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Dany Cornwell: Perdonami se non ti ho risposto nel capitolo precedente ma il sito ha deciso di 'nascondere' i commenti mostrandomene solo alcuni e anche in ritardo. Ethan non è un personaggio positivo, ma non sta tentando di manipolare Lilian: lui vuole veramente stare con lei, oltre ovviamente a volere i soldi di Albert. E quei due, insieme, non posso che parlarne male.. Aahhaahah adoro le minacce che fai a Lilian, LOL! Chissà se Annie riuscirà davvero a fermare Candy! Grazie e alla prossima!

Cla1969: Annie si sta sforzando di fare qualcosa per Candy, ma non è detto che sia la cosa migliore per lei. E, a sorpresa, si reca nello stesso orfanotrofio di Lilian! Vuoi vedere che magari riesce a dare qualche elemento in più ad Albert? Sì, Ethan è pericoloso, su questo siamo tutti d'accordo e può rappresentare una reale minaccia per Albert. Su Candy la questione è più complessa: l'uomo che ama l'ha delusa profondamente, ha fatto la proposta a un'altra donna e non può tornare indietro. Non potrebbe lottare per lui neanche se volesse perché si metterebbe contro l'intera famiglia e rivederlo esacerberebbe solo la sofferenza reciproca. Tu pensi che in Francia possa incontrare Stair vivo? Beh, è una possibilità che altre autrici hanno scritto, chissà... grazie di cuore, alla prossima!

Ericka Larios: Quella lettera nella quale Albert le confessava tutto, in effetti, Candy l'ha bruciata. Eppure non avrebbe potuto fare molto, se non soffrire ancora di più con lui. Lilian purtroppo ha solo la compagnia di uno come Ethan, nel suo cuore ci sono ombre oscure che noi non comprendiamo, al momento. Di certo Albert ha difficoltà a liberarsene perché è come l'erba cattiva.

MariaGpe22: Albert sta cercando di indagare senza scoprirsi troppo ma non è facile, volendo rimanere discreto. E Candy è già a New York...

Lili: A volte per ritrovare se stessi occorre allontanarsi dagli altri e non era diventando suora che Candy avrebbe superato il proprio dolore. Chissà, in effetti, se conoscerà qualcun altro in Francia! La spilla è rimasta alla Casa di Pony, dove l'ha lasciata, non ho pensato veramente a darle una collocazione: per me era importante, per il momento, mostrare che l'ha tolta.

Charlotte: Quindi capisci che Candy vuole lasciarsi il dolore alle spalle... ma Annie pare non rassegnarsi e Archie non riesce a fare nulla per fermarla, a quanto pare. In effetti Annie potrebbe essere una buona infiltrata per scoprire i passi falsi di Lilian, ma sarà sufficiente? Lei e Ethan sono così furbi! Grazie mille, al prossimo capitolo!

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Carte in tavola

Lilian sorrise mentre indossava il vestito con l'aiuto della cameriera.

Era il grande giorno e se lo sarebbe goduto fino all'ultimo. Sei settimane e un medico consenziente che avrebbe confermato la diagnosi. Ethan sempre più vicino al suo avvenire.

Avrebbe atteso la nascita del bambino e allora avrebbe deciso. Se William avesse avuto dubbi sulla paternità, non avrebbe esitato ad accelerare i tempi della sua eliminazione, giocandosi davvero il tutto e per tutto.

"Se somiglia a me capirà subito che non ha il suo sangue. Allora dovremo essere veloci", le aveva detto l'uomo della propria vita con l'espressione più seria che gli avesse mai visto.

Ed era d'accordo. Ma di certo, prima di fare qualunque cosa aveva bisogno di quei mesi per vivere accanto a William, studiare le sue abitudini e cercare il modo più adatto e meno rischioso possibile.

"Come vuole che le acconci i capelli, signorina?".

"Lasciali sciolti, a lui piace accarezzarli". Sussultò, quando si rese conto che stava parlando di Ethan e non di William. La donna le sorrise e si predispose a pettinarli, mentre lei valutava se intrecciare un fiocco per tenerli indietro.

Aveva diversi assi nella manica, per il momento. Se William avesse protestato o persino insinuato cose sgradevoli su quel bambino, Lilian pensava di tenerlo buono facendo due nomi.

Quello della prozia Elroy e quello di Candice White.

La matriarca era tanto all'antica che avrebbe gridato allo scandalo non appena avesse scoperto che lei era rimasta incinta prima del matrimonio. Cosa che forse sarebbe successa comunque: dubitava che William fosse in grado di farle credere che si sposava così precipitosamente solo perché l'amava alla follia. Ma non era un suo problema.

Le era, invece, bastata quella breve conversazione nel camerino di Terence Graham per comprendere quanto William tenesse a Candy: l'infermiera di cui era stato tutore gli aveva salvato la vita e nel suo breve ma appassionato discorso aveva intuito qualcosa che andava al di là della semplice devozione.

Una fiammella che sembrava accendersi anche in lei quando pensava a Ethan.

Forse, dopotutto, si era sbagliata e quella ragazza poteva davvero rappresentare sia un'arma che un ostacolo. Al momento la vincitrice era lei e poteva usare il nome di Candy a suo favore, se fosse stato necessario.

Dove era finita, poi? Era forse fuggita davanti alla nuova relazione dell'uomo che amava? Se il loro amore era davvero così debole non aveva di che preoccuparsi.

William era suo e, a breve, il loro legame sarebbe stato inscindibile.

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Annie aveva aperto gli occhi con la sensazione di bruciare.

Un fuoco la incendiava dalla fronte irradiandosi per tutto il corpo fino alla punta dei piedi. E le mani erano gelide.

Perché tremava se si sentiva in fiamme?

Mi sono ammalata mentre venivo qui, non dovevo ignorare i segni... però dovevo farlo, voglio almeno salutarla e vedere se sta bene...

D'altronde, aveva faticato tanto per scoprire con quale nave sarebbe partita la signorina Candice White, usando persino il peso del suo cognome, che avrebbe portato a compimento la sua missione. Ce la poteva e ce la doveva fare!

Si mise a sedere sullo scomodo letto d'albergo portandosi una mano alla testa, credendo che sarebbe esplosa, e prese respiri profondi. Sperando che l'acqua fresca l'avrebbe aiutata, si recò in bagno dove si lavò con cura il viso.

Dall'hotel al porto c'erano solo poche miglia e sarebbe andata in compagnia di Ellen, quindi avrebbe cercato un medico se la febbre non fosse scesa. Di sicuro quel viaggio aveva solo esacerbato una condizione fisica già precaria: Annie pensò che tra le preoccupazioni e le visite all'orfanotrofio si fosse strapazzata troppo.

Mentre si vestiva con gesti lenti, si chiese cosa avrebbe pensato Archie di lei: ormai doveva aver compreso cosa stesse combinando e le dispiaceva davvero avergli mentito ed essere praticamente fuggita da lui. Ma era certa che non l'avrebbe mai lasciata andare, altrimenti.

"Signorina, si sente bene?! È così pallida!". Ellen la raggiunse nell'atrio dell'albergo, dove erano in attesa della carrozza che avevano fatto chiamare, e di certo non le era sfuggito il suo aspetto malato.

"Non preoccuparti, non è nulla. Credo di avere solo una leggera influenza. Posso andare da sola al porto, così non rischio di contagiarti", propose sedendo su una poltrona. La testa ora le girava.

"Non lo dica neanche per scherzo! Sua madre mi ucciderebbe se la lasciassi sola in queste condizioni. Verrò con lei, non ne dubiti".

Il rumore delle ruote e dei cavalli, mentre il mezzo si fermava, le offuscò il cervello in un dolore pulsante e Annie strinse i denti. Possibile che uno dei bambini con cui era stata a contatto fosse malato? Non aveva importanza, però: doveva raggiungere Candy prima che partisse.

Scendere dal predellino della carrozza si rivelò uno sforzo immane e quasi cadde fra le braccia di Ellen: "Dio mio, ma lei brucia di febbre!".

"Ti prego, Ellen, aiutami a raggiungere il molo, Candy dev'essere qui da qualche parte, voglio parlare con lei!". Aveva il fiato corto e temette che sarebbe svenuta prima di poter rivedere quella che era come una sorella per lei.

Appoggiandosi alla sua dama di compagnia e stringendosi il bavero del cappotto, quasi battendo i denti per i brividi che le scuotevano il corpo, Annie ebbe un momento di lucidità e vide i capelli dorati che ricadevano sulle spalle, la schiena un po' curva, la solita valigia bianca e rossa stretta in una mano mentre la grande nave si avvicinava.

Aprì la bocca per chiamarla, ma ne uscì una voce troppo flebile e Candy stava dirigendosi a grandi passi verso l'imbarco.

Ellen la guardò per un istante, il volto contratto per la preoccupazione e la chiamò al posto suo: "Signorina Candice!".

E si voltò, Candy, lo sguardo smarrito e la postura di chi stia decidendo se avvicinarsi o fuggire.

In quel momento, la vista di Annie si offuscò e lei cadde in avanti, sorretta a malapena dalla donna. In mezzo alla gente e alle voci, udì i passi veloci di Candy e sorrise. Alla fine ce l'aveva fatta a fermarla, anche se non sapeva per quanto.

"Annie, per l'amor del cielo, cosa ti è successo? Perché sei qui?!".

Con un braccio intorno alle spalle di Ellen e l'altro su quelle di Candy che la stava aiutando a tenersi in piedi, mormorò senza forze: "Volevo... vedere se eri serena... speravo di convincerti... a non partire. Credo... di essermi ammalata ieri... io...".

Non seppe più nulla, perché l'oblio la reclamò, risucchiandola nelle sue trame oscure.

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Risvegliarsi per Albert era sempre una specie di incubo. Usciva fuori dai sogni nei quali coronava il suo futuro con Candy e si ritrovava precipitato nella realtà in cui era costretto a sposare una donna che non amava.

Ogni giorno che passava lo avvicinava sempre più a quel baratro.

Forse stavano bussando alla porta per avvisarlo, invece, che le indagini avevano avuto un esito positivo, che avevano trovato qualcosa che inchiodasse Lilian.

Quella consapevolezza lo fece letteralmente volare fuori dal letto a piedi nudi. Non indossò neanche la giacca da camera, ma andò ad aprire alla porta trovandosi davanti un pallido Georges.

Aveva una pessima cera e forse fu per essersi alzato così velocemente senza avere il tempo di svegliarsi davvero, forse fu per la certezza che c'era qualcosa di storto, ma si sentì quasi mancare.

Si appoggiò allo stipite, con il cuore in gola e il respiro corto: "Che altro è successo?", chiese con voce malferma.

"La signorina...", l'uomo dovette schiarirsi la voce, "... la signorina Rousseau chiede di vederla subito in giardino. Dice che è urgente".

In giardino. Il luogo dove tante volte ho riso e scherzato con Candy. Dubito che lo sappia, ma è come se la sua presenza profanasse ogni angolo dei cuori e dei luoghi.

Albert chiuse gli occhi, cercando di controllarsi, e disse: "Mi vesto e scendo". Non perse tempo e indossò gli abiti del giorno prima, colto da un'urgenza che era dettata dal mero desiderio di scoprire cosa diamine si fosse inventata quella donna.

Lo avrebbe minacciato di raccontare tutto se non avesse stabilito fin da ora la data delle nozze? Oppure, ancora peggio, pensava di sfruttare il chiaro apprezzamento della zia Elroy nei suoi confronti per anticipare ciò che voleva? Ah, ma si sarebbe infuriato e l'avrebbe rimessa al suo posto! Non le avrebbe certo concesso di...

Quando la vide, china su un cespuglio di Dolce Candy che aveva trapiantato apposta lì a Chicago, in un atteggiamento assorto, provò due sentimenti distinti: senso di ingiustizia, perché non sopportava che posasse nemmeno i suoi occhi su quelle rose. E stupore, perché sembrava quasi prostrata. Possibile che fosse venuta a redimersi?

Meglio non farci troppo la bocca...

L'auto ammonimento fu provvidenziale, perché nel momento in cui lei alzò il viso per guardarlo, vide il ghiaccio nei suoi occhi e ne fu gelato: "Dobbiamo parlare delle nozze, William", disse con un tono che non ammetteva repliche.

Ci siamo...

"Buongiorno anche a te, Lilian", esordì senza scomporsi. "Di cosa vuoi discutere? Mi pare che stiate decidendo tutto tu e tua madre, e solo in parte mia zia".

"Dobbiamo sposarci al più presto...", s'inserì nel discorso lei, senza mezzi termini.

"Ci sposeremo fra non meno di un anno e mezzo. Il fidanzamento è stato solo pochi giorni fa e non...".

"...perché sono incinta".

"...intendo antici... Che hai detto?". Albert avvertì con chiarezza il sangue defluire dal suo viso e si sentì sull'orlo di uno svenimento, neanche fosse una ragazzina impressionabile.

Ma non aveva sentito male.

"Ho detto che sono in stato interessante, William. Occorre affrettare le cose prima che la mia gravidanza diventi evidente e lo scandalo ci travolga". Sembrava stesse parlando di affari e non di un bambino.

Nella sua mente, mentre cercava con tutte le proprie forze di non venire meno restando con la schiena dritta, Albert udì tutta una serie di campanelli di allarme che suonavano. La cacofonia era pressoché inascoltabile.

Questo figlio l'ho concepito senza neanche rendermene conto. Quel bambino potrebbe non essere mio, ma non lo saprò fin quando non sarà nato e potrò calcolare con certezza quanti mesi siano passati. Non avrò mai un figlio da Candy, ma da una donna che conosco a malapena e di cui ho ribrezzo.

Albert chiuse gli occhi, vedendo sfumare l'ultima, flebile speranza: il tempo era suo nemico e gli stava scivolando fra le mani. Anche se avesse pagato il triplo degli investigatori, ammesso che ne trovasse tanti così discreti, non ce l'avrebbe mai fatta.

Decise di giocarsi l'ultima carta e di cercare di guadagnare qualche settimana: d'altronde, se davvero aveva appena scoperto il suo stato, non doveva essere incinta da più di un mese e mezzo.

"Ne sei sicura?", domandò come prima cosa, ben sapendo che non era affatto ciò che avrebbe gradito lei.

Infatti s'infuriò: "Pensi che potrei scherzare su una cosa simile?!".

Albert alzò un sopracciglio, senza lasciarsi impressionare: "Visto il modo in cui ti sei avvicinata a me la prima volta non mi stupirei più di nulla".

Se aveva imparato qualcosa di Lilian in quelle settimane era che le sue reazioni erano più o meno sempre le medesime e, come era accaduto giusto un mese prima, lei marciò di nuovo nella sua direzione con l'intento di schiaffeggiarlo. Però lui fu più lesto a bloccarle gentilmente il braccio: "Sei diventata prevedibile, mia cara. Inoltre non dovresti agitarti nel tuo stato".

Non voleva essere più duro del dovuto: si trattava pur sempre di una donna incinta, a meno che non mentisse, e l'ultima cosa che voleva era nuocere a una creatura innocente che non aveva alcuna colpa in tutta quella storia.

E che poteva davvero essere suo figlio.

Quella consapevolezza lo invase come una marea impetuosa che a malapena poteva contenere: aveva sognato spesso di avere un figlio suo e di essere un padre presente e amorevole. Come avrebbe fatto in quelle condizioni?

"Certo che sono sicura!", sibilò Lilian mentre lui ancora le teneva il polso. "Hai un bel coraggio a chiedermelo ben sapendo quello che mi hai fatto! O mi vuoi raccontare ancora la storia che non ti ricordi nulla?! La favola dello champagne drogato non regge più, sai? Non è che hai perso di nuovo la memoria? Vuoi che ti ricordi io come mi hai presa, mentre mi dicevi tutte quelle parole appassionate...".

"Per favore, taci!". Il tono uscì più duro di quanto avesse preventivato, fu quasi un urlo. Albert le lasciò andare il braccio con malagrazia e le volse le spalle prima di soccombere all'istinto di prenderla lui a schiaffi.

Dio, non ricordava di aver mai odiato tanto un essere umano! Non credeva che avrebbe toccato la parte più oscura di se stesso di fronte a una donna incinta, ma era proprio quello che gli stava accadendo: non riusciva a togliersi dalla testa la convinzione di essere vittima di un'ingiustizia colossale.

"Che c'è, William, ti fa male la verità? Mi sposerai tra un mese o preferisci forse che lo racconti a tua zia o alla tua preziosa Candy con dovizia di particolari?".

"Non devi nominarla!", sbottò prima di poterselo impedire, mordendosi la lingua a sangue.

Un mese. Cielo onnipotente, un mese!

Si strinsero i pugni. Si seccò la gola. Si serrarono le palpebre, mentre William subiva una specie di trasformazione. In Neal. In Eliza. In Sarah Lagan. In tutti coloro che avevano fatto dei sentimenti negativi la normalità delle loro vite.

Ma William era anche Albert, l'uomo che una volta aveva salvato Candy da una cascata. Che aveva pietà degli animali feriti e che era stato felice di poter dare una mano alle comunità africane mentre ricercava la libertà. Era lo stesso uomo che, pur di rendere felice la donna della propria vita, aveva persino tentato di riavvicinarla a colui che pensava occupasse ancora il suo cuore.

Per la prima volta nella vita, si trovò a dover separare in via definitiva il pragmatico William, uomo d'affari che doveva prendere il posto di suo padre al patriarcato, da Albert, la parte più vera di sé.

"Ci sposeremo tra due mesi. Non un giorno di meno". Disse infine, attuando quell'ultimo tentativo che si era imposto.

Lilian prese aria in un sibilo che avvertì con chiarezza e si volse per fronteggiarla. La sua espressione gli indicò che avrebbe ricevuto il suo diniego.

"Non capisco cosa cambi per te attendere quattro settimane in più! Che c'è, speri sempre di trovare delle prove a mio carico e vuoi più tempo?". Albert notò una goccia di sudore imperlarle la fronte.

"E se così fosse? Non ho forse tutto il diritto di ricercare la verità?". Era intenzionato a insistere su quel punto, perché poteva rivelarsi davvero il nodo principale della faccenda, anche se stava ancora tentando di comprendere bene in che modo.

Perché un mese? C'è qualcosa che rischio di scoprire se si attende oltre?

Ci arrivò mentre lei lo diceva, come se le parole le avesse pensate lui ma pronunciate Lilian: "Vuoi forse che arrivi al matrimonio con una gravidanza già evidente? Sai che dovrò farmi fare un vestito da sposa su misura?!".

Un mese di gravidanza che sarebbero diventati due. O forse tre... o quattro.

La mente lavorò a tutta velocità facendo calcoli e tentando di recuperare le nozioni di medicina che aveva appreso in Africa. Le donne delle tribù africane più antiche non indossavano certo gli abiti che usavano quelle americane e gli era capitato in più di un'occasione, per lavoro o per caso, di vederle portare avanti una gravidanza nella condotta medica dove aveva prestato servizio. E la gravidanza non era evidente prima del terzo o del quarto mese, in quelle più magre.

Ricordava persino che una volta aveva sentito il battito di una vita ancora nel ventre materno con lo stetoscopio. Era stata una delle esperienze più emozionanti e incredibili della sua vita. Chiuse gli occhi, alla ricerca di un particolare che riguardasse le settimane di gestazione, ma non era facile con Lilian che blaterava di misure e scandali.

"Di quante settimane sei?", le domandò a bruciapelo, avendo la risposta a un soffio ma volendo interromperla per capire se si sarebbe tradita.

"Che razza di domanda è?!", esclamò lei indignata, facendo un passo indietro.

"Sto solo cercando di razionalizzare i tuoi timori, Lilian. Ho avuto modo di lavorare al fianco di alcuni medici volontari, quando mi trovavo in Africa, e ho una discreta esperienza in merito", spiegò cercando di evidenziare conoscenze più ampie di quelle che aveva in effetti.

Lei scoppiò a ridere: "Di quante settimane vuoi che sia?! Sono più di sei, dalla nostra notte di fuoco, mio caro!".

Albert non si scompose, ma continuò con il suo ragionamento sperando di convincerla: "Bene, ciò significa che se attendiamo un paio di mesi saranno poco più di tre e di certo la tua figura non sarà così cambiata da necessitare un intervento tanto drastico al tuo abito".

Lilian restrinse gli occhi, ora pareva non solo furiosa, ma persino oltraggiata: "Quante donne africane incinte hai visto per affermare una cosa simile, William?! Hai la più vaga idea di come possa cambiare il corpo di una donna e di quanto ciò possa essere soggettivo?".

"Sai che facciamo? Voglio che tu abbia il miglior ginecologo di Chicago!", propose allargando le braccia e tentando di essere convincente. "Mio figlio è l'erede dell'intera fortuna degli Ardlay e voglio accertarmi che sia sano fin dai primi mesi".

"Io non mi lascerò visitare da altri che da mio zio e tu non puoi obbligarmi!", protestò facendo un passo nella sua direzione.

"Oh, ma non mi dire che hai paura dei medici! Oppure temi che io scopra che non c'è nessun bambino?". O che porti in grembo un figlio non mio, pensò, ma evitò di dirlo ad alta voce. Non voleva alzare i toni e rischiare una lite furiosa, doveva procedere con calma e con mosse ragionate. Per il momento non aveva prove concrete contro di lei.

"Non ti permetterò più di offendermi, William!", disse in tono basso e pericoloso. "Forse ancora non hai capito che qui la vittima sono io e non mi sono azzardata a dire nulla solo per consentirti di mantenere la tua facciata da bravo ragazzo. Immagino che se la tua cara zia o la tua adorata Candy venissero a sapere la verità perderebbero la fiducia in te".

Albert sospirò, chiedendosi se davvero si era illuso che quella donna lo avrebbe assecondato. L'amara verità era che aveva impugnato, dalla parte del manico, un coltello letale la mattina stessa in cui si era risvegliato nudo con lei in un letto.

Ammetterlo gli costava lacrime di sangue, ma semmai aveva pensato di non essere più una marionetta nelle mani del proprio clan, avendone prese le redini, ora lo era tra le dita di quella specie di demone dalle sembianze di donna.

Non gli avrebbe concesso due mesi. Non gli avrebbe lasciato scoprire la verità. Non avrebbe avuto pace fino a che non l'avesse sposata e resa sua moglie.

Forse, dopotutto, avrebbe potuto raccontare la verità completa almeno a Candy, prima che se ne andasse. E forse, alla fine dei conti, non gli interessava nemmeno che lo considerassero un uomo impeccabile e senza macchia.

Ma poteva trascinare nel fango tutto il clan? Poteva fare questo alla sua famiglia? Distruggere l'immagine che suo padre e suo nonno prima di lui avevano creato con tanta fatica?

"Va bene, Lilian, ti sposerò tra un mese. Ma sappi una cosa: stare al fianco di qualcuno che non ti amerà mai non ti renderà felice. I soldi e la posizione in società non fanno di te una persona migliore. Se dipendesse da me ti regalerei tutto il mio impero in cambio della libertà di condividere la mia vita con chi desidero veramente". Non si soffermò a scrutare la perplessità che stava nascendo nei suoi occhi, ma girò i tacchi per andarsene.

Aveva bisogno di starle lontano, dopo aver ricevuto l'ennesima dose di veleno e imposizioni. E aveva bisogno anche di pensare, di riflettere.

Chiuse la porta dietro di sé, grato che Georges non ci fosse. Si sentiva in uno stato di prostrazione tale che non voleva incontrare nessuno. Se fosse stato a Lakewood, si sarebbe rintanato per qualche giorno nella casa del bosco.

Lì, ai tempi in cui tutta la sua vita si doveva compiere e lui era ancora libero di fare le sue scelte. Dove la sua unica preoccupazione era una ragazzina maltrattata che voleva sostenere.

Ora era in attesa di un figlio da una donna che non amava e con la quale non aveva condiviso altro che conversazioni sgradevoli. Però non poteva davvero fare altro, tutto era contro di lui.

I tempi, la situazione compromettente, la società.

Non aveva la più pallida idea di come fosse successo, ma era successo. Era stato ligio agli insegnamenti del proprio clan e degli anziani per anni. Aveva represso dentro di sé ogni minima tentazione, convinto che amore fisico e spirituale dovessero sempre convivere.

E ora eccolo lì, accasciato sulla poltrona presidenziale, in attesa di diventare padre senza riuscire a provare altro se non un freddo senso del dovere. Forse era diventato un mostro, ma non immaginava ci fossero molti uomini che si erano ritrovati nella sua situazione ignorando del tutto il momento del concepimento.

Un pugno si abbatté sulla scrivania. E un altro. E un altro ancora. Si alzò in piedi e li abbatté entrambi, facendo rovesciare una penna con tutto il calamaio e una pila di fogli, alcuni volteggiarono oltre il bordo della scrivania. Un grido di rabbia gli scaturì dalle viscere e lacrime amare solcarono le guance.

Non era finita.

Doveva parlarne alla zia Elroy e dirle la verità, sperando che almeno lei gli credesse. Però il suo destino era segnato. Nella remota possibilità che il bambino fosse nato in anticipo, confermando che non ne era il padre, sarebbe comunque stato tutto perduto.

Cosa avrebbe fatto, arrivato a quel punto? Rifiutarsi di riconoscerlo sarebbe stato deleterio per la creatura. No, qualunque cosa potesse scoprire andava scoperta subito, mentre iniziava i preparativi per il matrimonio.

E aveva solo un mese di tempo.