Angolo dei commenti:

Sandra Castro: Che commenti lunghi, grazie di cuore! Sono felice che tu colga tutte le sfumature di questa tremenda famiglia di cui fanno parte Lilian, Margaret, Frank e persino Ethan: tutti sono vittime della società ma tutti hanno qualcosa di oscuro nell'anima che li ha portati a ferire due persone meravigliose come Candy e Albert, trascinandoli in una sofferenza senza fine. E sono anche lieta che tu abbia avvertito questa sofferenza ma apprezzi il modo in cui la espongo: io stessa mi sentivo male mentre scrivevo. Il dottor Martin in tutto questo è stato sincero e Terry, che può fare se non accusare il colpo di Candy che soffre ma è fuori dalla sua vita per sempre? La zia Elroy non sta tanto meglio degli altri, visto quello che le è successo e Georges stesso non è stato in grado di scoprire nulla di importante. Dov'è la speranza in tutto questo? Grazie, grazie per seguire questa storia così difficile, un abbraccio a te!

Cla1969: Albert ha cercato risposte fino all'ultimo, ma ora ci vorrebbe davvero un miracolo o una fuga inopportuna per trarlo d'impaccio. Di certo Candy ha incontrato un'anima affine e solo il tempo dirà se i due sono destinati e rivedersi o no.

MariaGpe22: Il mio stesso nome è legato al destino dei personaggi XD E per ingannare il destino o, più prosaicamente, i Rousseau, ci vuole davvero una mente abile o un bell'imprevisto. Ci sarà? Grazie di cuore per seguirmi, alla prossima!

Ericka Larios: Nessuno crede all'innocenza di Lilian, se non la zia Elroy e il dottor Martin che non la conosce e comunque è dalla parte di Albert in ogni caso. Mi addolora continuare a leggere che reputi sciocchi i miei personaggi.

Reeka21: Candy non può tornare indietro e creare uno scandalo mettendo Albert e la sua famiglia nei guai. Non può fare nulla per lui, se non seguirlo da lontano. Nessuno può fare qualcosa, a parte pedinare Lilian o monitorare la famiglia. Ho cercato di caratterizzare Candy come ce l'hanno presentata le autrici, né più, né meno, quindi purtroppo l'evolversi della storia è questo e lei si fa da parte. Che ci piaccia o no, Candy è così.

Eydie Chong: La luce sembra essersi oscurata con questo ultimo intervento del dottor Martin. La storia non è ancora finita e tutto può succedere: sia nel bene che nel male. Grazie per seguirmi!

Charlotte: Sono contenta che ti piaccia il personaggio di Jean, ha molti punti in comune con Candy e perlomeno si sono fatti un po' di compagnia. La zia Elroy sta seriamente rischiando la vita, da quando Lilian e Margaret sono comparse, speriamo che non succeda altro! L'incontro tra Terry e Albert doveva essere risolutivo e un po' mi dispiace aver reso Terry troppo manesco, ma volevo sottolineare la sua preoccupazione e rabbia per la tristezza di Candy. Alla fine, almeno, si è chiarito con Albert. Il dottor Martin ha cercato di essere ragionevole e imparziale, per quanto la risposta possa non piacerci. Grazie di cuore, alla prossima!

Dany Cornwell: Il dottor Martin ha cercato di essere obiettivo e neanche lui può credere all'uso di una droga da parte di una signorina dell'alta società. Il suo è un ragionamento da medico, tutto sommato... Terence aiuterebbe anche, se ci fosse un modo. Ethan è ancora un personaggio avvolto nel mistero per tutti, quindi non c'è molto da fare a una settimana dalle nozze. Grazie per l'apprezzamento, alla prossima!

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Non restare chiuso qui, pensiero
Riempiti di sole e vai nel cielo
Cerca la sua casa e poi sul muro
Scrivi tutto ciò che sai, che è vero
Che è vero

Sono un uomo strano, ma sincero
Cerca di spiegarlo a lei, pensiero
Quella notte giù in città, non c'ero
Male non le ho fatto mai, davvero
Davvero

Solo lei nell'anima
È rimasta, lo sai
Questo uomo inutile
Troppo stanco è ormai

Solo tu, pensiero
Puoi fuggire, se vuoi
La sua pelle morbida
Accarezzerai

(Pensiero - Pooh)

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Sogni di fiele

È un giorno come un altro.

Candy se lo ripeteva fin dall'alba, quando aveva aperto gli occhi senza più riuscire a dormire. Se lo ripeté mentre si sciacquava il viso nel lavabo del piccolo bagno e lo fece di nuovo mentre mangiava, senza molto appetito, una fetta di pane tostato prima di recarsi in ospedale.

È un giorno come un altro e la mia vita sta proseguendo come se fossi a Chicago. Ma in un'altra casa e in un altro ospedale. E oggi pomeriggio finalmente incontrerò il capitano Baughmann che mi parlerà di Stair e del suo aereo.

Ne aveva di cose da fare, Candy. E non aveva affatto tempo per mettersi a pensare ad Albert e al suo matrimonio, nossignore. Risoluta, si alzò dal tavolo per sparecchiare e prese la tazza con i residui del caffè non bevuto. La mano le tremava e la presa sul manico si allentò. La tazza cadde sul pavimento andando in mille pezzi, proprio come il suo cuore.

Le nostre tazze avevano le iniziali A e C. A lui piacevano tantissimo.

"Oh, al diavolo!", imprecò prima di riuscire a trattenersi, chinandosi con l'intento di raccogliere i cocci ma riuscendo solo a singhiozzare come una stupida sul pavimento bianco macchiato di caffè. Quel pavimento che spazzava da sola ogni giorno con la piccola finestra, che dava sulla strada, aperta per cambiare l'aria. Alla finestra non aveva ancora messo le tende e non aveva neanche voglia di farlo.

Alla Casa Magnolia le ho scelte e te le ho mostrate subito, prima che le montassimo insieme.

"Accidenti, perché, perché non riesco a fare a meno di pensare a te?! Perché quella maledetta sera non hai ballato con me, Albert?", gridò alla cucina vuota circondandosi con le braccia e alzando il viso come rivolta a un'entità superiore. O quasi sperando che lui la sentisse.

I suoi buoni propositi di non pensare a quel maledetto matrimonio che si sarebbe tenuto a quasi cinquemila miglia di distanza erano falliti dopo solo due ore dal suo risveglio. Neanche avesse dormito davvero, dopo essersi rigirata per ore nel letto di quella cameretta che ospitava solo un piccolo armadio, un comodino e una scrivania. Persino al Santa Johanna, quando divideva la stanza con Frannie, aveva una camera più spaziosa.

Quando aveva scelto quella casetta non era stata solo la necessità di avere un affitto basso in tempi brevi a convincerla, ma anche il desiderio di rintanarsi in uno spazio suo che non fosse un albergo e che non risultasse troppo grande. Le bastava il minimo indispensabile, come alla Casa di Pony, perché aveva solo bisogno di mangiare, dormire e lavarsi.

"La luce del bagno è difettosa", aveva commentato il padrone mentre lei fissava la piccola cucina che era un ambiente unico con la sala principale e nella quale stava avvenendo il suo piccolo dramma mattutino.

"Non importa", aveva risposto. La prima sera era rimasta al buio mentre era nella vasca e aveva ritrovato l'asciugamano a tentoni.

Ma non le importava, il suo cervello stava facendo un involontario conto alla rovescia fino al momento in cui Albert sarebbe stato definitivamente di Lilian ed era riuscita persino a mangiare metà cena bruciata senza quasi accorgersene.

Mentre si rialzava dal pavimento cercando di recuperare un po' di dignità assieme alla scopa, Candy si rese conto che negli Stati Uniti erano almeno sei ore indietro rispetto alla Francia. Il che significava che era notte fonda e che Albert... forse era sveglio e stava pensando a lei.

Si bloccò al centro della cucina, con la scopa stretta fra le mani, e chiuse gli occhi. Forse, se si concentrava abbastanza, avrebbe potuto toccare i suoi pensieri. Avrebbe dato metà della propria vita perché lui fosse comunque felice, come aveva sempre voluto anche per lei. Ma Candy sospettò che nessuno dei due lo sarebbe più stato per molto tempo.

Per un istante le sembrò quasi di vederlo, con i suoi limpidi occhi azzurri spalancati nell'oscurità, magari girato su un fianco con la mano sotto al cuscino, come era solito addormentarsi quando vivevano insieme. Forse la stava pensando tanto quanto lei. Forse stava piangendo o maledicendo il destino.

Candy si riscosse e cominciò a spazzare via i cocci della vecchia tazza di porcellana che aveva comprato da un rigattiere qualche giorno prima. Se solo avesse potuto farlo anche con i pezzi del proprio cuore!

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Il sarto gli stava sistemando i lembi dei pantaloni perché cadessero perfettamente sulle caviglie e a Georges non sfuggirono le occhiate curiose che lanciava di tanto in tanto al suo viso.

L'ematoma di William era diventato di un colore viola chiaro sotto lo zigomo e più rosato verso il labbro. Il risultato era una specie di pennellata data da un pittore folle che si stesse divertendo con la tavolozza. Lo avrebbe quasi paragonato a un tratto di Van Gogh...

Georges sapeva che la compostezza con la quale si stava sottoponendo a quell'opera di vestizione per il suo matrimonio era una facciata che avrebbe dovuto sostenere fino a quando non avesse congedato gli ultimi ospiti del ricevimento: un'impresa degna di un maestro orientale specializzato nelle arti zen.

"Mi faccia controllare la giacca, signor Ardlay. Devo dire che il nero le dona molto".

William chinò il capo per seguire i movimenti del sarto che stava valutando la lunghezza delle maniche e vide che questi aveva lanciato un'altra occhiata al volto del patriarca attraverso lo specchio.

"Sono caduto da cavallo, la settimana scorsa", esordì e quella fu la prima frase di senso compiuto che aveva detto da quando l'uomo era entrato nella stanza. Dalla sua smorfia, che sembrava quasi una sorta di tic impercettibile che gli faceva stringere la mascella e socchiudere gli occhi, Georges comprese che non era una scusa che gli era piaciuto usare, di certo ricordando come era morto il povero Anthony. In ogni caso, apprezzò il suo tentativo di dare una spiegazione per evitare i commenti dei giornalisti con troppa fantasia. E un sarto che vestiva uno sposo così in vista poteva raccontare ogni sorta di teoria fantasiosa.

"Oh, mi dispiace", fu l'unico commento che uscì dalle labbra del sarto. Il ticchettio dell'orologio sul camino di fronte al letto di William era, al momento, l'unico suono che si udisse in quella stanza, assieme al fruscio della stoffa. Restavano il ritmo un po' accelerato del proprio respiro e il boato del cuore nelle orecchie: era certo che, se solo fosse stato possibile, avrebbe avvertito anche quello di William.

Quando gli aveva aperto la porta, quella mattina, il pallore del viso aveva evidenziato ancora di più il livido, ma non si era azzardato a dire nulla in merito, certo che avrebbe trovato un modo per nasconderlo o per spiegare alla stampa perché il patriarca degli Ardlay si stesse sposando sembrando reduce da una scazzottata.

Però lui conosceva bene quel volto solo in apparenza marmoreo: il sospetto era che in verità non gli importasse poi molto di ciò che avrebbero detto i giornali, né di mostrare foto simili al Paese. Era come se si fosse arreso agli eventi.

L'abito su misura era pressoché perfetto, dal taglio molto classico e con una cravatta color crema sulla camicia bianca che alleggeriva i toni scuri della giacca e dei pantaloni.

Ringraziò il sarto, che gli aveva augurato una pronta guarigione dalla ferita e fatto le sue migliori congratulazioni, e si avviò verso il salone principale, dove la signora Elroy lo stava aspettando per recarsi in chiesa con lui.

A metà corridoio, Georges seguì un impulso che una volta non avrebbe assecondato, ma che in quel momento non riuscì a trattenere: lo afferrò per un braccio prima ancora che potessero scendere le scale.

"Signorino William...". Non riuscì a dire altro, perché la voce gli si bloccò in gola, in un nodo che non era certo quello del papillon che indossava.

Lui si girò e il livido sembrò spiccare ancora più netto, sbagliato e irriverente come quell'unione assurda che si stava per compiere: "Sto bene, Georges, non ti preoccupare".

Mentiva e lo sapeva. Mentiva per lui, per la zia, per il clan e per la società. Ma, soprattutto, mentiva per cercare di dare forza a se stesso.

"Sarò sempre dalla sua parte. Sempre". Poté dire solo quella frase con enfasi e seppe che William lo apprezzava, che si sentiva sostenuto. Il suo sorriso, seppure triste e stentato, era sincero. Era un piccolo raggio di timido sole nel mezzo di una tempesta.

"William!", esclamò la signora Elroy quando li vide scendere le scale. "Per l'amor del Cielo, cosa hai fatto al viso?!".

Lui si bloccò sull'ultimo scalino e gemette, di sicuro conscio che le condizioni della donna stavano peggiorando velocemente. Con calma le spiegò da capo della caduta da cavallo e lei reagì molto peggio della prima volta, accasciandosi su una poltrona.

Georges li raggiunse, domandandosi ancora una volta perché il fato si fosse accanito così contro di loro. Il dottor Leonard era stato chiaro: la malattia della matriarca era in stadio avanzato e covava da tempo. L'ictus di cui era stata vittima aveva solo accelerato il processo.

Il suo ragazzo avrebbe dovuto affrontare anche la prova di andarsene a vivere in periferia con una donna che l'aveva incastrato senza poter stare accanto all'unica parente diretta che gli fosse rimasta.

"Oh, mio Dio, come il povero Anthony! Ma perché non sei stato attento?! È successo a Lakewood, vero? Quei cavalli sono così pericolosi! Ah, ma non puoi sposarti in queste condizioni! Miriam? Vieni qui, presto!". La signora Elroy sembrava disperata dopo la confessione del nipote e lo vide spalancare gli occhi, incredulo: Miriam era la cameriera che si occupava del trucco e della pettinatura di sua zia, che in effetti quel giorno era impeccabile con la sua crocchia ordinata, il cappellino con la veletta e l'abito color prugna di ottima fattura. A ben vedere, c'erano sfumature del livido che s'intonavano alla perfezione con il suo abito.

"Zia, vedrai che Lilian non ci farà caso...", tentò cercando di farla sedere di nuovo sulla poltrona dalla quale era scattata in piedi come una molla.

"Lilian si spaventerà a morte e tutto il Paese vedrà il patriarca che si sposa con il suo bel viso sfigurato! Miriam, per favore, puoi fare qualcosa per coprirlo?".

Albert scosse la testa, palesemente inorridito: "Zia... non vorrai che mi imbelletti la faccia anche io?".

"Non si preoccupi, signor Ardlay, userò una cipria finissima che si adatti alla sua carnagione e il risultato sarà assolutamente naturale!", lo rassicurò la donna indicandogli una delle stanze del piano terra.

Lui rimase per un attimo immobile, incontrando il suo sguardo: se la situazione non fosse stata tragica, avrebbe persino trovato un lato divertente ed era certo che lo avrebbe fatto anche William.

Con un sospiro rassegnato, lo vide seguire la donna e pensò che il signorino Graham, dopotutto, era messo anche peggio di lui: dal suo racconto, era voluto ripartire senza neanche farsi prestare le prime cure dal dottor Martin e solo il giorno prima aveva letto sui giornali che la tournèe della compagnia Stradford era stata rinviata di due settimane...

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Lilian stava vivendo sentimenti contrastanti che rischiavano di farla impazzire.

Tesa come una corda di violino nel suo sontuoso abito color champagne, opportunamente abbondante sul davanti, stringeva il bouquet quasi si trovasse nei panni di William.

Era ancora convinta di ciò che aveva escogitato e avrebbe rifatto tutto da capo, ma non riusciva ad accettare l'idea di condividere del tempo con un uomo che la disprezzasse: serviva solo a farle sentire di più la mancanza di Ethan, che ormai non vedeva da settimane.

Se anche William fosse stato più accondiscendente, avrebbe comunque desiderato correre dall'unico uomo che amasse, però lo avrebbe sopportato meglio.

La verità è che ti sei invaghita di lui, ammettilo!

Lilian strinse gli occhi, confusa, scorgendo il volto preoccupato di sua madre mentre saliva in auto. Frank le sedeva accanto e l'avrebbe accompagnata all'altare.

"Hai la nausea, cara?", domandò la donna voltandosi un poco sul sedile.

Lei scosse la testa e appoggiò meglio la schiena, prendendo un lungo respiro e drappeggiando la gonna perché non si sciupasse.

Volse lo sguardo fuori dal finestrino fissando, senza vederlo davvero, il paesaggio fatto di case, alberi, persone e altre vetture: un mondo nel quale chissà se sarebbe più riuscita a vivere. William le aveva detto che l'avrebbe accompagnata durante le sue uscite e le visite ai vari orfanotrofi, troncando di netto ogni possibilità di incontrarsi con Ethan.

Nonostante cercasse sempre di mantenere la freddezza e di trovare soluzioni ai problemi, non poté fare a meno di pensare di essere in parte caduta nella sua stessa trappola.

Una trappola nella quale non aveva alleati e doveva cavarsela da sola.

Nella sua giovane vita aveva vissuto dapprima ancorata al ricordo di suo padre e poi per gli incontri clandestini con Ethan: lui era riuscito a colmare quel vuoto che la perdita del genitore e la consapevolezza della mancanza di rispetto di sua madre avevano creato.

Come donna, sentiva il bisogno di legarsi a qualcuno che l'amasse per quello che era e che la facesse sentire speciale. Ma stava sposando l'uomo sbagliato e giusto al contempo.

Cosa ti aspettavi, dopo quello che gli hai fatto, che ti guardasse con adorazione?

Certo, Lilian sapeva che non sarebbe stato facile per lui accettare le cose, ma si era illusa che la sua bellezza e il fatto di rendersi vittima di un'ingiustizia avrebbero un po' ammorbidito un uomo che, sulle prime, le era parso molto più empatico. E magari con chi amava lo era, però doveva avere anche uno spiccato senso della giustizia e di sicuro non gli andava giù di essere stato raggirato a quel modo. E, più prosaicamente, era innamorato di Candy almeno quanto lei lo era di Ethan.

Mal comune mezzo gaudio...

Lilian cercò di concentrarsi sul movimento dell'automobile, che si stava immettendo in una strada principale dove c'era anche un gran viavai di carrozze. Una coppia innamorata si teneva per mano. Una mamma col suo bambino attraversavano la strada sorridendosi a vicenda. Una vecchia signora accennò col capo nella sua direzione, di certo dopo averla vista vestita da sposa in un'auto così lussuosa.

Lilian tentò di convincersi che William non avrebbe sempre potuto seguirla, soprattutto se doveva viaggiare per lavoro. Né poteva costringerla a spostarsi da casa, nelle sue condizioni. La verità era che avrebbe dovuto vivere alla giornata, cercando di capire quali fossero i suoi movimenti e tentando di decidere come eliminarlo in modo pulito. Sì, perché non aveva mai preso nemmeno in considerazione l'idea di condividere con lui il resto della propria vita, costretta a incontri clandestini con Ethan: Lilian Rousseau Ardlay sarebbe rimasta vedova e avrebbe continuato a testa alta a tenere le fila della famiglia, occupandosi dell'erede universale. Chiunque, vedendola così giovane e bella, avrebbe compreso il suo desiderio di avere un altro uomo accanto, dopo un periodo adeguato.

Ma, nel frattempo, non avrebbe certo sprecato l'opportunità di rendere interessante la sua vita matrimoniale con lui: d'altronde era sempre un uomo con le sue necessità e, anche se lo aveva visto molto riluttante, non poteva esimersi per sempre dai suoi doveri coniugali.

Sarebbe servito anche a fargli abbassare un po' la guardia per poi fendere il colpo finale, anche se avrebbe dovuto discutere con Ethan di metodi di avvelenamento alternativi. Certo, era un vero peccato e di sicuro non sarebbe stata solo quella Candice a piangerlo, ma uno stuolo nutrito di donne che in quel momento forse la invidiavano a morte.

Vedendo comparire la chiesa dove si sarebbe sposata, circondata da invitati e giornalisti, Lilian rifletté che non aveva molto tempo per fare breccia nelle difese di William e prima avesse cominciato, prima avrebbe potuto ingannarlo di nuovo. Anche se non ci sarebbe stato alcun viaggio di nozze, avrebbe iniziato proprio dalla luna di miele.

Non poteva certo essere fatto di marmo...

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Il profumo dei fiori lo stordì e per un attimo fu certo di essere tornato a Lakewood, immerso tra le rose di Rosemary e Anthony.

Ma erano peonie bianche e fiori di rododendro rosa che ornavano i lati della navata, accompagnandolo all'altare che era anche un patibolo con il loro odore penetrante, quasi il fine ultimo fosse di narcotizzarlo prima dell'esecuzione.

Albert mise un piede davanti all'altro senza quasi vedere il pavimento a scacchi, gli affreschi sontuosi alle pareti e i flash dei fotografi che stavano immortalando quel momento. Sentiva accanto a sé anche la presenza confortante e solida di Georges, ma i suoi occhi rimanevano fissi sul Cristo che era immolato sul crocifisso di fronte ai suoi occhi.

Perdonami, mio Dio, perché sto per mentirti.

Sapeva che a quei tempi quasi nessuno, in famiglie come la sua, si sposava per amore, ma gli parve comunque ingiusto pronunciare i propri voti a un'entità che, solo pochi anni prima, aveva posto su di lui una mano misericordiosa facendolo giungere da colei che lo avrebbe salvato. Aveva scritto a Candy che dopo essere sopravvissuto all'incidente ferroviario, seppure malconcio e con la memoria azzerata, era diventato molto più religioso ed era vero.

Ora, forse, stava pagando lo scotto di tutta quella fortuna e dell'illusione che aveva avuto di poter dedicare la sua vita a rendere felice Candy.

Forse, grazie a quel gesto da gentiluomo, un giorno lontano si sarebbe garantito il Paradiso, attraversando il suo personale Calvario. Ma di certo lo avrebbe fatto dopo un lungo periodo di sosta all'Inferno, così come aveva paventato settimane addietro: la sua discesa era appena iniziata e lo attendeva il nono girone dantesco, fosse dannato se ricordava il nome o i peccatori. In ogni caso, la sua dannazione era giusto lì, a pochi passi: poteva quasi sentire Lucifero masticare la sua anima.

Georges si fermò a uno dei primi banchi e lui sentì le gambe tremare: era certo che avrebbe barcollato, ma non accadde. I suoni delle voci a tratti concitate, distorte dall'eco, quello netto delle macchine fotografiche e del richiamo composto del parroco che cercava di far abbassare i toni erano quasi annullati nel frastuono dei suoi pensieri.

Dove sei, Candy? Perché non sei qui con me? Forse è solo un incubo e tu entrerai da quella porta...

E si voltò, Albert, sperando quasi di vederla, conscio di avere il volto contratto in una smorfia di dolore e di doversi ricomporre: non aveva forse versato abbastanza lacrime quella notte? Non si era detto rassegnato a dedicare l'ultima stilla del proprio cuore a un bambino innocente che stava crescendo nel ventre sbagliato?

Eppure, mentre prendeva un respiro tremulo tentando di tornare padrone di se stesso e di indossare al meglio la sua maschera migliore, Albert la vide.

La vide davvero.

Era la sua Candy, che entrava scatenando di nuovo il caos tra i giornalisti, avanzando con l'abito color champagne che modellava il suo corpo prima di terminare con una gonna ampia. Era lei, che gli sorrideva con gli occhi luminosi per il pianto represso, i lunghi capelli biondi che le ricadevano sulle spalle in un tripudio di ricci che lui voleva solo accarezzare e annusare come fossero i fiori più belli della chiesa.

Candy, che sarebbe diventata sua moglie.

Forse Dio aveva ascoltato la sua supplica e aveva compiuto un miracolo? Se lo chiese mentre gli occhi si spalancavano per lo stupore, il respiro si mozzava e accelerava quasi subito e le mani si stringevano sui bordi della giacca.

"Guardi da questa parte, signorina Lilian!".

Albert sbatté le palpebre, risvegliandosi di colpo da quell'allucinazione. E alla quale, diamine, aveva creduto a tal punto che avvertì la delusione risalire fino in bocca come bile. Strinse forte i denti, fino a farli scricchiolare quando incontrò l'immagine di sua zia e di Georges, in piedi dietro ai banchi della chiesa, accanto ad Archie e Annie.

Lilian stava avanzando al braccio di suo zio Frank. Lilian, che sarebbe diventata sua moglie entro pochi minuti.

Il corridoio parve allungarsi e poi restringersi, dilatarsi prima di tornare alle dimensioni normali. Di nuovo, Albert chiuse gli occhi domandandosi se ci si sentiva così un attimo prima di perdere i sensi. Quando aveva perduto la memoria, aveva cancellato quasi del tutto i ricordi dell'esplosione, che era stata violenta e aveva spento la sua coscienza in modo fulmineo. Le veglie tra uno stato di incoscienza e l'altro sembravano sempre troppo brevi ed era stato come addormentarsi di continuo.

Persino la sera del ballo, dopo aver bevuto quello champagne, la sensazione era stata quella di un sonno che lo avesse reclamato con particolare forza. Non era mai svenuto davvero in vita sua e non intendeva farlo adesso.

Sono William Albert Ardlay e sto adempiendo al mio dovere.

Era accaduto quando si era presentato in società e sarebbe accaduto di nuovo, anche se non lo accettava con altrettanto trasporto. Sollevò il torace per prendere un respiro che sembrava essere rimasto incastrato troppo a lungo tra le costole, tentando di farsi forza.

Lilian gli fu accanto e lui s'inchinò per sfiorarle la mano con le labbra, rendendosi conto che la propria tremava un poco e quella di lei era gelida. Non ebbe modo di incontrare il suo sguardo dietro al velo, ma si domandò come fosse possibile che quella donna stesse provando un'emozione di qualche tipo. O forse si sentiva solo indisposta per la sua condizione?

Da quel momento in poi, Albert fu inghiottito dalla nebbia: le parole, i gesti, tutto diventò meccanico. L'anima parve allontanarsi dal corpo e divenire una semplice spettatrice, consentendogli di mantenere la sua facciata composta. I giornalisti non avrebbero fotografato un patriarca innamorato, ma quello era tutto ciò che gli riuscì di fare in quegli interminabili minuti.

Annullare se stesso e la percezione del mondo esterno, come se fosse in meditazione profonda.

Vacillò quando dovette pronunciare i propri voti e quando udì quelli di Lilian. Esitò per un breve, ma interminabile istante. Si vide, mentre fuggiva da quella chiesa e saliva sulla prima nave per raggiungere l'unica donna che amasse. Spostò un piede in avanti e non seppe se fu per mettere l'anello a Lilian o per scappare davvero, giurando a se stesso e a quel Dio che avrebbe fatto di tutto per il bambino che stava arrivando.

Ma, naturalmente, alla fine la sposò.

Addio, Candy. Addio, amore mio... mi dispiace... tutto questo è così ingiusto, così surreale...

Con orrore, si accorse che sentiva gli occhi bruciare come quando le lacrime erano in procinto di uscire e un flash lo colpì proprio in quel momento. Poté approfittarne per stringere forte le palpebre e ricacciarle indietro con uno sforzo di volontà immane, mentre consegnava la sua vita nelle mani di una donna che lo aveva incastrato.

"Può baciare la sposa".

Albert cadde dalle nuvole: baciarla? Aveva davvero dimenticato che sarebbe accaduto? Durante la festa di fidanzamento si era trovato costretto a baciarla e lei lo aveva fatto con un ardore che lo aveva lasciato sconvolto. Ora poteva invocare la buona creanza e il fatto di trovarsi in chiesa. Così, si limitò a posarle un bacio sulla guancia, non troppo vicino alle labbra, sentendola sussultare solo un poco: era per la delusione o per la sorpresa?

Suo malgrado, Albert dovette sottoporsi a una serie di foto mentre la stringeva a sé e avvertiva la mano di lei sulla schiena... un po' troppo in basso per i suoi gusti. Con un gesto fluido, domandandosi come avrebbe fatto quella sera a rifiutarla senza che accadesse un putiferio, si staccò da Lilian per parlare con un giornalista e posare in maniera diversa.

Il sole, quando uscirono dalla chiesa, parve farsi beffe di lui, indicandogli che la Terra girava ancora e le persone, là fuori, avevano una vita che andava avanti.

La zia Elroy, Georges, Archie, Annie, Margaret e Frank si avvicinarono e si congratularono abbracciandoli. Altra finzione, altri sorrisi falsi. Quando Archie e Georges lo strinsero, come non avevano mai fatto in vita loro, non disse nulla e Albert gliene fu grato: poteva accettare le congratulazioni degli altri, ma quel breve e silenzioso contatto con il nipote e l'amico di sempre gli trasmise tutta la loro solidarietà.

Salì in macchina con sua moglie, incapace di guardarla o di rivolgerle la parola. Sentiva il corpo pesante, la stanchezza accumulata che pareva riempire di piombo vene, muscoli e persino l'interno della sua testa. Non sopportava la luce del sole, che aveva sempre amato. Non sopportava le risate delle persone intorno a sé e le maledette macchine fotografiche che non smettevano un attimo di scattare. Non sopportava neanche il peso di lei sul fianco quando si agganciò al suo braccio mentre l'autista metteva in moto e partiva.

Dietro la sua maschera di ghiaccio, Albert avrebbe solo voluto urlare.

- § -

Geroges sospirò piano, rivolgendo lo sguardo al ragazzo che conosceva da quando era nato: avrebbe dovuto sentirsi emozionato per lui, come un padre o un fratello maggiore. Invece non poteva fare a meno di notare quanto serio e teso fosse il suo volto.

Il livido che si era fatto lottando contro il giovane Graham una settimana prima era stato abilmente coperto da Miriam e si notava solo una macchia sbiadita che nelle foto sui giornali non sarebbe certo apparsa. E i reali sentimenti dell'uomo che si stava sposando erano altrettanto celati agli occhi del mondo.

Ma non ai suoi. No.

Lui aveva visto nascere William e gridare a pieni polmoni la mancanza di una madre, quasi sapesse che quella che lo stava allattando era una nutrice; lo aveva visto diventare un ragazzino serio e composto quando serviva, ma libero e spensierato se solo si trovava fuori in mezzo al verde; aveva potuto riconoscere il dolore nei suoi occhi, asciutti o pieni di lacrime, quando aveva perso suo padre, quindi sua sorella e infine i nipoti Anthony e Stair. E aveva colto con gioia la luce piena di speranze e illusioni che sembrava emanare quando Candy era nei paraggi: era la stessa che aveva potuto apprezzare in quella ragazza così speciale che ormai era lontana.

Per lui, quindi, non era un mistero che dietro ai suoi voti pronunciati con voce chiara e ferma ci fosse in realtà il diniego. O che mentre si rivolgeva alla sua sposa per infilarle l'anello al dito stesse usando tutto l'autocontrollo acquisito durante gli anni per tentare di non aggrottare le sopracciglia in un'espressione contrariata. E si rese anche perfettamente conto che, dietro al bacio casto su una guancia che aveva riservato alla sua nuova moglie una volta avuta la benedizione del prete, ci fosse la sua intenzione non di evitare uno scandalo, ma di non tradire i propri sentimenti.

La coppia avanzò nella navata verso l'uscita tra i flash e gli auguri dei presenti. Accanto a sé, la signora Elroy fece qualche passo per avvicinarsi al nipote e fare altrettanto, ma si bloccò prima di superarlo e disse chiaramente: "Quel ragazzo non è affatto felice".

A Georges si mozzò il respiro in gola: nonostante perdesse sempre più spesso i ricordi recenti, la donna sembrava vedere determinate cose con maggiore chiarezza, quasi la malattia avesse cancellato alcuni dei suoi maggiori pregiudizi.

Tacque, evitando di fare commenti, e si avvicinò a sua volta, riservando i suoi auguri più sinceri alla sposa e limitandosi ad abbracciare William, nel cui sguardo indugiò più a lungo.

Coraggio, non ci siamo ancora arresi. Sarò sempre qui a sostenerti.

"Grazie, Georges", disse lui rivolgendogli il sorriso più sincero che gli avesse visto fare quel giorno.

Nonostante la cerimonia non prevedesse un gran numero di invitati, il rinfresco e il ballo furono ugualmente sontuosi e lo champagne scorse a fiumi. In tutto quel tempo, Georges si dedicò a osservare con interesse gli invitati, in special modo i Rousseau.

La signora Margaret sembrava fuori di sé dalla felicità, persino più di sua figlia, che a volte aveva lo sguardo adombrato da un'espressione che non seppe decifrare: era qualcosa a metà tra la tristezza e la consapevolezza di essere nel giusto. A essere sincero, credeva che avrebbe fatto i salti di gioia, ma pensò che potesse trattarsi del malessere legato alla gravidanza.

Frank Stevenson ballò con la madre di Lilian un paio di volte e Georges accettò suo malgrado di danzare con una delle cugine della sposa pur di avvicinarlo con discrezione. Negli anni aveva dovuto sviluppare un sesto senso molto acuto per seguire gli affari e anche per saper riconoscere le persone con buone intenzioni da quelle che invece avevano qualcosa da nascondere: aveva dovuto cominciare nella sua città natale, per non soccombere alle dure regole della strada e aveva proseguito per individuare investitori con secondi fini.

Mentre la musica aumentava di volume in un valzer particolarmente vivace, Margaret si protese verso l'orecchio del cugino con un gesto di confidenza che, sulle prime, gli parve del tutto naturale. Ma bloccò i suoi piedi nell'atto di volteggiare con la propria dama quando scorse ciò che le illuminava gli occhi. E che sembrava riflesso, in parte, in quelli di lui.

"Ehi, mister Villers, ha perso il ritmo?", cinguettò con un sorriso la donna bionda con cui stava ballando.

"Le chiedo scusa, signorina, non era mia intenzione fermarmi così di colpo, ma credo di aver bisogno di riposare un momento", rispose in tono contrito.

"Peccato, mi stavo divertendo così tanto! Lei è davvero un ottimo ballerino, signor Villers".

Georges cercò di ignorare la voce interna che voleva paragonare quella donna, che doveva avere perlomeno vent'anni meno di lui, a Lilian Rousseau. E ignorò anche lo sguardo malizioso che gli lanciò mentre lui si allontanava con un inchino per prendere posto su una delle poltrone accanto alla tavola dei dolci, relegandolo in un angolo della propria mente.

Si concentrò, invece, su quello che aveva visto, o pensava di aver visto, negli occhi di Frank e Margaret. Certo, si volevano bene e non solo perché erano cugini, ma anche perché erano stati legati per anni dopo la morte del padre di Lilian, seppure in maniera spesso discontinua, da ciò che aveva appurato.

Frank Rousseau aveva viaggiato molto per specializzarsi e perfezionarsi e, come lui, non si era mai legato a nessuno.

Come lui...

Georges scosse la testa, avvertendo una fastidiosa sensazione insinuarsi nella sua mente. Forse era solo provato da tutta quella storia, nonché in pena per William e vedeva cose che non esistevano.

Eppure, quegli sguardi, quella confidenza...

Erano cugini e Margaret... neanche lei si era più risposata. Di certo per rispetto alla vedovanza.

Sono passati vent'anni, anche se ha una figlia perché non ha mai cercato nessuno per rifarsi una vita? Possibile che amasse a tal punto suo marito?

"Signore e signori, un attimo di attenzione, per favore". La voce di William, che stava per fare il suo discorso, lo trasse fuori di colpo dalle sue riflessioni. Si alzò e lo guardò con una punta di apprensione: era sempre stato molto bravo a fingere, mantenendo la sua compostezza quando era necessario, ma stavolta sarebbe stato diverso. Molto diverso. "Voglio ringraziare tutti voi per essere presenti, quest'oggi, al matrimonio che ha legato me e Lilian in un sacro vincolo. Per noi è molto importante che tutti siate stati testimoni di un'unione che ha fatto molto discutere, ma sulla quale già tutto è stato detto in maniera ineccepibile dalla mia ineffabile moglie. Oggi si apre un nuovo capitolo per la famiglia Ardlay, che ha una nuova matriarca ad affiancare la mia carissima zia Elroy e un erede che vedrà la luce da qui a pochi mesi. Per noi è un piacere e un onore ospitarvi a questo evento storico. Grazie, dal più profondo del nostro cuore". William s'inchinò profondamente e Georges poté vedere i suoi lineamenti contrarsi per un breve ma inequivocabile istante, prima che stringesse la mano di Lilian per indurla a fare altrettanto. Sulle prime, lei parve quasi sconvolta da quel comportamento, ma lo assecondò quasi subito. "Spero che continuiate a godervi la serata", concluse quando si raddrizzò.

Non un'esitazione, non un tremore nella voce, ma la dignità stessa di William senior che, ancora una volta, si rifletteva in suo figlio. Georges ne fu commosso quasi fino alle lacrime e dovette stringere le palpebre con forza per non tradire le sue emozioni.

"Ineffabile!". Il tono beffardo della signora Ardlay lo colpì ancora una volta. "Direi che William sembrava molto più a suo agio quando lo veniva a trovare quell'orfana, per quanto sia assurdo".

Non poté fare a meno di guardarla, la matriarca di famiglia, ancora a testa alta nonostante il problema che l'affliggeva: d'altronde, nelle sue vene scorreva lo stesso sangue di suo nipote.

Per un attimo, Georges pensò quasi di chiederle cosa ne pensasse di Frank Stevenson e Margaret Rousseau, visto che pareva avere una visione chiara delle cose come mai in passato, ma si trattenne.

Voleva andare da William e comunicargli di nuovo, in maniera silente ma ferma, tutto il proprio sostegno. Ma William era sparito.

- § -

Albert aveva esaurito le energie dopo aver pronunciato quel discorso e si rese conto che, in vita sua, aveva dovuto fingere ben poche volte. Una cosa era trattenere dentro di sé delle emozioni per risultare sempre composto e ineccepibile di fronte alla società, un'altra era dover far finta di provare qualcosa che non sentiva affatto.

Come la gratitudine o l'amore.

Gli ronzavano le orecchie, lo stomaco sembrava volersi rivoltare da un momento all'altro e l'emicrania stava iniziando ad affondargli gli artigli nelle tempie al ritmo impazzito del cuore. Si sentiva come un vulcano pronto a eruttare tutte le bugie che aveva dovuto auto infliggersi.

Con una scusa, si allontanò per andare alla toilette degli uomini, lasciandosi alle spalle le tavole imbandite e decorate con tovaglie di seta bianca, i camerieri in frac che giravano con vassoi di champagne con le spalle dritte come soldati, le tende pregiate alle grandi finestre e l'orchestra che sembrava non dover mai smettere di suonare. Ma, soprattutto, voleva lasciarsi alle spalle quella grande menzogna che era il suo matrimonio.

La voce di Lilian lo gelò prima ancora che potesse voltarsi: "Devi rifarti il trucco, caro? Spero che mi spiegherai come ti sei fatto quel livido che hanno cercato di coprire con della cipria".

"Sono caduto da cavallo", rispose atono e, senza aggiungere altro, si chiuse in bagno dove respirò a fondo, poggiando le mani sul lavabo e chinando la testa. La rialzò per scrutarsi allo specchio e vide che sì, in effetti sotto al velo di cipria si intravedeva un alone violaceo.

"Non ti sfugge niente, vero?", sibilò tra i denti alla propria immagine come se si trattasse di Lilian in persona, resistendo a malapena all'impulso di sciacquarsi il viso, fosse anche solo per percepire l'acqua fresca sulla pelle: si sentiva soffocare.

Prese una serie di respiri profondi, cercando di ricreare la freddezza di qualche ora prima in chiesa, nel tentativo di allontanare la sua anima tormentata da se stesso: ma, per farlo, avrebbe dovuto semplicemente morire.

La sua mente pragmatica tentò allora di focalizzarsi sul bambino e già quello lo aiutò a sentirsi meglio. Poi, in maniera del tutto inaspettata, prese a immaginare cosa sarebbe accaduto se Candy non si fosse innamorata di lui e avesse continuato a considerarlo un amico. Avrebbe ipotecato la propria vita in nome del clan solo per dare un erede alla famiglia Ardlay, a quel punto? Ne dubitava...

Ma, qualunque fosse stato il suo futuro, Albert pensò che avrebbe prevalso la rassegnazione: sapere che Candy lo amava e si era allontanata da lui per non soffrire lo lacerava dentro. Perché la sofferenza di Candy entrava in risonanza con la propria ed era come se i loro cuori fossero un unico organo ferito che battesse all'unisono. Saperla felice sarebbe stata la sua unica consolazione.

Invece, da quel che aveva detto Terence, aveva rifiutato persino lui.

Affondò le dita tra i capelli, la rabbia che si mescolava col dolore: erano così vicini a quella felicità, dannazione! Perché aveva dovuto titubare, in attesa di chissà quale segno da parte di lei, per aprirle il suo cuore? Perché quella maledetta sera di quasi quattro mesi prima non l'aveva rivendicata come sua, ballando solo ed esclusivamente con lei, baciandola, consegnandole la propria anima come sognava dai tempi della Saint Paul School?! Ma lei all'epoca era così giovane, e c'era Terence! Dai racconti che gli aveva fatto della loro tormentata storia, pareva che i due avessero vissuto anni di appuntamenti mancati. E lui, quanti ne aveva mancati? Quanto tempo aveva sprecato scrivendole lettere sempre più affettuose, leggendo tra le righe di quelle di Candy, per poi ritrovarsi incastrato da un'altra donna alla prima distrazione?

"Sei un idiota, Albert", disse al suo viso sconvolto, ridendo tra sé al pensiero che, se gli fosse sfuggita anche solo una lacrima, si sarebbe davvero rovinato il trucco come una donna.

Con l'ennesimo sospiro profondo, tentò di sistemarsi i capelli che aveva spettinato nel suo precedente impeto e concentrò ogni suo pensiero sul bambino.

Sì, lui era la sua unica priorità e come prima cosa, quella sera, lo avrebbe cercato nel ventre di Lilian.

- § -

Gli sbottonò la camicia con urgenza, quasi volesse impedirgli di riflettere sulla situazione e tirarsi indietro. Quando lui prese fiato per dire qualcosa, gli chiuse la bocca con un bacio esigente, premendogli le mani sulla nuca e stringendosi a lui, scendendo per afferrargli i polsi e indurlo a toglierle il vestito.

E cadde il suo vestito.

E caddero tutti gli abiti dopo tanta attesa.

E furono uniti i corpi nel reciproco calore, come sognava da tanto di quel tempo che pensava non sarebbe più accaduto.

Insinuò le dita tra i muscoli guizzanti del torace ancora ben definito: doveva tenersi in forma, nonostante la vita sedentaria. Scese, per impossessarsi di ciò che doveva unirli come doveva essere.

Erano nati per stare insieme e poteva capirlo dagli ansiti sempre meno esitanti di lui, dal corpo che sembrava arrendersi ogni istante di più, dal gemito maschile che le penetrò come una musica nelle orecchie mentre lo aiutava a seguire la strada che era l'unica che dovesse percorrere da quel momento in poi.

"Margaret!". La voce strozzata, una mano sul polso che tentava di evitare l'inevitabile.

"Sei mio, Frank, lo sei sempre stato", gli sibilò all'orecchio, aprendo la bocca per mordergli la mascella.

Forse fu quell'ultimo gesto, quasi animalesco, a porre fine alla sanità mentale dell'uomo, che alfine si arrese all'ineluttabile e peccaminoso atto del loro destino.

Margaret rovesciò la testa indietro quando scivolò in lei, sentendosi come se fosse tornata a casa, nel giardino dove lo aveva baciato per la prima volta in un giorno assolato, contro la vetrata della serra. Il profumo delle rose, delle peonie e delle violette aveva accompagnato quel primo, intimo contatto e le parve di ritrovarlo sulla pelle di Frank mentre, finalmente, sembrava lasciare indietro ogni indugio per prenderla come aveva fatto tante volte in passato.

Con ardore, con dedizione e con possessività. Afferrandola con poca gentilezza per i fianchi mentre la rivendicava sempre più profondamente. Perché anche lui la desiderava e l'amava, ma forse era stato troppo vigliacco per confessarlo, troppo ancorato alle regole della società.

Gli anni di desiderio consumarono in fretta il loro slancio e Margaret si beò del peso del corpo arreso e sudato del suo uomo contro il proprio, in quell'atto che era la loro luna di miele personale. Accolse con gioia il suo ansimare soffocato sul collo, mentre si accasciava al suo fianco senza smettere di stringerla, lieta che tutti gli occhi fossero puntati, quella sera, sul matrimonio di sua figlia.

Come poco più di vent'anni prima, Margaret aveva dato un giorno libero alla servitù e ora aveva di nuovo il suo amante tra le braccia.