Angolo dei commenti:

Charlotte: Sono contenta che apprezzi il mio tentativo di rendere reali i personaggi attraverso i gesti! L'intento è proprio quello di mostrarvi quello che accade, non semplicemente raccontarlo e per me è importante il tuo riscontro! Candy suor Candice... ahahahaha, chissà, magari ci ripensa! Albert ha deciso di non dire la verità alla zia, teme possa essere troppo anche per lei. Albert che si arrabbia e dà i pugni sul tavolo è affascinante comunque, vero? XD Forse sei l'unica che giustifica Candy per aver bruciato la lettera dopo aver letto il giornale ;-) Il contenuto verrà in parte fuori tra qualche capitolo, ma nulla che noi non sappiamo già, giusto? Hai notato che la zia Elroy è furba, opportunista e astuta ma ha qualche problema di memoria? Chissà, magari ha davvero troppi pensieri anche lei! Grazie di cuore, alla prossima!

MariaGpe22: Ho creato davvero una famiglia perfida, al loro confronto persino i Lagan impallidiscono, XD In effetti, spiarli era l'unica soluzione, sia mai che funzioni davvero! Suor Lane ha fatto desistere Candy dal fare un passo definitivo, ma ancora nulla è risolto, nel suo cuore. Si dice che la speranza sia l'ultima a morire. Candy alla fine ha gettato nel fuoco la lettera e ogni speranza, arresa allo stesso destino che sta manipolando Albert (le Moire del destino LOL). L'unica speranza sembra davvero essere Georges con le sue ricerche! Grazie di cuore a te per seguirmi, e grazie per le tue parole di apprezzamento, alla prossima!

Cla1969: Ho riflettuto molto su quella lettera e ho deciso che alla fine sarebbe cambiato tutto e nulla, seppure Candy l'avesse letta. Che lo avesse perdonato o meno, non c'era comunque niente che potesse fare, finché Albert non dimostrerà di avere ragione al 100%, sarà comunque costretto a sposare Lilian. Come dici tu, dopo tanti colpi ricevuti dalla vita, preferisce chiudere prima possibile quella porta per non aggiungere dolore al dolore, anche se ha dei dubbi. Qualcuno farà davvero un passo falso nell'intento di fare del male ad Albert? E se sì, chi per primo? Lo so, hai tante domande e occorre davvero pazienza per capire dove porterà tutto questo. La zia Elroy si adegua perché comunque il matrimonio incontra il suo favore, non ha motivi validi per impedirlo. Grazie, alla prossima!

Dany Cornwell: La zia sospetta, sì, ma è più forte il desiderio di vedere finalmente il patriarca sistemato dei dubbi. La felicità di Albert per lei, ahimè, conta fino a un certo punto ed è l'etichetta ad avere la meglio. Se Candy avesse letto la lettera forse, per assurdo, avrebbe sofferto anche di più, perché sarebbe stata consapevole di quanto anche Albert soffrisse. Essere arrabbiata con lui, forse, l'aiuterà meglio a dimenticare...? Grazie di cuore, al prossimo capitolo!

Ericka Larios: Candy sa che non può intervenire in nessun modo e gettare nel fuoco la lettera assieme alle sue illusioni forse l'aiuterà a dimenticarlo meglio. Ovviamente è quello che spera. Sì, deve medicare le proprie ferite e Albert domare il serpente velenoso, che purtroppo ha approfittato delle sue buone intenzioni per incastrarlo.

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Incontri del presente e del passato

Terence odiava doversi vestire di tutto punto per andare agli eventi mondani. E odiava gli eventi mondani perché non gli interessavano affatto.

Come attore di punta di una delle compagnie più note di Broodway non poteva esimersi, ma preferiva mille volte sciogliersi sotto al calore dei riflettori con due dita di cerone in faccia e una calzamaglia di lana in piena estate, che intrappolarsi dentro a un frac di ottima fattura e camminare come un pinguino.

E che tortura sentire il chiacchiericcio di Robert e dei colleghi che si prodigavano in lunghe conversazioni con le personalità più in vista o si lasciavano sedurre dai complimenti di signorotti e signorine che a teatro non avrebbero saputo distinguere un'opera di Shakespeare da una di Molière!

"Sembri una statua di cera", gli disse Karen passando con un bicchiere di champagne in mano, senza spegnere il sorriso che si era incollata sul volto.

Lui non aveva neanche fatto finta di sorridere: "Più del solito?", chiese ironico, facendo scorrere lo sguardo sugli ospiti che sembravano tutti uguali a quelli che aveva visto decine di altre volte. E, in effetti, c'erano volti conosciuti.

"Lo sai che Robert ci tiene", ribatté lei accettando una tartina da un cameriere di passaggio.

"Infatti sono qui". Terence scolò il suo bicchiere e lo posò sullo stesso vassoio. Si guadagnò un'occhiata perplessa dall'uomo, che però non fece commenti e gli rivolse persino un cenno col capo.

Karen sbuffò: "Si vede che vorresti essere altrove. Nella vita reale sei un pessimo attore, Terence Graham, lasciatelo dire".

Lui la guardò con un sorriso malizioso: "Di' la verità, anche tu vorresti essere altrove, in questo momento, o sbaglio?".

La ragazza arrossì, stizzita, e gonfiò le guance come una ragazzina. Quel cipiglio rabbioso lo portò di colpo indietro di qualche anno, quando un'altra ragazza, bionda e con le lentiggini, lo aveva guardato allo stesso modo dopo averlo sorpreso a fumare sulla collina di un collegio di Londra.

"Sei impossibile, lo sai?", tagliò corto allontanandosi a grandi passi.

Terence scosse la testa, ridendo di gusto. Quando rialzò il capo colse una figura, con la coda dell'occhio, che lo costrinse a voltarsi per accertarsi che non avesse le allucinazioni.

Si fece strada tra alcuni invitati, i quali gli rivolsero domande che non udì. E gli arrivò di fianco, cogliendone il profilo: non c'era dubbio, era proprio lui.

"Albert...", mormorò pensando che fosse identico eppure completamente diverso dal giovane uomo che una notte l'aveva salvato da una rissa.

Indossava anche lui un frac su misura e i capelli, più biondi di come li ricordava, erano tagliati appena al di sotto del collo. Il volto sembrava ancora quello di un ragazzo, ma c'era qualcosa che non riusciva a definire che gli irrigidiva i lineamenti.

Serietà, rigore. Tristezza? Impossibile, da quando aveva scoperto dai giornali chi fosse davvero non aveva fatto altro che leggere dei suoi successi finanziari alle redini della famiglia Ardlay. E c'era sempre un sorriso sincero nelle foto che lo ritraevano.

In un paio di occasioni aveva persino potuto rivedere Candy.

Lei, accanto a quel fantomatico zio William che era anche suo amico da sempre. Lei, a cui aveva scritto ma che non gli aveva mai risposto.

Terence non si era azzardato ad andarla a trovare, perché ormai gli era chiaro che Candy aveva voltato pagina. E molte volte aveva immaginato anche grazie a chi.

Quando pochi giorni prima aveva letto del fidanzamento ufficiale di William Albert Ardlay con Lilian Rousseau era caduto dalle nuvole. Aveva di certo preso un abbaglio bello grosso, pensando che tra Albert e Candy ci fosse qualcosa di più che una solida amicizia e forse per lui c'era ancora una speranza.

"Buonasera, Albert", lo salutò quando ebbe finito di parlare con un uomo dai grandi baffi grigi e dall'aria severa.

Lui si voltò e parve davvero colpito nel riconoscerlo. Era impallidito o era solo la sua immaginazione?

"Terence, che sorpresa!", disse avvicinandosi a lui e scusandosi con un altro uomo alla sua sinistra.

"Beh, questo dovrei dirlo io, come stai?".

Si scambiarono i convenevoli stringendosi la mano e dandosi una pacca amichevole con il braccio libero. Frasi fatte, da amici di vecchia data. Domande di circostanza con risposte di altrettanta circostanza.

Se lui era un pessimo attore nella vita, di Albert poté notare la menzogna solo perché era allenato alla recitazione. Gli parve subito che dissimulasse il desiderio di fuggire da lì. E che non stesse affatto bene come diceva.

Volendo sondare subito ciò che gli premeva di più, Terence affondò senza indugio: "Ho letto del tuo prossimo fidanzamento, congratulazioni!", disse.

E non gli sfuggì la mascella che si irrigidiva. Né lo sguardo freddo che cercava di essere conciliante mentre lo ringraziava cercando di sorridere. Non poteva dire di averlo conosciuto bene, se non attraverso i racconti di Candy, ma tra le risate che facevano insieme nella capanna del Blue River e quel sorriso finto ne passava di acqua sotto i ponti.

Certo, le circostanze erano diverse e Terence si disse che forse vedeva solo fantasmi dove non ce n'erano. Si schiarì la voce e camminò con lui verso un angolo della grande sala, fino a un salottino dove sedettero su un grande divano bordeaux in tono con il mobilio: "Come sta Candy?", domandò tentando di mantenere un tono leggero, desiderando un altro bicchiere di champagne e cercando di cogliere sia l'espressione di Albert che qualche cameriere con un vassoio.

"È alla Casa di Pony", rispose subito, atono. Comunicandogli dove fosse e non come stesse. Terence lo osservò con attenzione prima che cambiasse argomento: "Sei qui con la tua compagnia teatrale?", domandò accavallando le gambe.

L'argomento che gli stava più a cuore lo aveva liquidato con una fretta allarmante.

"Sì, ogni tanto ci mostriamo alla gente comune scendendo dal nostro Olimpo scenico per vedere che aria tira", rispose con tutti i sensi all'erta, cercando di mascherare con l'ironia quanto fosse sconvolto.

Albert ridacchiò, scuotendo la testa. "Bene, io non vado a teatro da una vita, ma visto che ora siamo tra comuni mortali posso confessarti che non ho avuto tempo. Mi redimerò quanto prima: a quando il tuo prossimo spettacolo?".

Terence si raddrizzò sul divano, un po' a disagio: "La prossima tappa con Otello sarà a Chicago, sei fortunato".

Albert distolse lo sguardo: "Bene, vedrò di liberarmi. A proposito: mi spiace non averti mandato nemmeno un telegramma, ma voglio dirti che sono molto addolorato per quello che è successo a Susanna. So che è stata molto forte, nonostante tutto".

Terence annuì: "Sì, è andata avanti per gli ultimi anni della sua vita lavorando dietro le quinte e io... ho davvero tentato di fare di tutto per sostenerla". Ci aveva provato sul serio, anche se il suo cuore non provava per quella ragazza sfortunata e coraggiosa nulla più che un'affettuosa ammirazione e un profondo rispetto. L'infezione che l'aveva portata via lo aveva colto davvero di sorpresa: pensava che avesse ancora molto tempo da vivere, ma a quanto pareva la delicata operazione che aveva subìto alla gamba l'aveva indebolita.

Per molto tempo si era sentito come se l'avesse uccisa lui, solo per il fatto di essere stato salvato da quel maledetto riflettore. Ci erano voluti mesi e lacrime amare, oltre al conforto di un'amica speciale come Karen, per riprendersi da quel lutto.

Scrivere a Candy, però, non aveva dato i suoi frutti e ora era di nuovo solo. O, perlomeno, non aveva una relazione stabile, se faceva eccezione per gli incontri occasionali proprio con Karen.

Albert lasciò passare qualche istante in cui gli dedicò occhiate piene di significato e affetto, quindi tirò fuori dalla tasca del panciotto nero un orologio e lo guardò brevemente: "Ora però devo andare, gli investitori vogliono che esponga loro tutti i bilanci degli ultimi tre mesi e devo consultarmi con Georges. È stato un piacere...".

"Albert". Il suo tono lo bloccò nell'atto di rialzarsi. "Sei sicuro che vada tutto bene? Possiamo rivederci con più calma?".

Lui si mise in piedi e Terence lo imitò, incontrando i suoi occhi freddi: "Mi dispiace, Terence. Mi piacerebbe molto chiacchierare più a lungo con te come ai vecchi tempi, ma sto sistemando gli affari prima del mio fidanzamento ufficiale e devo sfruttare al massimo questi giorni che ho a disposizione. Ti auguro... di essere felice".

Gli allungò una mano e Terence si chiese se fosse solo un gesto di cortesia o quasi il tentativo di suggellare un patto.

Candy era alla Casa di Pony e non sapeva come stesse. Ma Albert gli augurava di essere felice. A lui, l'amico più giovane che aveva scelto di fare l'attore.

Non era la stessa promessa che lui si era fatto fare da Candy e che aveva cercato, pur con qualche ricaduta, di onorare a sua volta? E chi, tra loro tre, era davvero felice, adesso?

Terence non lo sapeva, ma mentre si accomiatava da uno dei migliori amici che avesse mai avuto, si disse che poteva fare qualcosa per scoprirlo. Si ricordò che il sette maggio sarebbe stato il compleanno di Candy, oltre al giorno di fidanzamento di Albert.

Colto da un impulso improvviso, inseguì l'amico facendosi largo tra la folla e lo afferrò per un braccio, facendolo voltare: "Solo un'ultima cosa, ti prego", chiese con un leggero fiatone. "Lei... sarà alla tua festa di fidanzamento, vero? Pensi che...".

"No, non verrà", rispose Albert chiudendo gli occhi e aggrottando le sopracciglia. "Penso che preferisca passare con i propri cari il giorno del suo compleanno. Scusami".

E rimase impalato, Terence, mentre Albert sembrava quasi fuggire, anziché allontanarsi a passi veloci, facendo scostare le persone che incontrava sul suo cammino quasi avvertissero provenire da lui un'aura minacciosa.

Nella mente, mille interrogativi si susseguivano: tu non fai più parte delle sue persone più care, Albert? E perché non organizzare un ricevimento che festeggiasse entrambi gli avvenimenti? Qualcuno della tua famiglia continua a non vedere Candy di buon occhio? Vi state allontanando per un motivo?

Forse non si erano mai avvicinati come aveva temuto e il suo abbaglio nel giudicare quello strano rapporto solo da qualche foto e notizia sui giornali non era stato enorme, ma epocale.

L'amicizia tra Candy e Albert aveva risentito della differenza di classe, a prescindere dalla loro stessa volontà. E tra loro non c'era mai stato nulla di più.

Forse non era tutto, magari era accaduto qualcos'altro, ma ormai Terence aveva deciso.

Candy era libera e lui anche. Il giorno del suo compleanno le avrebbe fatto una sorpresa, lasciando che il destino facesse il suo corso qualunque fosse stato.

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Lilian aveva calcolato bene i tempi, ma doveva partire subito.

Si avvolse lo scialle intorno alle spalle, avendo cura di nascondere bene il biglietto e chiese all'autista di portarla da Tailor's Gloves. L'uomo non diede cenno di essere colpito dall'ennesima richiesta di andare in quel luogo, ma sapeva che prima o poi sua madre avrebbe scoperto i suoi spostamenti parlando con la servitù.

La prossima volta, se ci fosse stata, doveva organizzarsi in un altro modo.

E doveva pianificare i suoi successivi incontri con Ethan: sarebbe stata attenta, ma non avrebbe mai rinunciato a vederlo. Ripercorse a memoria quello che gli aveva scritto mentre l'auto si immetteva sulla strada principale:

Mi fidanzerò con William il prossimo sette maggio, prima di procedere con il piano. Sono quasi certa che mi stia facendo seguire, per cui non possiamo più vederci come prima. Non dove ci incontriamo sempre. Sto valutando la situazione degli enti di beneficienza per cercare un luogo più consono e lontano da occhi indiscreti. Ti amo. Lilian.

La macchina accostò accanto al marciapiede e James le aprì la portiera allungandole una mano per farla scendere. Lo ringraziò con un cenno del capo e aprì la porta del negozio, lanciando un'occhiata al vicolo.

C'era il solito ragazzino cencioso seduto su uno straccio, con un cagnolino che dormiva al suo fianco.

La signora del negozio la riconobbe e la salutò con entusiasmo tornando a servire una cliente cui stava mostrando dei guanti che dovevano essere all'ultima moda. Lilian rifletté che doveva comprare qualcosa, stavolta, o il fantomatico uomo che la seguiva si sarebbe insospettito davvero.

Se solo fosse riuscita a individuarlo e beffarlo! Ma come? Da quello che gli aveva riferito Ethan, quando si pedinava qualcuno si tendeva a cambiare travestimento più volte, specie se si trattava di professionisti.

"E tu ti sei mai travestito?", gli aveva chiesto infilandogli le dita tra i capelli corvini e incatenando gli occhi nei suoi.

Lui aveva riso, stringendola forte: "No, sono i miei amici a farlo. Io non svolgo il lavoro sporco, non mi espongo. Vivo nei sotterranei come un serpente, accumulando il mio veleno".

Quelle parole, così spietate e lugubri, avevano avuto il potere di eccitarla e lo aveva baciato con nudo bisogno, rompendo ogni indugio. Adorava il suo lato oscuro.

Quel lato oscuro che l'aveva affascinata la sera nella quale era fuggita di casa dopo aver visto sua madre baciare il proprio cugino. Nel suo vagabondare, una Lilian non più bambina ma ancora neanche adolescente aveva visto qualcosa che le sarebbe sempre rimasto scolpito nella mente: Ethan, allora quattordicenne, che si accasciava a terra senza forze.

"Signorina Rousseau, posso mostrarle i nostri nuovi arrivi?". La voce della commessa la trascinò fuori dal ricordo così come ricordava di aver trascinato il ragazzo dal quale si era sentita irresistibilmente attratta quella sera. Era pesante per lei, ma era riuscita a portarlo sotto a un lampione di quello stesso vicolo.

"Sì, per favore. Vorrei qualcosa di bello da indossare per il mio prossimo fidanzamento". La sua stessa voce le risuonò lontana, nella nebbia dei ricordi che si accavallavano con la realtà attuale.

"Vattene, ragazzina. Potrei farti del male", aveva sussurrato quando aveva ripreso i sensi, alzando un poco il volto cereo su di lei, la schiena appoggiata al muro. Lilian era rimasta in piedi a fissarlo mentre il ragazzo era seduto con i gomiti sulle ginocchia. I suoi vestiti erano sporchi di sangue.

"Se avessi voluto me ne avresti già fatto. E poi non ti reggi in piedi". Tremava, ma non riusciva a fare a meno di allontanarsi. Mai in vita sua aveva sentito il bisogno di aiutare qualcuno. E stava avvenendo proprio in quel momento. Stava sostituendo Ethan al ricordo di suo padre, anche se si trattava di qualcosa di ancora inconscio.

"Di che colore è il vestito che indosserà?", chiese la donna posando sul bancone alcune scatole.

Per qualche interminabile istante, Lilian dimenticò il colore del suo vestito di fidanzamento: ricordava solo quello blu scuro che indossava mentre se ne stava, titubante, davanti a un ragazzo sconosciuto che forse era appena stato vittima di un'aggressione.

"Rosa antico", rispose dopo lunghi attimi.

"Ma bene!", cinguettò la donna battendo le mani come se avesse vinto alla lotteria. "Ho proprio dei nuovi arrivi che saranno perfetti per il suo abito!".

"Non è un posto per ragazzine".

"Sono scappata da casa. Mia madre ha baciato suo cugino. È disgustoso".

La risata del ragazzo che le aveva detto di chiamarsi Ethan sembrava il verso di un animale ferito. E, in effetti, la differenza non era poi molta.

"Questi sono all'ultima moda e il merletto è italiano...".

"Tu pensi che un bacio tra parenti sia disgustoso?! Hai idea di cosa abbiano fatto a me?!". Si era rialzato barcollando, ricordandole i racconti di mostri e maghi malvagi che le avevano fatto da piccola.

"Questi guanti invece sono un po' più lunghi, ma le rifiniture sono molto delicate e le starebbero benissimo!".

Lilian aveva indietreggiato, mentre scopriva con orrore ciò che doveva subire un ragazzo povero per potersi guadagnare un tozzo di pane. Era fuggita da lui, ma non era riuscita a dimenticarlo.

I suoi occhi, scuri come la notte. Il suo dolore, fisico e mentale. E la propria anima, che non desiderava più essere luminosa e devota a un padre morto. Non dopo quello che aveva scoperto sulla madre che tanto aveva idealizzato. Un mondo proibito, di cui aveva varcato la soglia qualche anno dopo.

"Signorina, si sente bene?", il tono allarmato le indicò che quei ricordi le stavano facendo perdere il filo e i sensi. E che, più prosaicamente, aveva saltato il pranzo per poter andare da Ethan.

Sedette su una sedia con l'aiuto della donna, mentre i momenti in cui il destino aveva rimesso sulla sua strada il ragazzo durante gli anni le scorrevano davanti agli occhi come lampi di luce. Ethan che chiedeva l'elemosina davanti alla chiesa tutte le domeniche; Ethan che indossava un impermeabile logoro sul quale i capelli scuri e un po' arruffati spiccavano ribelli come li ricordava; Ethan che cominciava a ricambiare i suoi sguardi man mano che diventava più grande.

Con il tempo, Lilian aveva capito che da quella sera l'aveva seguita.

"Perche tu sei mia, visto che sai tutto di me. Quella sera mi hai aiutato e non l'ha mai fatto neanche mia madre", le aveva soffiato sul viso prima di prendere la sua verginità nello scantinato di un orfanotrofio dove si era recata con Margaret per dare il loro supporto mensile.

E aveva solo quindici anni, Lilian.

"Beva un po' d'acqua, cara". Lei eseguì, ringraziando la commessa e scegliendo entrambe le paia di guanti. Uscì un po' rinfrancata, ripetendosi che doveva stare più attenta a mangiare in maniera regolare: forse era una delle poche cose su cui si trovava d'accordo con sua madre.

Cercando di recuperare il controllo e di non perdersi di nuovo sul viale dei ricordi, Lilian si accostò al ragazzino cencioso che aveva scatenato tutte quelle immagini vivide come se le stesse rivivendo. Chissà se avrebbe rivisto anche lui, negli anni a venire.

"Vuoi guadagnare due dollari?", gli chiese allungandogli il bigliettino e incontrando i suoi occhi sgranati per la sorpresa. Il ragazzino, che non poteva avere più di otto o nove anni, fece un sorriso enorme e Lilian capì di aver appena trovato un piccolo ma insostituibile alleato.

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L'ironia della sorte stava diventando diabolica. E di certo non lo faceva ridere.

Albert aveva bevuto troppo, quella sera, tanto che Georges si era premurato di riaccompagnarlo in camera sua nell'albergo dove alloggiavano.

"Di solito queste cose le faceva Terence", disse con una smorfia mentre si appoggiava con la schiena sulla testiera del letto e allungava le gambe dopo essersi tolto le scarpe.

Peccato che non fosse completamente sbronzo. In realtà era stata quella la sua intenzione: parlare con gli investitori e poi bere abbastanza champagne da obnubilare tutti i particolari della breve ma dolorosa conversazione con Terence.

Però non aveva fatto i conti con la sua stessa indole: pur volendo, non era capace di ubriacarsi perché l'idea stessa lo disgustava e comunque al quarto drink aveva cominciato ad avvertire la nausea e quello sgradevole mal di testa che tanto gli ricordava la dannata sera in cui la sua vita era andata in malora.

L'adrenalina si era riversata nel suo corpo sostituendosi all'alcool e lui era solo un po' stordito e barcollante. Gli veniva da piangere e da ridere nello stesso tempo, ma la sua maschera esterna era stata sufficiente a passare inosservato.

Georges lo conosceva da una vita, però, così si era accorto subito che qualcosa non andava.

Erano saliti in macchina e non avevano parlato finché non erano giunti alla portineria. Tutto sommato, anche se la vista si sdoppiava un po', se la poteva cavare fino all'ascensore. Ma la presenza di Georges dietro di lui gli fece capire che l'uomo era davvero allarmato e si aspettava una spiegazione.

E lui sentiva il dovere civile e morale di dargliela.

In ascensore erano soli e, mentre salivano al sesto piano, Albert aveva cominciato a ridacchiare. Non sapeva se fosse lo champagne o l'assurdità stessa della situazione, ma era stato davvero l'unico istante in cui gli era venuto davvero da ridere.

"Sai cosa ho pensato mentre venivamo qui in treno?", aveva chiesto tra i sussulti, domandandosi se lo credesse solo ubriaco o anche pazzo.

Georges aveva scosso la testa, con il suo solito contegno educato.

"Che sarebbe stato divertente se avessi incontrato Terence e mi avesse chiesto di Candy". Aveva poggiato una mano alla parete, mentre le porte si aprivano e lui rideva più forte.

Georges lo aveva seguito fin dentro la stanza e lì era diventato di nuovo serio.

"Sto bene, davvero. Penso che farò un bagno caldo e me ne andrò dritto a dormire. Non cadrò in pezzi per aver detto a Terence dove trovare Candy, né per avergli intimato di essere felice. Ho fatto solo quello che ha caratterizzato la mia vita: tutto il possibile per darle serenità e libertà. Ora è libera di tornare con lui, se vuole". Ci credeva veramente, anche se il cuore si sbriciolava ancora e ancora e il desiderio di ridere mutava di colpo in quello di piangere. Albert, però, stava acquisendo una nuova forza che era ben lontana dalla rassegnazione: sapeva che stavano spiando i passi falsi di Lilian e della sua famiglia e voleva credere che la sua salvezza sarebbe arrivata prima del matrimonio.

Mancava una settimana al sette di maggio, ma prima che si sposassero sarebbe passato perlomeno un anno.

Ne aveva, di tempo, per trovare la falla in quella sorta di trappola diabolica.

Quando riuscì a congedare un preoccupato Georges, si concesse di annegare l'effetto della sua conversazione con Terence nell'acqua bollente, assieme a quelli dell'alcool.

Ormai tristemente sobrio e con un'altra nottata davanti, spense la luce e mormorò nel buio: "Buonanotte, Candy...".

Chissà se aveva letto la sua lettera.