Angolo dei commenti:
MariaGpe22: Le ho create diaboliche apposta, altrimenti non sarebbero riuscite a mettere tanto in difficoltà il povero Albert...
Cla1969: Ti ringrazio per la sensibilità che dimostri nel rileggere anche due volte: in effetti volevo che Albert apparisse esattamente come volevo. Un uomo che sa farsi valere con sua zia ma che le vuole comunque bene; e che non esita a mettersi in discussione per un bambino innocente, anche se non coinvolto. Sia lui che Candy hanno perso i genitori, seppure in modalità diverse, e mi piace pensare che, empatia a parte, Albert si senta davvero coinvolto in questa sorta di dramma. Metti sul tavolo un sacco di teorie e di domande poi! Che vuole fare davvero Lilian? Che altro modo malefico troverà per mettere il cappio ad Albert? Coinvolgerà Candy? Trovo interessante la tua teoria su Terence, ma lui nel frattempo cosa starà facendo? Davvero vorrebbe essere coinvolto? E tutto il caos che sta creando Ethan: di certo tanti barboni morti attireranno qualche attenzione, su questo posso dire che in effetti ti sei avvicinata... ma non dico oltre, complimenti per l'attenzione! Per tutti gli altri, interessantissimi quesiti... non ti resta che continuare a leggere e io sono curiosa di sapere se poi ti convincerà come scioglierò (li scioglierò?) alcuni nodi. Grazie di cuore, a presto!
Ericka Larios: Cosa abbia in mente Lilian solo lei lo sa, ma bisogna capire se davvero sortirà i suoi effetti o meno. Candy ha sempre avuto fiducia cieca in Albert, è vero: ma è proprio per questo che ad oggi non lo riconosce più. D'altronde, questa donna ha dimostrato di saper manipolare le persone. Vedremo cosa accadrà...
Charlotte: Lilian è carnefice ma, in parte, persino vittima della società. Archie non poteva rimanere arrabbiato a lungo, ma Albert è ancora molto dubbioso: ha già perso la memoria una volta e questo intacca la sua sicurezza... La zia Elroy potrebbe avere tutto o nulla, lo scoprirai man mano che si va avanti. LOL, sapevo che il mio William arrabbiato ti sarebbe piaciuto: Lilian se lo merita! XD
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L'ultima verità
Albert aveva passato giorni d'inferno cercando di capire cosa diamine fosse accaduto durante l'ultima uscita di Lilian.
Georges lo aveva fatto parlare con James, l'autista di fiducia che accompagnava uno degli uomini messi a guardia della fidanzata: a quanto pareva, il conducente della vettura di lei aveva preso delle svolte continue come se si sentisse inseguito da quella dietro di sé, anche se si era mantenuta a distanza di sicurezza.
Nonostante il poco traffico durante un orario inconsueto, alla fine avevano perso di vista la macchina. Come era già accaduto, però, l'avevano ritrovata in una via abbastanza centrale, in apparente attesa della sua occupante principale.
Che, ovviamente, si era allontanata.
Lilian era una cliente affezionata di Tailor's Gloves e adorava fare shopping sempre negli stessi negozi: era qualcosa che al momento poteva controllare solo da lontano, ma a cui avrebbe ovviato scegliendo di farla vivere in periferia dopo che si fossero sposati, semmai fosse accaduto.
Le sue passeggiate avevano una durata media di due ore e qualche volta il suo autista si inoltrava nelle strade più interne, con tutta probabilità per ritirare i pacchi che Lilian aveva fatto preparare. Altre volte ripartiva in direzione di casa sua.
"Sei solo un autista molto attento o Lilian si sente pedinata?", chiese con gli occhi fissi su uno dei contratti che doveva stipulare con i nuovi investitori, come se quest'ultimo potesse rivelargli quel mistero oltre a mostrargli inutili clausole.
Avrebbe tanto voluto che l'uomo messo a controllare i movimenti di Lilian potesse muoversi con più facilità e magari seguirla passo passo, ma lei se ne sarebbe di sicuro accorta, scaltra com'era. Avevano anche pensato, assieme a Georges, di chiedere al loro uomo di travestirsi da senzatetto, visto che in un paio di occasioni Lilian aveva dato loro dei soldi: ma non sarebbe comunque stato utile a controllarla meglio.
Le opzioni a sua disposizione stavano finendo e i giorni scarseggiavano pur se aveva ne guadagnato qualcuno per la zia.
Albert era stanco, non dormiva a sufficienza da giorni, cercava di analizzare le ultime informazioni con Georges in una frenetica corsa contro il tempo e in più era in pena per sua zia. Candy era una costante nei suoi pensieri, eppure in quella sorta di conto alla rovescia inesorabile e spietato, non riusciva più nemmeno a concentrarsi su di lei. Non aveva neanche il tempo di soffrire per il suo amore perduto.
Fu forse per quel motivo che quella mattina, mentre scostava con un gesto stizzito la sua terza tazza di caffè che aveva macchiato il foglio, si ritrovò all'improvviso con la convinzione di essersi dimenticato di qualcosa d'importante. Forse persino fondamentale.
Cercò di concentrarsi, senza riuscire a distogliere gli occhi dal contenitore di porcellana. Il bordo leggermente ripiegato all'infuori. La linea che si restringeva verso il centro e poi terminava con la base sul piattino coordinato. Il manico che emulava la forma di un piccolo padiglione auricolare. E la macchia perfettamente rotonda sul foglio.
La macchia di caffè.
"Il caffè! Dannazione, come ho fatto a non pensarci prima?!".
Persino la zia Elroy gli aveva lanciato una sorta di messaggio subliminale, andando a ripescare quel ricordo peculiare nella nebbia che avvolgeva le sue ultime settimane!
Scattò in piedi e si diresse in biblioteca, fermandosi davanti alla grande libreria sulla parete più a destra, dove erano riposti i libri di medicina. Scorse velocemente i titoli e cominciò a tirare fuori tutti i volumi di medicina generale che gli capitavano a tiro, gettandoli con tonfi sordi sulla grande scrivania di mogano lì accanto. Ne accumulò un buon numero e si mise a scorrere gli indici senza neanche mettersi seduto, con la schiena curva come uno studente che sia troppo di fretta per occuparsi dei dettagli.
Scorse il dito sui titoli mordendosi il labbro inferiore e selezionò tre volumi. Senza curarsi di rimettere a posto gli altri, li imbracciò e se li portò nello studio che aveva lasciato poco prima.
"Signor Ardlay?". La voce, timida e femminile, gli fece alzare il viso da un paragrafo che parlava di anatomia umana.
"Sì?". Il tono era quasi impaziente.
"Mi perdoni, ma ha lasciato la porta aperta e...".
"Non preoccuparti, Ruth, dimmi", rispose abbassando di nuovo gli occhi sul libro e scorrendolo avanti di un paio di pagine.
"Volevo solo lasciarle i giornali".
"Sì, grazie, mettili pure qui sulla scrivania", la liquidò distrattamente.
Gravidanza. Fasi della gravidanza. Sintomi associati alla gravidanza. Sì!
Sentì a malapena il fruscio della carta alla sua sinistra, seguito dal rumore lieve della porcellana: Ruth doveva aver preso la tazzina vuota per portarla via.
"Per favore, chiedi che nessuno mi disturbi almeno fino a mezzogiorno", chiese quando ebbe sentore che stava per chiudere la porta.
La sua risposta non fu che un mormorio indistinto, perché aveva appena trovato ciò che gli interessava di più: nausea, disgusto verso determinati cibi che può portare a episodi di iperemesi.
"Tra gli alimenti e le bevande più comuni c'è il caffè!", gridò battendo un pugno sulla scrivania, quasi potesse fissare meglio quel concetto.
Ma il sorriso di trionfo gli morì presto dalle labbra: sperava che le tempistiche avrebbero condannato Lilian, ma la verità era che non esisteva una regola precisa, a quanto pareva: il rifiuto per i cibi poteva comparire anche in tempi molto precoci, persino a ridosso dei primi giorni di ritardo della donna.
Albert si prese il capo fra le mani, considerando brevemente le date e si rese conto che... sì, da quando era accaduto l'increscioso fatto al giorno nel quale si era verificato l'incidente con il pasticcino erano passate perlomeno tre settimane.
Un caso di nausea precoce. Non è escluso, eppure...
Fu in quel preciso istante che alzò per caso lo sguardo sulla prima pagina dei giornali che erano sulla scrivania. Con un verso strozzato e il respiro che si mozzava, Albert comprese perché la cameriera avesse tanta premura di lasciargli i quotidiani, quella mattina.
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Annie le aveva chiesto dei giornali per distrarsi e Candy non aveva potuto fare a meno di dirle di sì.
I primi due giorni tutto era filato liscio: se li era fatti consegnare e non li aveva degnati di uno sguardo, lasciando che lei li leggesse senza neanche mettersi a studiare le espressioni del suo volto: le era bastato venire a sapere della zia Elroy per avere il desiderio insano di correre da Albert per sapere se stesse bene.
Beh, anche per informarsi sulla salute della zia, ovvio. Il pomeriggio precedente era persino uscita con l'intenzione di andare in ospedale a trovarla e accertarsene di persona, ma aveva desistito. Non voleva riallacciare legami con la famiglia Ardlay neanche per sbaglio, così si era accontentata di parlare al telefono con Archie.
"La zia... sta meglio ma ha avuto alcuni problemi di memoria". Non aveva voluto approfondire oltre quell'argomento, troppo vicino a quanto era successo ad Albert. Ma il suo istinto di infermiera era allarmato e aveva subodorato il problema.
Ora, però, con Annie che la fissava con sguardo supplichevole come se non sapesse come scusarsi, Candy si sentiva in un limbo tra disperazione e senso d'irrealtà. Non si era forse ripromessa che sarebbe stata lontana dai giornali? Era assurdo e anche infantile, certo, ma in quel momento rimpianse amaramente di aver lanciato un'occhiata fugace alla maledetta prima pagina.
Lilian Rousseau aveva rilasciato una lunga intervista, nella quale spiegava i motivi per cui il suo matrimonio si sarebbe tenuto entro la fine del mese.
E, nonostante il cuore le avesse urlato, straziato, di non approfondire la cosa, quella parte di lei che sapeva già la verità si era gettata nell'ignoto. Che poi tanto ignoto non era.
La giovane esponente della famiglia Rousseau aspettava un bambino.
Candy riuscì a leggere fino in fondo senza avvertire il desiderio di piangere e quel particolare quasi la preoccupò. Era rimasta fredda, forse per autodifesa, o forse perché il dolore, superata una certa soglia, non poteva fare più male di così.
Poco importava, riuscì persino a stirare le labbra in un sorriso per la sua Annie: "Tranquilla, io sto bene. D'altronde è una lieta notizia, no?".
Forse la voce aveva tremato? Solo un po'...
"Ma, Candy... ".
"Se ci pensi bene poteva accadere e devo ammettere che Lilian è stata molto abile ad annunciare la cosa senza creare scandalo. Certo, molti saranno in disaccordo, ma di sicuro è stato meglio così: pensa se si fosse scoperto quando ormai fosse stato troppo tardi. Allora sì che la reputazione di Albert sarebbe stata...".
Non ce la fece a continuare il suo pur giusto ragionamento. D'improvviso, solo per aver pronunciato il nome amato, era priva di forze. Certo, Lilian Rousseau era stata molto diplomatica e sembrava sul serio che non avessero fatto nulla di male, lei e il suo fidanzato.
"Una donna innamorata arriva pura al matrimonio anche se è già in attesa di un bambino, perché quel bambino è il frutto di un amore che si è espresso nel suo massimo splendore. Ed è quello che è accaduto a noi: non dovete giudicarci, ormai siamo negli anni '20 e l'emancipazione femminile è una realtà. Non rimaniamo ancorati ai retaggi del passato e soffermiamoci a pensare ai veri valori della famiglia. Io e William ne stiamo creando una perché in meno di tre settimane sarò sua moglie e tra qualche mese stringeremo nostro figlio fra le braccia. L'erede degli Ardlay sarà presto tra noi".
"Candy". Sentì i passi di Annie avvicinarsi e tentò di riprendere il controllo e la freddezza che tanto si era stupita di avere solo fino a pochi istanti prima. Ma il macigno, seppure in ritardo, l'aveva colpita.
Schiacciata. Annullata.
"Posso restare sola? Scusa, lo so che è la tua stanza, ma...".
"No". A quella negazione, Candy alzò il viso e vide Annie, seria, che si apprestava ad abbracciarla.
"Io...". Trattenere le lacrime era come cercare di racchiudere acqua in una mano.
"Non ti lascerò da sola. Ti darò tutta la consolazione che posso, visto che in parte è anche colpa mia se adesso lo sai".
E Annie lo fece: l'abbracciò e la strinse senza dire nulla, rimanendo in silenzio. Candy pianse in altrettanto silenzio, prostrata dall'ennesima prova che aveva dovuto affrontare.
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Georges fissava già da un po' William che misurava la stanza a lunghi passi. Sembrava che l'ufficio, quel giorno, non fosse abbastanza grande da contenere la sua rabbia.
"La zia...".
"Nessuno le porterà quotidiani nella sua stanza e nessuno aprirà bocca con lei su questa storia. La servitù ha ordini precisi".
"Bene... bene...". La mano si alzò sotto al mento e William marciò dal camino spento alla scrivania e viceversa altre due volte, prima che decidesse che era ora di dare voce lui stesso ai suoi pensieri.
"Se mi permette, signorino William...". Quella frase, detta in modo gentile ma fermo, servì a farlo momentaneamente bloccare al centro esatto del suo percorso.
"Stai per dirmi che Lilian ha fatto bene, vero?". Il suo tono non era di sfida, ma sembrava più che altro amareggiato.
"Purtroppo devo dirle di sì", ammise disponendosi a cercare le parole adatte. "Rimandare ancora l'annuncio del matrimonio sarebbe stato deleterio. Ne sarebbero seguite teorie comunque aderenti alla realtà e di sicuro espresse con malizia e forse con toni di accusa. In questo senso, la modalità scelta dalla signorina è stata... delicata. Ha messo in evidenza la profondità dei sentimenti che hanno portato a una situazione che altrimenti poteva diventare imbarazzante e persino dannosa. Una donna che parli di libertà e di maternità in prima persona rende lo scenario non solo accettabile, ma persino plausibile. Nonostante qualcuno possa comunque storcere il naso e gridare allo scandalo, se anche lei manterrà i toni della sua futura moglie, l'onore degli Ardlay sarà salvo".
William rilassò le spalle, come fosse svuotato dell'anima e annuì: "Quando ho letto le prime pagine volevo... Dio mi perdoni, perché non è la prima volta, ma ho avuto l'impulso di schiaffeggiarla. Lei, una donna! E incinta, per giunta! Ma man mano che leggevo, la mia rabbia si è trasformata quasi in ammirazione, che forse è persino peggio". Fece una risatina scomoda e si lasciò cadere sulla poltrona presidenziale, guardando fuori dalla finestra.
Il sole era quasi alla metà del proprio cammino.
Georges attese ancora qualche istante prima di dargli un suggerimento che poteva essere prezioso: "Parli con la signorina Candy. Si dia questa possibilità".
William si voltò tanto di scatto che per poco non cadde dalla sedia: "Devo esporla alla verità come ho fatto con la zia e con Archie?! E per cosa, per farmi odiare ancora di più o persino per farla stare peggio?".
"La signorina Candy la comprenderà, ne sono certo. Se le racconta la verità potrebbe essere inizialmente sconvolta, anche se non come il giorno in cui se n'è andata, ma ho fiducia che poi potrete venire a patti con la vostra separazione in modo più facile". Quel concetto, così definitivo e triste, era però meglio di qualunque rancore covato a distanza.
William poggiò i gomiti sulla scrivania e chiuse gli occhi: "Archie mi ha detto che stava per prendere la nave, quando Annie l'ha raggiunta e si è sentita male. Se non fosse stato per la scarlattina, ora sarebbe già lontana".
"A maggior ragione, le parli prima che sia troppo tardi!". La sua veemenza gli fece aprire gli occhi per guardarlo con attenzione. "Vuole che se ne vada in Europa o chissà dove pensando che lei si è comportato da mascalzone?".
"Le avevo scritto...".
"Se avesse letto la sua lettera non sarebbe partita o le avrebbe scritto una risposta. Deve parlarle a quattr'occhi".
Georges sapeva che stava usando un tono molto confidenziale e quasi fraterno, ma era una cosa che faceva solo quando sentiva davvero il bisogno di orientare quel ragazzo che, di norma, era in grado di affrontare da solo qualunque problema. Sulle questioni di cuore, però, soprattutto se temeva di ferire le persone amate, aveva bisogno di un supporto e mai come in quel momento.
William sospirò e si alzò posando le mani aperte sulla scrivania, quasi sostenendosi: "Se la rivedo... potrei non resistere all'impulso di stringerla fra le mie braccia e chiederle di fuggire via con me. Sono sempre stato un uomo equilibrato, anche nei momenti peggiori, ma davanti a Candy non sono certo di poter mantenere l'autocontrollo. È come se mi trasformassi in un'altra persona".
Fu il suo turno di sospirare: "Lo capisco molto bene, mi creda". E, dal lampo che attraversò i suoi occhi, poté affermare che gli credeva.
Rimasero a fissarsi finché l'orologio sul camino non annunciò, con un suono argentino, che mancava mezz'ora a mezzogiorno.
"Chiamerò a casa Brighton dopo pranzo".
Georges sorrise e gli augurò con tutto il cuore di avere fortuna.
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Lilian era perplessa.
Quando sua madre la guardò con un sopracciglio alzato in una muta domanda, non poté fare altro che alzare le spalle: "William mi ha ringraziato".
Riattaccò il telefono e si mise a fissarlo come se l'apparecchio avesse la soluzione di quell'enigma.
"Beh, non mi stupisce. Io credo che tu l'abbia sottovalutato, tesoro". La donna cominciò a camminare per la stanza controllando con le dita che non ci fosse neanche un filo di polvere sui mobili.
"Cosa intendi dire?", chiese sbattendo le palpebre e sedendo sulla poltrona. La schiena le stava dando di nuovo noia.
"William ha il tuo stesso interesse che la sua famiglia e la sua immagine non siano trascinate nello scandalo. Non hai fatto altro che mettere in buona luce sia noi che gli Ardlay ed è giusto che sia così! Una cosa è sposarlo per i tuoi interessi, un'altra è rovinare la nostra posizione in società. Quando abbiamo parlato del modo migliore per comunicare la notizia ai giornali non avevo capito che volessi fargli un dispetto".
Lilian si portò una mano al capo: aveva anche l'emicrania, ora: "In realtà volevo fargli capire che la sua idea di recludermi in una casa che non è neanche l'abitazione principale degli Ardlay era pessima. Sono io che conduco i giochi, non lui".
Sua madre si voltò di scatto, posando una statuetta con tanta foga che quasi la ruppe: "Forse non hai ben chiaro quanto tu abbia ottenuto fino ad ora! Vuoi forse rischiare di farlo arrabbiare davvero?! Ti ricordo che sei riuscita a fargli credere di aver passato la notte con te, mettendoti persino incinta! E tutto mentre continui a vederti con il tuo amante! Pensi forse che la tua fortuna sia infinita?!".
Lilian tacque, prendendo un respiro tremulo, appoggiandosi meglio allo schienale e passandosi una mano sul ventre quasi volesse proteggere il bambino dalle grida.
Ci aveva pensato anche lei: aveva davvero tirato troppo la corda, forse, e William era un uomo molto intelligente che la stava assecondando solo perché aveva un onore da difendere. Più prosaicamente, pensava che non si sarebbe mai tirato indietro davanti a una responsabilità.
Si ritrovò a ricordare il viso duro, le sue parole decise e la determinazione con la quale le aveva quasi ordinato di rimandare il matrimonio. Non pensava che l'avrebbe mai detto, ma quel lato così sicuro e risoluto le aveva ricordato Ethan.
Pensò che il dottor Freud avrebbe trovato di certo interessante la storia di una ragazzina che aveva perso il padre in età precoce e avesse sostituito la devozione con l'attrazione verso uomini dall'indubbia autorità. Ethan, però, aveva il fascino del proibito e dell'ignoto. William, invece, si stava rivelando la classica acqua cheta che nasconde la tempesta. Ancora una volta, Lilian si chiese cosa avrebbe provato a stare fra le sue braccia.
"Ti ricordi di Candy, mamma?", chiese a bruciapelo, affrontando finalmente la sua teoria.
Margaret smise la sua ispezione della stanza e le si avvicinò: "Perché me lo chiedi? Si è rifatta viva?".
"No, ma ho avuto modo di parlare di lei con Terence Graham, quando sono andata a incontrarlo a teatro, e l'ho nominata più volte a William. Questa notizia forse l'ha messa definitivamente all'angolo".
"Non sapevo rappresentasse un problema... cosa mi sono persa?". Margaret sembrava davvero interessata e si avvicinò prendendo posto sul divano accanto a lei.
"Molto, mamma, molto...".
E Lilian la mise a parte del suo sospetto che William e Candy condividessero una relazione segreta.
