Angolo dei commenti:
Guest: Candy si sta torturando rimanendo alla Casa di Pony e qualcosa dovrà pur fare per non impazzire. Purtroppo allontanarsi è una delle opzioni... Di sicuro il caffè non giova alla maggior parte delle donne incinte, ma la zia Elroy non può saperlo e non dubita che sia una semplice questione di gusti.
Cla1969: In realtà Margaret si riferisce a come Elroy, secondo lei, ha cresciuto Albert. Ma non posso darti torto: fa venire i brividi ugualmente! XD Sono in arrivo giorni ancora più difficili per la povera Candy, che oltre al danno si vedrà arrivare la beffa... Candy sta per compiere 21 anni, quindi se è nata nel 1899 siamo nel 1920 e la guerra è finita, sì. I capitoli più lunghi non mi consentirebbero di creare suspance, ma il fatto che tu ne voglia di più mi fa capire che comunque ti coinvolgo XD Alla prossima!
MariaGpe22: Il dolore di Candy non svanirà tanto facilmente e stavolta potrebbe essere più difficile rinascere dalle proprie ceneri. Le possibilità che si scoprano la gravidanza e l'amante di Lilian sono esattamente al 50%: tutto può succedere, in ogni senso. Grazie a te per seguirmi in questo ennesimo, tortuoso cammino!
Guest 2: Sì, è vero, sono cattivissima XD Ti sembra corto il capitolo? Beh, ma è intenso, no? Albert sta facendo quello che crede giusto per salvare la reputazione della famiglia e non far soffrire più Candy: certo, sarebbe bello se fuggissero insieme infischiandosene di tutto e di tutti, ma non sarebbe da loro...
Ericka Larios: Insomma, una catastrofe annunciata XD Però, nel tuo immenso dolore, prova a vedere le cose con gli occhi di Albert: l'ho ripetuto molte volte. Lui è il patriarca di una famiglia importante e non può lasciare che si crei uno scandalo. Non si tratta solo di lui e di Candy. Ma di famiglie intere. Il suo sacrificio tuttavia non è statico: lui sta investigando su Lilian! Sarebbe bello se scappassero insieme infischiandosene di tutti, ma non sarebbero i Candy e Albert che conosciamo.
Dany Cornwell: Albert sta facendo il suo dovere ma non si è arreso con Lilian (spero che a forza di scriverlo e ripeterlo nelle mie risposte, alla fine si comprenda bene XD). Per Candy sta facendo solo quello che ritiene giusto per non farla soffrire di più: parlarle, rinnovare il suo dolore sapendo che forse non può farci nulla... a che scopo? Il suo amore è altruista, disinteressato, e se Candy per stare meglio arriverà a odiarlo lui lo accetterà! Si tratta di un amore superiore, quasi mistico che prescinde da se stesso. Bisogna vedere se e quanto resisterà senza parlarle, ma Albert è fatto così ;-)
Lili: Ti ringrazio molto! Spero ti piaccia anche questo capitolo ;-)
Charlotte: Candy ha capito che se si ferma è perduta: sta soffrendo troppo e deve dare una nuova svolta alla propria vita. La zia Elroy ha interesse in questo matrimonio, ma non è affatto stupida e qualcosa non le torna proprio. Grazie, alla prossima!
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Rabbia e vecchie ferite
Albert aveva trovato la cuoca in lacrime e ci aveva messo una mezzora buona per calmarla. Era andato in cucina con l'intenzione di scaricare un po' la tensione mettendosi ai fornelli come ai vecchi tempi, ma era tornato sui suoi passi perché era qualcosa che gli evocava troppo il passato.
Il suo passato con lei.
Cosa sarebbe accaduto se non avessi recuperato la memoria, Candy? Forse, a quest'ora, saremmo più felici entrambi...
Stava uscendo, immerso nei suoi pensieri, quando aveva udito i singhiozzi di Miranda all'angolo tra la dispensa e il tavolo e le aveva chiesto cosa fosse accaduto.
La povera donna era mortificata e non voleva disturbare il patriarca, ma lui le aveva detto di non preoccuparsi e si era fatto raccontare tutta la storia.
Nonostante la rabbia per l'ingiustizia che sua zia voleva commettere, mentre si recava in biblioteca dove gli avevano detto che poteva trovarla, Albert non poté fare a meno di avvertire l'ansia torcergli le viscere. Quella visita significava che avevano scelto la data per il fidanzamento e, anche se sapeva che era ineluttabile, odiava che fosse già stato sancito quel limite.
Sperava solo che la zia Elroy avesse fatto ciò che le aveva chiesto.
Bussò con una certa impazienza e, quando aprì, la trovò seduta su un divano con un libro in grembo, l'immancabile servizio da tè su un tavolino al suo fianco. Dalla finestra la luce del tramonto mandava riflessi arancioni sulle massicce librerie di legno scuro, rendendo l'atmosfera quasi surreale.
E l'unica cosa a cui riusciva a pensare era che avrebbe voluto condividere quel tramonto spettacolare con Candy. Chissà se Archie e Annie erano ancora con lei. Stava bene? Era triste? Piangeva? Oppure nascondeva tutto dietro a quegli incantevoli sorrisi che una volta gli avevano persino salvato la vita?
"Accomodati, William. Vuoi una tazza di tè?". La voce ferma della zia lo fece ripiombare con i piedi per terra.
Dovette fare uno sforzo immane per non perdere la pazienza, e sì che ne aveva sempre avuta tanta! In quell'ultimo periodo, però, i suoi nervi avevano raggiunto un limite allarmante. Prese un respiro profondo: "No, zia, ti ringrazio. Sono venuto a dirti che Miranda rimarrà con noi. Non ti permetterò di licenziarla per una sciocchezza".
La zia interpose il segnalibro in pelle lucida tra due pagine e chiuse il volume che aveva in grembo con un gesto lento e controllato. Alzò gli occhi su di lui e gli parve subito furiosa.
"E così è venuta a piangere da te. Che insolente!", sibilò.
Fu l'ultima goccia.
Albert chiuse gli occhi, contando fino a dieci mentre sedeva su una poltrona di fronte alla donna. Li riaprì e s'impose di arrivare almeno fino a venti.
"Non è venuta a piangere da me, zia. L'ho vista in cucina e l'ho esortata a raccontarmi come mai apparisse così provata". Per fortuna, la sua voce risuonò pacata. "Zia Elroy, quella donna lavora con noi da anni ed è molto anziana, se la butti in mezzo a una strada non troverà un altro lavoro! Inoltre ho assaggiato personalmente uno di quei pasticcini ed erano buonissimi come sempre. Se la signorina Lilian non gradisce il sapore del caffè, non è un buon motivo per licenziare la nostra cuoca!".
La zia fece una smorfia, come se avesse lei stessa addentato qualcosa di amaro: "Continui a rivolgerti alla tua fidanzata come fosse un'estranea!", sbottò sconvolgendolo. "Ma devo dire che siete molto simili: anche lei mi ha detto di non licenziarla perché il problema è suo e Miranda non poteva saperlo. Si vede che ha un cuore nobile".
Io e Lilian simili? Cuore nobile?
Albert restrinse le palpebre e inarcò le sopracciglia, con l'impulso di ribattere che aveva preso un abbaglio. Un grosso abbaglio. Ma, ovviamente, tacque.
Però non poté fare a meno di avvicinarsi al mobile bar per versarsi due dita di whisky. Stavano per affrontare l'argomento più sgradevole e ne aveva bisogno.
"Bene, sono contento che siamo d'accordo su questo. Fai sapere a Miranda che va tutto bene e che continui pure a cucinare i suoi deliziosi manicaretti per tutti", disse sorbendo il primo sorso mentre tornava di fronte a lei.
Non ci fu bisogno di indurla a parlare, perché lo fece con un sorriso che le rilassò all'istante i lineamenti: "Abbiamo deciso la data di fidanzamento, anche se Lilian e Margaret mi sono parse molto dispiaciute che fossi io a stabilirla senza la tua presenza. Ma ci siamo accordate per il sette maggio che è una domenica e non richiede la tua presenza in ufficio".
Il sangue defluì dal suo viso, Albert lo sentì distintamente. E avvertì il sudore freddo nelle mani che cominciarono a tremare. L'impulso di scaraventare il bicchiere ancora pieno contro le librerie fu tale che si vide davvero mentre lo faceva, sotto gli occhi terrorizzati della zia.
Invece controllò i suoi gesti e appoggiò il whisky su un tavolino basso alla sua destra, facendo un rumore un po' troppo forte. Le sopracciglia si contrassero e una sola parola uscì dalle labbra, scivolando fuori come un'accusa: "Perché?".
Non le diede tempo di rispondere, la sua rabbia era incontenibile e l'autocontrollo si era appena dissolto come lo zucchero in quel dannato tè.
"Perché hai scelto proprio la data che ti avevo chiesto di lasciarmi libera?". Aveva alzato la voce. Molto. E la maschera composta della matriarca vacillò, il sorriso si spense.
Frustrato, Albert si alzò di nuovo, camminando per la stanza, cercando di riprendere il controllo. Ma riuscì solo a mostrare il fianco a sua zia: "Ti ho lasciato campo libero su tutto: il menù, gli allestimenti, persino sull'anello che dovrei offrirle. Ti avevo chiesto una cosa sola, una! E sei riuscita a disattendere questo mio semplice desiderio!".
Si volse per fronteggiarla e la trovò in piedi: "E perché avrei dovuto assecondarti, William?", tuonò per nulla intimorita. "Per permetterti di correre di nuovo dietro le gonne di quella ragazzina a darle il tuo regalo di compleanno? E cosa sarebbe stato, quest'anno? Gioielli? Una casa a Chicago? Cos'altro vuoi donarle oltre a quell'orfanotrofio e alla clinica?! Non pensi di esserti già sdebitato abbastanza per quello che ha fatto per te?".
Il sangue gli tornò alla testa, facendola pulsare di una dolorosa emicrania. La zia sapeva, ovvio. Sapeva cosa aveva fatto durante gli anni precedenti e stava avendo il coraggio di rinfacciarglielo!
"Quello che ho fatto per Candy e che ho intenzione di fare in futuro non ti riguarda, zia! Ti ricordo che sono io il capofamiglia, ora, e posso prendere le mie decisioni in autonomia!", chiarì come se ce ne fosse bisogno. Certo, sua zia era ancora al comando, tecnicamente, ma lui la superava di grado, anche se la rispettava sempre e comunque. Però non poteva permetterle di scavalcarlo. Non quando si trattava di qualcosa di così importante.
"Stai per fidanzarti e lei sta per diventare maggiorenne! È ora che le vostre strade si dividano una volta per tutte!", rispose lei stringendosi le gonne con rabbia.
Quella frase lo colpì come un pugno. Le loro strade erano già divise. Come non lo erano mai state. Albert era sempre stato certo che lui e Candy fossero legati da quel filo del destino che lei una volta aveva nominato. Ora capì che si sbagliava.
Non erano mai stati così lontani come adesso.
Il dolore, la rabbia e il senso d'impotenza gli impedirono di rispondere. Si chinò per prendere il bicchiere e si mise a guardare dalla finestra, ascoltando lo sfogo della zia Elroy in silenzio, concentrandosi sugli ultimi raggi di sole e sul sapore corroborante dell'alcool in bocca.
Annunciare il proprio fidanzamento proprio quel giorno sarebbe stato come beffarsi di lei, aggiungendo altra sofferenza. Di certo non era intenzionato ad andarla a trovare, non prima di aver fatto ordine nella sua mente sul modo migliore per spiegarle quel pasticcio.
La verità era che Albert non aveva più il coraggio di guardarla negli occhi, dopo avervi visto qualcosa che sfiorava pericolosamente il disprezzo.
Candy aveva colto la parte peggiore di tutta quella storia e lui se ne vergognava anche se sapeva di non avere colpa.
Non volevo, Candy. Non so neanche come sia accaduto. Era te che volevo sposare e tenere fra le braccia, un giorno...
Si rese conto, con orrore, che le lacrime gli stavano pungendo gli occhi e li chiuse forte bevendo il suo whisky in un sorso e dando le spalle a sua zia per servirsene dell'altro. Preferiva farsi vedere da lei ubriaco che mostrarsi debole.
"William!". Il tono aveva le sfumature di un ordine e lui si bloccò con la bottiglia a mezz'aria. La ripose con gesti lenti, raddrizzando le spalle. Doveva convincerla a cambiare giorno. Non avrebbe permesso che facesse l'ennesima violenza a Candy.
"Sì, zia?". Il tono era stanco. Si girò a guardarla per mera educazione.
"Dimmi la verità".
Per poco, il bicchiere non gli cadde dalle mani.
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"Candy, ma sei sicura?". Suor Lane era sconvolta. A tutto aveva pensato, tranne che a quello.
Che Candy volesse partire per andare lontano. Che si mettesse a studiare di nuovo per approfondire le sue conoscenze mediche. Aveva persino immaginato che volesse stabilirsi lì in via definitiva per prendere le redini dell'orfanotrofio con loro.
Ma mai, mai una sola volta aveva immaginato Candy desiderare di cambiare a tal punto la sua vita.
"Sì, ci ho pensato molto e mi sono detta che è la decisione migliore. Potrei viaggiare come missionaria e...".
"Ma Candy, puoi farlo anche senza prendere i voti, tesoro! Sei un'infermiera eccellente!", s'intromise Miss Pony.
Lei le guardò alternativamente, come se non capisse, e Suor Lane ebbe di nuovo la conferma che c'era qualcosa di molto più importante che aveva aperto una ferita nel suo animo di donna. Le era capitato di amare una volta sola, in passato, ma era stata un'esperienza così devastante che non aveva avuto dubbi, alcuni anni dopo, sul tipo di amore cui desiderava dedicarsi.
Aveva aspettato a lungo proprio per accertarsi che non fosse un impulso nato dal momento difficile e comprese che era quello che stava accadendo a Candy.
"Vi assicuro che ci ho pensato molto e lo voglio davvero tanto. Voglio poter mettere la mia vita nelle mani di nostro Signore e al contempo portare sollievo negli ospedali. Pensavo di partire per l'Europa entro l'estate e...".
"Candy", la interruppe con gentilezza, lanciando un'occhiata a Miss Pony.
La donna le si avvicinò e prese le mani della ragazza guardandola negli occhi: "Quello che stiamo cercando di dirti è che ora ti sembra tutto buio e triste, ma non sarà per sempre così. Ti abbiamo vista rialzarti molte volte davanti alle avversità della vita, per questo ti vogliamo indurre a riflettere bene prima di prendere una decisione tanto definitiva. Dedicare la propria esistenza a Dio è un passo irrevocabile e tu sei molto giovane. Potresti innamorarti di nuovo, in futuro, e...".
"No, non accadrà mai. Mai più!". Candy si allontanò di scatto, si alzò dalla sedia e si mise a singhiozzare piano davanti alla finestra. Stavano cominciando ad accendersi le stelle e Suor Lane pregò, nel suo cuore, di ricevere la forza per compiere l'ennesimo gesto d'amore verso quella ragazza che era come una figlia.
Non sarebbe stato facile, ma forse le sarebbe servito ad aprirsi. Con un sospiro profondo, si alzò anche lei e la raggiunse.
"Andiamo nella cappella, Candy, vuoi?". Le mise una mano sulla spalla e lei annuì, asciugandosi gli occhi con il polso come una bambina. "Miss Pony, la prego, potrebbe pensare ai bambini mentre parlo con Candy?".
La donna annuì: "Ma certo, prendetevi tutto il tempo che vi serve", ribatté annuendo. Era la seconda volta che si ritrovavano a dividersi quel compito.
Ma ora, il proprio sarebbe stato ancora più difficile, perché le avrebbe ricordato una sofferenza che aveva sepolto nel proprio cuore molto tempo prima. Pur avendola superata, era certa che nell'animo imperfetto dell'essere umano albergasse sempre una debolezza di fondo che non consentiva di celare del tutto il dolore.
La cappella profumava di legna nuova e la doppia fila di panche portava a un altare semplice ma sempre decorato con fiori freschi. Il crocifisso era illuminato da alcuni ceri votivi che stavano a terra e che si premunivano di spegnere solo di notte.
In quel silenzio che le aveva sempre evocato serenità profonda, Suor Lane s'inginocchiò insieme a Candy con le mani giunte, scegliendo un posto nelle prime file.
Perdonami, Signore, se disturbo la Tua casa con i miei ricordi terreni. Lo faccio per aiutare questa figlia che ha tanto bisogno di sostegno. Guidami con la Tua mano misericordiosa, te ne prego.
"Quando avevo sedici anni mi sono innamorata di un ragazzo più grande di me. Era lo stalliere del collegio dove mi avevano mandata a studiare i miei genitori. Un ragazzo semplice, umile, di buon cuore", esordì continuando a guardare il crocifisso, traendone forza. L'ansito di Candy le indicò che stava ascoltando: "A quel tempo una signorina di buona famiglia non poteva permettersi di avvicinarsi nemmeno col pensiero a un uomo di rango più basso e purtroppo le cose non sono cambiate molto", osservò con un sospiro. "Ma io trovavo sempre il modo per incontrare i suoi sguardi quando sellava il mio cavallo o uscivo semplicemente a fare una passeggiata nei giorni liberi. È stato lui a fare il primo passo, facendo indugiare i suoi occhi nei miei per un istante di troppo".
Si volse e vide Candy fissarla con aria sbalordita. Perlomeno, aveva tutta la sua attenzione e non piangeva più.
Le sorrise e continuò: "I suoi occhi erano azzurri come un cielo terso e i capelli del colore del grano maturo. Non posso dire che somigliasse al signor Ardlay, però le caratteristiche fisiche erano molto simili. Ricordo soprattutto la sua voce dolce e i suoi toni educati. Scoprii in seguito che era stato abbandonato da piccolo ma educato in un orfanotrofio fino a diventare un uomo d'onore che lavorava sodo. Forse è stata proprio questa consapevolezza che mi ha portata a essere qui, oggi".
Chiuse gli occhi, cercando di trattenere le lacrime. Non pensava di averne ancora, dopo tanti anni.
"E cosa è successo?". La voce di Candy era appena un bisbiglio e tremava come se già sapesse.
Suor Lane prese un respiro profondo e confessò a Dio e a Candy quella verità che conosceva solo Miss Pony: "È morto travolto da un cavallo imbizzarrito".
Candy gemette di orrore, di pena, di certo paragonando quell'evento alla sfortunata morte del ragazzo appena quindicenne che era caduto da cavallo.
"Oh, Suor Lane, è terribile! Io non sapevo...".
Alzò una mano per accarezzarle il viso già madido di lacrime e non poté più contenere le proprie: "Mi dispiace, cara, non volevo portarti tristi ricordi. Ma è necessario che ti racconti la mia esperienza perché tu possa prendere la tua decisione senza sbagliare".
"Io... io...".
"Ascoltami, Candy", insisté dolcemente asciugandosi gli occhi con un fazzoletto. "All'epoca il mio dolore era così forte che mi ammalai, rischiando persino la vita. Potei confessare le mie pene solo a mia madre, che si rivelò comprensiva e mi suggerì di dedicarmi alla preghiera per superare quel momento. Ci volle molto, molto tempo perché alfine potessi convivere con questa sofferenza. Quando mio padre mi combinò un incontro con un giovanotto di alto rango, capii che nel mio cuore non ci sarebbe più stato spazio per quel tipo di amore. Pregare mi aveva sostenuta tanto che ne avevo scoperto un altro, molto più grande e molto più intenso. Ed è stato solo allora che ho cominciato il mio percorso per prendere i voti, analizzandomi di continuo e avendo la conferma, ogni volta, che era ciò che volevo davvero".
Candy si era portata le mani al viso e la sua voce uscì soffocata quando rispose: "Neanche io posso amare di nuovo, Suor Lane, non mi è possibile dopo... dopo Albert...".
Finalmente l'aveva detto e fu come se avesse spalancato una diga. Se la strinse al cuore, mentre piangeva in singhiozzi che la scuotevano quasi come la sera in cui era arrivata con una valigia e il cuore in pezzi.
"Può darsi che tu abbia ragione, Candy. Però non precipitare le cose. Pur non avendo al tuo fianco un uomo e una famiglia, potresti non desiderare comunque di dedicarti a nostro Signore. E questo sì che è un impegno da cui non si torna indietro", disse carezzandole i capelli.
"Albert è costretto a sposare un'altra donna", proruppe.
Costretto? Possibile che la sua famiglia gli abbia imposto di avere al proprio fianco una donna del suo rango?
Sì, era una possibilità concreta. Era probabile che la matriarca avesse notato il cambiamento che stava avvenendo tra i due giovani e avesse posto un limite. Ma da quello che aveva capito, il signor Ardlay non era proprio il tipo da farsi convincere a fare qualcosa che non gradiva. Avevano preso tutti un abbaglio e Albert era innamorato sul serio di un'altra donna?
Stava ancora rimuginando su queste teorie quando Candy soffocò nel suo petto una confessione che la gelò. Aveva di certo compreso male, così si affrettò a chiederle: "Scusa, tesoro, credo di non aver capito bene...".
La scostò un poco da sé, guardandola in viso.
"Non posso più tenere per me questo peso, Suor Lane, lo rivelo a lei davanti a Dio come fosse una confessione... Albert deve sposare quella donna per prendersi le sue responsabilità".
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Georges intercettò William mentre saliva le scale e si slacciava la cravatta con tanta veemenza che pensò volesse impiccarsi. Salì due scalini e si fermò, voltandosi a guardarlo.
Tra loro non c'era bisogno di parole.
Le prime che gli rivolse arrivarono solo quando ebbe chiuso la porta dello studio alle loro spalle. Di certo stava andando in camera sua per farsi una doccia e liberarsi di quella giornata così come di quei vestiti, ma quello che doveva dirgli non avrebbe preso molto tempo.
Purtroppo e per fortuna.
Senza esitare, vedendo che comunque William rimaneva in piedi, disse: "Il signorino Archie mi ha riferito al telefono di aver trovato una Candice molto provata, ma che mascherava bene il suo disagio. Ha... pianto, però è stata quella che ha dato coraggio a lui e alla signorina Annie, come suo solito. Non vuole neanche sentir parlare di festeggiare il suo compleanno".
Scrutò le reazioni dell'uomo e vide la mascella contrarsi, gli occhi socchiudersi come se cercassero di guardare tanto lontano da poter scorgere la sua Candy. Gli diede le spalle e Georges rispettò il suo desiderio di riservatezza.
"Non potrei comunque farlo. Mia zia ha deciso che il fidanzamento avverrà in quella stessa data. Domani parlerò con Lilian per rettificarla". La voce, incrinata, aveva una sfumatura di rabbia che non gli sfuggì.
Fece un sospiro profondo, facendo una pausa per comunicargli la sua empatia: "Le nostre ricerche sul dottor Stevenson non hanno portato a risultati anomali. Si tratta di un uomo che ha studiato molto, prendendo una doppia specializzazione e non si è mai sposato. Casa e lavoro. Vivendo nella stessa città della cugina vedova la va spesso a trovare e la supporta quando qualcuno è malato. Pare fosse presente anche quando ha perso il marito".
"Una famiglia impeccabile, dunque", rispose William voltandosi con una mano che tirava indietro i capelli, il suo tipico gesto di frustrazione. Stavolta, oltre alla rabbia, Georges sentì anche una nota di amara ironia.
E fu lui a sentirsi, d'improvviso, furioso. Il ragazzo solare che era come un figlio per lui, o perlomeno un fratello minore, si era trasformato in pochi giorni in un uomo amareggiato e sofferente che non aveva più nulla della luce che lo aveva caratterizzato. Erano state gettate lunghe ombre sul suo sorriso.
E questo non poteva proprio sopportarlo.
Lui, che aveva superato stoicamente lutti che avrebbero distrutto un'altra persona meno equilibrata. Lui, che si era caricato sulle spalle una responsabilità enorme e se la cavava in maniera egregia, quasi si trovasse in mezzo alla natura che amava tanto e non in un freddo ufficio. Ora veniva piegato dalle trame di una donna che, di fatto, aveva messo in discussione la sua integrità e il suo stesso essere.
Con un brivido di orrore, Georges rifletté che era come se fosse stato stuprato fin nell'anima.
Fu una consapevolezza cruda che lo colpì come uno schiaffo e l'uomo si sorprese a pensare che, perdita di memoria o droga che fosse, un atto simile era condannabile e persino diabolico, seppur attuato da una donna.
Una donna che si era approfittata della debolezza momentanea di un uomo. L'antitesi della signorina Candy.
Ora, la rabbia lo stava dominando per la prima volta in quei giorni frenetici: Lilian Rousseau aveva distrutto due vite, allontanato due anime gemelle caratterizzate da buoni sentimenti che potevano creare una famiglia felice.
Molte cose lo avevano sconvolto nella sua vita: la sua infanzia tormentata, la morte del suo benefattore, di Rosemary e dei giovani Anthony e Stair. Era stato preoccupato da morire quando William era sparito per due anni senza lasciare traccia e oggi sopportava a malapena il fatto di vederlo così infelice.
"Georges? Tutto bene?". La voce gentile lo riscosse dalla sua trance. Non si era reso conto che aveva gli occhi sgranati fissi sul pavimento, i pugni stretti lungo le braccia contratte che tremavano.
"Mi... perdoni. Questa situazione è molto sgradevole anche per me. Le prometto che farò tutto il possibile per trovare qualcosa che la scagioni. Qualsiasi cosa".
Il sorriso bonario sul volto di William lo rinfrancò: "Grazie, Georges. Tu e Archie state facendo molto per me. Mi state dando fiducia e lo apprezzo moltissimo".
Georges scosse la testa: "Non lo dica neanche. Per quanto mi riguarda, sarò sempre dalla sua parte. Non ne dubiti mai".
William lasciò ricadere la testa in avanti e gli posò una mano sulla spalla: "Grazie", mormorò colpito. Si riscosse subito, alzando il capo per guardarlo: "Da domani seguiremo una linea più dura. Basta scavare nel passato, voglio che facciate seguire Lilian, sua madre e anche il dottor Stevenson. Assumi gli uomini migliori e mettili in prima linea. Una volta hanno pensato che io fossi una spia: ora lo diventerò davvero".
Fece un mezzo sorriso, la mente già volta sui nomi più adatti a quel compito.
"Un'altra cosa, Georges. Mia zia comincia a non credere più alla storia che voglio sistemarmi. Poco fa mi ha quasi messo in difficoltà. Riesci a organizzare un viaggio di lavoro nei prossimi giorni, in modo che io non debba più incontrarla?".
Lui ci pensò un po' su. In effetti alcuni investitori avevano espresso il desiderio di incontrare il patriarca degli Ardlay, prima che accadesse il caos: "Avrei dei potenziali azionisti a New York...".
Se William fu colpito alla menzione di quella particolare città, non lo diede a vedere e annuì subito: "Perfetto, prepara tutto per domani sera. In mattinata andrò da Lilian e nel pomeriggio preparerò il bagaglio".
Georges si accigliò: "Non sarebbe meglio partire direttamente dopodomani, allora? Mi perdoni se glielo suggerisco, ma non credo che le gioverebbe dormire su un treno".
Lui sospirò e si guardò la punta della scarpa lucida: "Ormai non riesco più a dormire molto e le poche volte che accade, la mattina sbaglio persino a indossare i calzini". Il fantasma di un sorriso gli aleggiò sul volto.
"A maggior ragione, ribadisco che è meglio partire tra due giorni, di buon mattino", insisté con gentilezza.
"Va bene, Georges, grazie. Ora andiamocene a dormire. E...". La frase rimase sospesa e William indugiò vicino alla porta dello studio, come combattuto.
Capì subito cosa volesse dire.
"Ha due possibilità, signorino William", esordì senza mezzi termini. "O le scrive una lettera esaustiva, con il rischio che possa anche non leggerla mai, oppure le invia un pensiero, un oggetto che sia la dimostrazione di quanto tiene a lei".
Il patriarca si morse il labbro inferiore, riflettendo con le sopracciglia aggrottate: "Ha già qualcosa di mio. La spilla l'ha tenuta lei e non credo serva altro perché mi ricordi. A quest'ora se la sarà già tolta dal collo. Le scriverò, questa mi sembra un'idea migliore. Mi auguro solo che non getti nel fuoco la mia missiva prima di leggerla perché il rischio è molto alto".
"Sono certo che è disposto a correrlo", dichiarò ponendogli una mano sulla spalla, un gesto di affetto e sostegno che doveva cominciare a fare più spesso.
Georges percorse con lui il corridoio fino alle scale, dove si separarono per recarsi nelle rispettive stanze. Di buon mattino avrebbe predisposto tutto per il viaggio a New York, dove sperava che il destino non ci mettesse lo zampino come al solito. E avrebbe contattato uno dei detective migliori sulla piazza, organizzando il controllo capillare di ogni singolo movimento della famiglia Rousseau. Gli sarebbe bastato un singolo, piccolo passo falso.
Allora, forse, avrebbero avuto una speranza di salvare la situazione prima che fosse troppo tardi.
