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MariaGpe22: Archie ha perso la testa, a differenza di Albert che nonostante tutto si sta mantenendo lucido. Il poveretto ha visto coinvolta persino Annie e la zia Elroy e sbotta malamente contro lo zio. Lui, dal canto suo, non può fare altro che accettare la richiesta di Lilian, ma ha i suoi sani dubbi e non lascia di certo che restino zone d'ombra ora che sa che lei è incinta! Lo so, la trama s'infittisce... grazie per seguirmi, alla prossima!

Dany Cornwell: Qui persino Lilian sta rischiando il contagio... o forse no? Archie non pensa che Albert stia mentendo, ma non sa se alla fine ha solo perso la memoria o davvero Lilian lo ha drogato, quindi essendo molto in pena per Annie e per la zia, perde la testa. La zia Elroy era quella su cui avevo più dubbi: lei è arrabbiata con Lilian perché ha osato circuire suo nipote. Ma biasima William perché dice di non ricordare nulla avendola forse messa incinta. Oltre a essere arrabbiata sta anche male, quindi non è lucida. Georges supporta Albert comunque, è l'unico a non giudicarlo. Già, Candy è vicina ad Annie con la scarlattina... Eh, lo so, occorre aspettare una settimana, coraggio!

Cla1969: A me Archie non ha mai entusiasmato, ma per altri motivi (un tantino troppo snob), tuttavia di solito lo reputo molto altruista e dedito verso gli amici, solo che in questo caso ha perso la bussola visto che è coinvolta anche Annie, nonché la zia Elroy. Ad Albert infatti rimprovera di non essersi 'svegliato' prima con Candy, innescando involontariamente il caos. Albert, da solo o col supporto di Georges, non si arrende di certo, ma deve pensare anche alla zia. E il matrimonio? Vedremo... vedremo... alla prossima e grazie!

Ericka Larios: Archie ha visto ammalarsi la sua Annie e sentirsi male la zia quando ha saputo di Lilian: è anche normale che perda la ragione e lì per lì se la prenda con Albert. Si tratta di una reazione impulsiva di qualcuno che non riesce a credere quanto le cose siano andate male: ad Albert rimprovera di non essersi dichiarato prima a Candy, cosa che avrebbe reso tutto molto più semplice. Non pensa che sia direttamente colpevole, ma che forse dovrebbe accettare di aver perso la memoria. La zia Elroy è una donna dell'epoca e si è comportata come suo solito, ma comincia a capire che Lilian non è affatto una santa, anzi. Però poi si sente male... Hai ragione a non sopportare Lilian, ma in qualche modo, anche se ha torto, è lei stessa vittima del modo di fare dell'epoca.

Charlotte: Sta davvero accadendo di tutto, ma forse è effettivamente una buona scusa per rimandare il matrimonio, chissà... Intanto anche Archie ha perso la testa! In effetti, ora la sua priorità è Annie.

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Attese

Lilian odiava fare le prove dell'abito. Significava stare per almeno un'ora in piedi con addosso solo un corsetto a farsi prendere misure su misure, quindi indossare un vestito preconfezionato e prenderne delle altre per poterlo adattare.

In un mese, farne fare uno da zero era impensabile, anche se avessero assunto un'intera squadra di sarti.

"Raddrizzi la schiena, cara, così". La sarta inforcò gli occhiali e poggiò il metro all'attaccatura della coscia per srotolarlo lungo la gamba fino alla caviglia, facendole il solletico.

Sperava solo che il suo abito da sposa fosse bellissimo e nulla andasse più storto.

La vecchia matriarca aveva avuto un colpo apoplettico. O era un ictus? Non ricordava. Ma ricordava bene la voce allarmata di William che le chiedeva se stesse bene ed era rimasta sconvolta. Quando aveva capito il motivo della sua preoccupazione aveva sentito un brivido gelido lungo la schiena.

Un caso di scarlattina all'orfanotrofio, forse più di uno. E Annie Brighton si era contagiata proprio lì. William sapeva quando ci era stata l'ultima volta? Era quasi sicura di sì, come era praticamente certa che stare dentro all'edificio per non più di dieci minuti, sostando solo nel piccolo ufficio della direttrice, non era certo sufficiente a essersi contagiata.

Per fortuna.

Ora doveva organizzare tutto da sola con sua madre, visto che la matriarca degli Ardlay era già con un piede nella fossa. Il che era tanto meglio per lei, almeno non avrebbe più dovuto sorbirsi le sue storie noiose su quanto prestigiosa fosse la sua famiglia di pure origini scozzesi.

A malapena Lilian si era trattenuta dall'inarcare un sopracciglio in segno di perplessità: da quel che aveva capito, William e suo padre avevano la stessa carnagione e colore dei capelli, ma lei doveva essere di sicuro una sorellastra di William senior, perché non aveva proprio nulla di scozzese, se non la figura possente.

Su insistenza di sua madre, aveva telefonato al suo fidanzato, quel pomeriggio, per chiedergli come stesse la donna, sforzandosi di assumere un tono preoccupato.

"Andrò in ospedale non appena finisco di lavorare. I medici sperano che sentendo la mia voce si risvegli più velocemente".

Per poco la cornetta non le era caduta dalle mani e il suo: "Oh, William, lo spero tanto! Vuoi che venga con te?", aveva a malapena mascherato il reale: "Allora è meglio che tu taccia e la lasci riposare in pace. Per sempre. Vieni piuttosto a darmi una mano con i preparativi!".

E, nonostante si sforzasse di fare la parte della fidanzata amorevole, il suo laconico e infastidito: "No, grazie, preferisco che tu riposi. Sarai anche molto indaffarata, no?", l'aveva raggiunta forte e chiaro.

Quando le aveva telefonato la prima volta aveva preteso, senza mezzi termini, che rimandasse il matrimonio. La rabbia che le era montata dentro era stata difficile da controllare, ma stavolta alle minacce aveva preferito la diplomazia.

"Potremmo rimandare il matrimonio oggi. Ma quando la mia gravidanza comincerà a notarsi, i giornalisti ci metteranno poco a fare i calcoli e a capire che ci siamo sposati in fretta e furia per un motivo. Non vogliamo dare a tua zia un ulteriore motivo per stare male quando si sveglierà, vero?".

William aveva bofonchiato qualcosa che non le era parso affatto gentile e poi si era congedato.

Forse era ora di smetterla di fingere, serviva solo a innervosirlo di più: era qualcosa che poteva ritorcersi contro di lei in qualunque momento.

"Quanto vuole che sia lungo lo strascico?".

Lilian sobbalzò, uscendo dai suoi pensieri: "Va bene come è nell'originale".

"Ma, signorina, la moda...".

"Ho detto che mi piace così com'è! Abbiamo finito per oggi? Mi fa male la schiena".

Ed era vero. Nonostante il ventre non fosse ancora molto pronunciato, la sensazione di avere qualcosa che tirava all'altezza dei reni la stava facendo impazzire.

La sarta balbettò qualche scusa e prese alcuni appunti su un foglio prima di andarsene, così finalmente Lilian rimase sola. Si gettò sul letto senza curarsi di indossare altro e si affrettò a slacciare il corsetto. Se solo ci fosse stato Ethan a farlo!

Ma non poteva vederlo fino al matrimonio, perlomeno, e di sicuro non più in quello scantinato sotto all'orfanotrofio in cui era forse scoppiata un'epidemia di scarlattina. Era certa che William lo avrebbe saputo subito.

Non aveva la più pallida idea di che ricerche stesse facendo su di lei, magari si limitavano alla propria famiglia e lei era solo una paranoica troppo fantasiosa. Ma Ethan era stato più prudente e le aveva detto che, quando si vuole scoprire qualcosa su qualcuno, si ricorre al pedinamento.

Lui lo faceva per le sue cavie, attraverso uomini di fiducia, quindi un uomo ricco come William poteva avere uno stuolo di detective al suo servizio.

Dio, aveva bisogno di Ethan come l'aria che respirava!

Doveva andare da lui, a ogni costo, e cominciò a pensare a come fare senza essere scoperta. Chiuse gli occhi che già bruciavano per le lacrime represse.

Gli aveva promesso che si sarebbero rivisti, prima che diventasse la signora Ardlay, e lo avrebbe fatto a ogni costo. Anche perché aveva bisogno di comunicargli gli indirizzi degli altri enti di beneficenza che potevano essere papabili per i loro incontri.

Alcuni di essi sorgevano in quartieri popolari, dove era facile incontrare poveracci che chiedevano l'elemosina per fare da tramite. Ma, soprattutto, qualche locale abbandonato e magari nascosto dove vedersi c'era sempre, se si cercava bene.

Lilian era abituata al piccolo appartamento seminterrato di Ethan e non si era mai formalizzata se si trovavano a fare l'amore su un materasso adagiato in uno scantinato con i topi che facevano capolino.

Anzi, rendeva tutto molto più proibito ed eccitante.

A dirla tutta, era un miracolo che non si fosse presa qualche strana malattia in uno di quei posti malsani. Con un sorriso sulle labbra, scacciando le lacrime, passò mentalmente in rassegna gli edifici delle zone meno battute, cercando di individuare il migliore allo scopo.

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Ellen era morta.

Candy non aveva ancora avuto il coraggio di dirlo ad Annie ma, secondo il dottor Leonard, la scarlattina aveva peggiorato una condizione fisica già compromessa.

"Questa povera donna aveva problemi cardiaci", aveva sentenziato il dottore, la voce attutita dalla mascherina che aveva sul viso.

A parte una febbre della durata di un giorno e pochi altri sintomi, lei invece stava abbastanza bene e aveva potuto organizzare, assieme ai signori Brighton, delle esequie per i parenti della poveretta.

Se tutto fosse andato bene, entro qualche giorno avrebbero potuto dichiarare anche Annie fuori pericolo e Archie si sarebbe sentito di certo sollevato.

La guardò mentre dormiva. I capelli neri sparsi sul cuscino mettevano in evidenza il forte pallore del viso, dove le poche macchie stavano già sbiadendo. Per fortuna, le cure tempestive e l'ambiente curato nel quale era stata ricoverata quasi fin da subito avevano scongiurato complicazioni quali la polmonite.

"Archie... Archie... non mi lasciare! Candy... Candy!". Le fu subito vicino, raccogliendo la pezza umida che era scivolata via, carezzandole la fronte. Aveva ancora qualche linea di febbre.

"Sono qui, Annie. E se fai la brava, oggi ti lascio arrivare al telefono per parlare con il tuo fidanzato".

Quelle parole parvero calmarla e lei aprì gli occhi, sbattendo le palpebre più volte per metterla a fuoco: "Che è successo?".

Candy strizzò la pezza nella bacinella, dove l'aveva immersa per bagnarla: "Hai avuto un incubo, credo".

La ragazza sospirò, annuendo: "Te ne vuoi ancora andare?".

Lei s'irrigidì e cercò di farle cambiare argomento: "Adesso come adesso non potrei neanche volendo. Sono stata malata anche io, sai? E anche se sto meglio di te devo aspettare ancora un po' per uscire di qui. Il povero dottor Leonard sta praticamente dirigendo l'ospedale tramite il telefono di casa tua". Sorrise, per metterla a suo agio.

"Mi dispiace", mormorò.

"E di cosa? Di essere stata tanto altruista da ammalarti di scarlattina come una delle protagoniste di Piccole donne?", tentò di scherzare lei.

Annie si accigliò: "Non è una delle sorelle che alla fine muore?".

Candy si morse il labbro: "Sì, ma non per la scarlattina. Tu stai molto meglio e puoi credermi. Il dottore non ha riscontrato in te nessuna complicanza".

"Sei sicura? Non mi stai mentendo?". Annie sembrava sull'orlo delle lacrime e Candy si prese mentalmente a schiaffi per quel paragone poco felice.

"Andiamo, Annie, lo so che non sembra, ma... ehi, io sono una brava infermiera, sai?".

"Sono giovane, ma ho una certa esperienza!".

"Tu...".

"Mi chiamo Candy White Ardlay. Candy per gli amici".

"Signorina Candy...".

"Basta Candy".*

"Candy...?". La mano di Annie le stava stringendo il braccio. Solo allora si rese conto di essersi persa in quel ricordo, quasi fosse un film che stesse rivedendo con gli occhi fissi sul muro bianco di fronte a sé. In quella scena, si stava presentando a un Albert smemorato nella stanza numero zero.

"Scusami, mi dispiace...".

Le sopracciglia di Annie si aggrottarono: "Stavi ripensando a lui?".

Candy sussultò: come faceva a leggerle così bene dentro? Tentò di nuovo di deviare il discorso, perché se si fosse messa a parlare di Albert non era sicura di riuscire a mantenere la stabilità mentale.

"Ora devi solo pensare a guarire, non cambiare argomento! Sei stata molto fortunata e neanche i tuoi genitori si sono contagiati, grazie alle misure che abbiamo adottato io e il dottor Leonard".

Annie parve illuminarsi di una nuova consapevolezza e fu il momento in cui le chiese di Ellen. Il sorriso, che con tanta fatica aveva cercato di simulare, si scompose e Candy si preparò a darle l'amara notizia.

Doveva continuare a essere forte per lei.

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La flebo lasciava cadere gocce lente ma regolari. E, a ogni goccia, Albert ripeteva una preghiera nel suo cuore.

Aveva fatto del male a molte persone, seppure in modo indiretto e involontario. Il dolore per la perdita di Candy e il desiderio di uscire da quella situazione kafkiana forse lo avevano indotto a coinvolgere troppo sia Archie che la zia Elroy.

Eppure, si ripeté, Archie aveva chiesto più volte e con malcelata veemenza cosa diavolo gli fosse accaduto e Candy era fuggita davanti ai suoi stessi occhi. Però, forse, poteva agire diversamente con la zia Elroy: non avere più il nipote al suo fianco non era di vitale importanza, pur se poteva rivelarsi un valido alleato, ma aver contribuito al malessere della sua unica zia lo distruggeva.

Ma che avrebbe potuto fare? In ogni caso andava informata che il matrimonio doveva avvenire di lì a un mese e farle sospettare che lui non si fosse comportato da gentiluomo sarebbe stato peggio. Così aveva optato per la verità, che comunque l'aveva distrutta.

Una donna che aveva cercato d'incastrare il patriarca. E lui, il suo adorato nipote, che forse aveva avuto un vuoto di memoria in una notte fatale. Sarebbe stato troppo persino per il più coriaceo dei membri del clan.

Parlando con i medici, però, aveva scoperto che da tempo la zia Elroy lamentava forti emicranie e sapeva che la sua pressione era tenuta in costante controllo dal dottor Leonard. Solo che, al momento, il dottor Leonard si trovava in quarantena dai Brighton per un caso di scarlattina.

Aveva appreso con orrore che anche Candy era stata contagiata, seppure in maniera lieve, e la dama di compagnia di Annie era deceduta a causa del virus. Pioveva sul bagnato, decisamente.

Passandosi le mani sul viso con un gesto stanco, come se così potesse scacciare i cattivi pensieri, Albert cercò di concentrarsi sul fatto che Candy stesse bene e Annie in via di guarigione. Non sentiva Archie da quando avevano discusso ed era stato solo grazie a Georges che aveva avuto quelle laconiche notizie.

Inoltre, con la zia in ospedale e le sue frequenti visite nei momenti liberi per parlarle, la questione di Lilian era passata in secondo piano. Gli avevano riferito che l'orfanotrofio era presidiato da personale sanitario e che, a quanto pareva, Lilian era tornata e aveva parlato con alcune persone che sostavano lì fuori, come se volesse informarsi su ciò che stava accadendo all'interno: davvero voleva essere d'aiuto in qualche modo?

Si era trattenuta solo pochi minuti e si era chinata verso un mendicante che giaceva riverso in un angolo, probabilmente ubriaco, in apparenza per consegnargli qualche cent prima di andare via.

L'uomo di guardia aveva comunque riferito che lì intorno c'erano solo alcune abitazioni e scantinati in disuso.

Semmai Lilian avesse avuto un amante, non lo avrebbe di certo trovato lì.

In quel giorno fatidico in cui pareva essere uscita dal retro dell'orfanotrofio, poteva essersi allontanata con un altro mezzo che l'uomo piantonato lì fuori non aveva notato. Oppure aveva ragione Archie e la perdita di memoria era l'unica responsabile. Forse, dopotutto, nella nebbia dell'incoscienza aveva davvero compromesso Lilian e il figlio che aspettava era il suo.

Forse, alla fine dei conti, sposarla sarebbe stato corretto. La sua unica colpa, se così si poteva chiamare, era stata dimenticare, come se un altro treno fosse esploso durante il suo cammino.

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Ethan imprecò contro l'ennesimo fallimento, il quale si aggiungeva alla fuga precipitosa che aveva dovuto attuare il giorno stesso in cui aveva saputo dell'epidemia nell'orfanotrofio. Non che intendesse stabilirsi lì, era chiaro, ma aveva allestito un angolo confortevole e persino riscaldato dove incontrare Lilian e il messaggio ricevuto tramite il barbone era stato più che chiaro.

L'orfanotrofio potrebbe essere sotto controllo. Vediamoci da te un'ultima volta.

Di sicuro, il patriarca si era chiesto per quale strano miracolo la sua fidanzata incinta non si fosse contagiata essendo rimasta a contatto con dei bambini infetti. E una parte di lui era orgogliosa della ragazza: stava imparando velocemente le regole della strada e dello spionaggio, non poteva chiedere una compagna migliore!

Se avessero tenuto duro fino al matrimonio, Ethan avrebbe trovato un altro luogo dove incontrarla e avrebbero proceduto con il piano mentre il loro bambino cresceva nel suo ventre.

Con attenzione, versò nel lavabo la sostanza che aveva ucciso un altro senzatetto e si dispose a usare il suo ultimo asso nella manica: una composizione di sua invenzione che poteva essere geniale e fruttargli soldi in abbondanza per comprare l'arsenico, oppure essere il suo lasciapassare per la tomba.

Se avesse fallito, sarebbe dovuto fuggire lontano o non sarebbe arrivato a conoscere suo figlio.

Concentrati adesso!

Non doveva soffermarsi a pensare a Lilian, che non avrebbe rivisto per settimane. Non poteva distrarsi immaginando la sua prima notte di nozze con quel biondo ricco e fortunato. Ora doveva pensare alla sua missione o gli avrebbero iniettato la sua stessa medicina.

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Archie si sentiva in colpa, ma non aveva avuto il coraggio di chiamare Albert neanche per aggiornarlo su Candy e Annie, delegando il compito al sempre gentile Georges.

Sapeva che, lavorando insieme, prima o poi si sarebbero incontrati di nuovo agli uffici della banca. Al momento, lui era rimasto in casa, gestendo quanto possibile con la sua copia dei libri contabili e il telefono. Ma sapeva che non poteva durare per sempre.

Anche andare a trovare la zia Elroy quando sapeva che invece Albert stava lavorando non aveva aiutato. Era ora di affrontarlo e razionalizzare l'accaduto.

Si alzò dalla scrivania, scostando la tenda e fissando i raggi del sole che filtravano dagli alberi: casa sua non era esposta a sud come villa Ardlay, né aveva un giardino altrettanto grande, ma la vista era lo stesso mozzafiato.

"Annie", mormorò appannando il vetro con il respiro. Se Dio avesse voluto, entro qualche giorno forse avrebbe potuto vederla senza timori, visto che ormai si stava riprendendo.

Quando aveva saputo di Annie e della zia nello stesso giorno, la prima su cui aveva riversato l'intera responsabilità era stata Lilian. Di riflesso, una volta scoperto che la donna era in attesa dell'erede della famiglia Ardlay, aveva caricato le spalle di Albert di quel peso.

Continuava a pensare che c'era qualcosa di molto storto nel racconto di suo zio: come fa un uomo inconscio a non rendersi conto di avere una donna fra le braccia? Arrossendo, perché lui stesso non poteva dirsi un uomo di esperienza, Archie era però convinto che una qualunque droga dovesse essere molto potente per agire in quella maniera spazzando via i ricordi.

No, Lilian aveva approfittato della situazione, ma Albert aveva di sicuro perso momentaneamente la memoria. Di nuovo.

Aggrottò le sopracciglia e sbatté le palpebre, quasi accecato dal sole che si rifletteva sul vetro. Eppure Albert era così convinto di essersi sentito male dopo aver bevuto...

Come può una donna dell'alta società procurarsi una droga del genere?

Archie spalancò le palpebre e per poco non si colpì la fronte con una mano: Albert non gli aveva forse confessato, la sera del litigio, che sospettava che Lilian avesse un altro uomo? E se non fosse stato così? E se, amante o meno, si incontrasse con qualcuno che le procurava quelle sostanze?

"Frank Stevenson...", mormorò nel silenzio dello studio.

La sua vita sembrava impeccabile, dalle ricerche fatte. Ma era un medico ed era l'unico che poteva avere conoscenze in merito.

Doveva dirlo ad Albert e doveva farlo subito. Senza più ripensamenti, afferrò la giacca che aveva lasciato sull'attaccapanni e uscì di corsa.

* Dialogo ripreso dal manga