Angolo dei commenti:

Cla1969: Di certo la partenza di Candy ha appena avuto una battuta d'arresto e nel peggiore dei modi: in questo capitolo scoprirai qual è la diagnosi per Annie. Non solo, ma capirai anche se potrebbe davvero essere coinvolta Lilian e la zia Elroy... bene, ci sarà anche lei. In qualche modo nel tuo commento hai anticipato tutti gli argomenti, complimenti! ;-)

MariaGpe22: Mi ripetete così spesso che Albert sembra troppo statico che comincio a crederci persino io che ho ideato l'intreccio XD Sì, in apparenza Lilian lo manovra e lui è un magnate della finanza che è in grado di gestire situazioni molto complesse: ma qui ci sono in gioco sentimenti, persone e il buon nome di un'intera famiglia. Non è una transazione finanziaria, ma un equilibrio tanto delicato che basta poco a romperlo. Forse leggendo il capitolo qui sotto capirai di cosa parlo. Sarebbe facile sbandierare la verità ai quattro venti e accusare pubblicamente Lilian. Ma se invece lui avesse davvero perso la memoria e il figlio fosse suo? Questo è il suo dubbio principale. E che impatto avrebbe una dichiarazione simile sul clan Ardlay e sulla zia? Sembra facile, ma non lo è: Albert ha sulle spalle molte grosse responsabilità e non può esporsi.

Ericka Larios: Mi spiace che proprio tu, che mi segui da tanto, trovi addirittura idiota il mio Albert della storia: quello che volevo esprimere sul suo comportamento lo trovi scritto nella risposta al precedente commento. A questo punto non posso che accettare il tuo sfogo e prendere atto del tuo parere: può darsi che io abbia sbagliato e tu abbia ragione. In realtà non potremo mai sapere veramente se l'Albert di Nagita si sarebbe comportato così o meno, perché ho immaginato una situazione completamente atipica e anomala. Entrambe possiamo avere torto o ragione.

Dany Cornwell: Albert sta facendo quello che è in suo potere per scoprire Lilian senza stravolgere gli equilibri familiari. Parlare con Candy renderebbe solo le cose più difficili per entrambi e Albert ha veramente troppa carne al fuoco! Gli investigatori stessi devono essere discreti e Annie, che poteva rivelarsi un'ottima infiltrata, si è appena ammalata rendendo le cose più difficili. Sono contenta che nonostante Albert ti faccia rabbia, la storia ti appassioni XD Però, ragazze, cercate di capirlo: il periodo storico e il suo carattere di gentiluomo lo obbligano a comportarsi così, ma non sta con le mani in mano. Alla prossima!

Charlotte: Non sai quanto io sia contenta che tu capisca il William che sto descrivendo XD Sì, è in mezzo a un bel caos, ma non si sta facendo manovrare, va dritto al punto quando può e cerca soluzioni! Annie ce l'ha messa davvero tutta per fermare Candy, per il momento pare ci sia riuscita... che malattia avrà contratto però?

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Tragici imprevisti

"Scarlattina". Il dottor Leonard aveva detto quella parola con l'espressione grave e un rivolo di sudore che dalla tempia scendeva sul viso duro.

Candy si era portata le mani alla bocca, soffocando un grido.

Come infermiera aveva visto dei bambini colpiti da quella malattia morire nel giro di pochi giorni, altri riprendersi con difficoltà. Persino la tanto temuta influenza spagnola non era giunta fino alle porte della Clinica Felice, dove avevano avuto solo un paio di casi dubbi poi risolti come una semplice febbre stagionale.

E la scarlattina poteva avere esiti nefasti come li aveva avuti l'epidemia poco tempo prima nelle città più grandi.

Il primo istinto fu di mandare a chiamare la dama di compagnia di Annie, intimandole di chiudersi nella propria stanza per osservare un periodo di quarantena. Il secondo di scoppiare a piangere per il timore che la sua più cara amica potesse non cavarsela.

"Infermiera White, si ricomponga, in nome di Dio! E rimedi dei pezzi di stoffa per proteggersi dal virus, io stesso dovrò indossare una protezione, ammesso che siamo ancora in tempo. Per quanto è stata a contatto con lei e chi altri c'era?".

La mente di Candy cominciò a vorticare, mentre si asciugava le lacrime davanti alla figura esanime di Annie nel letto. Era stata fra le braccia sue e di Ellen al ritorno in albergo e avevano passato lì la notte. La mattina dopo, finalmente, era arrivato un medico del luogo che aveva somministrato un rimedio per abbassare la febbre e aveva detto loro che, se la paziente se la sentiva, poteva viaggiare fino a casa.

Così avevano fatto. Candy era ormai rassegnata a dover rimandare il suo viaggio, troppo in pena per un'Annie che sembrava quasi stare meglio. Ma, come era accaduto a lei anni prima di ritorno da New York, alla stazione di Chicago era semplicemente svenuta e si erano affrettati a portarla a casa Brighton dove già le attendeva il dottor Leonard.

Quella diagnosi l'aveva sconvolta.

Mentre raccontava in poche parole del loro tragitto in treno, il dottor Leonard scuoteva la testa, forse rendendosi conto che era impossibile avvisare tutte le persone che erano venute a contatto con la ragazza. Ma potevano farlo con quelle che erano in casa.

Candy confezionò delle mascherine protettive per il viso, ne porse una al medico e la indossò a sua volta, uscendo dalla stanza per avvisare i signori Brighton e la dama di compagnia. Sarebbe stato terribile rivelare loro quella diagnosi e Candy si domandò dove diavolo Annie potesse aver contratto una malattia simile.

Con tutta probabilità, in uno degli orfanotrofi dove faceva volontariato.

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Elroy Ardlay stava discutendo della cena con la sua cameriera personale, quando bussarono alla porta.

Nel momento in cui comparve William, pallido e teso, comprese che doveva mandarla via anche se ancora non avevano deciso il menù. Sembrava volerle dire qualcosa di davvero importante e fu certa che si trattasse di Lilian.

Non vuole più sposarla, lo sapevo! Saremo trascinati nello scandalo!

La cameriera uscì dalla stanza in tutta fretta e lei scrutò il nipote che sembrava non poter mantenere il contatto visivo. Strinse le labbra, decidendo di anticiparlo.

"Non tollero ripensamenti, nipote!", esordì alzandosi dalla poltrona per fronteggiarlo.

Lui si volse finalmente a guardarla e sembrava stupito. Si era sbagliata?

"Zia...".

"Siediti, William", ordinò indicando il divano. Il ragazzo eseguì con movimenti lenti, come se non fosse convinto di ciò che stava per dirle.

Elroy piantò gli occhi nei suoi, sovrastandolo come se volesse rimarcare la sua autorità a colui che, a conti fatti, era il patriarca. Ma non gli avrebbe permesso di danneggiare il suo stesso nome con altri colpi di testa.

"Ebbene?".

William deglutì, portandosi le mani tra i capelli e facendo un grosso sospiro: "Ti ricordi la sera del ballo di beneficenza?".

Sbatté le palpebre, spiazzata: cosa c'entrava quel ballo, adesso?

"Certo che me lo ricordo. Quella sera ti sei sentito male...".

Lui la guardò negli occhi con una sfumatura che le parve di supplica, mettendola in allerta: "Hai sempre avuto fiducia in me, zia, e spero lo farai anche stavolta. Lilian ha drogato il mio champagne e poi... durante la notte è entrata nella mia stanza".

Si sentì cadere, venire meno, morire. Elroy pensava che la fine della propria vita fosse arrivata con quelle parole, che potevano voler dire una cosa sola.

Altro che scandalo!

"Zia?!". La voce allarmata del suo unico nipote diretto e le braccia forti che la sostenevano le schiarirono per un attimo la mente.

"Drogato?! Quella donna... come ha potuto...? Sei sicuro?! Che è successo? Per l'amor di Dio, parla!".

"Calmati, per favore, e siediti". L'aiutò restando in piedi.

Aveva ragione, dunque! Dietro quell'improvviso desiderio di fidanzarsi era celato un comportamento sconsiderato! Aveva pensato di essere caduta in errore quando le era parso così riluttante a parlare di matrimonio che aveva indicato come data possibile l'anno successivo. Ma ora... quella rivelazione...

Un dolore improvviso e lancinante alla tempia la costrinse a portarsi una mano tremante al capo.

"Dopo aver bevuto da quel bicchiere mi sono sentito male e non ricordo nulla fino al mattino dopo", mormorò senza scomporsi, sedendole accanto.

"Non... ricordi nulla?". Elroy non riusciva a fare altro che ripetere quel concetto che le pareva inconcepibile e persino pericoloso. Se aveva di nuovo perso la memoria come era già accaduto, poteva essere successo di tutto.

Di tutto.

William scosse la testa: "Ascoltami, zia, sto cercando di scoprire perché Lilian Rousseau si sia spinta fino a questo punto, ma ho bisogno di tempo e... non ne ho molto a disposizione. Però voglio che tu sappia che io...".

Nella nebbia che rischiava di ottenebrarle i sensi, lampeggiò solo una consapevolezza: William aveva parlato di avere poco tempo. E che quella donna fosse un'arrivista senza vergogna o meno, se si era verificato l'irreparabile c'era poco che potessero fare.

"È incinta, non è vero?". Mentre lo diceva, avvertiva il cuore battere forte nel petto, la testa pulsare di un dolore accecante.

"Sì, zia... mi dispiace...". Ed eccola, infine, la verità. Eccolo, il patriarca degli Ardlay, che si alzava in piedi davanti a lei, gli occhi chiusi e i pugni stretti in segno d'impotenza.

Nonostante la sua pressione fosse di certo salita alle stelle, Elroy scattò in piedi a sua volta, come galvanizzata proprio da quella condizione fisica. "Ti dispiace? Ti DISPIACE?! Hai lasciato che quella donna ti irretisse e hai deciso di fidanzarti con lei per questo? Era il motivo vero fin dall'inizio?!".

"Ti ho detto che quella donna mi ha incastrato!", alzò la voce lui, facendole morire in gola il rimprovero per tutte le raccomandazioni che aveva ricevuto da ragazzo e che non aveva seguito.

Non fidarti di chi ti dice di essere innamorata di te. Non lasciarti confondere da un paio di occhi dolci. Non gettare nel fango la tua famiglia per un momento di debolezza. Dettami che sapeva gli avessero trasmesso gli uomini del clan, ma anche lei stessa conosceva molto bene. Poco importava che, alla fine dei giochi, la ragazza coinvolta fosse di buona estrazione sociale o avesse deliberatamente tentato di circuire il suo adorato nipote. E che lei volesse quantomeno strangolarla per aver osato farlo, razza di sgualdrina!

Il danno ormai superava ogni sua più nera aspettativa.

"Come hai potuto permetterlo?", urlò, pur sapendo che forse la responsabilità non sarebbe dovuta ricadere del tutto su di lui. Drogato... avevano drogato suo nipote... ma come, in nome di Dio?! "Come dimostreremo un atto tanto basso commesso da una signorina in apparenza impeccabile? E come puoi sostenere di non avere memoria del vostro comportamento sconsiderato, se lei ora aspetta un figlio tuo?!"

Boccheggiò, portando una mano al petto, avvertendo di nuovo la lama conficcarsi nella tempia e il respiro che si mozzava. Non sapeva più contro chi scagliarsi. Odiava Lilian ma era furiosa anche con lui.

"Non so cosa abbia usato, ma ho perso conoscenza e fino al mio risveglio tutto è avvolto in una nebbia fitta. So che tutto punta contro di me, però... zia... zia?!". La voce era lontana, la consapevolezza che forse stava per ascoltare una storia fantasiosa o vera e doveva scoprirlo svaniva nel vortice di dolore che le esplose irradiandosi per tutto il capo.

Avvertì a malapena le grida di William prima che, misericordiosamente, i sensi le venissero meno spegnendo il contatto con l'orribile realtà.

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Archie strinse le mani sulle ginocchia con un senso di frustrazione e impotenza, mentre l'auto sfrecciava verso l'ospedale dove avevano ricoverato d'urgenza la zia Elroy.

Senza poterselo impedire, pensò che l'arrivo di quella Lilian non aveva fatto altro che recare dolore e sfortuna nella loro famiglia e cominciò a odiarla forse persino più di quanto non facesse Albert stesso, che pure era la vittima principale di quella dannata donna.

Se solo Albert si fosse dichiarato prima a Candy...!

Perché se Lilian non avesse deciso di incastrarlo, Candy non sarebbe fuggita in preda alla disperazione e Annie non l'avrebbe seguita. Non sapeva dove avesse contratto un virus potenzialmente mortale come la scarlattina, ma era certo che la preoccupazione per la sua sorella acquisita non l'avesse affatto aiutata.

Candy gli aveva telefonato solo un'ora prima, gettandolo nella più cupa disperazione, che era seguita immediata allo stupore per aver udito la sua voce.

"Arrivo subito!", aveva gridato sull'orlo del pianto, rendendosi conto quasi immediatamente che era sbagliato. Molto sbagliato.

"No! Non ti azzardare, Archie! Per fortuna qui c'è il dottor Leonard e siamo tutti in quarantena. Ti terrò informato io, ma non osare avvicinarti! Là fuori ci sono altre persone che potrebbero averla contratta e ancora non sappiamo dove l'abbia presa lei".

Si era accasciato su una sedia, impotente e svuotato di ogni forza. Con voce stentata, aveva spiegato a Candy che Annie faceva volontariato in un orfanotrofio e che forse era stato lì che l'aveva presa. Non si vedevano da qualche giorno, però, e sia lui che i suoi genitori stavano bene.

"D'accordo. Faresti una cosa per me? Chiama quell'orfanotrofio e informati sullo stato di salute dei bambini. Potrebbero aver bisogno di aiuto prima che l'epidemia si diffonda. E resta in casa per qualche giorno, misura la temperatura e chiedi anche ai tuoi genitori di farlo. Se siamo fortunati, voi dovreste essere al sicuro". Aveva esitato, come se stesse per chiedergli qualcosa.

E Archie aveva capito subito: "Non vado a villa Ardlay da almeno tre giorni".

Candy aveva taciuto, come se fosse soddisfatta della risposta e gli aveva riferito che avrebbe atteso accanto all'apparecchio che la richiamasse. Archie aveva chiesto subito al centralino di metterlo in contatto con l'orfanotrofio e sì, un bambino di sette anni aveva la febbre e strane macchie sul corpo. L'allarme sanitario era stato lanciato.

Quando l'aveva richiamata, Candy si era affrettata a ringraziarlo e aveva riagganciato, mentre lui la pregava di telefonargli a qualunque ora del giorno e della notte.

"Dio, ti prego, non prenderti anche lei! Non potrei sopportarlo", aveva pregato nascondendo il viso tra le mani, le lacrime che gli rigavano ormai le guance.

Di colpo, una nuova consapevolezza lo aveva colpito come un fulmine: nelle ultime ricerche fatte con Georges, avevano scoperto che Lilian Rousseau prestava la sua opera di volontariato nella medesima struttura di Annie.

E Lilian era fidanzata con Albert.

In preda a un nuovo timore, si era asciugato gli occhi e aveva chiamato a casa Ardlay, dove una cameriera trafelata gli aveva comunicato che il signor William era partito con urgenza per l'ospedale dopo che la zia si era sentita male.

Stava già succedendo.

Quell'arpia aveva contagiato la zia e forse anche un inconsapevole Albert e lui doveva avvisarli, pur se avrebbe significato prendere la malattia a sua volta. O disattendere la raccomandazione di Candy di non uscire di casa.

Una serpe velenosa che fa volontariato in un orfanotrofio. Non me la bevo, è una copertura di sicuro!

Ma non poteva pensarci, adesso. Non mentre la macchina si fermava e lui si precipitava fuori, con il cuore in gola, per correre alla reception del Santa Joanna chiedendo della signora Ardlay.

E non dopo aver incontrato un pallido Albert che gli mormorava: "Ha avuto un ictus", con le labbra ceree e l'espressione di chi abbia visto un fantasma.

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Annie sentì qualcosa di fresco sulla fronte e provò un grande sollievo. Quando aprì gli occhi si rese conto che era tornata bambina e la sua sorellina Candy la stava curando come una brava infermiera. Ma perché aveva quel pezzo di stoffa sul viso?

Sbatté le palpebre, perplessa. Qualcosa non tornava e non credeva fosse dovuto allo sguardo preoccupato di lei che, solo ora se ne accorgeva, era una giovane donna e non una ragazzina.

Oh, già...

"Come ti senti, Annie?". Nonostante la voce fosse attutita dal fazzoletto bianco, la comprese.

"Come se il treno che abbiamo preso ieri mi fosse appena passato sopra. E mi fa male la gola". La sua voce era flebile e gracchiante e Candy, che non era più partita e l'aveva curata amorevolmente fin da quando si era sentita male, annuì.

"Stai tranquilla, Annie. Ora sei a casa e il dottor Leonard è qui. Ti stiamo curando al meglio possibile".

"Cosa... cosa mi succede? Ho la spagnola?", chiese con orrore, benché certa che l'epidemia fosse stata ormai quasi del tutto debellata. Tuttavia, quella mascherina improvvisata sul viso di Candy la portò subito a quella conclusione.

Lei esitò per un attimo: "No, Annie, si tratta di scarlattina".

Annie gemette, colta d'improvviso da un accesso di tosse. Candy la sostenne per qualche istante, mentre lei si ricomponeva e sentì che armeggiava sul comodino lì accanto.

Sostenendola con un braccio dietro la schiena, la indusse a bere un bicchiere d'acqua: la sensazione di fresco fu tale che quasi offuscò quella di poco prima sulla fronte.

"Grazie, Candy. Volevo fermarti, sai? Impedirti di partire. Ma non volevo certo farlo in questo modo. Ora potrei averti contagiata", sussurrò guardandola.

Lei scosse la testa: "Ormai non ha più importanza, Annie, devi solo stare tranquilla e cercare di guarire, capito?".

Con le lacrime che erano stille bollenti negli occhi, Annie ricadde con la testa sul cuscino. Si sentiva sfinita, come se avesse corso per tutta la sua vita.

"Archie...", bisbigliò prima di cadere nel torpore.

"L'ho avvisato, stai tranquilla. Probabilmente lui non l'ha presa. Credo tu sia stata contagiata all'orfanotrofio, ci siamo informati".

L'orfanotrofio. I bambini che l'accoglievano festanti. Uno di loro che sembrava apatico e disinteressato. Si era avvicinata cercando di capire cosa gli fosse successo e si era resa conto solo allora che aveva la febbre. Le responsabili lo avevano portato a letto e lei si era dedicata agli altri.

Sì, forse quel bambino ora bruciava di febbre e aveva bisogno di cure. Archie. Candy. Tutto divenne confuso e Annie si arrese all'incoscienza.

- § -

Il corridoio era immerso in una luce bianca e asettica e Albert guardò Archie che, sedendo curvo sulla panca vicino a lui, si teneva il capo fra le mani.

Due uomini disperati in attesa che il medico uscisse dalla porta per dire loro come stesse la prozia Elroy.

Dentro di sé, una moltitudine di sentimenti si agitava artigliandogli il petto e la gola in una morsa dolorosa: senso di colpa, preoccupazione, rabbia, impotenza.

Quando Archie si era presentato lì, chiedendogli se fossero sicuri che si trattasse di ictus e non di scarlattina, non aveva capito da dove gli venisse quella strana convinzione.

Nell'istante in cui lo aveva compreso era rimasto paralizzato da un nuovo timore, che si andava ad aggiungere a quello per sua zia.

Candy era con Annie e poteva averla contratta a sua volta. E Lilian poteva esserne a sua volta portatrice, trasmettendola al bambino che aveva in grembo. Quel bambino che ignorava esistesse fino a poche ore prima.

Forse suo, forse di un altro uomo. Non lo sapeva, ma ora i problemi erano altri e lo stavano sommergendo come una valanga.

"Coraggio, Archie. Sono sicuro che con Candy e il dottor Leonard accanto, Annie supererà la malattia. È una ragazza sana e molto forte". Albert sapeva bene che la scarlattina poteva uccidere anche persone in ottima salute, ma doveva concentrarsi sul fatto che le ragazze, perlomeno, si trovassero con un ottimo medico e non in una struttura fatiscente come l'orfanotrofio di cui gli aveva parlato. In un angolo della mente, si appuntò di chiedere a Georges di fare i passi necessari perché fossero inviati tutti gli aiuti possibili.

Il nipote singhiozzava piano e gli si spezzò il cuore a vederlo così. Avrebbe voluto piangere anche lui, ma doveva essere forte o sarebbero crollati in due. Non poteva permetterselo, non ora. Più tardi, forse, nella solitudine della propria stanza e, soprattutto, non prima di avere allertato Lilian.

"Voleva che andassi con lei a fermare Candy al porto e le ho detto di no", proruppe asciugandosi gli occhi con i palmi delle mani, "e io pensavo davvero di averla dissuasa. Se fossi andato con lei, a quest'ora avrei potuto starle accanto".

Albert si accigliò: "Non dire sciocchezze! Non è prendendo la sua stessa malattia che l'aiuteresti! Dobbiamo avere fiducia nelle capacità del dottore e in quelle di Candy e pensare alla zia, adesso".

Cercò di scacciare il timore pungente che potesse essere a sua volta infetto: d'altronde aveva visto Lilian per pochi, terribili minuti solo quella mattina e all'aperto. Inoltre, lei sembrava stare benissimo.

Magari non si è intrattenuta poi così tanto con quei poveri sfortunati. Magari si è incontrata con il vero padre del bambino. Altro che acquisti...

Quella consapevolezza l'accecò con la forza di un fulmine mentre la porta si apriva e finalmente compariva il medico.

"Vostra zia ha superato con successo l'operazione e i suoi parametri si sono stabilizzati. Le abbiamo somministrato un sedativo e riposerà di certo tutta la notte. Vi consiglio di andare a casa a farlo a vostra volta".

L'uomo, che poteva avere la stessa età del dottor Leonard, sembrava davvero rassicurante nel rivolgere loro quelle parole e Albert gli tese la mano per ringraziarlo: "Pensa che riporterà danni a seguito dell'ictus?".

I lineamenti s'indurirono in un cipiglio: "Questo non possiamo dirlo finché non si sveglia, ma di certo non va sottoposta a emozioni forti. Ha bisogno di un ambiente tranquillo e di molto riposo, quando starà meglio".

La gola gli si strinse e per fortuna Archie rispose in sua vece: "Faremo il possibile, dottore, vero Albert?".

Annuì, incapace di dire altro, cogliendo negli occhi del nipote qualcosa che somigliava troppo a un'accusa. Come quella che gli aveva rivolto Terence.

Sì, forse il suo silenzio ostinato era stato la sua unica colpa.

Sia Candy che sua zia avevano scoperto parte della verità nel modo peggiore possibile quando lui voleva solo proteggerle. Ma aveva sbagliato, sbagliato tragicamente.

Fu per questo che, mentre si accomiatavano dal medico e uscivano dall'ospedale, confessò subito ad Archie della gravidanza di Lilian.

Il ragazzo fermò i suoi passi, l'espressione di dolore e preoccupazione che mutava in una sorta di urlo muto. Se non fosse stato un momento cupo, Albert avrebbe sorriso, perché gli ricordò il quadro più famoso di Munch, anche se non aveva portato le mani al viso.

Erano ancora nel cortile dell'ospedale e, prendendolo per il gomito e quasi trascinandolo, lo indusse a seguirlo almeno fino alla strada quasi deserta, vista l'ora tarda.

"Ascoltami. Prima che Annie partisse ho cercato di chiamarla per chiederle se avesse incontrato Lilian all'orfanotrofio. Oggi arrivi tu e mi confessi che forse è proprio lì che Annie si è contagiata. Ma, da quello che ci ha riportato Georges, è Lilian a essere stata più a lungo lì dentro, uscendo poi da una strada secondaria. Non ti sembra strano? Ho persino pensato che lei abbia... un altro uomo e che magari quel figlio che attende possa non essere mio. E intendo andare a fondo in questa storia".

Almeno poteva dire di aver messo tutte le carte in tavola, nonostante fosse comunque condannato a sposarsi entro un mese. Era in pena per la zia, per Candy e per Annie. Diamine, persino per quel bambino non ancora nato che rischiava di pagare le conseguenze del gesto sconsiderato di sua madre.

Ma il suo era l'ultimo grido d'aiuto prima di condannarsi a una vita inutile. Non voleva certo che Archie si mettesse in prima linea, ma desiderava perlomeno che continuasse a stare dalla sua parte.

"La zia si è sentita male per questo?". La voce di Archie, che si alzò di un'ottava, lo fece quasi indietreggiare. Non si aspettava una domanda simile, ma non poté che confermare che era accaduto dopo che le aveva chiesto di organizzare il matrimonio entro un mese.

Vide distintamente la rabbia prendere il posto della tristezza sul volto giovane di Archie: "Sai una cosa, Albert? Ho creduto in te e voglio ancora credere che tu non ricordi nulla di ciò che hai fatto a Lilian. Ma comincio a pensare che questa tua... convinzione di essere stato drogato da lei sia una tua mera fantasia, o il desiderio ardente di un uomo che non può credere di aver perso la memoria nel momento meno adatto".

Avrebbe preferito essere preso a pugni. Mille volte. Forse, in quel momento, era lui ad assomigliare di più all'Urlo di Munch e non ci trovava nulla di divertente.

"Se vuoi continuare a credere che quella macchia di sangue sulle dannate lenzuola sia un segno che lei ha abusato di te, fallo pure. Se preferisci credere che quel bambino innocente non sia il tuo ma quello di un fantomatico amante che rimane ben nascosto nei sotterranei di un orfanotrofio, credici da solo! Io ora devo solo pensare alla mia Annie e alla povera zia! Per quanto mi riguarda, hai avuto una pessima idea a ballare con quella donna la sera del ricevimento, se l'avessi fatto con Candy e fossi stato meno vigliacco, oggi saremmo tutti molto più felici!".

Archie girò i tacchi e se ne andò, lasciandolo muto e impalato sotto a un lampione che stava per fulminarsi. E, come le sue speranze e i suoi sogni, alla fine lo lasciò davvero al buio.