbe riuscito a non esplodere.
"È giusto avere il beneficio del dubbio, non posso darvi torto". La voce era malferma e la schiarì. "Vi prometto che rifletterò a fondo sulla possibilità di andare dal dottor Martin e confidarmi con lui. Ma...".
Ma lì potrei incontrare Candy e l'ultima cosa che voglio è farle di nuovo del male...
"Albert...". Archie gli aveva messo una mano sulla spalla come se volesse confortarlo o scusarsi. O entrambe le cose, però lui non si lasciò distrarre.
"Ci penserò, va bene? Nel frattempo, Georges, per cortesia, non smettere di far indagare su Lilian e sua madre in modo discreto e... sposta le ricerche anche su Frank Stevenson".
"Avevo già pensato di farlo, mi attivo subito", rispose lui annuendo piano.
"Archie". Incontrò gli occhi del ragazzo che sembrava un cane bastonato: "Prenditi una vacanza con la tua fidanzata, non vi vedete da giorni se non sbaglio. Potreste... andare a vedere come sta Candy".
E gli occhi castani si spalancarono, sconvolti.
Albert rifletté: doveva sapere come stava lei. Non tollerava più quella preoccupazione che gli lacerava il cuore. Anche se avesse appreso che stava cercando di dimenticarlo lo avrebbe accettato, purché Candy andasse avanti come aveva sempre fatto.
"Candy sa solo che sto per sposarmi per prendermi le mie responsabilità. Non devi aggiungere nulla a questo, nemmeno con Annie. Anzi, agli occhi degli altri ho solo deciso di fidanzarmi. C'è la possibilità che Candy si confidi con la sua amica e sorella e lo accetto senza problemi. Ma tu non fare parola di quello che sospettiamo possa essere accaduto, capito? Non difendermi davanti a lei, non rinnovare il suo dolore".
Persino Georges, che si stava allontanando dalla stanza, si fermò e lo guardò con un'espressione simile a quella di Archie.
Fu quest'ultimo, però, a dire: "Ma... non vuoi che lei sappia che sei innocente? Che ti perdoni?".
Con un dolore che si diffondeva nel petto, ma pervaso dalla serenità reale di fare la cosa giusta, Albert scosse la testa: "Sto comunque per sposare un'altra donna. Se... odiarmi aiuterà Candy a continuare con la propria vita, allora che sia così".
Archie lo afferrò per la giacca, sembrava riflettere tutta la disperazione che lui si stava tenendo dentro: "Ma tutto quello che avete costruito fino a oggi andrà distrutto! La fiducia, l'affetto, l'amicizia, la complicità...".
"Non le serviranno tutte queste cose quando le nostre vite saranno divise!", gridò d'impulso, il fiato corto e un nodo che gli serrava la gola.
Chiuse gli occhi, ricacciando indietro le lacrime con uno sforzo immane e, con altrettanto sforzo, tentò di dominare la propria voce: "Ascoltami, Archie. Sono in mezzo a un grosso pasticcio e non so bene come sia successo e se ne uscirò mai. Ma ho un'unica certezza nella vita: voglio che Candy sia felice. E se per questo dovrò sacrificare l'immagine che ha di me, allora va bene. D'altronde, l'hai sentita quando è scappata da Lakewood, no? È già sulla buona strada... Sono certo che anche Annie è preoccupata e vuole vederla. Forse si sono persino già parlate. Mi raccomando, Archie, mi fido di te".
Gli mise le mani sulle spalle, calcando su quelle parole come se ne andasse del proprio destino. Ed era così, in effetti.
Poteva vacillare, soffrire, piangere e disperarsi, ma sapere di poter contribuire a far star bene Candy riportava in lui il vecchio equilibrio. Almeno per un po'.
Archie sembrava infinitamente triste e apprezzò questa dimostrazione di empatia da parte sua.
"Va bene", mormorò.
Intenzionato a mostrargli che poteva farcela a sopportare tutto, Albert si diresse verso la scrivania con passi decisi: "Dunque, Georges, tu puoi andare a occuparti di quella questione fin da ora. Io vedrò i bilanci con Archie, così lui potrà partire già in serata. Se vuoi avvisa Annie per telefono, così potrà organizzarsi per venire con te. Pensi che accetterà?".
Archie fece spallucce, avvicinandosi all'apparecchio: "Lo scopriremo subito. Credo che se si tratta di saltare qualche lezione di piano per vedere Candy non dovrebbero esserci problemi, a meno che sua madre non faccia storie".
Mentre il nipote componeva il numero di telefono e Georges si chiudeva la porta alle spalle, Albert continuava a ripetersi che tutto sarebbe andato bene, se solo Candy fosse stata serena.
Candy, che si era innamorata di lui e la conferma gli era arrivata nel momento sbagliato. Candy, che aveva ricevuto una delusione cocente. L'ennesima.
Ma Candy era forte, dietro la rabbia e le lacrime. E lo sarebbe stato anche lui. Forse, un giorno, avrebbe persino potuto risolvere le cose tra loro.
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Lilian entrò in casa sentendosi abbastanza tranquilla.
Il suo corpo, sotto agli strati di abiti, riportava ancora l'odore di Ethan. Maschile, muschiato, misto a quello delle sostanze chimiche a volte dolciastre con cui lavorava.
Era un profumo così simile alla libertà e alla trasgressione che ne era inebriata. Nonostante il suo fidanzato fosse un uomo molto bello, non credeva che sarebbe mai stata altrettanto eccitata fra le sue braccia. Le bastava fare il paragone fra loro due per propendere inesorabilmente verso l'uomo moro che le aveva rubato il cuore, il corpo e persino l'anima.
Andare da lui, quel giorno, pur dopo aver promesso a sua madre di essere prudente, le era stato necessario come l'aria che respirava.
Con Ethan aveva infine trovato la sua dimensione: a che serviva essere sposata a un ricco uomo d'affari se non poteva godersi la vita? Non era più una ragazzina che credeva al Paradiso e al suo papà che la giudicava da lassù.
Era una donna, e come tale aveva deciso che le regole le stavano troppo strette.
Sapeva che, anche se avesse sposato un altro uomo come voleva sua madre per mantenere il patrimonio di famiglia, non gli sarebbe mai rimasta fedele. Perché gli uomini della società di quell'epoca erano tutti uguali: freddi, noiosi, ancorati a princìpi che non le avrebbero mai permesso di vivere libera.
William Ardlay aveva viaggiato molto da quel che si diceva e in quello forse erano persino simili. Anche se Ethan era l'unico uomo che amasse, non poteva comunque chiedere un marito migliore. Peccato che lui non la ricambiasse e fosse così ingessato.
"Dove sei stata?". La voce altera di sua madre, mentre la cameriera l'aiutava con il soprabito, la gelò e Lilian sperò di avere il vestito e i capelli in ordine. Se n'era accertata una decina di volte, prima di uscire da casa di Ethan.
Alzò gli occhi su di lei, cercando di rimanere ferma: "A fare una passeggiata, mamma".
In due passi le era di fronte e, prima che lei potesse reagire, le diede uno schiaffo con discreta forza. La cameriera sparì con il soprabito borbottando un "con permesso" che a malapena udì.
"Non hai perso il vizio di picchiare tua figlia incinta, vero?", le sibilò.
Per tutta risposta, la donna l'afferrò per le spalle: "E tu non hai perso il vizio di incontrarti con quell'uomo!".
"È il padre di mio figlio!", esclamò cercando di non alzare troppo la voce, conscia che i servitori erano devoti, ma non volendo dare scandalo.
"L'hai detto tu stessa che William Ardlay sta indagando su di noi, vuoi che ti scopra prima ancora di metterti l'anello al dito? È questo che vuoi?! E poi cosa farai, gli sarai infedele dandogli motivo di divorziare? Quante volte ne abbiamo parlato, Lilian?!", proruppe a denti stretti, gli occhi spalancati di rabbia mal contenuta.
"Non mi ha seguita nessuno!", ribatté. "Sono andata a fare compere, i pacchi sono in macchina e Lucas li sta portando in camera mia!".
"E sei andata anche in quel negozio in centro che vende guanti e cappelli, non è così?". Il tono di sua madre tornò mortalmente calmo ma a lei parve di essere stata picchiata di nuovo.
L'aveva scoperta.
"Come fai a...", disse con voce stentata.
"Perché ti ho seguita io, Lilian. E se fosse stato uno degli scagnozzi di William...".
"Avrebbe visto solo una ragazza perbene che va a comprare un cappellino nuovo!", la interruppe alzando il tono. Sua madre non doveva scoprire dove si trovava Ethan, poteva essere pericoloso.
Per tutti.
"Avrebbe visto", bisbigliò Margaret avvicinandosi al suo orecchio, "una ragazza perbene che, invece di entrare nel negozio, si infila in un vicolo laterale e sparisce per più di due ore uscendone fuori con l'espressione di chi abbia acquistato un intero guardaroba".
Col respiro mozzato e lacrime frustrate, Lilian chiuse gli occhi e le rispose con il medesimo tono: "Dovevamo parlare. Sto per sposare un altro uomo".
Margaret si allontanò da lei con una smorfia: "Oh, sono certa che abbiate parlato. Avete parlato tanto che hai ancora il suo odore disgustoso addosso, come fossi una...".
"Stai zitta, mamma! Sei l'ultima che deve farmi la morale! Io non ero neanche fidanzata quando l'ho incontrato, tu invece...".
Il secondo schiaffo fu più forte, ma sancì la fine di quella sgradevole conversazione, che stava assumendo sfumature sempre più torbide.
"Vai a fare un bagno. Si cena alle sei". Con quelle parole, sua madre girò sui tacchi e se ne andò, seguita dal rumore delle sue scarpe sul pavimento lucido.
Lilian sentì un'ondata di nausea improvvisa e si precipitò in camera sua in tempo per non rovinare il vestito sul quale era rimasto il profumo di Ethan. Scossa dai conati, nel suo bagno personale, si disse che sua madre non l'avrebbe fermata.
Quando si fosse sposata avrebbe vissuto in un'altra casa con suo marito. E allora sarebbe stata libera di andare da Ethan tutte le volte che voleva. Ma non voleva aspettare tanto per rivederlo.
Aveva bisogno di lui come l'aria che respirava.
E, al contrario di quello che sua madre sosteneva, avevano anche parlato, prima che lui le togliesse quell'abito con urgenza febbrile, immergendosi in lei senza nemmeno spogliarsi. Lo aveva fatto lei, mentre già erano avvolti nel loro intimo abbraccio spersi nelle sensazioni deliranti che li facevano gemere a una sola voce. E aveva toccato la sua pelle, baciato quelle labbra definite, affondato le mani nei capelli.
Ma prima avevano discusso molto, lei ed Ethan.
E Lilian si era quasi convinta che avesse ragione. Poteva passare tutta la vita accanto a un uomo che non amava? Comportandosi come un'amante clandestina mentre doveva anche essere una buona matriarca e crescere uno o più figli?
Lavandosi il viso con le gambe che le tremavano, Lilian ricordò che era proprio quello che pensava di fare e, anche se non equivaleva a essere libera come avrebbe voluto, le avrebbe comunque garantito quella stabilità economica e sociale di cui aveva bisogno.
Amava Ethan, ma come sarebbe vissuta accanto a lui? Si sarebbe dovuta mettere a lavorare o peggio, e non era nei suoi piani.
"Ma pensaci, Lilian... il patriarca potrebbe essere molto malato. Suo padre non è forse morto quando era molto piccolo?".
Lo aveva guardato come fosse impazzito, una sensazione di panico che si irradiava nel cuore. Mentre diceva quella frase, Ethan si era messo a giocherellare con delle ampolle che aveva sulla scrivania e la sensazione era diventata d'improvviso seducente.
"Hai mai sentito le teorie che girano sulla morte di Napoleone? Pare sia morto per un avvelenamento da arsenico dato in piccolissime dosi. Il tuo prezioso marito potrebbe avere un po' di mal di stomaco e tuo zio...".
"Mio zio è stato già troppo coinvolto. Non mi fido così tanto di lui. Dovrà già intervenire sulla datazione della mia gravidanza e non sono certa che reggerà la tensione. È un uomo debole".
Eppure, quella possibilità le continuava a tornare in mente. Un matrimonio in apparenza perfetto. Un marito che muore di un male improvviso, come un altro membro della sua famiglia. Un'eredità che sarebbe andata a lei e ai suoi figli.
Facile come bere un bicchier d'acqua. Un bicchier d'acqua avvelenato.
Sarebbe stata tanto coraggiosa da commettere un atto simile? Lei, che il massimo cui si era spinta era stato infilarsi nel letto di un altro uomo simulando un rapporto che non c'era mai stato.
Era pronta per il passo successivo?
