Angolo dei commenti:
Cla1969: Ormai tutto sembra ineluttabile e in effetti Albert sta per affrontare (forse) due momenti importanti della sua vita. Il confronto con il medico che visiterà Lilian e quello con Candy, se tutto andrà bene. Sarebbe bello se fuggissero insieme in barba a tutti, no? In ogni, caso, stai per scoprire cosa accadrà nelle prossime righe...
Ericka Larios: Candy sa solo che Albert si sta prendendo le sue responsabilità con una donna che sta aspettando un bambino ed è costretto a sposare. Per forza soffre e ha un'idea sbagliata di Albert. Si è sempre fidata di lui e ha già perso almeno due amori, non concepisce di stare ancora male per un uomo, piuttosto nega, nega e ancora nega a se stessa di approfondire la cosa. Purtroppo l'intera famiglia di Lilian ha qualche cosa di losco da nascondere o non far trapelare, a quanto pare, e persino Frank cerca di salvare la sua carriera. Chissà che ne uscirà fuori...
MariaGpe22: Non sono solo le tue speranze a essere riposte in Frank Stevenson, ma la lotta interiore è molto forte: l'etica da un lato e una vita di sacrifici e la carriera dall'altro. Come fare? Li aiuterà a costo del proprio destino o continuerà a farsi irretire da Margaret? L'incontro tra Candy e Albert potrebbe di sicuro chiarire le cose, ma come dici tu alla fine non c'è molta scelta: oltretutto chi ha pedinato Lilian non poteva scoprirsi più di tanto e lei è stata molto furba. Lilian non dice ai giornali che l'erede arriverà tra poche settimane, ma che lei e Albert stanno per sposarsi e tra qualche mese avrà un bambino. Di certo, una volta nato, non sarà troppo difficile scoprire la verità, anche se Frank mentisse. Tu immagini Candy che fa parte dello staff? Tutto è possibile, chissà...
Lili: Penso che tu sia l'unica che vorrebbe che Candy stesse lontana per guarire le sue ferite XD E non hai torto, però magari è meglio chiudere prima il cerchio...
Dany Cornwell: In effetti la speranza di Albert è quella di potersi almeno redimere agli occhi di Candy, spiegandole cosa è successo veramente. Purtroppo il dottor Frank è un'altra vittima di Lilian e sua madre, anche se dovrebbe fare qualcosa anche lui per redimersi... Grazie, alla prossima!
Charlotte: Se leggi bene tra le righe, nel rifiuto e nella rabbia di Candy c'è un dolore infinito: ha dovuto sopportare morti e separazioni e la sua unica certezza nella vita è crollata. La sua è una sorta di fuga dalla realtà, non è che non vuole parlargli, teme di scoprire qualcosa che la ferirà di più. Ma alla fine accetta di parlare con Albert, e... non ti resta che leggere.
Any: Hai detto bene, Lilian ha qualcosa di perverso XD Ha sofferto di sicuro in passato e Frank ha un carattere debole.
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C'è molto lontano
Un mondo strano
Strano e fantastico
Là non è mai sera
La primavera dura una vita
Ma trovarla non potrò
È finita
C'è il silenzio tra di noi, sì
Qui, qui nel silenzio
Dove nascondo
L'anima mia per te
Qui in un momento
Sì ferma il pianto
E tace il vento
Perché sei andata via
In silenzio
E la colpa è stata mia, sì
Qui, qui nel silenzio
Sto ritrovando l'anima mia per te.
Qui in un momento
Sì asciuga il pianto
E tace il vento
Ma se il fuoco tra di noi
Non si è spento
Io con te ritornerò
Sì con te
(In silenzio - Pooh)
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La verità e l'addio
Lilian si era rivestita con tutta calma, senza distogliere lo sguardo da suo zio. L'uomo si stava asciugando il sudore da una tempia con un fazzoletto e si vedeva che era molto teso.
"C'è qualcosa che non mi hai detto?", domandò con una punta d'ansia da dietro il paravento, scorgendone il profilo.
"No. Per essere nel quarto mese sei molto magra e il ventre si nota appena, ma tutto è nella norma e per la fine del mese potremo già apprezzare il battito del bambino con lo stetoscopio". Il tono era professionale, ma Lilian notò una sfumatura stonata, come fosse contrariato.
"Sai benissimo che per William il mese è il terzo scarso... stai attento a quello che dici", mormorò in un sibilo, sistemando la gonna e accostandosi a lui.
"Non dirmi quello che devo fare, Lilian!". Forse fu per la tensione, ma non le piacque affatto l'aggressività con cui le si era rivolto.
Lo guardò mentre si lavava le mani prima di afferrare un asciugamano e accennarle con il mento alla porta. Sospirò e decise che doveva dargli fiducia: d'altronde, se non fosse stato per lui, non si sarebbero trovati a quel punto e la sera del ballo William avrebbe potuto essere trasportato in ospedale, mandando tutto a monte.
"Mi fido di te, zio. William è un uomo molto tranquillo in apparenza, ma è anche molto acuto. Se sto riuscendo nel mio intento è perché ha un senso dell'onore davvero spiccato...".
"Non ne dubito", assentì lui indicandole ancora una volta la porta con un cenno del capo: forse non vedeva l'ora di togliersi quell'incombenza, come fosse un dente marcio da estrarre.
Lilian l'aprì e lo trovò che passeggiava nel corridoio, le mani affondate nelle tasche dei pantaloni color crema. Era così elegante e al contempo sobrio, nella sua postura, che sembrava un uomo qualsiasi che fosse in attesa di parlare con un medico.
"William?".
Non appena udì il suo nome si voltò, come se non stesse attendendo altro. I capelli, appena più lunghi di quando lo aveva conosciuto, ondeggiarono sul colletto della camicia bianca e gli occhi azzurri incontrarono i propri trasmettendole un brivido.
Erano come finestre sulla sua anima e sembravano gridarle contro: perché, perché mi hai diviso dalla donna che amo? Perché proprio io?!
Perché tu eri quello disponibile nel momento in cui avevo maggior bisogno: ti sei trovato nel posto giusto al momento giusto.
"Il bambino sta bene, se vuoi puoi entrare a parlare con mio zio".
Lui si limitò ad annuire e la superò senza rivolgerle la parola, né altri sguardi. Incapace di poterselo impedire, Lilian si ritrovò a inspirare profondamente la scia del suo dopobarba, che aveva un sentore di legno e menta, colta da un sentimento simile a quello provato quando lo aveva spogliato dei suoi vestiti.
Perdonami, Ethan, lo sai che ti amo... Ma sarà interessante sedurre un angelo infuriato.
Un angelo che poteva trasformarsi in un uomo determinato e dominante. Proprio come piaceva a lei. Era la sua ricerca spasmodica di una figura paterna a farle apprezzare quell'aspetto negli uomini? Forse, ma non le importava. Ora era necessario seguirlo nella stanza per assicurarsi che tutto filasse liscio.
William e suo zio si stavano stringendo la mano.
"Credo di non averla mai potuta ringraziare personalmente per avermi visitato la sera in cui mi sono sentito male".
Lilian fu costretta a sedersi sulla prima sedia disponibile. Il suo tono era cortese, ma non le sfuggì che William era andato dritto al sodo, quasi volesse sondare la reazione di Frank.
"Non lo dica neanche", rispose puntuale scuotendo la testa e invitandolo ad accomodarsi. "È mio dovere di medico prendermi cura di chi ne ha bisogno".
Ottima risposta.
William non si scompose e sedette su una sedia di fronte a lui: "Lilian mi ha detto che tutto procede per il meglio. Dev'essere confortante per lei sapere che può contare su un parente stretto che ha una specializzazione nella materia".
Lilian si accigliò: non stava dicendo nulla di male, ma stava toccando senza esitazioni tutti i punti che più gli interessavano. D'improvviso, si rese conto di quanto fosse sgradevole quella situazione: quello non era un fidanzato devoto che accompagnava la sua futura moglie a un controllo, ma un uomo molto impegnato che aveva una fretta del diavolo e voleva chiarire una situazione spinosa. O almeno tentare di farlo.
Cosa mi aspettavo? Che mi avrebbe presa sottobraccio con gli occhi pieni di emozione per il nostro bambino?
Per quanto il suo comportamento freddo fosse giustificabile, Lilian come donna ne risentì. Il che la urtò, perché in un mondo ideale ci sarebbe stato Ethan con lei, non un uomo che aveva irretito e di cui era vagamente invaghita.
Forse voglio che lui si dedichi più a me... Che diamine mi prende?!
"Amo Lilian come se fosse veramente mia nipote. Da quando ha perso suo padre sono il suo unico punto di riferimento e non mi permetto di giudicare le sue scelte. Sono lieto che abbia trovato un brav'uomo come lei, so che la sua è innanzitutto una famiglia dai grandi valori morali".
Deglutì, ammirata e persino un poco spaventata da quella risposta appassionata di Frank. Possibile che fosse sincero? Certo, sapeva che le voleva bene, ma quanto di quell'affetto era invece per sua madre o per la propria carriera in bilico?
Vide con chiarezza la mascella di William contrarsi, come se fosse contrariato o stesse trattenendo a fatica una risposta poco consona. E si rese conto che si stava sforzando di sorridere.
Non lo conosco quasi per niente, ma mi rendo già conto quando finge.
"Sono felice di sapere che questa gravidanza procede bene: ero molto preoccupato, perché Lilian ha sviluppato sintomi precoci già dopo le prime settimane". Si voltò appena per guardarla e lei capì.
Capì che lo aveva sottovalutato enormemente.
William Ardlay non era solo acuto e intelligente. E non le aveva solo messo degli uomini alle calcagna. William Ardlay rischiava davvero di scoprire tutto, se non fosse stata più che attenta. Pensava davvero che andare a trovare Ethan con la scusa degli enti di beneficienza avrebbe funzionato? Fino a quel momento aveva scherzato con il fuoco, era un puro miracolo se il suo gioco aveva retto.
Suo malgrado, Lilian dovette convenire che sua madre aveva ragione: vedere il suo amante era e sarebbe stato pericoloso. Tuttavia, non avrebbe certo rinunciato...
Frank emulò il gesto di William e la guardò, inarcando un sopracciglio, e lei si gettò nell'ignoto, sperando di aver capito bene: "Credo si riferisca a un pasticcino al caffè che mi è capitato di assaggiare durante un tè pomeridiano. Mi ha nauseata al punto che mi sono sentita male... Non credevo lo sapessi, William: quel giorno non eri presente".
Che motivo aveva la vecchia matriarca ficcanaso di raccontare una cosa simile?! Possibile che avesse preso un abbaglio persino su di lei e sapesse di bambini e gravidanze più di quanto desse a vedere?
Per fortuna, suo zio non si scompose: "I sintomi della gravidanza possono essere molto precoci o tardivi e questo varia da donna a donna. Di recente dei medici tedeschi hanno isolato un ormone che viene prodotto dal corpo della paziente in stato interessante e che potrebbe essere il principale responsabile di questo tipo di disturbi. Se presente a livelli alti sin da subito, persino alla terza settimana può capitare di provare avversione per determinati cibi".
Se avesse potuto, avrebbe abbracciato e baciato Frank, anche se non certo come aveva visto fare a sua madre. In realtà, Lilian sapeva solo di aver cominciato ad avvertire le nausee e il rifiuto per caffè e alcoolici poco dopo essere entrata nel secondo mese: se non fosse stato per il ritardo anomalo, forse non se ne sarebbe resa conto fino ad allora e loro tre non sarebbero stati in quella stanza.
William stava annuendo lentamente, come assorbendo quelle informazioni. Poi fece la domanda fatidica: "Dottor Stevenson, non mi fraintenda: sono certo che lei sia un medico impeccabile, ma sarei anche lieto che Lilian fosse visitata da uno degli specialisti di fiducia del mio medico di famiglia, il dottor Leonard. Sono certo che lo conosce, si tratta del primario del Santa Joanna".
"Certo, lo conosco di fama. E non ho nulla in contrario a che mia nipote venga visitata da altri colleghi. Ma deve essere una sua decisione: per una donna sottoporsi a questo tipo di esami può essere fastidioso e persino imbarazzante e capirà che per Lilian potersi affidare a un volto noto è confortante".
Lei, che aveva stretto forte il tessuto del vestito con le mani, lo rilasciò sorridendo: "È proprio quello che ho cercato di spiegargli anche io, zio Frank. Ma sai meglio di me come sono gli uomini! William vuole solo il meglio per me e il nostro bambino, quindi pensa che io abbia bisogno di uno stuolo di specialisti!". Usò un tono leggero e scherzoso, ma nessuno dei due uomini sorrise.
Neanche un po'.
Immaginò che il più anziano si stesse sforzando di mantenere il controllo e che il suo fidanzato stesse combattendo una battaglia molto simile contro se stesso. Con tutta probabilità, stava cercando di decidere se Frank, al pari di sua madre, fosse a conoscenza delle macchinazioni che lei aveva ideato.
Ma l'annuncio sui giornali era già uscito e la posta in gioco era molto alta: se si fosse permesso di mettere in dubbio la sua parola con un parente affezionato, poteva rischiare una ritorsione che avrebbe contraddetto la sua dichiarazione impeccabile.
Scacco matto.
William restò in silenzio per qualche istante prima di alzarsi e porgere di nuovo la mano al medico, suggellando la fine di quell'incontro e la sua sconfitta bruciante. Se era deluso o frustrato era impossibile da comprendere, perché il suo volto era una maschera di pietra: nulla a che vedere con un uomo che abbia appena ricevuto buone notizie, ma neanche uno che abbia perduto l'ultima speranza.
Quando si voltò per uscire, mentre lei gli si affiancava per seguirlo, colse il viso pallido e sudato di suo zio, che sembrava quasi sull'orlo di un attacco di cuore. Gli fece l'occhiolino senza farsi vedere dal fidanzato e l'uomo le restituì un'occhiata gelida.
Ci rivediamo alla prossima visita, zietto. E grazie di tutto!
Sentendosi quasi felice, si aggrappò al braccio di William, che sussultò come se non se lo aspettasse. Doveva mantenere alta la guardia, anzi, alzare l'asticella per restare sempre all'erta. Fino al matrimonio non gli avrebbe dato motivi di sospettare di lei, ma non avrebbe rinunciato a Ethan.
Mai e poi mai.
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Albert si rese conto che qualcosa non andava già quando l'auto aveva appena imboccato il vialetto principale: un gruppo di giornalisti stava sostando davanti al portone e, nel caos, poté scorgere due volti noti.
Il cuore prese a galoppare quando si rese conto che uno di quei volti era quello di Candy. Georges stava tentando di portarla in casa ponendole una mano sulla spalla, ma lei sembrava paralizzata di fronte a parole concitate che lui, da dietro i finestrini, non poteva udire.
Maledizione!
"Fermati, per favore!", intimò all'autista, che inchiodò. Albert quasi non attese che si bloccasse e si precipitò fuori dalla vettura, correndo verso di lei.
E le udì, le parole di quei giornalisti, mentre Georges aveva guadagnato quasi l'entrata con una sconvolta Candy.
"Cosa prova a sapere che a breve avrà un fratello molto più giovane di lei?". "È felice per la gioia che sta vivendo il suo tutore?". "Signorina Candice, è molto amica della signorina Lilian?".
Con passo deciso, i pugni chiusi e l'espressione dura, Albert si fece largo tra la folla e attirò l'attenzione degli uomini, che non lesinavano con le domande e nemmeno con i flash.
"Lasciatela in pace, per cortesia. Candice è mia ospite". Sentiva lo sguardo di lei su di sé, ma capì che se avesse alzato gli occhi per incontrarlo si sarebbe tradito, perso, confuso.
I giornalisti si voltarono verso di lui come un'unica entità e sospirò di sollievo: "Signor Ardlay, abbiamo avuto la dichiarazione della signorina Rousseau, ma non la sua. Non temete uno scandalo per questo matrimonio riparatore?".
Dopo l'incontro infruttuoso con il dottor Stevenson e le chiacchiere di Lilian in macchina mentre la riaccompagnava a casa, Albert pensò che quella frase lo avrebbe semplicemente fatto esplodere. Si vide, mentre afferrava quel giovane dai capelli rossi, con taccuino e penna in mano, e lo scagliava contro il muro della veranda afferrandolo per il colletto della giacca.
Scandalo. Matrimonio riparatore. E tutto davanti a Candy, con la quale doveva spiegarsi: se non fosse fuggita via troncando di netto quell'ultima possibilità che gli aveva concesso sarebbe stato un miracolo.
Con la coda dell'occhio, vide Georges quasi sostenerla e cercò di concentrarsi sugli occhi scuri del suo fidato braccio destro: "Falla accomodare in casa, per favore".
L'uomo annuì e il ragazzo che aveva fatto la domanda parve invece contrarsi su se stesso, quando spostò l'attenzione su di lui: doveva avere uno sguardo terribile, come mai in vita sua. Si augurava solo che, dall'ingresso, Candy non avrebbe udito le sue successive parole.
Soprattutto, sperava di riuscire a simulare una parvenza di sincerità mentre sceglieva con cura la risposta: "Quello che doveva essere detto è stato espresso pienamente dalla mia fidanzata. Siamo consci di aver infranto quelle che in apparenza sono le regole della società odierna, ma siamo anche convinti che l'amore spesso non abbia limiti imposti. Il nostro matrimonio non è riparatore, ma solo anticipato di qualche mese: era nostra intenzione sposarci comunque entro breve tempo. Vi chiedo, dunque, di non insinuare mai più il contrario: le famiglie Ardlay e Rousseau sono e continuano ad essere rispettabili sotto ogni punto di vista".
Si sentì svuotato, come se si fosse arrampicato su una montagna a mani nude, ma pensò di essere riuscito in modo egregio nel suo intento. I giornalisti scattarono foto e mormorarono tra loro e lui era quasi alla porta, quasi al suo sospirato incontro con Candy, quando una voce gli chiese: "Mi perdoni, mister Ardlay, ma dovrebbe raccontarci come è nata una storia d'amore tanto improvvisa quanto impetuosa. Nessuno di noi ricorda di averla vista in compagnia della signorina Lilian a eventi pubblici".
Che limite aveva il suo autocontrollo? Pensava di averlo superato di gran lunga, invece ne raccolse un'ultima briciola in qualche luogo remoto della propria coscienza, avvertendo comunque una sgradevole sensazione di acidità allo stomaco, simile a quella che doveva provare Lilian con la sua gravidanza.
"Non è questo il momento per raccontarvi la nostra storia. Ho ospiti che mi attendono in casa", li liquidò, insinuando così che non dovesse parlare solo con Candy. Chiusi fuori i giornalisti e con la zia che era in camera sua a riposare, sperava di non avere più interruzioni, per quel giorno.
Stava per affrontare il momento più difficile della propria vita e avrebbe picchiato senza remore chiunque lo avesse interrotto di nuovo.
Per fortuna, non ce ne fu bisogno e la porta si chiuse alle sue spalle.
Con suo sommo disappunto, Georges era ancora nell'ampio atrio d'ingresso, accanto a Candy che si era seduta su un divanetto e stava sorbendo un bicchiere d'acqua.
"Georges". La voce gli tremò e dovette schiarirsi la gola. "Puoi accertarti che quei gentili signori lascino immediatamente la proprietà?".
"Certo, signore. Mi dispiace, abbiamo tentato di allontanarli, ma devono aver seguito la signorina e...".
"Non importa, tranquillo. Lasciaci soli, per favore".
L'uomo annuì, lanciandogli un'occhiata intensa e pregna di significati. Raccolse tutto il sostegno che vi lesse e finalmente riuscì a guardare Candy, che aveva il bicchiere vuoto in mano e lo fissava come se lo vedesse per la prima volta.
Dovette reprimere a forza l'impulso di stringerla fra le braccia e fu con movimenti lenti e controllati che si avvicinò a lei, le tolse il bicchiere dalla mano e lo posò su un tavolino accanto a un vaso di fiori.
Gli tremavano le braccia, gli tremavano le gambe, sentiva il cuore scoppiargli in petto e doveva sostenere Candy sperando di riuscire innanzitutto a sostenere se stesso.
"Vieni", mormorò azzardandosi a toccarla, prendendola per le spalle come poco prima aveva fatto Georges.
Come stordita, lei si lasciò condurre fino a uno studio in disuso del piano terra: Albert non si fidava di salire le scale.
Quando furono chiusi dentro, Candy si allontanò, sancendo la fine di quel contatto fugace che lo aveva fatto morire e rinascere al contempo. Si accostò a una scrivania vuota, abbassando il capo e chiudendo gli occhi, le mani giunte al petto come in preghiera. Come raccogliendo la forza di affrontarlo.
"Candy, piccola, ascoltami...". Fece un passo verso di lei, tendendo quelle braccia dentro le quali non l'avrebbe più stretta.
"Non mi devi spiegazioni, Albert, sono io ad aver sbagliato. Ho capito male, ho frainteso". Si era scostata indietreggiando, impedendogli quell'ultimo tocco. Nulla a che vedere con la Candy che gli saltava al collo piena di vita e di gioia, ovunque si trovassero. Albert si sentì sporco, indegno... se lei non voleva più avvicinarsi come un tempo era perché Lilian si era permessa di toccarlo? "È la tua vita e puoi viverla come meglio credi. Ti stai prendendo le tue responsabilità con la donna che ami", proseguì lei, ignara del male che gli aveva fatto solo con la sua freddezza. Eppure, il dolore nella sua voce, pur pacata, era così profondo che lo colpì come una pugnalata. Aveva sentito le parole che aveva inventato per i giornalisti? O aveva solo interpretato ciò che Lilian aveva detto ai quotidiani?
Scosse la testa: "Io non... ", cominciò con tono più malfermo del suo.
Io non amo lei, so a malapena chi sia. Io amo te. Da sempre.
Ma nessuna di quelle parole uscì dalle sue labbra, mentre la negazione verso quella situazione assurda lo induceva a continuare a scuotere la testa.
"Pensaci, Albert!", esclamò Candy all'improvviso, battendo le mani e assumendo un'espressione quasi sognante. "Tra qualche mese diventerai padre e potrai stringere fra le braccia una creatura che dipenderà da te e... da sua madre", concluse in tono piatto, distogliendo lo sguardo.
Il suo tentativo di rendere bello ciò che per lui somigliava sempre di più a un incubo lo fece sentire peggio, semmai fosse possibile. D'altronde, Candy non aveva tutti i torti: quel bambino, di chiunque fosse, dipendeva davvero dagli adulti che aveva intorno, madre in primis. E lui, che lo avesse generato o meno, era determinato a dargli sostegno.
Ma a che prezzo? E se Georges non fosse mai riuscito a dimostrare che Lilian lo aveva drogato, cosa sarebbe accaduto? Non c'era stato modo di far datare la gravidanza da un medico di fiducia e non restava che attendere la nascita del piccolo che, se davvero prematura, avrebbe confermato solo la paternità di un altro uomo.
Però a quel punto loro due sarebbero già stati sposati e non sarebbe più potuto tornare indietro, se non chiedendo il divorzio e creando uno scandalo.
Albert si rese conto dello sforzo sovrumano che stava facendo Candy per rimanere ferma al suo posto e non guardarlo, quasi come aveva fatto lui mentre erano ancora fuori. Era come se, rimanendo a distanza ed evitando il contatto visivo, potesse in qualche modo escluderlo, proteggendosi dallo strazio che provava.
"Candy, guardami. Io voglio spiegarti, voglio parlarti! Ti prego, non allontanarti ancora da me prima che lo abbia fatto: ti ho chiesto di venire apposta". La stava quasi pregando e, anche se sapeva che a quel punto non sarebbe servito a nulla se non a esacerbare la sofferenza, voleva che sapesse la verità. Aborriva l'idea che lo marchiasse come un mascalzone qualsiasi dopo che si erano avvicinati tanto, quando erano quasi a un passo da...
"Sai, penso che partirò per l'Europa", disse lei eludendo ancora una volta quel confronto, facendo un altro passo verso la scrivania, allontanandosi di più. "Ho intenzione di lavorare negli ospedali francesi, ho sentito che c'è bisogno di personale e fare l'infermiera è ancora la mia vocazione. Spero che non ti dispiaccia che io non sia presente al tuo matrimonio, ma... io...".
Mi hai già chiesto di non farti il torto di invitarti, Candy. Sono sicuro che tu abbia sofferto molto più di quanto stia dando a vedere...
E infatti crollò, Candy, facendo crollare anche lui. Il nodo che aveva in gola si strinse più forte quando vide le lacrime nei suoi occhi e, assecondando l'istinto che gridava forte, coprì la distanza tra loro abbracciandola di slancio, contenendo con decisione il suo estremo tentativo di divincolarsi. Il corpo di Candy sembrò quasi fondersi nel proprio, come fosse stato plasmato per lui: era arresa, tremante, sembrava un fuscello che si sarebbe spezzato se lo avesse stretto troppo.
Affondò il volto nei suoi capelli e si ubriacò di quel profumo di rose per portarlo per sempre con sé.
Candy singhiozzava piano, come se cercasse di trattenersi: "Scusami, sono una stupida sentimentale a commuovermi così! Ma sono felice per te, davvero! Ti meriti di essere...".
"Sta' zitta, Candy, ti prego!", supplicò con voce rotta, perdendo la sua lotta contro le lacrime e bloccando di colpo la sua frase. "Non dire altro. Resta così, tra le mie braccia, come ho sempre desiderato".
Avvertì il suo corpo irrigidirsi e d'istinto la strinse ancora più forte. Gli istanti gli sembrarono troppo brevi e dolorosi, mentre entrambi piangevano silenziosamente per quell'addio straziante.
"Anche lui... anche con Terry è successa la stessa cosa, tanti anni fa", mormorò lei, mostrando infine il dolore. Albert si accigliò: parlava del loro addio a New York? Non glielo domandò, perché Candy continuò a raccontare, scossa dai singhiozzi: "Anche lui mi ha chiesto di restare un po' così... e piangeva... Io... ho bruciato la tua lettera, Albert...".
Alzò il viso madido di lacrime per guardarlo e Albert non si vergognò delle proprie. Che lei accarezzò, asciugandole come tante volte aveva fatto con le sue.
"Lo so, lo avevo capito. Mi dispiace, Candy. Non era così che doveva andare", articolò con voce spezzata, commosso dal suo gesto tenero.
Lei chiuse gli occhi: aveva già smesso di piangere, si stava mostrando più forte di lui, o almeno stava tentando con tutte le sue forze. Gli mise un dito sulle labbra, inducendolo a tacere: "Ma è andata così e noi siamo come fratelli, no?".
Di nuovo, scosse la testa: "No! Abbiamo tentato di comportarci come tali quando vivevamo insieme, ma tu sai che non era così! Non lo è da molto tempo". Le afferrò la mano e la baciò con trasporto struggente.
"Albert, ti prego...".
"Volevo... volevo chiederti di sposarmi, il giorno del tuo compleanno. Era te che volevo, Candy, tu sei l'unica con cui voglio passare il resto della mia vita", ansimò annegando nel nudo bisogno di dirle tutto, a costo di rendere ancora più intollerabile quella separazione. Le passò le mani sul viso, per inclinarlo e fare ciò che desiderava da tanto di quel tempo che faceva quasi male: la baciò. Con tenerezza e fermezza struggenti, mentre le loro lacrime si mescolavano sulle labbra.
Dolci e salate erano quelle di Candy, proprio come quel contatto disperato che lei non ricambiò.
"Albert", mormorò sulla sua bocca. Assaporò il proprio nome come il nettare più squisito.
"Ti amo, Candy, ti amo...", ripeté continuando a sfiorarle le labbra, col mento che tremava mentre cercava di reprimere il pianto. "Dimmelo, Candy, dimmelo che mi ami anche tu. So che è così! Dimmelo, ti prego!", supplicò senza mai staccarsi del tutto.
Lei gemette lasciando uscire altre lacrime e Albert capì che le stava strappando a forza dal cuore ciò che cercava di celare per non cadere a pezzi. Ma anelava quelle parole, anche se avrebbero fatto a pezzi lui.
"Perché mi fai questo? Perché mi fai questo?!". Candy gridò così forte che fu certo che sarebbe arrivato qualcuno, forse la stessa zia Elroy, mettendo fine al loro incontro. "Stai... per sposare un'altra donna, che aspetta già un figlio tuo! Ma sei riuscito a irretirmi con le tue parole appassionate rubandomi quel bacio, ripetendo che ami me e che volevi addirittura sposarmi! Perché stai con lei, allora? Perché hai... lasciato che accadesse...?".
Albert prese un respiro profondo: "Non sono stato io, Candy. Non volontariamente, perlomeno. Quella donna mi ha incastrato, mi ha fatto bere qualcosa che mi ha stordito!", riuscì infine a confessare. "Ti ricordi la sera del ballo?".
Candy spalancò per un attimo gli occhi in un'espressione di stupore evidente, smettendo persino di piangere: "Cosa? Non è possibile...".
"Ma è la verità!", aggiunse alzando la voce a sua volta e allargando le braccia. "Ti prego, credimi, Candy... Lilian voleva che la sposassi fin dall'inizio. Per la mia posizione, per i miei soldi, non lo so! E ha messo qualcosa nello champagne".
Lei lo fissava a bocca aperta, come se non credesse alle proprie orecchie e al contempo nutrisse la speranza ardente che le sue parole fossero vere: "Ma, Albert... il dottore che ti ha visitato...". La voce le tremava.
"È stato suo complice, ne sono quasi certo! Quando oggi l'ha esaminata...". S'interruppe, a disagio, passandosi le mani tra i capelli. In realtà, Frank Stevenson gli era parso impeccabile, ma poteva anche saper recitare molto bene. E non aveva alcun modo per smascherare un medico affermato come lui.
Il suo disagio crebbe, perché stava per rivelare a Candy la parte più difficile e non era certo di averne il coraggio.
Candy si asciugò gli occhi ancora umidi e gli diede le spalle: "In ogni caso quel bambino ha bisogno di suo padre e tu sei un uomo d'onore". Se era rimasta colpita, lo nascondeva molto bene. Cominciava a invidiare il suo autocontrollo. Eppure, le sue spalle non stavano forse tremando?
"Ma io non ne sono certo, è questo il punto!", gridò esasperato.
Finalmente, lei si voltò con la confusione disegnata sul viso sconvolto: "Cosa? Come puoi dire questo?!".
"Io...". Dovette deglutire un paio di volte per uscire dall'imbarazzo, ma doveva dirle tutto. "Io non ricordo nulla di quello che è successo quella notte. Assolutamente nulla".
Candy si portò le mani davanti alle labbra, soffocando un piccolo grido.
"Capisci ora perché sono disperato, Candy?!", riprese chiudendo ancora la distanza fra loro e ponendole le mani sulle spalle. "Lilian mi ha di certo fatto bere qualche sostanza che mi mettesse fuori gioco, poi si è introdotta nella mia stanza con l'inganno e io non ho la più pallida idea di cosa sia accaduto davvero. Poteva essere... in stato interessante già prima del ballo".
Nonostante avvertisse il proprio rossore e vedesse quello sulle guance di Candy, fu liberatorio dirle finalmente tutta la verità.
Candy si mordicchiò il labbro, come se stesse riflettendo: "Una donna non potrebbe mai fare una cosa tanto... tanto ignobile con la vita del proprio figlio", disse quasi a se stessa.
"È quello che ho pensato anche io, ma stiamo facendo delle ricerche su di lei e sulla sua famiglia. Anche se il loro passato appare impeccabile, quello che ha fatto è imperdonabile! Sono sicuro che Lilian non è la donna che sostiene di essere, tanto quanto io non sono quello che l'ha sedotta. La conosco appena! Volevo che il nostro medico datasse la sua gravidanza, ma lei si è rifiutata di farsi visitare se non da suo zio. Il dottor Stevenson".
Candy spalancò gli occhi, collegando infine le cose. "Si tratta dello stesso dottore che ti ha visitato quella notte dicendo che eri solo molto stanco e io gli ho creduto! Se davvero fossi stato vittima di qualche sostanza avrebbe dovuto accorgersene...".
"È proprio quello che sto cercando di dirti, Candy! Lilian mi ha incastrato e forse suo zio ne è complice. Io...".
"Ma puoi affermare con certezza che... sì, insomma... tra voi...". Il volto di Candy era in fiamme e lei distolse lo sguardo. Era così bella con gli occhi ancora brillanti di lacrime e il viso arrossato, che Albert dovette contenere l'impulso di baciarla di nuovo senza spiegarsi.
Seppe, invece, che le doveva anche quell'ultima verità: "Purtroppo, essendo privo di ricordi non posso dire nulla con sicurezza, Candy", ammise notando la delusione contrarre i suoi lineamenti, "ma qualcosa nel mio cuore mi dice ancora che... no, non è accaduto l'irreparabile".
Si scostò da lei, perché non poteva affrontare un argomento simile standole vicino. Era qualcosa di troppo torbido e lontano dalle proprie corde per parlarne con serenità. Fu lui a darle le spalle, mentre continuava: "Tuttavia, finché non sappiamo nulla del tipo di sostanza che ha usato non possiamo neanche affermare il contrario. Potrebbe semplicemente aver dormito accanto a me, oppure... E quel bambino potrebbe benissimo non avere il mio sangue... Se solo potessimo dimostrare che le date non coincidono e che il tipo di droga che ho assunto non... non mi avrebbe permesso...".
Sospirò, frustrato, sperando che Candy capisse cosa volesse dire, un braccio poggiato al muro e il capo sopra.
Sentì il sospiro di Candy: "Se non siete riusciti a venirne a capo in queste settimane dubito che ormai ci sia qualcosa da fare. Il matrimonio è vicino e la notizia è uscita su tutti i giornali".
Un sentimento di ribellione gli risalì le viscere e Albert smise di essere il gentiluomo che era stato per ogni singolo giorno della sua vita. Si voltò di scatto, raggiunse Candy in due falcate e la strinse ancora fra le braccia, dicendo in tono urgente, senza quasi riprendere fiato: "Scappiamo insieme, Candy. Andiamocene in Africa, nel villaggio dove avevo lasciato Poupee: ci rifaremo una vita lì, cambieremo nome e... ci sposeremo. Avremo i nostri figli e questo non sarà che un incubo a occhi aperti".
Tuttavia, mentre lo diceva e sentiva il corpo di Candy tremare, i propri occhi si riempirono di nuovo di lacrime, perché dentro di sé sapeva che non sarebbe mai accaduto nulla di tutto ciò. Ma, per un meraviglioso momento, Albert immaginò che fosse vero. Che fosse reale. Sentì persino il calore del sole africano sulla pelle e i tamburi che battevano a ritmo in una delle feste della tribù Masai.
Candy scosse la testa. Stava di nuovo piangendo: "Sappiamo entrambi che non succederà, Bert". Quel nomignolo, che usava solo sua sorella e che Candy aveva imparato da poco, gli spezzò definitivamente il cuore. Aveva sognato di sentirsi chiamare così nell'intimità della loro casa, un giorno.
Incapace di trattenersi le sfiorò il naso con il proprio, non cedendo all'impulso di baciarla solo per parlarle ancora, per protrarre quel momento all'infinito: "Ti amo, Candy", singhiozzò, "ti amerò per sempre, piccola. Dimmelo, ti prego, dimmi cosa provi per me! Mi ami quanto ti amo io? È così?". A ogni frase, la strinse un po' di più.
"Sì che ti amo. Certo che ti amo!". Albert si scostò solo un poco per guardarla, sorpreso. D'improvviso sembrava disperata ma anche furiosa. "Hai idea di quanto sia stata male pensando che fossi davvero innamorato di un'altra?! E ora... ora... sto anche peggio, perché so che sei sempre il solito Albert. Il mio Albert! E non possiamo fare niente per... per essere come prima".
Strinse gli occhi, i denti, i pugni. E strinse di nuovo lei, forte, in un abbraccio che soffocò i suoi singhiozzi. "Dio, Candy... Candy...!". Lo amava davvero! Oh, com'era dolce e amara quella confessione! Albert reclamò di nuovo le sue labbra ma fu molto diverso dalla prima volta. Le saggiò con titubanza, come per accertarsi che lei fosse pronta e scorse i suoi occhi pieni di lacrime prima che lo afferrasse per la nuca ponendo fine a ogni esitazione, ricambiandolo.
E fu un bacio affamato, pregno di disperazione, di desiderio, di un amore tanto grande che avrebbe avuto bisogno di quel contatto per altri mille anni. Rifiutandosi di ascoltare la ragione, sentendola rispondere con tanto fervore, aprì la bocca sulla sua, cercando di imprimersi il sapore di Candy fin nell'anima.
Era così delizioso provare il brivido di sfiorare l'umidità della sua lingua con la propria! E l'interno delle guance, il tocco solido dei denti, mentre lei, pur inesperta, lo emulava con passione.
In un mondo perfetto, l'avrebbe sollevata tra le braccia e portata nel loro letto, nella loro casa. E avrebbe fatto l'amore con lei imprimendosi nella memoria ogni singolo tocco, ogni singolo profumo, ogni singola sensazione. Era certo che non avrebbe dimenticato quel bacio con Candy fino al giorno della sua morte e che stava creando un ricordo prezioso, per quanto doloroso.
"Oh, Albert... Albert...", pianse lei allontanandosi ancora una volta, interrompendo la magia e nascondendosi il viso tra le mani. "Ti prego non abbracciarmi più. Non toccarmi più. Esci di qui, adesso".
"No", articolò scuotendo la testa con vigore. Era un rifiuto assurdo, ma voleva che quel momento si dilatasse all'infinito. Voleva baciarla di nuovo. Voleva perdersi nel suo profumo per sempre.
"Mi hai detto la verità", riprese con un sorriso forzato tra le lacrime. "E io ti credo, però non c'è nulla che possiamo fare. Dobbiamo separarci".
"Candy...".
"Vattene, Albert, o lo farò io!", urlò lei riscuotendolo, il volto che era l'emblema stesso della disperazione.
Respirando pesantemente e asciugandosi gli occhi, Albert la guardò ancora, affatto disposto a congedarsi dall'unica donna che avesse mai amato. Aveva le mani a coprirsi le labbra che aveva appena baciato, nell'intento vano di soffocare il pianto che la scuoteva forte, come una tempesta scuote un cespuglio di rose disperdendone i petali. A quell'immagine, le parole di Rosemary per Anthony, che Candy gli aveva riferito tempo prima, echeggiarono nella sua mente.
I fiori muoiono e rinascono ancora più belli. Le persone muoiono e rinascono ancora più splendide nel cuore di chi resta.
Quella era la morte di un amore che era finito ancora prima di concretizzarsi e forse non ci sarebbe mai stata una rinascita. Sarebbe rimasta l'amarezza di due persone che avrebbero vissuto divise per il resto delle loro vite.
Albert allungò una mano. Voleva toccarla ancora, baciarla, fuggire con lei. Farlo davvero, dando un calcio e mandando all'inferno ogni buona creanza, ogni sano principio, ogni dannata regola della società. Non sopportava la sofferenza di Candy e non era neanche più tanto sicuro di essere in grado di sopportare la propria.
Aprì la bocca per dire qualcosa, fosse anche solo ripetere il suo nome, quando Candy alzò il viso, asciugandolo con i dorsi delle mani: "Rendi felice quel bambino, Albert. Non merita di rimanere orfano. Amalo come fosse tuo".
Spalancò gli occhi, conscio di quanto Candy tenesse a quell'aspetto, essendo stata lei stessa abbandonata appena nata. Fu il colpo finale e Albert si vergognò di se stesso e del proprio egoismo. Non credeva che si sarebbe mai ridotto così, ma desiderava così tanto rendere felice lei e sì, anche se stesso, che aveva seriamente perso di vista i valori che facevano parte della sua anima da sempre.
"Devi essere felice anche senza di me, Candy", mormorò sapendo che sarebbe stato impossibile per entrambi.
Infatti, lei scosse la testa in diniego, il verde dei suoi occhi che brillava di nuove lacrime mentre tentava di sorridere e camminava verso di lui. Tremando, Albert chiuse gli occhi al tocco della mano di lei sulla guancia. Tra quelle dita lasciò cadere le sue, di lacrime, ma rimase in silenzio, col respiro spezzato.
"Non piangere, Bert. Resterai per sempre il mio principe. Sii forte come ti ho conosciuto. Non ti dimenticherò mai".
Albert spalancò gli occhi, conscio che se ne stava andando per sempre. Colse il suo profilo mentre gli stava dando le spalle e si precipitava alla porta e sussurrò il suo nome senza voce, cercando di afferrarla per il polso e sfiorandolo appena.
"Addio, Albert", fu l'ultima cosa che udì, prima che la porta si aprisse di scatto sbattendo contro il muro e i passi veloci di lei risuonassero sempre più lontani.
"Candy... Candy!". Non doveva rincorrerla, o sarebbe stata la fine della sanità mentale. Doveva fermarsi, accontentandosi di vedere la sua schiena da lontano, i capelli sciolti che erano come una scia dorata dietro di lei.
Candy era andata via, l'addio era stato straziante ma almeno lui era redento ai suoi occhi. Si doveva accontentare di questo, d'ora in avanti: di essere il ricordo meraviglioso di un principe che, una volta, aveva suonato per lei la cornamusa su una collina lontana; un amico che aveva cercato di renderla felice e che era stato a sua volta felice al suo fianco; un uomo innamorato che aveva fatto appena in tempo a consegnarle la sua anima in un bacio e in un "ti amo" fra le lacrime di entrambi.
Pose una mano sulla maniglia della porta aperta, sostenendosi, impedendo ai propri piedi di procedere per seguirla: "Addio, Candy", mormorò privo di forze, uscendo dalla stanza e andando dritto verso la propria, ignorando la voce di Georges che lo aveva visto e cercava di fermarlo.
Voleva stare in pace a piangere da solo, voleva annegare nelle lacrime e nella disperazione finché non fosse stato prosciugato di ogni emozione.
