Angolo dei commenti:
Cla1969: Lilian è astuta e fortunata, sa come rigirarsi uomini e stampa, non c'è che dire! Candy, ora che Annie è guarita, può andarsene quando desidera e Albert... troverà il coraggio e il modo per parlarle? Di certo le indagini che sta conducendo portano molti dubbi e ipotesi. Non sei la prima che ha pensato a Terry per impersonare il barbone LOL Non è una cattiva idea, ma vedremo... grazie di cuore, alla prossima!
MariaGpe22: Certo, se coinvolgessero Candy vedrebberola parte peggiore di Albert, matrimonio o meno, figlio in arrivo o meno! Il karma a volte sembra davvero avere qualche difetto e al momento è in grosso ritardo...
Ericka Larios: Nulla poteva preparare Albert alle macchinazioni di una donna così scaltra e il fatto di aver perso la memoria in passato è la sua più grande debolezza, quello che lo fa titubare. Tu vedi un matrimonio imminente e una sconfitta... non ci siamo ancora arrivati e non sappiamo cosa ci aspetta al prossimo angolo, come dice miss Pony ;-)
Charlotte: Lilian pensava di fare un dispetto, invece ha fatto in modo che l'onore suo e degli Ardlay fosse salvo. Prima o poi, si sarebbero accorti tutti che era incinta appena sposata! La povera Candy, forse, si convincerà a parlare con Albert, ma chissà cosa si diranno...
Dany Cornwell: L'erba cattiva non muore mai, come si dice sempre... e Lilian sembra averle tutte vinte! Dobbiamo sperare che non faccia mai del male ad Albert. Certo, lei ama Ethan, ma come si fa a non rimanere abbagliate da Albert? Su questo io direi che è solo da capire XD
- § -
- § -
- § -
Un ultimo appuntamento
Il suono della linea libera gli fece accelerare il battito cardiaco come se si trattasse già della voce di Candy. Albert fu costretto a deglutire e a sedersi, perché non si fidava delle proprie gambe.
Quando la cameriera rispose e lui si presentò, ci fu un attimo di silenzio: con molta probabilità, la donna aveva faticato a riconoscere il patriarca degli Ardlay in quel tono incerto e velato di emozione.
"So che la signorina Candice è lì da voi. Non è andata già via, vero?", aggiunse cercando di controllarsi e riuscendo solo ad accartocciare un foglio con la mano libera: era un contratto importante? Un resoconto mensile? Poco importava, lo avrebbe riscritto.
"No, è in camera con la signorina Brighton, vuole che gliela chiami al telefono?".
"Sì, per favore", rispose sperando che non suonasse come una supplica. Non si era mai sentito così insicuro e agitato in vita sua. Doveva solo parlare a Candy, come aveva fatto centinaia di altre volte in centinaia di altre occasioni!
Non è la stessa cosa. Non lo sarà mai più.
Mentre attendeva, tamburellando con le dita sulla scrivania di mogano, Albert pensò che non aveva la più pallida idea di cosa dirle. Ma avrebbe seguito il proprio cuore, che desiderava solo rivederla e sfiorarla un'ultima volta prima dell'inevitabile separazione.
Come farò a vivere senza di te, Candy? Come?!
Gli istanti parvero eterni e rumorosi come rintocchi funerei: era la prima volta in vita sua che si sentiva così lacerato all'idea di allontanarsi da lei. Da quando l'aveva incontrata per la prima volta, più di dieci anni prima, era stato lui il primo a osservarla da lontano, accertandosi solo che stesse bene e fosse felice.
Ma da quando aveva perso e poi riacquistato la memoria, tutte le carte in tavola erano state scoperte. Candy era la donna della sua vita, tuttavia il loro destino, che sembrava averli sempre uniti fino a quel momento, ora li stava dividendo.
Il giorno dopo avrebbe accompagnato Lilian dal dottor Stevenson e gli avrebbe fatto delle domande per sapere se il bambino stava bene e, soprattutto, per capire se gli stesse mentendo: non che lo conoscesse al punto da smascherarlo, ma doveva almeno tentare. Non aveva altre opzioni e forse non aveva neanche più senso far seguire Lilian o indagare su qualcosa di inesistente.
Se lo aveva drogato, non si stava certo incontrando con il fornitore nei negozi del centro. E, ammesso che avesse trovato il responsabile, avrebbe anche potuto farlo confessare e inchiodare la ragazza, dimostrando che lo aveva incastrato per i suoi scopi.
Però cosa avrebbe ottenuto? Una donna che aveva vinto un matrimonio con un uomo ricco e dalla posizione sociale invidiabile. E lui che comunque aveva un erede in arrivo.
Eppure, c'è qualcosa in lei che mi sfugge...
"Pronto?". La cornetta gli cadde quasi di mano e, prima ancora di accorgersi che la voce non era quella di Candy, pronunciò il suo nome come un assetato nel deserto.
"Mi spiace, Albert, sono Annie. Candy non vuole parlare con te".
Si diede dell'idiota e strinse i denti per la frustrazione: "Scusami, Annie, è che...". Si strofinò la fronte con le dita, quasi così potesse schiarirsi le idee.
"Lo so, credimi. A dire il vero anche io vorrei chiederti delle spiegazioni, perché per colpa tua ho litigato con Archie e, vista la mia recente malattia, ho dovuto fare una specie di pace per telefono".
Albert risucchiò aria tra i denti: non aveva idea che suo nipote avesse discusso con la fidanzata. "Innanzitutto ti domando scusa, non ti ho neanche chiesto come stai, Annie".
"Il peggio è passato. Grazie alle cure del dottor Leonard e di Candy, fra qualche giorno potrò uscire".
Ne fu davvero sollevato. Nonostante le notizie che gli dava Archie, si sentiva in colpa per non aver fatto nemmeno una telefonata a casa Brighton prima di decidersi a cercare Candy. Anche se era in un momento della sua vita che definire delicato significava usare un eufemismo, il suo comportamento non era giustificabile.
"Sono felice di sentirtelo dire, Annie. Tu, Patty e gli altri siete stati così premurosi con me, quando ho perso la memoria, e so di non avere fatto abbastanza per...".
"Lascia stare, Albert, non ce n'è bisogno. Anzi, porta i miei saluti alla zia Elroy: so che sta meglio, per fortuna. Comunque non è con me che devi parlare, ma con Candy. In realtà non avrei dovuto immischiarmi, ma sai che è come se fosse mia sorella e non ho potuto farne a meno. Credo di essermi comportata da invadente".
La voce di Annie vibrava di qualcosa che gli parve rammarico e lui si chiese se cominciare con il dare a lei, delle spiegazioni. Era sincero quando diceva che era grato a tutti loro per averlo accudito, alcuni anni prima.
"Qualunque cosa ti abbia raccontato Candy, lei non sa ancora tutta la verità. Ed è per questo che ho bisogno di parlarle. So che tutto punta contro di me, soprattutto ora che la notizia è stata resa ufficiale". Albert era così convinto che Candy si fosse confidata con Annie, che quando udì la sua risposta fu certo di aver capito male.
"Candy non mi ha raccontato nulla, Albert, e credo non l'abbia fatto con nessuno. Se oggi so il motivo per cui stai per sposare quella donna è perché ho letto le prime pagine dei giornali. Vorrei non aver mai chiesto a Candy di portarmi qualcosa da leggere...".
Con gli occhi spalancati e la bocca aperta per lo stupore, Albert metabolizzò a fatica quelle informazioni: Candy non aveva rivelato nemmeno ad Annie i motivi per cui lui stava per sposare un'altra donna? Possibile che avesse cercato di proteggerlo? Tanto era l'amore che provava nei suoi confronti che, pur ferita, aveva tentato di preservare il suo onore!
Quella consapevolezza gli strinse il cuore in una morsa.
Gli occhi gli si riempirono di lacrime contro la sua volontà e Albert dovette deglutire e controllare il respiro per parlare: "Come sta?", soffiò nella cornetta, incapace di dire altro.
Il silenzio e il sospiro profondo di Annie furono una risposta più che sufficiente.
"Dimmi solo una cosa, Albert. Colgo nella tua voce la profonda sofferenza che stai provando. Se io riuscissi a convincere Candy a parlarti, pensi che starebbe peggio? Oppure sarebbe serena, pur sapendoti accanto a un'altra?".
Sanno tutto di noi. Lo sapevano prima ancora che noi stessi lo portassimo a livello conscio. Dio, se solo avessi avuto meno remore e le avessi parlato prima!
"Ho sempre voluto la felicità di Candy. E ti giuro che preferirei morire che saperla infelice a causa mia. Purtroppo non posso fare molto, ma le devo la verità assoluta".
"Non mi aspettavo nulla di meno da te. Mi lasci solo qualche minuto? Ti richiamo io".
Albert prese ad annuire con frenesia, asciugandosi con le nocche una lacrima che era scesa sullo zigomo, e quando realizzò che Annie non poteva certo vederlo, soffocò un "sì" al telefono.
Riattaccò giungendo le mani sulle labbra, come in una preghiera silenziosa.
- § -
Candy accettò con mani tremanti l'infuso che Annie le stava porgendo, trattenendolo qualche istante di troppo come se temesse che la tazza potesse caderle. E, in effetti, le mani non erano solo gelide, ma le parevano fatte di gelatina.
Prese un sorso e si rese conto che era camomilla: pensò che gliene sarebbe servita almeno una caraffa intera.
Sapeva che Annie era in attesa di una sua risposta, ma sapeva anche che le stava dando il tempo di assorbire tutte quelle emozioni.
"Non credo di potercela fare", mormorò infine, guardando il liquido dorato e appoggiandosi allo schienale della poltrona, dove era quasi crollata quando Annie le aveva detto che Albert voleva parlare con lei.
La ragazza sedette a sua volta su una sedia vicina, protendendosi per guardarla negli occhi: era un po' dimagrita, ma aveva ripreso colore sulle guance. Sembrava, anzi, che il vigore con cui le parlò lo avesse acquisito durante la sua malattia.
"Candy, per l'amor del Cielo, hai affrontato cose ben peggiori! I Lagan, la morte di Anthony... Ti chiedo perdono, non voglio rinnovare il tuo dolore, ma anche quando sei tornata da New York e ti eri appena lasciata con Terence hai avuto la forza di andare avanti! Lo so che non hai voluto parlare di quello che è successo con Albert fino ad oggi e ho rispettato questo tuo desiderio: ma prima che tu sparisca dalle nostre vite, voglio almeno sapere che sei serena".
"Senza di lui non ha più senso nulla!".
Lo aveva gridato, espresso ad alta voce, accettato. Ed era stato terribile ma liberatorio. Le faceva rabbia eppure si sentiva sollevata. Era la cruda realtà.
La bocca di Annie si strinse come se cercasse di trattenere delle parole dure. Raddrizzò la schiena e volse lo sguardo fuori dalla finestra, dove splendeva il sole.
"Non credevo che un giorno sarei stata io a doverti strigliare per bene, ma se è necessario ti darò anche uno schiaffo perché tu torni in te, Candy. Sai una cosa? Sto cercando di mettermi nei tuoi panni e di immaginare cosa mi accadrebbe se domani Archie mi lasciasse. Ne sarei devastata, piangerei notte e giorno. Ma non toglierei mai valore alla mia vita. Mai".
Candy alzò lo sguardo su di lei, ammirata. Si era ripetuta lei stessa che non era corretto annullarsi in nome di un amore impossibile, per quanto grande e importante fosse: ma era come chiedere al suo cuore di battere più piano mentre lei correva all'impazzata verso un futuro ignoto.
Con un gesto lento, posò la tazza sul tavolino rotondo di fianco alla poltrona. Se solo Annie avesse saputo quanto vicina era arrivata a svalutare la sua vita, forse l'avrebbe schiaffeggiata davvero e forte. Diamine, lo avrebbe fatto lei stessa! Non si era mai sentita così vulnerabile come ora che aveva perso Albert.
"Grazie, Annie, hai perfettamente ragione. Ho cercato di tenere tutto questo dentro di me, anche se mi hai vista piangere tante volte, però ora sono pronta. Sono pronta ad ammettere la mia debolezza. Da quando ero una ragazzina, senza rendermene conto, avevo la certezza che a ogni difficoltà, a ogni bivio, ci sarebbe sempre stato Albert a salvarmi, a consolarmi, a dirmi anche solo una parola di conforto. Si tratta di qualcosa che davo per scontato e non mi sono mai soffermata a pensarci più di tanto: un po' come quando eravamo bambine e sapevamo che la Casa di Pony era il nostro incrollabile rifugio. Ora che i miei sentimenti per lui sono più chiari e che sono consapevole che non potrò più stare fra le sue braccia è come se non avessi più riferimenti".
"Ma Candy...".
"Lui mi ha tradita, Annie! O, meglio... ha tradito la mia fiducia! E io sono stata un'ingenua perché lo avevo idealizzato! Pensavo fosse praticamente perfetto, che non avesse debolezze e che si fosse sempre comportato da gentiluomo! Sono furiosa con lui, ma anche con me stessa...".
"Hai mai ascoltato la sua versione dell'accaduto?".
Quelle parole bloccarono il fiume in piena di rabbia e frustrazione che la stava sommergendo e Candy tacque, interdetta. Aggrottò le sopracciglia, riprendendo la tazza con mani più ferme e finendo di bere.
"Non credo ci sia molto da spiegare. La sua fidanzata aspetta un figlio da lui...". Non voleva che la voce tremasse, ma lo fece. E non voleva, accidenti, che gli occhi si riempissero di altre lacrime: li avrebbe consumati a furia di piangere!
Annie sospirò, alzandosi in piedi e, aprendo le ante della finestra, fece entrare un refolo di vento tiepido: "Su questo non posso darti torto, Candy. Ma credo che dobbiate chiudere questo cerchio. Prima di innamorarvi eravate ottimi amici...".
"...è da tempo che non siamo solo più amici, Annie, ve ne siete accorti persino prima di noi", singhiozzò portandosi le mani al viso.
Annie si avvicinò e gliele scostò con gentilezza, prima di continuare "...ed è proprio per questo che ora devi parlargli! Scappare da lui senza darvi la possibilità di rivedervi anche solo un'ultima volta lascerà sempre qualcosa in sospeso e non è giusto! Non mi piace dirlo, ma ho sentito in Albert una sofferenza che mi ha toccata: e gli ho solo parlato per telefono".
"Lui soffre? Davvero?! Beh, poteva pensarci prima di avvicinarsi a quella... quella...".
Inaspettatamente, Annie sorrise: "Preferisco vederti gelosa e arrabbiata che rassegnata e senza forze. Urlagli contro, picchialo se vuoi, ma chiaritevi. Chiaritevi una volta per tutte, qualunque cosa tu decida di fare dopo".
Candy smise di respirare. Rivedere Albert nascondendosi dietro una facciata di rabbia. Impedire al proprio corpo di gettarsi contro il suo, cercando il calore delle braccia tanto amate. Tentare di concentrarsi sulla sua gelosia per non sentirsi sopraffatta dal dolore.
"È come se mi si strappasse il cuore dal petto", articolò a capo chino, con i denti stretti e gli occhi serrati, artigliandosi il vestito quasi a simulare il gesto. I singhiozzi la scossero e furono le braccia sottili e amorevoli di Annie a cullarla mentre piangeva senza poterselo impedire. "Come farò... come farò a rimanere impassibile davanti a lui? Come, quando vorrei solo stringermi a lui e non lasciarlo più andare?".
"Mi dispiace, Candy, mi dispiace così tanto, tesoro". Anche Annie stava piangendo, inginocchiata davanti a lei mentre la teneva in quell'abbraccio fraterno. "Ma se non lo farai sarà peggio. Ti giuro che poi non ti inseguirò più al porto, anche se preferirei che cambiassi idea. Concediti di dirgli addio come si deve, va bene?".
Si scostò e Candy annuì, prendendo il fazzoletto che le porgeva e asciugandosi il viso: "Va bene. Hai ragione, così farà solo più male".
"Posso dirgli allora che lo vedrai domani? Preferisci telefonargli tu?".
Scosse la testa con vigore: "No, non... non sono ancora pronta a sentire la sua voce. Potresti farlo tu, per me?".
Annie le sorrise, prendendole il fazzoletto di mano e asciugandole gli angoli degli occhi come a una bambina: "Ma certo".
"Grazie. In questi giorni sei molto più forte di me, lo sai?".
"Non dire così, lo sei anche tu. Molto più di quanto creda".
Annie si stava già avviando alla porta, quando a Candy venne in mente una cosa. Con un brivido lungo la schiena, si alzò di scatto dalla poltrona. "Annie?".
"Sì?". Si voltò, una mano già sulla maniglia.
"Puoi... puoi chiedergli di fare in modo che lei non ci sia...? Per favore...".
Il viso di Annie divenne quasi triste: "Lo farò, anche se credo che non ti farebbe mai una cosa simile".
Mi ha fatto molto di peggio, Annie, molto...
Ma lo tenne per sé e attese che Annie prendesse per lei l'ultimo appuntamento con Albert.
- § -
Frank Stevenson aveva ottenuto di avere a disposizione la stanza dell'ospedale per l'indomani. Doveva comunque visitare sua nipote ma, soprattutto, avrebbe affrontato William Ardlay.
Nonostante non potesse di certo assistere, avrebbe comunque fatto delle domande e lui doveva essere pronto a mentirgli, dichiarando che Lilian era incinta di meno settimane di quelle reali.
"E quando nascerà cosa gli dirai? Che si tratta di un parto prematuro?!", le aveva chiesto quando ne avevano parlato la prima volta.
"Non io, glielo dirai tu, che mi aiuterai quando verrà il momento".
"Qualsiasi medico o infermiera presenti assieme a me potranno...".
"Partorirò in casa, col tuo aiuto. E di nessun altro".
La spirale di bugie lo stava risucchiando e, mentre spegneva il motore della sua auto e ne udiva il ticchettio quando iniziò a raffreddarsi, senza decidersi a entrare in casa, Frank comprese che non ne sarebbe mai uscito se non se ne fosse andato.
Il lavoro in ospedale era tutta la sua vita: aveva studiato duramente, da giovane, e realizzato così il suo sogno. Ma quello che era accaduto in passato con Margaret sarebbe sempre rimasto una macchia indelebile nella sua coscienza.
Se solo fosse riuscito a togliersela dalla testa e dal cuore prima!
Invece avevano tradito la fiducia di Alain e da allora Frank, nonostante i buoni propositi, aveva continuato a sognare di stringere sua cugina fra le braccia. Sua cugina, che era più forte e decisa di lui. Sua cugina, che aveva minacciato di rivelare a tutti la loro storia d'amore.
Le mani strinsero il volante e la ribellione tornò su in un fiotto acido nello stomaco, come era già accaduto altre mille volte.
"Pensi forse che tu ne usciresti innocente, agli occhi della società?!", aveva quasi gridato.
Lei gli si era accostata ancheggiando, guardandolo in quella maniera che rischiava di fargli perdere ogni volta la sanità mentale: "Io sono solo una donna e tu sei un uomo molto forte, pieno di fascino...". La mano gli aveva accarezzato il petto e lui non ci aveva visto più.
L'aveva afferrata rudemente, circondandole la vita col braccio sinistro e risalendo col destro fino alla nuca, affondandole dita tra i capelli. Non la baciava da vent'anni e gli era parso quasi di respirare di nuovo aria dopo essere vissuto sott'acqua.
Gli ci era voluta una forte dose di autocontrollo per non strapparle i vestiti di dosso e possederla lì, nella biblioteca dove si erano chiusi a parlare. Si era staccato da lei ansimando, guardandola fare lo stesso, il volto sfigurato dalla delusione e dal desiderio.
"Questa è la forza di cui parli? Bene, ricordatela, perché è la prima e ultima volta che la userò. Sei stata tu a fare il primo passo, sei sempre stata tu quella con il coltello dalla parte del manico. E io, idiota, mi sono lasciato incantare. Però, come vedi, so anche dominarmi. Non avrai la mia carriera, Margaret. Non l'avrai mai!".
La odiava e l'amava. Voleva averla e voleva fuggire lontano, come era già accaduto. Aveva odiato la propria debolezza e si era ripromesso per l'ennesima volta che non si sarebbe lasciato coinvolgere più.
"Allora aiutaci. Sostieni Lilian per tutta la gravidanza e poi vattene al diavolo, ovunque tu voglia!". Il tono era duro e le lacrime brillavano negli occhi di lei.
Era stato davvero il timore che potesse rovinarlo a farlo cedere? Oppure il bisogno di proteggere lei e quella nipote acquisita che tanto gli ricordava sua madre? Erano due donne sole, nel mezzo di una tempesta e lui si era sentito responsabile per loro da quando Alain era morto.
"Forse dovrei andarmene al diavolo subito e lasciarvi risolvere la questione con le vostre forze!". Non era convinto delle sue parole, ma una parte di sé voleva disperatamente recuperare la rettitudine che lo aveva caratterizzato finché la presenza necessaria ma tossica di Margaret l'aveva distrutta.
"Ti ricordo che la notte in cui Alain è morto mi hai lasciato della morfina in casa". La voce, vellutata e gelida al contempo, lo aveva pugnalato.
E aveva di nuovo perso il senno, contravvenendo alla promessa di poco prima di dominarsi. L'aveva afferrata per le spalle, ma senza più desiderare il contatto con le sue labbra: in quel momento, avrebbe solo voluto schiaffeggiarla.
"Sei una lurida ricattatrice, Margaret Rousseau!".
"Non sono Margaret Rousseau da almeno vent'anni. Sono solo Margaret Moore", aveva mormorato attaccandosi al suo corpo. Però stavolta non si sarebbe fatto trovare impreparato e si era allontanato da lei come se scottasse. E, diamine, si era sentito bruciare nonostante tutto.
"Stai rendendo Lilian troppo simile a te. Ma William Ardlay non è un idiota e non prova nulla per tua figlia: non otterrete niente da lui", aveva sentenziato.
Invece, non solo la droga che l'amante di Lilian aveva sintetizzato aveva funzionato alla perfezione, ma William aveva creduto davvero di aver giaciuto con sua nipote e di averla messa incinta. I problemi di memoria che lo avevano afflitto, a seguito di un incidente in cui era stato coinvolto anni prima, dovevano aver avuto un ruolo determinante in quella storia.
Provava pena per il giovane patriarca, ma non poteva rischiare che Margaret si mettesse a fare dichiarazioni pericolose alla stampa. La propria posizione in società non gli interessava, tuttavia perdere la carriera lo avrebbe distrutto: era tutto ciò che aveva nella vita.
E, in nome di quella carriera, doveva andare contro i suoi stessi princìpi pur di rimanere un medico rispettabile.
Chiedendo ancora una volta a Dio di perdonarlo, Frank Stevenson si trascinò in casa e crollò sul letto senza neanche cambiarsi. D'improvviso, era sfinito.
