Angolo dei commenti:

Cla1969: Anche se non mi credi, posso dirti che anche a me dispiace far soffrire Albert, visto che adoro il suo personaggio. E mi dispiace far soffrire voi. Ma le mie storie sono così, nulla è mai facile e il pericolo è dietro l'angolo. Candy forse si sentirebbe meglio se riuscisse a odiare davvero Albert, ma le è davvero impossibile, per ora. La soluzione per entrambi sembra davvero lontana...

Ericka Larios: Hai tutta la mia comprensione, sono tre soggetti davvero diabolici e pericolosi. Eh, avvelenare loro adesso risolverebbe un sacco di problemi, in effetti XD

Elizabeth: Hai detto bene, una mente perversa e diabolica! (Loro, eh? Non io! XDDD)

Dany Cornwell: Lo so che vi faccio soffrire, ma come ho già detto è così che mi vengono le storie, non posso farci niente! Se tutto fila liscio dov'è la trama? XD I demoni sono tre: madre, figlia e... amante! Passi falsi? Chissà che non ne facciano e chissà se Georges sarà bravo a scovarli!

MariaGpe22: Hai capito che menti perverse queste 'signore' dell'alta società? Da non crederci! Albert rischia davvero grosso, ma dalla sua parte ha Georges (e anche Archie) che sta facendo ricerche. Quindi possiamo solo incrociare le dita e sperare che non si sposi. Candy sta vivendo uno dei momenti peggiori della sua vita forse dalla morte di Anthony: riuscirà a ricostruirsi? E tornerà mai da Albert? Grazie mille per seguirmi, alla prossima!

Charlotte: Grazie di cuore per le tue parole! Sì, la tensione sale e il pericolo aumenta: chissà se è peggio la madre o la figlia? E chissà se alla fine gli investigatori di Georges riusciranno a scoprire qualcosa prima che sia troppo tardi!

Susanna Rigano: Ti ringrazio di cuore per le tue parole e anche per descrivere come geniali le due streghe diaboliche! XD Ora in effetti tutte sperate che Margaret e Lilian siano fermate in tempo: incrociate le dita che non si sa mai!

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Quando vedrete il mio caro amore
Ditegli quanto mi ha fatto soffrire
Ma non fategli capire
Quanto io lo pensi ancora
Questo no, non lo deve sapere, no mai

Ditegli solo che c'è una ragazza
Che non ha fatto mai nulla di male
Ma che ha avuto tanto male
E non lo potrà scordare
Questo sì, lui lo deve sapere perché

Quando si ricorderà di me
Quando vorrà avere un po' d'amor
Ricordando le vostre parole
Non avrà il coraggio di tornare

Quando vedrete il mio caro amore
Forse è meglio che non diciate niente
Ma guardatelo soltanto
E venitemi a dire se è felice
Perché io l'amo ancora e perciò
È il suo bene che voglio e vorrò

(Quando vedrete il mio caro amore - Donatella Moretti)

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Visite

Annie sentiva la voce di Archie come se provenisse da lontano.

Andare alla Casa di Pony per vedere Candy? Sì, ci aveva pensato, ma stava ancora cercando di metabolizzare la notizia dell'imminente festa di fidanzamento del patriarca degli Ardlay e la precedente conversazione che aveva avuto con Archie. Breve ma coincisa.

"Albert ha chiesto a un'altra donna di sposarlo. Scusami, tesoro, ma ora devo andare. Ti richiamerò per parlartene meglio".

Era rimasta con la cornetta a mezz'aria, il fastidioso ronzio della linea libera nell'orecchio e la bocca aperta in una muta espressione di stupore.

Aveva atteso con pazienza per giorni che Archie si rifacesse vivo, facendo congetture e pensando alla povera Candy che doveva essere distrutta, ma sua madre l'aveva tenuta così impegnata con le lezioni di piano e le opere di beneficienza che riusciva a riflettere soltanto poco prima di addormentarsi.

Ed era così sfinita che riusciva a farlo solo per alcuni minuti.

Aveva sognato Candy bambina che piangeva ai piedi di Papà Albero, dicendo tra i singhiozzi che il suo principe era morto. Possibile che parlasse del famoso Principe della Collina di cui le aveva parlato tanti anni prima?

Di certo era chiaro come il sole che nel suo cuore, in quegli ultimi tempi, non ci fosse altri che Albert. Terence era un ricordo doloroso ma sfocato, come le aveva confessato una volta.

"Annie, ci sei?", la voce del fidanzato dall'altro capo del telefono la riportò alla realtà.

"Sì, scusami. Certo che vengo! Dovrò discutere con mia madre ma non importa. E tu devi raccontarmi un bel po' di cose!", concluse quasi come una minaccia.

Il sospiro di Archie le accarezzò l'orecchio: "C'è poco da dire, Annie. Albert ha deciso così e non sarò certo io, né nessun altro a fargli cambiare idea. Ora come ora possiamo solo stare vicini a Candy".

Annie era conscia di dover parlare con sua madre e preparare le valigie. Forse avrebbe anche dovuto portarsi dietro la sua dama di compagnia, visto che non poteva viaggiare sola con il fidanzato, ma sperò che non ce ne fosse bisogno: stavano andando alla Casa di Pony e non in altri luoghi dove potessero restare soli.

Salutò velocemente Archie laddove aveva almeno una decina di domande da fargli: Albert sembrava felice della decisione presa o era ancora strano come nei giorni precedenti? E Candy come lo aveva saputo? Era tornata a Chicago con loro o era partita alla volta della Casa di Pony direttamente da Lakewood? Avevano litigato, prima di lasciarsi così?

Nervosa come se si trattasse del proprio rapporto con Archie e non di quello dei suoi migliori amici, Annie uscì dalla propria stanza per andare a bussare a quella di sua madre, pronta a tutto pur di stare vicina a quella che considerava come una sorella.

Forse, lei avrebbe saputo spiegarle qualcosa in più.

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Elroy Ardlay accolse Margaret e Lilian Rousseau con il suo sorriso più radioso, facendole accomodare nel salone principale della villa, dove i servitori erano in composta attesa che desse l'ordine di servire il tè. Sulla tavola, che era già apparecchiata con uno dei servizi cinesi più pregiati della famiglia, aveva fatto stendere una tovaglia di lino ricamata a mano e tutto era perfetto come voleva.

I frequenti mal di testa di cui soffriva in quell'ultimo periodo l'avevano misericordiosamente abbandonata quel giorno, forse complice l'analgesico che le aveva prescritto il dottor Leonard.

Peccato che uno dei diretti interessati avesse deciso di non essere presente proprio nel pomeriggio in cui si doveva decidere la data del suo fidanzamento. Aveva discusso a lungo con William, o meglio, lei aveva parlato quasi da sola, guadagnandosi solo qualche risposta laconica sulla necessità di recarsi in banca per affari urgenti.

"Sai benissimo che per me un giorno vale l'altro, ma l'importante è che sia dopo il dieci di maggio, perché prima sarò molto impegnato".

Oh, caro nipote, sarò vecchia e con qualche acciacco, ma non sono stupida! Non lascerò che tu rischi di rovinare tutto con le tue idee strampalate, stavolta. D'altronde, non hai quasi mai lavorato durante i giorni festivi e non crederei nemmeno per un minuto a una tua improvvisa trasferta...

"Il sette maggio è prefetto!", cinguettò Lilian battendo le mani come una ragazzina felice. Elroy non approvava quel comportamento sopra le righe che le ricordava sin troppo Candice, ma bastò lo sguardo severo di Margaret a farle abbassare gli occhi e persino arrossire.

E comunque non poteva chiedere di meglio.

I Rousseau, seppure privi del loro capofamiglia, gestivano molto bene gli affari ed erano azionisti di spicco nel clan. Non aveva avuto modo di conoscere molto bene Lilian ma, pure se con sfumature esuberanti che di certo William aveva notato, le pareva ben educata.

"Mio nipote mi aveva detto di prediligere una data successiva al dieci di maggio per questioni lavorative, ma essendo una domenica non ci saranno problemi", disse facendo cenno alla cameriera di iniziare a portare il loro tè.

E, soprattutto, non andrà a festeggiare il compleanno di quell'orfana, visto che si deve fidanzare.

"Mi spiace molto che William non possa essere qui con noi, ma la sua devozione al lavoro è encomiabile. Persino il mio povero marito prendeva delle pause, di tanto in tanto, soprattutto per preservare la sua salute", sospirò Margaret tamponandosi gli occhi con un fazzoletto.

Elroy annuì, comprensiva: "Ti capisco, cara. Anche il mio consorte e mio fratello se ne sono andati quando erano molto giovani. Sei stata davvero molto brava ad allevare da sola una figlia così brillante e bella".

"Lei mi adula, signora Elroy. Da quanto mi risulta anche lei ha cresciuto il giovane William quando è rimasto orfano di padre e posso dire che l'uomo che è oggi è merito suo".

Elroy si gonfiò di orgoglio, impettendosi sulla poltrona. Non le avrebbe detto che, in realtà, a partire dall'adolescenza William aveva mostrato i segni di una ribellione che derivava dall'insofferenza verso le regole. E che quando era tornato da Londra, dopo aver terminato gli studi, era stato più che altro in giro per il mondo, continuando a nascondersi alla famiglia e soprattutto supportato da Georges.

I camerieri tornarono con il tè e i dolci e lei le invitò ad accomodarsi al tavolo mentre li servivano.

Margaret le fece i complimenti per la tovaglia e il servizio ed Elroy, ancora una volta, si sentì fiera di sé e delle proprie doti organizzative.

Andò tutto a gonfie vele fin quando Lilian morse il primo pasticcino. La smorfia che fece la terrorizzò al punto che temette potesse essere andato a male.

La ragazza soffocò una tosse stizzosa nel tovagliolo e sua madre le diede alcuni colpi sulla schiena, chiedendole se andasse tutto bene.

Sudando freddo, la matriarca si alzò in piedi e fece il giro del tavolo, chiamando a gran voce la cuoca. La povera donna accorse pulendosi le mani sul grembiule, gli occhi grandi e spaventati che saettavano dal piattino di Lilian con il pasticcino morso a metà alla ragazza che tossiva nel tovagliolo.

"Cosa c'è in quel dolce, Miranda?!", tuonò facendole fare persino un passo indietro.

"Si tratta di una crema di caffè e nocciole... le giuro che l'abbiamo assaggiata prima della preparazione dei pasticcini ed era buonissima!". La donna era sull'orlo delle lacrime.

Margaret e Lilian, invece, si stavano allontanando, forse dirette in bagno. I colpi di tosse della fidanzata di suo nipote erano appena diventati conati.

Elroy sbatté le palpebre, confusa. Prese un altro dolce simile e lo annusò con circospezione: se non ricordava male erano i preferiti di Archibald e anche William non disdegnava di assaggiarli, quando la cuoca li preparava.

Determinata a risolvere la questione nel modo più drastico possibile per il bene della famiglia, si rivolse di nuovo alla cuoca: "Se la nostra ospite si è sentita male c'è di sicuro qualcosa che non va e tu potresti essere licenziata!".

"Oh, no, signora, la prego! Le giuro che...!".

"Taci e torna in cucina!", disse perentoria, il mal di testa che ricominciava a batterle nelle tempie.

Mentre la cuoca si allontanava soffocando i singhiozzi, riapparvero anche Lilian e Margaret. Quest'ultima teneva un braccio intorno alle spalle della figlia, che era pallida da far paura.

"Come ti senti, cara? Ho appena discusso con la cuoca, non esiterò a licenziarla se...".

"No, la prego, signora Elroy, la colpa è mia!", disse con voce arrochita, sedendo al suo posto. "Non mi ero resa conto che nel dolce ci fosse del caffè".

"Lilian non sopporta il caffè", spiegò Margaret mettendosi al suo fianco.

Elroy si accigliò: "Certo, capisco che si tratta di un sapore forte gradito soprattutto agli uomini. Non comprendo come sia venuto in mente alla cuoca di preparare una cosa tanto particolare per un tè pomeridiano! Avrei dovuto supervisionare meglio i dolci, mi dispiace". In realtà, anche lei adorava quei pasticcini al caffè, ma di certo quella Lilian doveva essere di gusti più delicati.

"Signora Elroy, potrebbe far portare un tè allo zenzero, se possibile? Aiuterà Lilian a stare meglio".

Mentre le veniva servito quanto chiesto, per quanto bizzarro fosse, Lilian sembrò riprendere colore e vitalità. Le chiese se William si sarebbe occupato perlomeno di avvisare la stampa e lei restò per un attimo perplessa: "Beh, suppongo di sì. Il suo fidanzamento avrà comunque un forte impatto mediatico e sono certa che avrà eco in tutto il Paese".

"Oh, ma potremmo farlo noi, vero, cara? Non è necessario che la famiglia Ardlay si sobbarchi tutti gli oneri!", cinguettò Margaret.

Qualcosa, però, disturbava la matriarca e non era la stranezza del malessere di Lilian o il suo desiderio di bere un tè allo zenzero. Era piuttosto la mancanza di un vero e proprio rapporto tra lei e suo nipote.

Non li aveva mai visti uscire insieme. Non aveva mai assistito a uno sguardo o a una qualsiasi manifestazione di affetto, a parte qualche timido tentativo della ragazza di mettersi sottobraccio a William.

Il matrimonio doveva portare di certo beneficio alla famiglia.

Ma le parve quasi che il ragazzo che una volta si era persino spinto fino in Africa fosse scomparso e al suo posto ci fosse una specie di marionetta senz'anima.

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Candy vide l'auto scura fermarsi davanti alla Casa di Pony e il suo cuore accelerò i battiti al punto che la vista si appannò e lei dovette appoggiarsi al tavolo con una mano sul petto, tentando di controllare il respiro.

È qui... è venuto qui per davvero! Dio mio, cosa devo fare ora?

L'impulso era uno e uno soltanto.

Fuggire.

Si voltò per farlo, decisa a uscire dalla porta sul retro, passando per la nuova ala che lui aveva fatto costruire durante i lavori di ristrutturazione.

"Capo, dove vai?". La voce di Jimmy, né troppo adulta, ma neanche più infantile, la bloccò sui propri passi.

"Io... io...".

Lui, come anche i bambini più grandi, aveva capito che a Chicago qualcosa l'aveva turbata al punto da farla rimanere più del solito all'orfanotrofio. Anche se il ragazzo veniva sporadicamente per aiutare Miss Pony e Suor Lane, era stato quello che era andato più vicino alla verità, suggerendo l'ennesima delusione d'amore. Candy gli aveva risposto in maniera neanche tanto giocosa che non erano affari suoi, ma aveva apprezzato il suo sforzo di tirarle su il morale.

"Oh, guarda, c'è Annie!", esclamò Jimmy correndo fuori.

Candy sussultò.

Annie?

E finalmente ebbe il coraggio di voltarsi di nuovo, per vedere la sua amica scendere dall'auto con l'aiuto di Archie. A quanto pareva, oltre all'autista c'erano solo loro due.

Il che la sollevò e la distrusse al contempo. Il suo cuore non aveva del tutto rinunciato ad Albert, anche se si era imposta di non ammetterlo nemmeno con se stessa. Ma le stilettate di dolore che le risalivano lungo lo stomaco le indicarono esattamente questo.

Mi passerà, prima o poi...

Non credendo nemmeno per un attimo al suo stesso pensiero, Candy raggiunse i due ragazzi, già attorniati dai bambini. Erano arrivate anche Miss Pony e Suor Lane, ma quando lei fece la sua comparsa i saluti festanti cessarono d'incanto.

Candy si sentì tutti gli occhi puntati addosso.

Che doveva fare? Come doveva reagire allo sguardo quasi timoroso di Annie e a quello triste di Archie? Raccogliendo tutto il vecchio spirito che riuscì a trovare, Candy sorrise semplicemente.

"Bene, che fate lì impalati? Venite dentro, io e Miss Pony abbiamo appena fatto un dolce al cioccolato!".

I più piccoli proruppero in un "sì!" prolungato e pieno di gioia, seguito da passi veloci e da un rientro precipitoso, mentre i suoi amici si rivolsero uno sguardo perplesso.

Quando entrarono, Annie le si accostò lasciando Archie un po' indietro: "Come stai, Candy?", le domandò con un tono che si sforzava di mantenere leggero, ma nel quale lesse tutto il suo tormento.

"Sto bene", rispose atona. "Sono felice di vedervi, quanto vi fermerete?", cambiò discorso cercando di ammorbidire la voce per quanto le era possibile.

"Beh, ecco, non lo abbiamo stabilito di preciso, Candy...". Archie ora le camminava vicino, sul fianco opposto di Annie. L'avevano letteralmente messa in mezzo. "Rimarremo quanto vuoi".

Lei si fermò, un po' perplessa e un po' allarmata da quel loro chiaro intento di consolarla. Scelse con cura le parole, perché non voleva ferirli e apprezzava davvero tanto il loro affetto. Ma non aveva bisogno di girare il coltello nella piaga e Archie e Annie, con le loro buone intenzioni, stavano facendo proprio questo, pur non avendo detto nulla di esplicito.

Era stato lui a chiedere loro di andare? O lo avevano fatto di propria sponte?

"Potete rimanere fin quando vorrete, ma sappiate che ogni giorno lavoro alla clinica del dottor Martin. In realtà oggi sono uscita prima, altrimenti di solito mi trattengo anche fino al tardo pomeriggio", spiegò cercando di essere più sincera possibile.

Svegliarsi la mattina era diventato così doloroso, che Candy si precipitava in clinica spesso quando il dottore stava ancora indossando l'uniforme.

"Candy, non c'è bisogno che tu venga così presto", aveva borbottato tra uno sbadiglio e un sorso di caffè. "Basta che tu mi raggiunga poco prima di aprire".

"Lo so, ma bisogna preparare le strumentazioni, e disinfettarle e...". E le lacrime l'avevano tradita. Nonostante i buoni propositi, Candy si era sciolta in singhiozzi mentre passava una pezza pulita su uno dei tavoli dove appoggiavano i medicinali. Come la Casa di Pony, anche la nuova Clinica Felice era stata completamente costruita e ristrutturata da Albert.

La mano calda e grande del dottore sulla sua spalla la fece piangere più forte. "Va bene, Candy. Se ti aiuta a stare meglio vieni pure quando vuoi".

E lei aveva fatto così. Usciva la mattina presto, quando ancora il sole non era del tutto sorto, e spesso tornava mentre la sua discesa era quasi terminata. Aveva cominciato a mal sopportare il rientro alla Casa di Pony e non era più neanche riuscita ad avvicinarsi alla Collina di Pony: troppi ricordi la legavano a quei luoghi e, con sommo dolore, Candy si rese conto che non sarebbe mai guarita se fosse rimasta lì. La sera e la notte le lasciavano la mente libera di pensare e ricordare, il che era un tormento infinito e senza nome.

Dentro di lei, stava maturando sempre di più il desiderio di andare lontano, come aveva fatto già in passato. In un luogo dove non ci fosse nulla a ricordarle Albert.

La sola presenza di Annie e Archie era sufficiente a far scattare in lei una sorta di maschera auto difensiva e si rese conto, dalle occhiate che le lanciavano mentre sorbivano il tè e il dolce, che le stavano guardando attraverso.

E come poteva non essere così? Era cresciuta con Annie e Archie era stato il primo che aveva incontrato a Lakewood.

Tuttavia sapeva che non poteva parlare con loro, non con gli altri presenti. E neanche se fossero stati soli. Non poteva permettersi di crollare e rischiare che riferissero ad Albert che stava soffrendo.

Non voleva che si preoccupasse per lei o che addirittura la raggiungesse. Non voleva la sua pietà. Vederlo l'avrebbe uccisa solo più velocemente.

Come leggendole dentro, verso sera i due decisero di ripartire. Le dispiaceva, era come se li avesse mandati via lei con il suo silenzio e il suo distacco, le frasi neutre e prive di emozioni. La sua freddezza così atipica.

"Candy... torneremo per il tuo compleanno, se ti fa piacere", le stava dicendo Archie mentre si abbottonava il cappotto.

Lei fece un largo sorriso: "Non dovete scomodarvi per me, anche perché è probabile che quel giorno io lavori come sempre".

Non era difficile indovinare che tutto quel diniego anomalo da parte sua non avrebbe fatto altro che allarmarli di più. Archie, infatti, fece un passo verso di lei e le prese le mani tra le sue, stringendole. Quel calore e quel conforto che le ricordavano tanto Albert le fecero stringere un nodo in gola: "Candy, lo sai che noi ci saremo sempre, per te, vero?".

Lei annuì, incapace di parlare senza scoppiare a piangere.

Tu sai. Tu sei a conoscenza di quello che è successo ad Albert, quindi dimmi: perché lo ha fatto? Cos'aveva quella donna che io non ho? La ama davvero? O è stato solo un colpo di testa?

Le parole rimasero strozzate e mute e Archie le strinse ancora di più le mani: "Candy, ascolta...".

"No!", sbottò con troppa veemenza, facendo voltare Annie che stava parlando con Suor Lane. Per fortuna Miss Pony aveva portato Jimmy e gli altri a sistemare la cucina, non voleva che la vedessero così. Non di nuovo. "Archie, ti prego... non state in pena per me. Io me la caverò, va bene?".

Quando una lacrima la tradì rotolando lungo la guancia, Archie gliel'asciugò con il pollice, facendole anelare che al suo posto ci fosse Albert, come era sempre stato. Il tocco del suo amico era tenero e pieno d'affetto, ma non era la stessa cosa.

Fu tentata di aggrapparsi a quella mano e piangere, piangere ancora tutte le sue lacrime, ma non lo fece o sarebbe caduta in pezzi. E loro con lei.

"Vai, ora, Annie ti aspetta", lo spinse quasi via, stampandosi in faccia l'ennesimo sorriso. Che lui non ricambiò. Lei si stava avvicinando per salutarla e doveva aver notato la sua tristezza perché le labbra le tremavano.

Cara, dolce Annie...

"In ogni momento. Ci saremo sempre", ripeté Archie facendo un passo indietro, mentre Annie annuiva.

"Sto bene", ribadì lei, seria. Sto bene, non ditegli che mi avete vista piangere. Non fategli sapere che il mio cuore è spezzato. Non voglio che pensi a me. Mai più.

Non aveva detto tutte quelle parole a voce alta, ma era certa che il suo tono deciso le sottintendesse bene.

"Ciao, Candy", la salutò Annie con voce tremante. Sospinta con gentilezza da Archie, entrò in macchina e Candy guardò la vettura allontanarsi respirando l'aroma del vento già pregno del profumo dei fiori. La primavera era inoltrata e a breve avrebbe finalmente compiuto la maggiore età.

Allora avrebbe dato una svolta alla propria vita.

Non appena raggiunta la strada principale alla fine della breve salita, l'auto inchiodò in modo brusco e Annie ne discese precipitosamente, correndo verso di lei e chiamandola.

Candy ne rimase sconvolta, ma aprì le braccia per accogliere la sua amica piangente come quando erano bambine.

"Candy, oh, Candy, mi dispiace tanto!", singhiozzava contro il suo petto. "Mi sono accorta di quanto tu stia soffrendo e ho cercato di assecondare il tuo desiderio di non parlarne, ma... ma...".

"Allora continua a farlo, Annie, ti prego", la supplicò con voce roca, senza sciogliere la stretta. "Aiutami a dimenticarlo. Facciamo finta che stia piovendo forte e tu sia venuta nel mio letto perché hai paura dei tuoni. Non te l'ho mai confessato, ma anche a me non piaceva rimanere sola sotto le lenzuola mentre c'era il temporale. Stringiamoci senza parlare, domattina sorgerà un nuovo sole e tutto sarà come prima, va bene?".

Annie alzò su di lei il volto madido di lacrime e Candy fece uno sforzo immane per mantenere fermo il piccolo sorriso che era riuscita a confezionare per lei.

"Sei sicura, Candy? Sai che puoi chiamarmi quando vuoi, vero? Tra qualche giorno sarà anche il mio compleanno e mia madre vuole dare una festa. Verrai?". Annie si asciugò il viso con il dorso della mano, mentre parlava.

"Non lo so, Annie, cerca di capirmi... non so se voglio tornare a Chicago con il rischio che... Ma ti penserò e ti manderò un regalo", disse cercando di essere conciliante.

"Un tuo sorriso sincero sarebbe il miglior regalo che potrei ricevere, però so che al momento non posso chiedertelo. Ti voglio bene, sorella mia", concluse dandole un'ultima stretta.

"Anche io, Annie", bisbigliò commossa. "Ora vai dal tuo fidanzato, o ti lascerà qui", ridacchiò indicando la sua figura in piedi, accanto alla macchina.

Era certa che sarebbe bastato un suo cenno per farlo correre al suo fianco assieme a lei. E l'avrebbero stretta, consolata, asciugato il suo pianto.

Ma non voleva coinvolgerli più nella sua sofferenza e nel suo dolore. Era qualcosa che doveva risolvere da sola, come aveva sempre fatto.

Quando, infine, la macchina non fu che un puntino all'orizzonte, Candy si voltò per rientrare e le sue due madri putative la guardarono afflitte.

"Suor Lane, Miss Pony, possiamo parlare, per favore? Ho preso una decisione". Era inutile tergiversare ancora. Il momento di gettarsi nella sua nuova vita era arrivato e non lo avrebbe rimandato.