Angolo dei commenti:
MariaGpe22: Wow, che bel commento dettagliato! Allora, procedo a risponderti anche io punto per punto:
1) Le forme di amore sono tante e quello di Lilian per Ethan può anche apparire perverso, sotto certi aspetti. Ma è di sicuro tormentato, rappresenta una fuga e una ribellione dalla società.
2) Nessuno può immaginare che ci sia un amante nascosto nei sotterranei, pensano che Lilian faccia compere nei negozi e stanno cercando di capire di più: la cosa è troppo torbida perché possano anche solo immaginarla, per adesso.
3) Archie alla fine è tornato lucido e certo, si scuserà con Albert. Certo, scoprire i Rousseau non sarà facile e sono contenta che tu apprezzi l'intreccio che ho creato tra Margaret e Frank. Grazie per seguirmi!
Ericka Larios: Comincio a temere i tuoi commenti XD Mi spiace che continui a vedere debolezza e ingenuità in Albert, non è così che cerco di descriverlo. Lilian ha giocato bene le sue carte e lui ha già perso la memoria una volta. Più di quello che sta facendo non può davvero fare: hai ben visto cosa è successo alla zia Elroy non appena ha saputo la verità.
Dany Cornwell: Purtroppo Ellen non ce l'ha fatta, ma le nostre protagoniste perlomeno stanno bene. State riponendo tutte le speranze in Archie, ma sarà davvero utile la sua idea? Ethan di certo non è un personaggio positivo e Lilian è la sua degna amante! La zia Elroy è di fibra forte, facciamo un po' tutte il tifo per lei XD Lo so, sarebbe bello se Albert e Candy si riunissero ora, ma la vedo un po' difficile XD
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Gabbie
"Dove stai andando?", sibilò Margaret alla figlia, afferrandola per un braccio.
Lei si voltò, mostrando il volto pallido ma risoluto sul quale non c'era neanche un filo di trucco: e quello significava solo una cosa.
"Non sono affari tuoi, mamma".
"Sì che lo sono, Lilian! Ti sposerai fra tre settimane e ancora cerchi la compagnia del tuo amante!".
La ragazza aveva cercato di sottrarsi alla sua stretta, ma Margaret usò anche l'altra mano per afferrarla meglio. Non le piaceva usare la forza fisica, ma non aveva davvero altra scelta.
"Sto andando a consegnare l'assegno mensile alla Casa dei Bambini nel West Side...". La voce le tremava.
"Non ti credo! Quando non ti trucchi vuol dire che vai da quell'uomo per farti toccare e baciare e...".
"Basta mamma!".
"Sei una sgualdrina!".
"Tu sei come me!".
Le urla di Lilian e lo schiaffo, che partiva di nuovo senza che Margaret potesse fermarlo. Sua figlia che glielo restituiva, sconcertandola: tutto accadde a una velocità tale che rimase senza fiato.
E il tempo si congelò. Sua figlia era ansimante come se avesse corso, con i capelli spettinati e le guance arrossate: era certa di non essere in condizioni migliori nemmeno lei.
Temeva che qualcuno della servitù avrebbe fatto capolino per vedere cosa accadesse, ma non passò nessuno e Magaret si sentì tirata in due direzioni diverse: una parte di sé voleva scuotere la figlia finché i denti non avessero battuto forte, impedendole di uscire dalla porta d'ingresso per il resto dei giorni che mancavano al matrimonio. L'altra parte, invece, ricordava fin troppo bene il senso di frustrazione che l'aveva pervasa per anni quando aveva rinunciato al suo amante.
Liberarsi in via definitiva di quel marito che aveva già scoperto tutto non era servito a nulla, perché Frank era un uomo troppo retto per dare scandalo avvicinandosi a una donna che non solo era sua cugina, ma era anche rimasta vedova da poco e con una figlia piccola.
Svuotata da ogni velleità di rabbia, Margaret si riavviò i capelli che le erano ricaduti sulla fronte e volse le spalle a Lilian: "Lo ami a tal punto?".
La sua risposta fu pressoché immediata: "Con tutta l'anima".
Margaret chiuse gli occhi, sconfitta: "Mi hai detto che per vivere lavora nel campo della chimica, ma non sono una stupida: ho capito perfettamente che è un poco di buono". Poteva comprenderla e compatirla, ma solo fino a un certo punto: per quel che ne sapeva, quell'Ethan poteva essere poco più di un delinquente comune.
"Non è un poco di buono! Tu non sai niente di lui!".
"No, hai ragione, non so niente!", gridò voltandosi. "E forse sarebbe ora che me ne parlassi oppure che rinunciassi a quell'uomo! Non dico che sarà facile, né indolore: ma ci sono scelte che vanno fatte. E tu hai appena compiuto quella corretta. William è un uomo ricco, con una posizione migliore della nostra e anche bello, cosa vuoi di più dalla vita?!".
Lilian restrinse le palpebre, la bocca si contrasse e i pugni si serrarono. Era come se volesse dirle qualcosa ma fosse indecisa se lanciare la bomba: "Io voglio tutto, tutto! Quello che non sei stata capace di ottenere tu. Ti sei accontentata? Bene! Ma non aspettarti che io faccia lo stesso, perché finché avrò vita non lo farò mai. Mai, mi hai capita?!".
E se ne andò dal suo amante Lilian, la figlia incinta e ribelle.
Margaret cadde in ginocchio, accecata dalle lacrime, sperando confusamente che continuasse a prestare attenzione perlomeno fino a che non si fosse sposata.
Sì, era vero, si era accontentata, pensò soffocando i singhiozzi in una mano. Ma aveva lottato fin quando le era stato possibile. Aveva commesso degli errori, ma aveva sperato di essere felice anche se il prezzo era stato tanto alto.
Invece, a quanto pareva, Frank non l'avrebbe mai amata quanto lo amava lei. Il suo senso del dovere e della giustizia avevano prevalso e lei lo aveva semplicemente perso.
Forse per sempre.
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Le palpebre della zia Elroy tremarono e lei emise un flebile lamento, nel quale gli parve di riconoscere il proprio nome.
Albert le stava raccontando episodi di poca importanza, ma che trovava divertenti anche a distanza di anni: come la volta in cui si era addormentato su una quercia nei boschi di Lakewood e uno spaventato Georges aveva tentato di arrampicarsi per svegliarlo, intimorito al solo pensiero che chiamarlo dabbasso lo avrebbe fatto sobbalzare e precipitare dal ramo; oppure quando, a dieci anni, aveva nascosto in casa un cucciolo di cervo rimasto orfano, chiudendolo nella propria stanza. I servitori di casa Ardlay erano così perplessi dal fatto che il giovane patriarca fosse diventato d'improvviso tanto goloso di latte che ne avevano fatte recapitare decine di bottiglie.
"Sono qui, zia... svegliati, ti prego. Il tuo sonnellino pomeridiano dura da troppi giorni", mormorò con un leggero sorriso.
"Wil... William?". Stavolta, il nome era più intelligibile e Albert si sentì sollevato da un peso enorme.
Le prese la mano: "Chiamo subito il medico", disse baciando leggermente la pelle rugosa del dorso.
Attese fuori dalla stanza mentre la visitavano e ringraziò il Cielo che almeno lei stesse bene: la zia Elroy era una roccia e, anche se aveva temuto davvero per la sua salute, dentro al proprio cuore era sempre stato certo che ce l'avrebbe fatta.
Passeggiò nervosamente, con la sgradevole sensazione che aveva solo tre settimane scarse di tempo per inchiodare Lilian. Perché non riusciva solo ad arrendersi? Perché c'era quella sorta di solletico all'altezza della nuca che lo induceva a sperare ancora? Possibile che il desiderio di avere Candy al suo fianco lo facesse ragionare di meno?
Quando il medico uscì, aveva un'espressione che non gli piacque per niente e Albert fu subito all'erta.
"Signor Ardlay, sua zia ha mai avuto episodi di amnesia?", chiese studiando la sua cartella, in piedi nel corridoio.
Si accigliò, non volendo affatto avanzare ipotesi che avrebbero solo rischiato di trascinarlo in un baratro.
Lei no, ma io sì. E non le dico cosa ho passato in questi ultimi anni...
"Non che io sappia", rispose con cautela, avvicinandosi di qualche passo. "C'è qualcosa che non va?".
L'uomo si grattò il capo, riflettendo: "In realtà potrebbe essere un po' confusa a causa dell'ictus e del post operatorio, ma volevo essere certo che non ci fossero precedenti, vista l'età. La signora non ricordava in che mese e in che giorno fossimo".
Un brivido gli corse lungo la schiena e Albert si aggrappò con tutte le proprie forze alle prime parole del medico.
"Le parli, ma non la faccia stancare. E mi riferisca subito se nota qualcosa di anomalo in lei".
Con un grosso sospiro, Albert annuì ed entrò nella stanza, pronto ad affrontare quell'ennesima prova. La zia era in posizione semi seduta con dei cuscini dietro la schiena, la flebo ancora attaccata.
Le sorrise: "Zia, hai un aspetto migliore rispetto a qualche ora fa, sai?".
"Oh, ti prego, William!". La smorfia e il lieve gesto di fastidio con la mano, quasi stesse scacciando una mosca, erano proprio da lei e Albert si rilassò un poco. Prese una sedia e si mise accanto al suo letto.
"Come ti senti?".
Lei arricciò un poco le labbra: "Sono stata meglio, nipote, ma non parliamo di me. Se non ricordo male stavamo per organizzare un ricevimento di matrimonio prima che questo inopportuno malessere mi facesse finire in un letto di ospedale".
Albert rimase interdetto: il medico aveva appena detto che la zia non ricordava che giorno fosse, ma aveva conservato nella mente l'informazione del matrimonio?
"La tua fidanzata, come si chiama...? Oh, Lilian. È una strana ragazza, sai? L'ultima volta che le ho offerto il tè si è quasi sentita male per un dolcetto al caffè".
Un rivolo di sudore gli scese sulla tempia, mentre realizzava che sì, la zia Elroy ricordava il matrimonio, ma era rimasta in apparenza bloccata coi ricordi a qualche settimana prima, quando si stava decidendo il giorno della festa di fidanzamento.
"Dovrai insegnarle a comportarsi in maniera meno simile a quella Candice! Alle volte ha delle esternazioni davvero troppo vivaci per una signora!".
Lilian simile a Candy?!
Il tono stizzito, l'espressione oltraggiata, tutto era perfettamente in linea con il carattere della zia. Se non fosse che la poveretta aveva nella sua memoria un buco temporale grande quanto il pugno di un uomo e aveva perso anche degli elementi fondamentali della faccenda.
Purtroppo o per fortuna.
"La prossima matriarca degli Ardlay dovrà essere degna di stare al tuo fianco e comportarsi in maniera ineccepibile! Forse avreste dovuto prolungare di un altro anno il vostro fidanzamento di modo che potessi istruirla al meglio e... oh, santo Cielo, Willam, chiudi la bocca o ti ci entreranno le mosche!".
Lo fece, in modo automatico e quasi mordendosi la lingua, lo schiocco dei denti che gli rimbombava nelle orecchie.
Sì, la zia Elroy aveva ricostruito la storia sua e di Lilian in modo che fosse meno dolorosa per lei, in apparenza. E lui non se la sentiva proprio d'infierire, non dopo tutto quello che aveva rischiato.
Decise di assecondarla.
"Hai ragione, zia, ma ormai non si può più tornare indietro, ti pare? Però posso vedere di spostare la data delle nozze di una decina di giorni per darti modo di riprenderti ed essere presente alla cerimonia".
Lei spalancò gli occhi, quasi disgustata: "Oh, no! Le pubblicazioni saranno già state fatte e i giornali avranno dato la notizia! D'altronde, mancano solo... solo...". La voce si affievolì e lei socchiuse le palpebre, in difficoltà.
"Manca un mese, zia. Farai di certo in tempo. Ora riposa, per cortesia, sono certo che più tardi arriverà Archie".
La zia Elroy sventolò una mano in aria, come a volerlo scacciare con eleganza: "Va bene, va bene, corri pure dalla tua fidanzata. Tutti uguali questi giovani d'oggi!".
È convinta che io non veda l'ora di vedere quell'arpia... o santi Numi...
Quasi ci trovò un lato comico, ma dovette riprendere subito il controllo per avvisare il medico che avevano un problema con la memoria di sua zia. Un grosso problema.
Stava camminando a grandi passi nel corridoio cercando di ritrovarlo e fu allora che quasi si scontrò con Archie.
"Albert! Ascolta, mi dispiace per quello che ti ho detto quella sera, ma io... ora devo parlarti, è importante!".
"Sì, anche io devo parlarti". Prima che potesse rispondere, prese suo nipote sottobraccio e uscì con lui dall'ospedale in una sorta di dejà-vù della serata che aveva appena menzionato.
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Archie sedeva sulla panchina con la schiena curva, i gomiti sulle ginocchia e le mani intrecciate sotto al mento. All'ora di pranzo, il cortile dell'ospedale era quasi deserto. Cercò di concentrarsi sul mormorio gentile delle foglie attraversate dal venticello tiepido o sulle aiuole ben curate che donavano un tocco di colore allo spazio esterno.
Ma la mente era precipitata in un vortice oscuro dove sembrava che nulla dovesse andare per il verso giusto.
Il medico con cui avevano parlato aveva suggerito di attendere qualche giorno, per verificare se la memoria recente della zia Elroy sarebbe tornata: in caso contrario, poteva trattarsi di un caso di demenza senile discretamente precoce, esacerbato di sicuro dalla pressione alta e dall'ictus.
Albert gli aveva riferito come comportarsi in sua presenza, visto che ora sembrava tranquilla all'idea che si sposasse a breve e aveva rimosso le parti più tragiche di tutta quella storia. Forse per autodifesa. Forse perché faceva parte della malattia.
Entrambi erano concordi su un'unica cosa: anche se speravano di tutto cuore che la zia recuperasse le sue piene facoltà, si auguravano che gli eventi sgradevoli continuassero a rimanere celati.
"Se avessi saputo che si sarebbe sentita male non glielo avrei mai confessato". La voce di Albert era bassa e roca e Archie si volse per guardarlo dalla sua posizione prostrata. Era appoggiato allo schienale, un braccio disteso per tutta la sua lunghezza e l'altro abbandonato lungo il corpo: guardava in alto, quasi cercando delle risposte divine. "Ma non potevo più tacerle una cosa così importante. Avrebbe comunque scoperto a breve la gravidanza di Lilian. Ora, perlomeno, potrò rivelargliela in un secondo momento, dopo il matrimonio".
Non voleva infierire su un uomo già distrutto, ma dovette comunque esprimere il suo disappunto: "Il particolare della gravidanza di Lilian potevi comunque risparmiartelo".
"Lo ha capito da sola, Archie. La zia non è stupida. Che motivo avrebbe un uomo di sposare una donna con tanta fretta se non...". La voce gli morì in gola e Archie scosse la testa.
"Scusa, hai ragione. Non ci ho pensato. Ma ho pensato a qualcos'altro ed è il motivo principale per cui mi sono precipitato qui".
Albert abbassò un poco il capo per fissarlo in tralice: "Per un attimo ho temuto che portassi altre cattive notizie da casa Brighton. Sembravi inseguito da tutti i diavoli dell'inferno".
"Sì, è vero, ma mi è venuta in mente una cosa che forse abbiamo trascurato fin dall'inizio". Si raddrizzò, per fronteggiarlo meglio. "Quando abbiamo appurato che la famiglia Rousseau è pura e senza apparenti macchie, non ci siamo più chiesti dove diavolo una signorina dell'alta società si fosse procurata la droga".
Albert alzò un sopracciglio: "Proprio perché è senza macchie non siamo riusciti a scoprirlo. Quindi non sei più convinto che io abbia perso la memoria?".
"Sì, cioè... non lo so, ma se davvero ti sei sentito così male a causa di qualche sostanza, allora piuttosto che un fantomatico amante dobbiamo cercare un fornitore. E io ho pensato proprio al cugino della madre di Lilian, anche se lei lo chiama zio. Frank Stevenson è un medico e ha accesso a...".
Albert stava scuotendo la testa. "E cosa ti fa pensare che un medico, che fa un giuramento quando diventa tale, si abbassi a fare qualcosa del genere?".
"Beh, magari ci sono delle dinamiche familiari che non conosciamo e lui è stato costretto a...".
"Forse leggi troppi romanzi gialli quando non studi economia, Archie", rispose in un sospiro.
Archie si appoggiò allo schienale a sua volta: "Quindi? La sposerai senza neanche capire cosa diavolo ti abbia dato?".
"No, certo che no! Voglio dire... devo sposarla comunque, ma hai ragione su questo punto, devo spostare l'attenzione su quello che mi ha rifilato nel bicchiere. Forse penserai che sono pazzo... ma preferirei che ci fosse di mezzo un amante piuttosto che un fornitore di droga. E farò controllare meglio anche il dottor Stevenson, visto che ci sono".
Archie guardò il profilo serio di Albert e si chiese quando gli fossero comparse quelle rughe sulla fronte e i segni d'espressione intorno alla bocca. In poco più di un mese sembrava invecchiato di dieci anni.
"Non dev'essere piacevole diventare padre in questo modo, vero?", chiese cercando di entrare nei suoi pensieri.
"Non è questo. Camminiamo, vuoi?". Senza attendere risposta, Albert si alzò come se la panchina scottasse e prese a passeggiare per il sentiero in mezzo alle aiuole fiorite.
Gli si accostò, attendendo con pazienza che si sfogasse.
"Un figlio è una benedizione e so già che quando nascerà lo amerò. Soprattutto, quella creatura non ha alcuna colpa. Ma c'è una parte di me... che ancora non accetta questa verità. In fondo al mio cuore io sono convinto che il figlio di Lilian sia di qualcun altro".
Albert si fermò per cercare di nuovo il contatto visivo.
"Allora non ti arrendere. Mi dispiace di averti aggredito così, quella sera. Ero... sconvolto! Diamine, lo sono ancora, ma sono dalla tua parte. Qualunque cosa tu scopra". Gli tese una mano per suggellare quella che era una promessa.
Lui gliela strinse, ricambiando il sorriso: "Ora però dobbiamo pensare alla zia. Darò disposizioni a Georges ma poi andrò subito da Lilian. Se davvero alla fine diventerà mia moglie è ora che impari a capire chi comanda, in casa".
I lineamenti induriti, lo sguardo di ghiaccio: non era rimasto nulla del ragazzo spensierato che sembrava quasi avere l'età di Candy e si arrampicava persino con lei sugli alberi. Quello non era neanche il pragmatico e pacato zio William. Era un uomo che non aveva più nulla da perdere se non la propria sanità mentale.
"E come pensi di convincerla? Mi pare che fino a oggi...". S'interruppe, imbarazzato.
"Mi ha tenuto in pugno? Puoi dirlo, non mi offenderò. Hai ragione, ha giocato con il mio onore e con i miei affetti. Ma ormai cosa può fare? Rendere pubblica questa gravidanza trascinando la sua stessa famiglia nello scandalo? Additarmi come una specie di seduttore malvagio con il rischio che non le credano? Non saranno dieci giorni in più a farla arrivare tanto oltre...".
Senza attendere risposta, Albert girò i tacchi e lasciò l'ospedale, marciando come un soldato pronto ad andare al fronte.
Archie rimase lì a guardarlo finché non sparì dalla sua vista, ascoltando il canto degli uccelli che volavano da un albero all'altro: l'estate stava per esplodere nella città di Chicago. Sperava che Lilian avesse esaurito le sue cartucce e che non provocasse più danni alle persone a lui care.
Altrimenti avrebbe dovuto pagarla anche a lui.
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Appena rientrata in casa, Lilian si chiuse nella biblioteca del piano terra.
Sua madre l'aveva di certo vista rientrare con l'auto e non voleva salire ai piani superiori rischiando di incappare nelle sue domande. Anche perché aveva seriamente rischiato di farsi scoprire.
Sedette su una poltrona accanto alla libreria principale, rendendosi appena conto che il suo abito sembrava meno stretto del solito sotto lo scialle di seta e prese un profondo sospiro: avendo acuito i sensi e l'attenzione, si era resa conto di una macchina che li seguiva, nelle strade poco trafficate.
Si trattava di una vettura che le sembrava anche piuttosto malconcia, però, pur tenendosi a debita distanza, prendeva tutte le svolte che aveva indicato al suo autista per seminarla. Arrivata a destinazione, si era resa conto, con sgomento, che Tailor's Gloves era ancora chiuso e avrebbe riaperto dopo pranzo.
Si era data della sciocca per non averci pensato prima di uscire, ma ormai era in gioco e doveva giocare, così aveva adocchiato la panetteria lì vicino e vi era entrata, sparendo quindi a piedi nel dedalo di viuzze interne. Non aveva più visto la macchina e sperava che chiunque l'avesse raggiunta pensasse che era andata a fare spese altrove.
Quando bussarono alla porta, sobbalzò come se avessero appena letto nei suoi pensieri: "Avanti!", disse cercando di ricomporsi.
La cameriera s'inchinò, annunciandole che c'era il suo fidanzato in visita.
William era lì?! Era andato a trovarla in mezzo alla settimana? Poteva voler dire solo due cose: o la zia era morta, oppure era in qualche modo risalito a Ethan.
Impossibile, nessuno mi ha seguita quando sono entrata nel suo rifugio!
E ora che ci pensava... se la vecchia aveva deciso di rendere l'anima proprio in quei giorni, come avrebbero fatto a sposarsi?
Si alzò in piedi, attendendo il suo arrivo con un principio di ansia, mordicchiandosi l'unghia del pollice, e quando lo vide rimase per la prima volta quasi intimorita dalla sua figura. Sì, William Ardlay emanava sempre un'aura di rispetto e compostezza, ma lei era stata così certa delle proprie armi che non si era mai lasciata spaventare. Fino a quel momento, perlomeno.
L'unico uomo che era riuscito a intaccare la sua freddezza era stato Ethan e si era innamorata di lui.
Ora, davanti a sé, aveva un uomo dal volto di pietra, le spalle dritte e i pugni chiusi. Molte volte si era impettito così davanti a lei, ma c'era qualcosa di diverso...
Mi ha scoperta, non so come ma...
"Dobbiamo parlare, Lilian", esordì chiudendo la porta con un discreto tonfo.
Con sommo sforzo, riuscì a mantenere un'espressione tranquilla: "Certo, caro, accomodati pure. Gradisci un tè?". Il suo tono era rilassato, ma forse aveva impresso una sfumatura ironica che non dovette piacergli.
"Voglio solo che mi ascolti", tagliò corto avvicinandosi e piantandole addosso due iceberg azzurri.
Lei tacque, sostenendo il suo sguardo, imponendosi di non abbassarlo anche se si sentiva divisa tra il desiderio di rannicchiarsi su se stessa e, fosse dannata, di baciarlo. Rievocò le immagini di Ethan che la fissava mentre le toglieva il vestito con gesti lenti ed esasperanti e l'impulso diminuì. Un poco.
Non mi posso invaghire di lui. O forse sì, ma senza esagerare...
"Dobbiamo rimandare il matrimonio e non tollero un no come risposta".
Fino a qualche giorno prima, Lilian si sarebbe imposta subito, ma qualcosa nel suo tono e nel suo comportamento la bloccò. Sentì che non sarebbe servito a nulla minacciarlo di raccontare a tutti della sua gravidanza, così decise di assecondarlo per capire cosa diavolo lo avesse reso tanto sicuro di sé.
"Mia zia si è risvegliata, ma forse sta sviluppando una malattia che le ha fatto misericordiosamente dimenticare ciò che le ho detto prima che avesse l'ictus".
Lilian sbiancò e dovette appoggiarsi allo schienale di una poltrona: "E che cosa le hai detto?".
"Le ho raccontato la verità su di te".
Spalancò gli occhi, incapace di ribattere: aveva davvero confessato tutto alla matriarca? Non aveva cercato un escamotage per giustificare un matrimonio tanto veloce? Forse, dopotutto, aveva peccato d'ingenuità: William non aveva molto altro da perdere e, con tutta probabilità, confidarsi con la sua unica parente diretta era davvero tutto ciò che gli rimaneva da fare.
Se non si fosse sentita male che avrebbero fatto? Hanno forse dei dubbi fondati su questo bambino?
"Che c'è, signorina Rousseau, è rimasta senza parole?". Il sorrisetto sbilenco, altri due passi verso di lei e Lilian quasi si rannicchiò davvero contro la poltrona.
Ma William aveva parlato di rimandare il matrimonio, non di annullarlo, quindi aveva ancora il coltello dalla parte del manico. Anche se, forse, non poteva più tirare troppo la corda.
"Sono... solo sconvolta dalla facilità con la quale nella vostra famiglia perdiate tutti la memoria". Non era proprio riuscita a trattenersi e si morse il labbro inferiore temendo che lo avrebbe fatto arrabbiare. Arrabbiare davvero.
In effetti, se possibile, il ghiaccio nei suoi occhi glieli fece vedere quasi più scuri di come fossero in realtà, come quando l'oceano riflette il grigio del cielo addensato di nubi.
"Non ti permetterò più, mai più, di dare giudizi sulla mia famiglia". Il tono, basso e pericoloso, sembrava il ringhio di un leone pronto ad attaccare. Era come se il felino che gli aveva lasciato le cicatrici sul petto si fosse d'improvviso impossessato di lui.
Tacque, certa che William avrebbe parlato senza che lei chiedesse niente.
Prendendo un profondo sospiro, lui rilassò le spalle solo di un poco e la voce tornò più pacata: "Mia zia ha bisogno di alcuni giorni per riprendersi, ma non vuole che questo matrimonio sia rimandato troppo. Credo sia convinta che siamo fidanzati da molto più tempo. Parlerò con i medici, penso che una decina di giorni in più dovrebbero essere sufficienti".
Oh, lo saranno, William, lo saranno di sicuro...
Credeva forse che lei non avesse altri assi nella manica, se si fosse reso necessario?
"E sia... se la povera signora Ardlay ha bisogno di fare riabilitazione in ospedale...".
"Non stavo chiedendo il tuo permesso", puntualizzò interrompendola. "Ti stavo informando della mia decisione. E già che ci siamo, ti comunico che non verrai a vivere nella villa di Chicago con mia zia e gli altri: andremo in un'abitazione secondaria in periferia dove potrai portare avanti questa gravidanza in tutta tranquillità".
Lilian strinse forte il tessuto della poltrona, affondandovi le unghie: in periferia sarebbe stata lontana sia dai negozi del centro, dove abitava Ethan, che dagli enti dove faceva beneficenza.
"Ma non preoccuparti", continuò lui con l'ennesimo sorrisetto. "Porterò con noi alcune persone fidate della servitù perché tu abbia l'assistenza che ti serve. Incluso il mio autista, che ti accompagnerà dal tuo medico e ovunque sia necessario".
Persone fidate. Sue persone fidate che gli avrebbero riportato ogni movimento. E magari una cuoca che non le avrebbe mai permesso di entrare in cucina per attuare il piano che aveva in mente Ethan.
Il suo matrimonio sarebbe stata la sua stessa trappola.
"Io... io... non posso lasciare sola mia madre. E la mia dama di compagnia...", tentò.
"Hai una dama di compagnia? Davvero? Bene, te ne troverò un'altra. Avrai due cameriere personali e una cuoca. Spero ti bastino. Tua madre potrà venirti a trovare ogni volta che lo desidera e viceversa". Il tono non ammetteva repliche e Lilian comprese che non poteva chiedere altro.
Era come se William la stesse sfidando a ribellarsi a quelle semplici richieste, avallando i suoi sospetti. E li vedeva, quei sospetti, nel suo lungo silenzio e nell'attesa di una sua risposta.
"Voglio poter continuare a fare beneficenza nelle strutture dove l'ho fatta finora", si azzardò a chiedere con la voce più ferma che le uscì.
Le sopracciglia biondo scuro di William si aggrottarono e lui la squadrò per qualche istante facendola quasi sentire nuda. Rabbrividì, non seppe se per timore o... altro.
"Sono davvero curioso di sapere che tipo di beneficenza fa una donna come te, Lilian. Una beneficenza così appassionata che sei stata miracolata, non ammalandoti di scarlattina come è successo invece ad Annie Brighton. Un giorno andremo insieme in uno di questi posti".
Quell'insinuazione la fece scattare e lei si azzardò finalmente ad avvicinarsi a un palmo da lui. Il gesto fu così repentino che lo scialle le scivolò via dalle spalle e, con orrore, si rese conto che Ethan non le aveva finito di allacciare il vestito fino in fondo ed era scivolato fino a mostrare una buona parte della sua scollatura.
Le parole dure che voleva rivolgergli le morirono in gola, mentre si portava le braccia a coprirsi.
"Non sarà con questi trucchetti che mi avrai ai tuoi piedi, Lilian Rousseau", rise divertito, allontanandosi e avvicinandosi alla porta per aprirla. "Ti terrò informata sui tempi".
Quando la porta si richiuse, Lilian indietreggiò di nuovo fino alla poltrona e vi cadde a sedere. William aveva appena guadagnato punti? Forse, ma gliel'avrebbe fatta pagare. E cara. Una volta che fosse stato suo marito, avrebbe dovuto lottare non poco per andare da Ethan senza essere scoperta. E lui cosa aveva intenzione di fare, andarsene dalla propria amante che era stata la sua protetta?
Non sapeva se quella Candy se ne fosse andata o meno, ma semmai fosse rimasto ancora un flebile legame fra loro ci avrebbe pensato lei a spezzarlo. Certo, si sarebbe dovuta esporre, e molto, ma se avesse scelto con cura la sua storia l'effetto mediatico sarebbe stato assicurato.
Poteva, a quel punto, il patriarca degli Ardlay ribattere sostenendo qualcosa di diverso che andava contro la donna che aspettava un figlio suo? Di sicuro, la sua immagine non ne sarebbe uscita migliorata. Fu lei a sorridere, ora.
Ed era pronta a parlare con sua madre.
