Angolo dei commenti:
MariaGpe22: Concordo con te, gli ultimi due capitoli sono stati i più dolorosi anche da scrivere, per me. Ovviamente il fatto di mettere distanza tra Candy e Albert non impedirà né all'una, né all'altro di amarsi nonostante tutto. Ma come dici bene tu, Albert chiude a chiave il suo cuore perché deve andare avanti comunque. Come si dice... lontano dagli occhi, lontano dal cuore... ;-)
Ericka Larios: Candy non ha affatto costretto Albert, ha solo cercato nel suo cuore il motivo più valido per una separazione così dolorosa: un bambino innocente. E, mi ripeto, Albert non ha la certezza matematica che il figlio non sia suo, perché non ricorda nulla. La storia va avanti, ma a questo punto vedo che hai perso un po' di coraggio a seguirla o sbaglio? ;-)
Guest: Grazie!
Charlotte: Sono contenta che tu abbia apprezzato il capitolo, anche se è triste. Dici bene: Candy non può fare nulla e neanche Albert. Il loro addio è straziante. Lilian spera di ottenere anche qualcosa di buono dal suo matrimonio, ma come si dice in Italia: "non c'è trippa per gatti", William non è affatto attratto da lei e soffre molto per Candy. Alla prossima!
Eydie Chong: Grazie a te per tradurla e leggerla!
Any: Hai ragione: Lilian non ha scrupoli. Incrociamo le dita!
Danny Cornwell: Sì, ormai i loro cuori sono spezzati, però perlomeno Albert è redento in quello di Candy. Lilian sarà una brutta persona, ma si sta rendendo conto sempre di più che anche lei rischia di essere infelice. Grazie mille, alla prossima!
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Che non si muore per amore
È una gran bella verità
Perciò dolcissimo mio amore
Ecco quello, quello che da domani
Mi accadrà
Io vivrò
Senza te
Anche se ancora non so
Come io vivrò
Senza te
Io senza te
Solo continuerò
E dormirò
Mi sveglierò
Camminerò
Lavorerò
Qualche cosa farò
Qualche cosa farò
Sì qualche cosa farò
Qualche cosa di sicuro io farò
Piangerò
Sì, io piangerò
E se ritorni nella mente
Basta pensare che non ci sei
Che sto soffrendo inutilmente
Perché so
Io lo so
Io so che non tornerai
(Io vivrò senza te - Battisti-Mogol)
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Anime affini
Volevo chiederti di sposarmi, il giorno del tuo compleanno.
Candy strinse gli occhi, girandosi sul fianco opposto nella cuccetta angusta, avvertendo un'ondata di mal di mare. Non le era capitato nemmeno quando aveva viaggiato come clandestina in una stiva.
Ti amo, Candy, ti amo.
Sotto le palpebre, avvertì pungere le lacrime, bollenti e copiose, pronte a riversarsi sulle guance segnando ancora una volta il suo viso. Rifletté che, oltre a consumarsi gli occhi, forse avrebbe fatto sparire persino le lentiggini, prima o poi, e non l'avrebbe riconosciuta neanche Terence.
Terence, che le aveva dato l'opportunità di tornare da lui e che l'amava ancora. In quel momento, mentre si sedeva sul letto asciugandosi gli occhi come una bambina, desiderò la sua vicinanza, ma non certo perché lo amasse. Aveva bisogno di braccia amiche, come quelle di Archie e Annie, o anche di Miss Pony e Suor Lane: per la prima volta in vita sua, soffriva la solitudine come fosse un freddo che non finiva con una semplice coperta.
Si alzò e guardò fuori dall'oblò il cielo e il mare che si incontravano all'orizzonte: blu quasi nero, interrotto solo dalle stelle in alto e dall'incresparsi appena visibile delle onde in basso. La nausea era lieve ma fastidiosa e, con una smorfia, Candy decise di coprirsi con una giacca e uscire sul ponte della nave.
Quella donna mi ha incastrato... ha messo qualcosa nello champagne.
Le parole di Albert continuavano a tornarle in mente mentre camminava cercando di non fare rumore nella notte. Ma non erano solo più il bacio appassionato e la sensazione di bruciare fra le sue braccia, né il dolore per averlo perso nonostante quell'amore professato nel pianto a tormentarla.
No, a tormentarla erano le implicazioni di quel matrimonio.
Era stata così accecata dal dolore e dal desiderio quasi fisico di allontanarsi di fronte all'ineluttabile, che era appena riuscita a raccomandare Albert ad Archie e Annie.
Candy si appoggiò con i gomiti al ponte, respirando l'aria fredda nonostante l'estate imminente. Anni prima, su una nave come quella, piangeva la morte di Anthony e incontrava Terence. Adesso era sola e aveva perso l'uomo che, più di tutti, le era entrato nel cuore.
Aveva adorato Anthony e spesso aveva pensato che, se fosse sopravvissuto, forse sarebbe rimasta sempre al suo fianco. Tutto sarebbe stato diverso. Ma il destino si era preso un ragazzo dolce e adorabile solo per mettere sulla sua strada Terry. E per farglielo perdere, seppure in modo diverso.
Ora capiva che, forse, l'intento di quel fato capriccioso era sempre stato riportarla ad Albert. Quindi perché ora era di nuovo separata da lui? Perché un uomo che aveva affrontato chissà quali difficoltà in Africa e in giro per il mondo doveva essere incastrato da una donna senza scrupoli che avrebbe fatto impallidire persino una come Eliza?
Lilian Rousseau aveva mosso le fila con precisione mortale, usando un colpo semplice ma ben assestato: l'onorabilità di una donna e di un gentiluomo. Il tarlo della preoccupazione le rosicchiò di nuovo un angolo del cervello. Aveva usato una droga per far sentire male Albert!
E lei, anche se fosse rimasta, cosa avrebbe potuto fare? Scoprire ciò che Georges e chissà quanti altri fidati collaboratori non erano ancora riusciti a trovare? Oppure proteggerlo in qualche modo, non essendo più nemmeno sotto la sua tutela?
Quando Archie aveva parlato con Annie di Lilian, aveva anche ventilato l'ipotesi che Albert potesse semplicemente aver perso di nuovo la memoria. E una parte di Candy voleva quasi pensarlo piuttosto che immaginare l'uomo, che una volta l'aveva salvata da una cascata, al fianco di una donna che era capace di usare mezzi così pericolosi. O che fosse implicato persino un medico. Poteva anche darsi che la sostanza non fosse davvero rilevabile da una semplice auscultazione o che lo zio di Lilian non volesse nuocere alla nipote...
Certo, Albert sapeva badare a se stesso, tanto che dopo la degenza in ospedale se ne stava per andare via senza memoria. Candy era sicura che, anche se non fosse rimasta al suo fianco per sostenerlo, alla fine se la sarebbe cavata comunque. Voleva pensare che avrebbe tenuto la guardia alta da ora in avanti e magari scoperto qualcosa. Avrebbe scritto ogni settimana ad Annie o ad Archie per avere sue notizie.
Ma se invece avesse solo perso la memoria? Significava che quello che era successo fra loro era stato volontario e che quello era davvero il figlio di Albert...
Candy si prese la testa fra le mani, odiando ancora una volta pensare a lui in quei termini. Il suo Principe della Collina che toccava un'altra donna era qualcosa di così surreale nei suoi pensieri che rasentava l'assurdo: se le avessero detto che gli americani erano appena sbarcati sulla Luna, forse avrebbe fatto meno fatica a crederci.
In quel caso o era stato irretito, oppure aveva dimenticato di averle chiesto...
Candy scosse forte la testa: no, lei credeva ad Albert e a ciò che le aveva confessato. La verità forse era davvero che quella vipera lo avesse adescato con il preciso intento di sposarlo e fare un matrimonio di convenienza.
Perché, perché la vita doveva essere così malvagia?!
"A quanto pare non sono l'unico a soffrire per amore, su questa nave".
Alzò la testa di scatto e incontrò gli occhi scuri di un uomo che, non fosse stato per la giovane età e il viso privo di barba e baffi, poteva quasi essere il fratello minore di Georges. Persino l'accento era francese.
"Mi scusi, non volevo spaventarla, né disturbarla, ma sono stato colpito dalla sua sofferenza".
Candy pensò che il destino si stesse davvero prendendo gioco di lei: non era forse accaduto qualcosa di molto simile sul Mauretania, quando aveva visto Terry piangere silenziosamente sul ponte, la notte di Capodanno? E non era stato forse proprio il suo Cavaliere Bianco a indurla a rientrare prima che rischiasse di prendere freddo?
E ora ecco davanti a lei qualcuno che non solo somigliava tanto al braccio destro e amico di Albert, ma stava anche rivolgendole parole simili a quelle pronunciate da lei più di otto anni prima.
Era talmente sconvolta da quell'incontro che riuscì solo a guardarlo e a tacere, così lui ne approfittò per presentarsi, con un leggero inchino: "Molto piacere, il mio nome è Jean Dubois".
"Io... io... mi chiamo Candice White A... Candice White. Ma tutti mi chiamano Candy". Per poco, non gli aveva dato anche il cognome che non portava più.
Lui sorrise e spostò a sua volta lo sguardo sull'orizzonte. "Non sono solito essere così intraprendente, ma non so se le è mai capitato di sentirsi così sola da provare empatia per qualcuno che lo sembrava altrettanto".
Candy non poté fare a meno di restare a guardarlo, riflettendo ancora sulla coincidenza di quell'incontro. E non poté fare a meno di essere sincera. Si morse il labbro voltandosi anche lei verso l'oscurità dell'orizzonte: anche lei si sentiva in parte il cuore oscurato e la sua risposta ne fu, suo malgrado, influenzata: "Mi è già capitato, in passato, di incontrare qualcuno di molto importante nella mia vita proprio in una sera come questa. Potrei definirlo uno scenario da romanzo: la notte, il mare, un ponte quasi vuoto... e la mia solitudine. Anche se a parti invertite, stasera mi sta accadendo di nuovo. Ma mi perdonerà se le chiedo di restare solo amici di traversata".
La risata, spontanea e che le ricordava dolorosamente sia quella di Anthony che quella di Albert, riuscì a strapparle un timido sorriso. Sapeva di essere stata un po' irriverente, ma l'amarezza che provava era più forte delle buone maniere.
"Da quanto mi pare di capire l'incontro di quella sera non è andato poi così bene. Stia tranquilla, per me l'amicizia è più di quanto abbia osato sperare". Sembrava volesse aggiungere qualcosa, ma i lineamenti, delicati per un uomo, si contrassero finché le sopracciglia si aggrottarono e la serietà prese di colpo il posto dell'ironia di poco prima.
Si rese conto che quell'uomo sembrava preda di una sofferenza molto simile alla propria.
"Ora sembra lei quello triste", disse piano.
Jean prese un respiro profondo, chiudendo gli occhi: "Che opinione ha delle persone che si mettono a raccontare fatti privati agli sconosciuti? Senza offesa, ma anche se mi ispira fiducia la conosco da pochi minuti...".
Candy tentò un sorriso timido quando incontrò i suoi occhi: "Anche se non sembra io sono una gran chiacchierona. E comunque è stato lei a trovarmi qui, supponendo che stessi soffrendo per amore, quindi quello che penso è che come minimo mi deve una spiegazione". Il tono era scherzoso e voleva essere leggero: Candy non sapeva se le fosse riuscito bene. Ma aveva tanto sperato di non essere più sola con i ricordi di Albert, che quasi aveva bisogno di trovare qualcuno che la comprendesse.
Jean le restituì il sorriso: "Stavo per sposarmi, ma lei mi ha lasciato per un altro uomo". Tacque per lunghi istanti, che Candy usò per assorbire quell'amara confessione. Come lo capiva! Molto più di quanto lui potesse immaginare. "Oh, già, dimenticavo. Ero uscito per gettare via questo". Tirò fuori dalla tasca quello che, nel buio, era inequivocabilmente un anello di brillanti, forse pegno del fidanzamento con la donna amata. "E per gettarmi io stesso nell'oceano".
Le si mozzò il fiato. Era troppo. La storia di quel ragazzo, ora tanto triste da sembrare quasi un'altra persona, era così simile alla propria che scoppiò a piangere, nascondendosi il viso tra le mani. Il tentativo di farsi animo condividendo il suo dolore era fallito: l'unica persona con cui avrebbe voluto farlo, come aveva promesso anni prima, era solo una e non era più sua.
"Mi dispiace". Udì i passi di Jean allontanarsi e capì che se ne stava andando. Cuore e ragione erano in lizza, mandandole pugnalate di sofferenza e sprazzi di lucidità nei quali si diceva che, forse, parlare con quello sconosciuto sarebbe stato un atto di altruismo ed egoismo al contempo. Perché lei aveva bisogno di sfogarsi e lui di allontanarsi dall'idea del suicidio. Quella che lei stessa aveva accarezzato e che stava per confessare proprio a lui.
"Non andartene, ti prego... io... io non ti conosco, ma... non è questa la soluzione. Anche io... anche io per un attimo...". Singhiozzava e non riusciva a spiegarsi e, quando si rese conto che si stava avvicinando, sperò che lo facesse senza tentare un abbraccio o qualsiasi altro tipo di contatto. Non era pronta a spingersi così oltre con una persona che conosceva a malapena, anche se la sentiva già vicina.
"Abbiamo quindi due possibilità: o ci buttiamo insieme oppure parliamo. Se devo esserti sincero è una scelta che mi lascia indifferente. Sto tornando a casa mia e non ho nessuno ad aspettarmi".
Se la situazione non fosse stata tanto tragica, forse avrebbe cominciato a ridere istericamente: due disperati che dovevano decidere se uccidersi insieme o se consolarsi a vicenda. Altro che romanzo, quello stava diventando un racconto dalle sfumature noir...
Candy sospirò: "Sono un'infermiera e il mio istinto mi porta alla vita. Qualunque pensiero io abbia fatto... è nel passato. E ora ho il preciso dovere di impedire a te di compiere un gesto tanto stupido".
Quello che si mise a ridere fu Jean, le cui spalle sussultarono mentre diceva: "Oh, davvero? Beh, la sua sola presenza qui ha mandato a monte i miei piani".
Candy si asciugò gli occhi con le mani e lo guardò con attenzione. Stava soffrendo, sì, e tanto. Ma non aveva più fatto pensieri così lugubri: "Ti assicuro che c'è sempre un motivo per vivere e sono felice di averti impedito di fare una sciocchezza. Anche io ho perso... la persona più importante della mia vita. Però ce ne sono altre che mi vogliono bene e che amo. Inoltre ho il mio lavoro. Possibile che tu non abbia un solo motivo per voler andare avanti?".
Jean prese un respiro profondo e socchiuse le palpebre. "La mia famiglia è morta a causa della guerra. In uno degli ospedali da campo c'era una crocerossina americana".
Candy sussultò... possibile? Poteva esserci una coincidenza così incredibile? Ne dubitava, anche perché Frannie non era l'unica volontaria a essere partita durante la guerra e non solo non riusciva a immaginarla innamorata, ma nemmeno in vena di spezzare cuori.
"Beverly... è per lei che sono andato fin negli Stati Uniti. Ha accettato di sposarmi, ma poi i suoi genitori sono intervenuti per imporle un uomo del suo rango. E lei non ha saputo opporsi", concluse tornando a scrutare l'orizzonte.
Ora toccava a lei e di certo non poteva andare fino in fondo nella sua confessione. Ma avrebbe detto quasi tutta la verità. "La mia storia è molto simile alla tua. Quando ho conosciuto Albert credevo fosse solo un uomo che amasse la libertà e lavorasse sodo. Invece la sua posizione... non ci ha permesso di stare insieme come avremmo voluto". Era il massimo che potesse dirgli, se avesse usato il suo nome completo avrebbe dato adito a domande e supposizioni che non era pronta ad affrontare. Anche se Jean era francese, doveva aver letto i quotidiani americani.
Jean si volse per guardarla, confuso: "Se io fossi stato al posto di Beverly non avrei esitato un momento a lasciare la mia famiglia per la persona che amo. Questo Albert, forse, non ti apprezza abbastanza...".
"No, non è così! Lui... lui...". Dopo aver pensato male del suo principe così a lungo e averlo appena redento nel proprio cuore, Candy avrebbe voluto solo urlare al mondo intero quanto fosse innocente. Però non poteva e non voleva scoprirsi di più.
"Scusami di nuovo, sono sconvolto e tu mi sembri una ragazza tanto speciale che...".
Candy sorrise: "Ti ringrazio. Anche tu lo sembri. Credo che tutti meritiamo una possibilità, nella vita. Io le mie le ho perse tutte e adesso voglio solo fuggire per un po'".
Jean inarcò un sopracciglio: "Quindi è per questo che stai solcando l'oceano? Per fuggire? Dev'essere stata una delusione cocente per farti arrivare persino in un altro continente".
Scosse la testa: "Non è solo per questo: voglio lavorare in Francia e... devo cercare qualcuno".
"Qualcuno?". Jean aveva un'aria interrogativa ma Candy si sentì sfinita dopo aver dato voce ai suoi dolori e non si sentiva neanche pronta a parlargli di Stair. Inoltre quel ragazzo aveva perso tutta la sua famiglia durante la guerra e non era certa di volergli riaprire anche quella ferita raccontandogli di un soldato caduto.
"Si è fatto molto tardi e fa freddo. Posso essere certa che tu rientri e che non debba allertare qualcuno per un uomo in mare?", chiese voltandosi per affrontarlo.
Jean le regalò un piccolo sorriso: "Direi che per stanotte ho perso la mia possibilità... quindi puoi dormire tranquilla".
Si avviarono verso l'entrata e Candy gli rivolse un ultimo sguardo: "Grazie per aver parlato con me e per non aver dato seguito alla tua intenzione".
"Grazie a te per avermi salvato la vita", ribatté lui tanto serio, che Candy pensò di averlo fatto davvero.
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Elroy Ardlay era contrariata: su ordine del medico non poteva quasi allontanarsi dalla propria stanza e per di più le avevano impedito di leggere persino i quotidiani!
Diamine, a malapena stava intervenendo nei preparativi del matrimonio dell'anno e doveva dire che quella Lilian si era rivelata una ragazza piena d'iniziativa. Non riusciva a ricordare più come William l'avesse conosciuta e lui le dava solo risposte vaghe, ma era comunque felice che stessero per sposarsi.
Erano fidanzati da un anno o da un anno e mezzo? Se solo la sua memoria non si fosse così offuscata dopo il malore! Non ricordava nulla di quel giorno e il dottor Leonard aveva ribadito che non era necessario sforzarsi tanto per rimembrare gli eventi, se non vi riusciva. Doveva solo pensare a riposarsi e a riprendersi.
Il salone principale era teatro di grandi cambiamenti, quando vi si recò quel pomeriggio: tavoli e sedie erano stati spostati e alcuni grandi vasi avrebbero adornato tutto l'ambiente per il ricevimento di nozze. Elroy guardò la servitù, gestita dalla sua cameriera personale, seguire le indicazioni con efficienza e celerità.
Annuì, compiaciuta.
"Signora, dovrebbe stare seduta", intervenne la sua fedele collaboratrice portandole una sedia.
"Oh, sono già stata abbastanza a riposo! Piuttosto, dov'è mio nipote?".
La donna la guardò per qualche istante: "Si trova in banca, come ogni giorno. Sta di certo sistemando gli ultimi affari in ufficio prima delle nozze".
"Bene, molto bene... devo ricordarmi di chiedergli di nuovo dove intendono recarsi per la luna di miele, devo averlo dimenticato". Elroy si portò una mano tremante alla tempia, rendendosi conto che c'erano molte cose avvolte nella nebbia. Troppe cose.
"Signora Ardlay, che gradevole sorpresa!". Dall'ingresso si stavano facendo avanti due donne. Una era Lilian, mentre l'altra...
"Ben arrivate, care", si fece loro incontro cerando di scavare nei recessi della sua memoria difettosa. Le bastò uno sguardo in più per rendersi conto che la donna più grande doveva per forza essere la madre della futura moglie di suo nipote: erano quasi due gocce d'acqua.
"Ma è fantastico, lei è di nuovo in piedi e il salone è quasi pronto! Sono così emozionata!". Lilian giunse le mani al petto, sembrava una bambina felice per aver ricevuto un bellissimo regalo. Le ricordava qualcun altro... una ragazzina che lei aveva sempre disprezzato e che da un po' di tempo non vedeva nei paraggi...
"Sono felice che apprezziate come stiamo sistemando il tutto. A dire il vero io ho potuto fare ben poco, visto che mi hanno quasi costretta a restare nella mia stanza". Un paio di inservienti stavano spostando un tavolo in un angolo, mentre alcune donne si occupavano di togliere le tende. Quelle rosse sarebbero state sostituite da altre bianche. Inaspettatamente, Elroy ripensò a una stanza con un grande letto a baldacchino. E in quel letto giaceva suo fratello William, malato e quasi alla fine della sua vita. La grande finestra che dava sul giardino aveva proprio delle tende bianche che si muovevano al vento tiepido della primavera inoltrata.
Ricordava di essere andata a chiuderla e di essere stata fermata dalla voce di lui, quasi irriconoscibile nella sua sofferenza: "Non chiuderla... voglio... sentire ancora il profumo dell'erba fresca e il canto degli uccelli...".
In quel momento, Elroy aveva compreso che l'amore per la natura che tanto caratterizzava suo nipote veniva in gran parte da suo padre. A dispetto della difficoltà di afferrare i ricordi più recenti, quel momento del passato era tanto vivido che quasi si aspettò di girare lo sguardo e rivedere quel letto.
Invece vide Lilian che sedeva su una poltrona, aiutata da sua madre. Se solo fosse riuscita a ricordare come si chiamava quella donna...!
"Cos'hai, cara, ti senti male?", domandò avvicinandosi.
"Oh, stia tranquilla, signora Ardlay, è normale nelle sue condizioni. Si tratta solo di un lieve calo di zuccheri, se potesse far portare del tè allo zenzero...".
Le sue condizioni. Elroy cominciò a tremare e gli occhi si spalancarono per la sorpresa. Cosa intendeva con quella frase?!
"Signora? Signora?!". La madre di Lilian lasciò la figlia e fece un passo verso di lei. "Anche lei si sente poco bene?! Vuole che chiami...?".
"Cosa vuole dire con... le sue condizioni? Lilian è malata?". Mentre lo chiedeva, tuttavia, temeva che la risposta non fosse quella.
E infatti la donna si accigliò, aiutando anche lei a sedersi su un divano poco distante. Anche alcune cameriere si fecero dappresso, costituendo un piccolo capannello. Una le porse un bicchiere d'acqua.
"No, non è malata... può stare tranquilla. È... è solo il bambino".
Forse, dopotutto, restare nella propria stanza senza i giornali era stata la decisione corretta: a quella rivelazione, Elroy si sentì svenire e tutto scomparve.
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Margaret Rousseau entrò nello studio di William Ardlay con il cuore in gola. Lilian era rimasta in uno dei salotti della villa a sorseggiare il suo tè e aveva già dovuto sorbirsi i suoi rimproveri, quasi la colpa di quel malinteso fosse stata sua. Se solo l'avesse avvisata per tempo!
"Chiuda la porta, per cortesia". L'uomo le dava le spalle, seduto sulla poltrona presidenziale. Lo interpretò come un segno di disprezzo, così come anche quello di non farla accompagnare da una cameriera. Poteva capire che fosse arrabbiato con Lilian, ma lei in quel caso specifico aveva commesso solo un errore involontario.
Cercando d'ignorare il fastidio, parlò per prima: "Come sta la signora? Mi dispiace, le faccio le mie scuse, signor Ardlay. Non avevo idea che sua zia non sapesse nulla della gravidanza, visto che la notizia è uscita sui principali quotidiani. Purtroppo Lilian ha dimenticato di avvisarmi...".
"E così anche Lilian a volte dimentica le cose, non è vero?". L'uomo si alzò dalla poltrona e si voltò in un gesto fluido, rivolgendole uno sguardo duro. Non credeva che un giorno si sarebbe permesso di trattarla così, ma era evidente quanto fosse arrivato al limite della sopportazione.
Se i sospetti che le aveva confessato sua figlia su Candice erano veri, poteva quasi comprendere la sua sofferenza attuale.
Forse fu per quello e anche per evitare ulteriori problemi che si scusò di nuovo, chinando il capo: "Mi aveva accennato che la signora era stata male e si era anche offerta di venire a trovarla in ospedale. Ma non sapevo che...".
"Signora Rousseau", la interruppe con voce più calma, alzando una mano e chiudendo gli occhi, dopo aver fatto il giro della scrivania per fronteggiarla. "Nella mia vita mi sono sempre comportato da gentiluomo e ho un profondo rispetto per ogni essere vivente, animale o uomo che sia. Ho sempre cercato di essere umile e di comprendere le ragioni che portano determinate persone a comportarsi in modo sbagliato, pur non condividendone il pensiero. Eppure oggi mi trovo qui, a parlare con una donna dell'alta società senza neanche averla invitata ad accomodarsi e mi chiedo se questa mia mancanza di educazione non derivi dalla consapevolezza che qualcuno sta volontariamente facendo del male alla mia famiglia".
Margaret si gelò.
"Le ho già detto che io...".
"Sa una cosa? Le credo. Credo fermamente che Lilian fosse così impegnata con il matrimonio che tanto ha voluto, da aver dimenticato di avvisarla su cosa dire e non dire a mia zia". Mise le mani nelle tasche, guardandola di nuovo con spregio.
E lo odiò. Lo odiò come non aveva mai odiato nessuno in vita sua. Lo odiò perché rappresentava l'ennesimo uomo sbagliato nella propria vita. Suo marito non l'aveva mai amata e persino Frank sembrava piuttosto succube del suo fascino, che innamorato di lei. E infatti era rimasta sola, destinata a non conoscere mai la dolcezza di qualcuno che le volesse bene per quello che era.
Neanche suo padre ci era mai riuscito e Margaret sospettò che in quell'Ethan Lilian avesse trovato il pezzo del puzzle che le mancava. L'amava davvero o si accontentava del suo corpo come Frank?
"Voglio chiederle una grossa cortesia, Margaret". Il patriarca sembrava di nuovo un uomo educato e il tono fu solenne e pacato, in netto contrasto con le parole successive. "Dopo il matrimonio, la prego di non avvicinarsi più. Mai più alla mia famiglia. Sto per sposare sua figlia ma la terrò ben lontana da qui".
"Ma... ma...". Gli occhi spalancati, le mani gelide, Margaret non aveva neanche idea di cosa stesse per dire. Era sconvolta.
"Ci saranno eventi sociali nei quali entrambe dovrete intervenire e questo non posso controllarlo. Ma non ci sarà alcuna visita di cortesia. Lilian potrà venire da lei quando vuole, tuttavia nessuna di voi metterà piede nella villa di Chicago se io non sarò presente. Sono stato chiaro, Margaret?".
Era stata davvero attratta da quella specie di rozzo dal viso da angelo? E, soprattutto, si trattava dello stesso uomo impeccabile che avevano incontrato ai balli precedenti e di cui si parlava con tanto entusiasmo?
"Se questo è il suo desiderio...". Dovette ricacciare indietro l'orgoglio come un'amara sorsata di bile, perché se avesse agito come le diceva l'istinto avrebbe mandato a monte il matrimonio di sua figlia ed era una cosa che non si poteva permettere.
"Lo è. Ora, la prego, ho predisposto un'auto che vi riporterà a casa. Spero che Lilian stia meglio, so che anche lei ha avuto un malore".
La stava davvero cacciando di casa in quella maniera che pensava fosse elegante?! E stava veramente usando quel tono ironico riferendosi alla donna che portava in grembo suo figlio? Oh, se non fosse stato perché non le conveniva, avrebbe rimesso lei al suo posto quel moccioso nel corpo di un adulto!
Invece strinse così forte i denti che scricchiolarono e sibilò qualche parola di congedo.
Mentre si recava da Lilian per uscire da quella casa, Margaret comprese quanto le macchinazioni che avevano escogitato avessero influenzato gli Ardlay. Erano state in grado di portare quasi sul letto di morte la matriarca e di trasformare un uomo di solito garbato in uno amareggiato e al limite dell'esasperazione.
Era ora di prestare attenzione, ma pur con una prudenza maggiore, Margaret si ritrovò a provare quasi una punta di eccitazione: chi era la famiglia più potente, adesso?
