Angolo dei commenti:
Cla1969: Più che un vero missing moment è una mia personale interpretazione al passato di suor Lane, di cui Nagita non ci fa cenno se non per quanto riguarda il cognome peculiare. Certo, sarebbe divertente vederli tutti e 3 insieme, Candy, Terry e Albert XD Incrociamo le dita perché il pedinamento porti frutti: ma quanto sarà furba Lilian?
Lili: Grazie a te per seguirmi, a presto!
Dany Cornwell: Grazie di cuore a te!
Ericka Larios: Quindi pensi che Candy non leggerà la lettera? Bene, potrai scoprire se hai ragione o meno tra poche righe... Interessante il modo di dire che hai citato riferito alla zia Elroy, se non ho capito male è il corrispettivo dell'italiano 'se la canta e se la suona', ma assieme a Lilian e a sua madre. Ho ragione? Grazie, alla prossima!
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Sono gocce di memoria
Queste lacrime nuove
Siamo anime in una storia
Incancellabile
Le infinite volte che
Mi verrai a cercare
Nelle mie stanze vuote
Inestimabile
È inafferrabile
La tua assenza che mi appartiene
Siamo indivisibili
Siamo uguali e fragili
E siamo già così lontani
(...)
Siamo gocce di un passato
Che non può più tornare
Questo tempo ci ha tradito
È inafferrabile
Racconterò di te
Inventerò per te
Quello che non abbiamo
Le promesse sono infrante
Come pioggia su di noi
Le parole sono stanche
So che tu mi ascolterai
Aspettiamo un altro viaggio
Un destino, una verità
E dimmi come posso fare
Per raggiungerti adesso
Per raggiungerti adesso
Per raggiungere te
(Giorgia - Gocce di memoria)
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Gelo e fuoco
Una lettera e un giornale.
Due pezzi di carta che Candy aveva lasciato cadere sul pavimento, quasi potesse scottarsi con quelli anziché con il fuoco del camino acceso. Per essere la fine di aprile faceva davvero freddo. O forse, era caduta nell'ennesima favola dell'assurdo e si era appena trasformata nella Regina delle Nevi, per cui il gelo era diventato il suo elemento naturale, che partiva dal cuore e si irradiava tutto intorno.
Il signor Marsh era arrivato quella mattina portandole la lettera. Il giornale, invece, l'aveva trovato nascosto nell'ufficio di Miss Pony, dove era andata per cercare un tagliacarte.
Strana la vita. Se non avesse avuto davvero intenzione di leggere la lettera di Albert non avrebbe scoperto che, in fondo, era una pessima idea.
Se l'era girata fra le dita fino a pomeriggio inoltrato, sul ramo di una quercia inalandone il profumo: il profumo di lui, quello che usava tutte le mattine dopo che si era sbarbato e che era un misto tra l'acqua di colonia e l'odore pungente del sottobosco.
Alla Casa della Magnolia aveva visto decine di volte la bottiglia di lozione accanto al lavandino e ormai era diventata parte di Albert.
Forse era solo una sua illusione, ma ne avvertiva la sfumatura sulla busta mentre la teneva in mano senza decidersi ad aprirla.
Aveva oscillato per ore fra la determinazione di strapparla in mille pezzi, perché quel particolare aroma non le apparteneva più e forse era rimasto persino sulla pelle di un'altra donna, e il desiderio di sapere cosa volesse dirle.
Alla fine aveva ceduto, come aveva ceduto davanti alla storia drammatica di Suor Lane confessandole alfine ciò che aveva fatto Albert.
Come in sogno, la vista annebbiata e il cuore che batteva forte quasi stesse per rivederlo, era entrata nel piccolo ma ordinato ufficio di Miss Pony e aveva lanciato un'occhiata sulla scrivania per controllare se avesse il tagliacarte lì sopra.
Ma, disgraziatamente, Miss Pony era molto attenta a non lasciare in giro oggetti che potessero finire per sbaglio tra le mani dei bambini. Un po' meno attenta era stata con il giornale, che aveva posto ripiegato sotto a una pila di fogli. Forse voleva attendere che fosse sera per bruciarlo nel camino.
E il destino beffardo ci aveva messo lo zampino, rendendo visibili solo quattro lettere che a lei erano subito saltate all'occhio: Ardl.
William Albert Ardlay annuncia il suo fidanzamento con la bellissima Lilian Rousseau il prossimo sette maggio.
Non ricordava di essersi avvicinata, con il respiro mozzo, aver tirato fuori il quotidiano da sotto ai fogli facendoli sparpagliare per la scrivania e quindi aperto fino a leggere quel titolo.
Ricordava solo il senso di orrore, di soffocamento e di ira che l'avevano fatta quasi urlare. L'onda si era ritratta all'improvviso, come per autodifesa, e su di lei era scesa una calma... glaciale come il tempo di quella sera.
Aveva cercato il tagliacarte nel cassetto della scrivania e aveva passato terribili istanti specchiandosi nel metallo lucido.
Con il corpo intorpidito e le palpebre socchiuse, aveva fatto scorrere lo sguardo sul giornale, sulla lettera e poi sulla mano che reggeva la lama.
Le immagini di Patty che tentava di uccidersi dopo il funerale di Stair si erano sovrapposte a quelle di Anthony che cadeva da cavallo e moriva, di Terence che prendeva Susanna fra le braccia in una serata nevosa e di Albert, che giaceva con la donna che stava per sposare.
Candy era un'infermiera e sapeva bene che un taglio preciso nella zona del polso avrebbe richiesto solo pochi minuti per farle perdere i sensi. E se si fosse chiusa a chiave sarebbe stato solo l'inizio della fine delle sue sofferenze.
Una voce fuori della finestra l'aveva fatta sobbalzare, come trascinandola fuori da un incubo: era quella di Molly, una bambina affetta da una rara malattia che aveva già sette anni e non sarebbe mai stata adottata. La sua forza d'animo era invidiabile, eppure sapeva già che forse non avrebbe vissuto così a lungo da arrivare a innamorarsi o formare una famiglia.
Si era vergognata di se stessa e il tagliacarte era caduto a terra. Lo aveva fissato inorridita, quasi potesse ancora leggervi quel pensiero nefasto che l'aveva appena sfiorata come una macabra carezza.
Quello era stato il momento più basso della sua vita.
Se quando era morto Anthony aveva odiato la sensazione di sentirsi viva quasi gli stesse facendo un torto, quando aveva lasciato Terence aveva avuto la consapevolezza di trovare Albert a casa. Ora cosa le era rimasto? Delle persone che comunque l'amavano, quelle stelle fisse che l'avevano guidata sino alla Casa di Pony la sera fatidica. E se stessa, il suo lavoro.
Suor Lane aveva ragione: dedicarsi a Dio era stato un estremo tentativo di allontanarsi dal mondo, ma l'unico che stava cercando di rifuggire era il proprio, immenso dolore.
Un dolore appena rinnovato, che le aveva fatto perdere la bussola e la sua stessa anima. Ma no, era tornata in sé. La sofferenza e la rabbia le indicarono che era viva e tale sarebbe rimasta, anche se le pareva di morire lo stesso.
Con gesti lenti, aveva riposto il tagliacarte dove lo aveva trovato ed era uscita dalla stanza portando con sé il giornale e la lettera ancora chiusa.
Miss Pony e Suor Lane stavano facendo rientrare i bambini per recarsi in cucina, così lei poté andare indisturbata nella sala dove la sera si riunivano a chiacchierare. Aveva acceso il camino lasciando cadere a terra con noncuranza entrambe le cose, scuotendo la testa quando ricordò che una volta era stato Albert a nasconderle dei giornali in cui si parlava di Terence.
A quanto pareva, però, lei era fin troppo brava a trovare i quotidiani nascosti. Sarebbe stata eccezionale in una caccia al tesoro.
Il fuoco scoppiettava, ma lei non riusciva a scaldarsi e tremava come se avesse la febbre alta.
Prima il giornale.
Lo tenne lontano da sé, come volendo evitare di stringersi al petto l'immagine di Albert, rubata di sicuro mentre si trovava in banca. Il completo scuro che indossava definiva il suo corpo atletico e lo sguardo era quello di un uomo che stia per dire qualcosa a un interlocutore invisibile.
Candy chiuse gli occhi e lo gettò nel fuoco.
Si chinò e raccolse la lettera. Immaginò Albert mentre la scriveva: cosa pensava mentre lo faceva? Era triste? Rassegnato? Arrabbiato con lei per non avergli dato modo di spiegarsi? Le stava scrivendo il suo addio raccontandole come era accaduto che si era innamorato di Lilian?
No, grazie. Preferiva non leggere le parole di un uomo che l'aveva ingannata due volte: in confronto, nasconderle la sua identità era stato poco più di uno scherzo da bambini.
Le aveva fatto credere di provare qualcosa per lei per poi gettarsi fra le braccia di una donna più ricca e più bella. E aveva deciso di fidanzarsi il giorno del suo compleanno, quasi a comunicarle che ormai era maggiorenne e non aveva più bisogno di un tutore.
Mentre le dita si contraevano sulla busta che ormai non recava più alcuna traccia di profumo, attraverso il velo delle lacrime Candy distinse per un attimo la ragione dal dolore: possibile che il suo Albert, di cui aveva sempre avuto piena fiducia, fosse diventato un uomo così insensibile di punto in bianco?
Il braccio, già teso nell'atto di gettare via la lettera, si bloccò.
Qualcosa non va...
Candy aveva passato lunghe giornate immersa in quella nebbia densa senza mai pensare lucidamente, ma quel fidanzamento predisposto proprio il giorno del suo compleanno le stava d'improvviso gridando che qualcuno stava muovendo le fila per dividerla da lui.
Albert doveva prendersi le sue responsabilità. Le sue responsabilità di gentiluomo. Aveva colto lo sguardo vagamente imbarazzato, anche se Archie le copriva parte della visuale e la valigia le era caduta.
I ricordi accelerarono e lo rivide disperato nel tentativo di parlarle. Di toccarla. Albert cadeva in ginocchio mentre lei scappava e il film crudele di quel giorno finiva in una dissolvenza buia.
Forse hai fatto un errore. Magari mi amavi davvero o cominciavi a farlo. Non lo so, Albert, e a questo punto non lo voglio più sapere. Può darsi che tu ti stia struggendo perché ti hanno costretto a fidanzarti proprio quel giorno. Ma non importa.
Qualunque cosa fosse accaduta e anche se quel dolore era condiviso, non si poteva tornare indietro. Albert avrebbe fatto il suo dovere e bisognava accettarlo.
La lettera finì nel fuoco.
Assieme al suo cuore, al profumo dell'uomo che aveva amato e a tutti i ricordi che l'avrebbero flagellata impietosi per gli anni a venire.
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Albert non era più riuscito a dire una sola parola.
La sfuriata nello studio, la perdita di controllo che stava quasi per fargli mandare al diavolo tutte le sue responsabilità e la voce ferma di Georges che lo faceva tornare in sé. Tutto era stato come una parentesi irreale che non gli apparteneva.
Il giornale della mattina aveva rischiato di ucciderlo. E non in senso figurato: il sorso di caffè gli era andato di traverso e gli sguardi allarmati della zia Elroy e del cameriere erano stati eloquenti.
Aveva dovuto allontanarsi dal tavolo mentre Georges gli dava vigorose pacche sulla schiena per ricominciare a respirare senza sentirsi annegare. Con la voce ancora stentata, aveva domandato alla zia come mai avessero dato l'annuncio così presto senza neanche consultarlo.
La zia Elroy, certa che il patriarca non sarebbe morto soffocato, aveva ripreso a girare il cucchiaino nella propria tazza e aveva risposto con gli occhi socchiusi che ne avevano già discusso. Forse Lilian aveva deciso di sua spontanea volontà di far pubblicare subito la notizia, di quello non avevano parlato, ma le era parso che non vedesse l'ora di renderlo pubblico.
Avrebbe insistito volentieri se non avesse temuto di addentrarsi di nuovo in un territorio pericoloso: sua zia non era stupida e il pomeriggio prima aveva davvero fatto i salti mortali per convincerla che non aveva motivo di dubitare delle sue buone intenzioni.
"Non sempre le decisioni giuste sono gradevoli. Lilian è una donna molto intelligente, ma non ti sarà sfuggito che il mio trasporto nei suoi confronti non è eccessivo. Tuttavia, spero che in futuro i rapporti tra noi saranno più... armoniosi". Le aveva detto recitando la sua parte alla perfezione. Una volta, Candy gli aveva confessato che sarebbe stato un ottimo attore, riferendosi a quando le aveva nascosto la propria identità di zio William. Oggi, Albert poteva dire che non aveva tutti i torti. Anzi.
Dubitava che la matriarca avesse mangiato la foglia, quindi aveva evitato di farle tornare in mente qualsiasi dubbio sulla conversazione avuta e si era defilato nel suo studio dove aveva scaraventato il giornale sulla scrivania, crollandovi sopra con la testa fra le mani. Proprio nella stessa postura che aveva assunto quella dannata mattina.
Da ragazzino si era sentito manovrato, ma poi aveva avuto la propria libertà. Adesso una donna più giovane di lui lo stava mettendo all'angolo neanche fosse un bambino indifeso.
Aveva sbattuto un pugno sulla scrivania, imprecando come non gli era mai capitato, preda di una furia cieca che non ricordava di aver provato nemmeno il giorno in cui era fuggito di casa, a diciassette anni.
Quando avevano bussato alla porta, aveva gridato un "Avanti" che avrebbe fatto fuggire via la cameriera più esperta.
Georges era entrato con un sopracciglio inarcato e aveva detto con tono controllato: "La macchina è pronta. Vuole ancora andare dalla...?".
"Oh, puoi giurarci che ci vado!", aveva detto con voce vibrante, agitando il giornale quasi fosse una minaccia. "E stavolta mi sentirà!".
Lo aveva superato diretto alla porta, ma le sue parole lo avevano bloccato sul posto: "William, devi prima calmarti e riflettere".
Georges gli aveva dato del tu. Significava che stava cercando di riportarlo sulla retta via. Lo aveva fatto solo quando era minorenne.
E Albert aveva capito che l'ira che l'aveva accecato lo aveva reso davvero impulsivo come quando aveva diciassette anni.
Con un sospiro profondo, aveva capito subito cosa intendesse e aveva poggiato entrambe le mani al muro. Se fosse andato da Lilian furioso com'era dicendole che quel giorno non gli andava bene, lei avrebbe potuto obiettare che lui non era presente al momento della decisione. E che, comunque, era domenica. Visto che stava partendo per fare un viaggio di lavoro, che cosa aveva da fare in un giorno festivo?
"D'ora in poi, anche se sarà sgradevole, presenzierò a tutti gli incontri con Lilian. Puoi anticipare la partenza a oggi? Scrivo la lettera per Candy e sono pronto. Chiama il servizio postale perché la recapiti entro domattina, paga la cifra necessaria". Era stato telegrafico e chiaro, come se stesse dettando le istruzioni per concludere un contratto.
Il giornale era già uscito e non poteva farci niente, ma se poteva fare in modo che la lettera risultasse veloce come un telegramma lo avrebbe fatto.
Quando Georges aveva annuito uscendo dalla stanza, lui aveva riversato il proprio cuore su quel foglio, pregando tutti gli antenati che lei lo leggesse.
La lettera e il treno erano partiti e le sue ultime parole erano state per la zia Elroy: "Tornerò il giorno prima del fidanzamento ufficiale".
Fine delle comunicazioni.
Albert si sentiva svuotato come il bicchiere di whisky che aveva bevuto la sera prima per riuscire a dormire. Non che sognare lo aiutasse.
"Pensa di ignorarmi per tutto il tragitto, signorino William?", disse Georges rompendo il silenzio nello scompartimento vuoto.
Lui si voltò di scatto, rendendosi d'improvviso conto che aveva riservato una carrozza per loro. Era tanto perso nei suoi pensieri che non si era neanche accorto che stavano viaggiando da soli.
"Non sto ignorando te, Georges, sto soltanto... riflettendo".
"Si è pentito di non essere andato dalla signorina Lilian, questa mattina?".
Albert scosse la testa: "No, avevi ragione. È stato meglio così. Ci manca solo che scopra che tengo a Candy e che quello è il giorno del suo compleanno. Lei non deve essere coinvolta in tutta questa storia più di quanto sia già accaduto".
Georges annuì, compiaciuto: "Comprendo quanto questa situazione possa toglierle lucidità, a volte accade anche a me. Ma occorre mantenere la guardia alta se non vogliamo dare ulteriori pretesti alla signorina. Ho predisposto un uomo che terrà d'occhio lei e sua madre e un altro che lo farà con il dottor Stevenson".
Albert si irrigidì: "Ma se le due donne dovessero uscire in momenti diversi...". Lo sguardo penetrante di Georges gli suggerì, ancora una volta, la risposta corretta. Gli bastava davvero poco per perdere il filo. "Va bene, ho capito. Troppi uomini, per quanto bravi, potrebbero insospettirli, giusto?".
"Proprio così, William", disse con aria soddisfatta.
Sospirò, rendendosi conto che non era ancora finita. Stavano andando a New York e il destino beffardo poteva giocargli l'ennesimo scherzo di cattivo gusto: poteva incontrare Terence in quella grande città, per puro caso, e lui poteva chiedergli di Candy.
Quasi gli venne da ridere a quella possibilità.
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Elroy Ardlay non era affatto tranquilla.
Ma, soprattutto, non era stupida.
Non che si lamentasse, certo. Però non si sarebbe più bevuta la storia che William voleva sistemarsi quando era più che evidente che stava facendo uno sforzo titanico a mantenersi sereno.
Certo, negli anni lei stessa gli aveva insegnato a mascherare le proprie emozioni per risultare sempre equilibrato e impeccabile, visto che era al comando di una delle famiglie più potenti d'America. Ma sapeva anche bene che dietro a quel suo comportamento sempre serafico e sorridente si celava un uomo ribelle che voleva solo fuggire.
E infatti era quello che aveva fatto per anni, comunicando le sue volontà a distanza con suo sommo disappunto.
Come quando aveva voluto adottare quella Candice.
Elroy sbirciò da dietro le tende l'alba che stava per sorgere, il sonno ormai scivolato via come uno scialle con un colpo di vento. William era partito per un viaggio di lavoro che le era parso proprio una fuga dalle sue domande.
Lavorava tutto il giorno e aveva discusso con lei solo quando avevano deciso la data del fidanzamento. William non voleva che si tenesse lo stesso giorno del compleanno di Candice che, oltretutto, era sparita senza lasciare traccia qualche giorno prima della partenza da Lakewood.
Dio l'aiutasse, mentre tornava a letto per poggiare la schiena dolorante, Elroy aveva ben capito che William teneva molto più a quella ragazza che a Lilian Rousseau. E che la sua lontananza lo aveva gettato in una sorta di cupa rassegnazione.
In quale città le aveva detto che si sarebbe recato per incontrare nuovi investitori?
Il principio di un forte mal di testa le indicò che forse doveva riposare di più. Ultimamente dimenticava sempre più spesso le cose, anche se erano di poco conto, e non doveva abbassare la guardia.
Il fidanzamento ci sarebbe stato a breve e tutto doveva essere perfetto.
L'importante era che Candice non fosse presente nel modo più assoluto, perché William si sarebbe potuto distrarre o avrebbe potuto persino ritrattare.
D'altronde, loro due erano come fratelli o persino padre e figlia, quindi di cosa mai si preoccupava? Aveva preso le sue medicine la sera prima? Forse era il caso di sentire il dottor Leonard e rivedere la terapia che seguiva, perché l'emicrania la stava uccidendo.
Sperava solo che quei due si sposassero al massimo entro un anno e le dessero l'erede che tanto desiderava prima che la sua salute diventasse davvero cagionevole.
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Lilian si trascinò sul letto dopo l'ennesimo capriccio dello stomaco: vomitare tutte le mattine, quasi alla stessa ora, era davvero disgustoso e la stava sfiancando.
Per fortuna, durante il giorno riusciva a tenere a bada quello sgradevole effetto collaterale, a meno che non le mettessero sotto al naso del caffè o del vino.
Versandosi un bicchiere d'acqua e zenzero dalla brocca che aveva sul comodino, Lilian ricordò con rabbia come sua madre si fosse infuriata per quello che era accaduto il giorno in cui avevano stabilito la data del fidanzamento.
Il dolcetto era ricoperto di cioccolata e si era resa conto troppo tardi che dentro c'era del caffè.
"La signora Elroy avrebbe potuto scoprirti!", aveva berciato la donna agitando le braccia come una farfalla che non riesca a spiccare il volo.
"E come se non ha mai avuto figli?! Forse tu non ti sei informata sulla sua famiglia, ma io sì! Ha solo nipoti e non ha idea di cosa significhi essere incinte! E anche se ne avesse avuti, è così vecchia che se lo sarebbe dimenticato!".
In realtà non credeva che fosse poi tanto anziana, ma quel cipiglio arcigno permaneva persino quando cercava di sorridere e le rughe le solcavano il viso scuro intorno al naso adunco. Perlomeno, qualsiasi tratto avesse ereditato il bambino, non ci sarebbero stati dubbi sulla sua familiarità.
Sperava solo che non somigliasse troppo a Ethan.
Lilian si passò una mano sulla pancia, rendendosi conto che ancora non si vedeva nulla. Sperava solo che, allo scadere del primo trimestre, i sintomi si alleviassero un poco.
La sua grande fortuna era stata che anche la signora Ardlay avesse fretta che il nipote si fidanzasse, così avevano potuto accelerare i tempi. Se tutto fosse andato bene, il matrimonio sarebbe avvenuto ancora più velocemente.
Mancava poco e si sarebbe sistemata per sempre. Magari, a un certo punto, sarebbe anche diventata vedova. Di sicuro non avrebbe rinunciato a Ethan e avrebbe fatto in modo che conoscesse suo figlio. Chissà, avrebbe persino potuto decidere, come matriarca e madre dell'erede universale, di assumerlo quale maggiordomo personale.
Molto personale.
Sua madre non voleva che lei lo rivedesse, ma sapeva di non poter fare a meno di lui. Voleva sentire la sua voce ruvida, il suo fiato caldo carezzarle il viso e le sue mani prodigarle carezze ardenti prima di possederla come solo lui sapeva fare.
Chissà se William, dietro quell'aria così composta, era capace di dare piacere a una donna. Le dava più l'impressione di avere tutte le armi di seduzione a portata di mano ma di non sapere minimamente che farsene.
Di certo, non le sarebbe dispiaciuto adempiere ai suoi doveri nel letto coniugale, ma non sarebbe durata a lungo senza vedere l'unico uomo che amava.
Forse doveva attuare il piano di Ethan prima che il bambino cominciasse ad affezionarsi troppo a William considerandolo il suo vero padre. Crescere al suo fianco gli avrebbe solo fatto più male.
Lilian aveva perso il proprio a tre anni e se lo ricordava come fosse il giorno prima.
Magari lei avrebbe dovuto agire in anticipo. Un paio d'anni potevano bastare...
