Angolo dei commenti:
Ericka Larios: Purtroppo all'epoca i valori morali erano ben diversi e non è detto che una donna dell'alta società non ricorresse a metodi estremi. E per ora, a quanto pare, ha avuto ciò che voleva, ovvero un matrimonio con Albert.
Dany Cornwell: Albert purtroppo sta adempiendo al suo dovere, ma non smette certo di indagare. Il matrimonio, arrivato a questo punto, era inevitabile. I Rousseau sono molto abili a nascondere i loro altarini e Margaret e Lilian non hanno nulla da nascondere se non un amante che è ben celato nei bassifondi della città. Purtroppo le cose sono molto complesse.
Charlotte: Non sai quanto sono felice quando, oltre a soffrire con i personaggi, mi date un feedback sul mio modo di scrivere: per me è importante sapere se vi sto innanzitutto coinvolgendo nella storia. Lilian è innamorata di Ethan ma sta cercando anche di avvicinarsi ad Albert: per ingannarlo e non solo. Inizia davvero a provare dei sentimenti per lui. E ora comincia un nuovo capitolo delle loro strane vite...
MariaGpe22: Capisco il tuo punto di vista e in parte lo condivido anche: ma tieni conto che per il clan un matrimonio religioso è il minimo che possono aspettarsi dal patriarca. E Lilian ai loro occhi è un ottimo partito. C'è anche da dire che Albert non ha alcuna intenzione di consumare questo matrimonio. Un matrimonio di tipo civile avrebbe dato adito a voci di corridoio e avrebbe potuto creare un altro scandalo. Nessuno si è arreso, né Albert, né George, né Archie. Continueranno a cercare prove, quindi non pensare che io voglia semplicemente condannare Albert o fargli commettere degli errori. Alla prossima!
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"Non mi prendi in braccio, tesoro?". Albert si bloccò sulla soglia, dove i servitori erano in attesa che entrassero in casa.
Era stato costretto a ballare con lei e a posare per decine di foto, fino a che non aveva cominciato a udire le voci, intorno a loro, che alludevano a una fuga ormai imminente dei due sposi.
Certo, di solito funziona così, no?
Solo che Albert non aveva alcuna voglia di fuggire con la sua nuova moglie con intenti romantici, né sopportava più quella maledetta festa di matrimonio, dove era stato costretto a mandare giù sorrisi, frasi di circostanza e portate a non finire.
In pratica, era incastrato tra due mondi che lo orripilavano, ma non aveva una terza chance. Non l'Africa, non la Francia e nemmeno la Scozia. La prossima tappa sarebbe stata la villa degli Ardlay alla periferia di Chicago, con i suoi due piani e la facciata rustica e semplice che gli ricordava quasi la capanna dei boschi di Lakewood.
Albert fece un profondo sospiro davanti all'ingresso principale di quella casa, sapendo che doveva salvare le apparenze nonostante tutto. Semmai un giorno fosse riuscito a dimostrare la propria innocenza, sarebbe dovuto risultare impeccabile anche davanti alle persone di sua fiducia.
Con gesti lenti e calcolati e senza un briciolo di affetto, si chinò per sollevare la sua indesiderata sposa, ponendole un braccio intorno alla schiena e una sotto alle gambe. L'afferrò saldamente preoccupandosi soprattutto per la creatura che portava in grembo e alla quale stava dedicando tutto il proprio coraggio.
Era come se avesse di nuovo qualcuno da proteggere, come aveva fatto con Candy per tanti anni.
Poco importava che fosse o meno suo figlio, la priorità era garantirgli un futuro a ogni costo. Qualora tutto si fosse davvero rivelato una grande menzogna, Albert si sarebbe comunque assicurato che avesse una famiglia stabile e, diamine, lo avrebbe persino adottato se si fosse reso necessario.
Si può provare avversione per una persona ma amare in maniera incondizionata il figlio che ha in grembo?
Non sapeva se quell'istinto di protezione nascondesse la reale paternità o solo il suo modo di essere devoto verso i più deboli, ma al momento era l'unico motivo per cui andasse avanti.
Lilian gli si aggrappò al collo cercando le sue labbra ma lui scostò il viso ed entrò nella sua nuova vita e in quella casa che avrebbero condiviso.
Una volta al centro dell'ingresso la mise giù: "Devi essere molto stanca, cara. Perché non vai a rinfrescarti mentre io passo un attimo nel mio studio?".
"Vuoi lavorare il giorno del tuo matrimonio?", chiese lei stizzita, sistemandosi il velo con una mano.
"Voglio solo accertarmi che sia tutto in ordine per chi se ne dovrà occupare durante la nostra luna di miele. Ti raggiungerò quanto prima".
Lilian restrinse le palpebre: "Come se la passassimo in un altro posto che non sia questa casa, la luna di miele! Bene, ti aspetto", si congedò seguita dalla cameriera personale che le aveva riservato. Lo disse in modo così suggestivo che Albert si sentì in imbarazzo davanti al maggiordomo che attendeva ordini.
Sospirò, frustrato, chiedendosi come avrebbe fatto a evitare un'altra lite quando lei avesse scoperto che non aveva la minima intenzione di condividere il suo letto.
Diede istruzioni alla servitù di ritirarsi e si chiuse nel suo studio, dove infine poté stare da solo. Crollò sul divano di fronte al camino, senza neanche accertarsi che lo scrittoio e la poltrona presidenziale fossero dove aveva chiesto di metterle, e sentì le lacrime salirgli agli occhi: era sfinito, nella mente e nel corpo. La tensione accumulata tentando di fingere davanti a tutti lo aveva prostrato, così crollò.
Caddero, una a una, tutte le maschere che si era dovuto mettere: quella di patriarca impeccabile, quella di sposo perfetto e quella di neomarito devoto. Rimase Albert, l'uomo che poteva anche provare dolore e sentirsi oppresso dalla vita.
Non era così che aveva immaginato il suo matrimonio. Non era così che doveva andare la sua prima notte di nozze. Non era quello che aveva visto scritto nel proprio destino.
Chiudendo le palpebre e lasciando che le scie umide gli rinfrescassero il viso senza fare nulla per fermarle, accettandole quasi con sollievo, Albert pensò a quanto avrebbe voluto sentire la voce di Candy, stringere lei fra le braccia, baciarla, dirle quanto l'amasse, perdersi tra i suoi capelli e nella sua pelle. Quando era accaduto che quella ragazzina, così fragile in alcuni momenti ma così forte e determinata in altri, gli fosse diventata più necessaria dell'aria che respirava?
Diamine, si sarebbe accontentato di udire la sua voce per telefono e per un attimo alzò lo sguardo verso l'apparecchio, anelando solo di comporre un numero che nemmeno conosceva. Ma sapeva che non l'avrebbe fatto comunque, che avrebbero solo sofferto di più entrambi.
Era un uomo sposato e, almeno tecnicamente, in attesa del suo primo figlio.
Con un gesto di disperazione, Albert seppellì il viso fra le mani, furioso contro la propria debolezza e contro la leggerezza che aveva commesso quella sera, in cui si era fidato di una donna che all'apparenza voleva solo fare un brindisi con lui.
Quella maledetta ingenuità che non gli aveva fatto cogliere il pericolo.
Come poteva immaginare che una donna di classe come Lilian potesse rivelarsi cosi scaltra e intraprendente? Era sopravvissuto a una vita di vagabondaggi, a un viaggio nell'Africa selvaggia e persino a una dannata esplosione su un treno, ma era riuscito a farsi incastrare da una donna!
Albert si rese conto che, a forza di pensare e di struggersi nel proprio dolore, era passata già un'ora e pensò che sarebbe stata un'ottima idea dormire su quel divano. Stava proprio togliendosi le scarpe e allentando la cravatta quando qualcuno bussò.
Raccogliendo ogni molecola delle forze rimanenti, la invitò a entrare. Sapeva che era lei, ma non era affatto pronto a vederla vestita in quel modo: anche se 'vestita' non era affatto il termine corretto.
Lilian indossava una specie di camicia da notte corta che lasciava ben poco all'immaginazione, tra pizzi e trasparenze che a malapena le coprivano le gambe. Il seno sembrava strizzato a forza in quello che era un corpetto minuscolo.
"Quanto ancora vuoi farmi aspettare, marito mio? Sai che sei bello anche con il viso sfigurato da una caduta da cavallo?", disse con voce sensuale, avvicinandosi mentre ancheggiava con movimenti studiati e allungava una mano per toccargli la parte lesa con la preoccupazione negli occhi.
Contrariamente a quanto accaduto quella dannata mattina, non provò la minima attrazione fisica per lei. Si rese conto che poteva anche essere nuda come quella volta, ma non gli avrebbe comunque suscitato alcuna reazione. Il suo cuore era tanto lontano da Lilian che persino il suo corpo si rifiutava di reagire come avrebbe fatto in condizioni normali.
Fu quindi con una certa disinvoltura che si alzò per fronteggiarla, bloccandole la mano. Lilian sbatté le lunghe ciglia su cui vide con chiarezza almeno due dita di mascara, una roba all'ultima moda che la faceva sembrare solo più equivoca. Dalla disperazione era passato alla rabbia e al disgusto con velocità impressionante.
"Voglio mettere subito una cosa in chiaro, Lilian. Non dormiremo nella stessa stanza, ma io occuperò quella attigua alla tua, così da non destare sospetti nella servitù", disse in tono fermo.
"William...".
Non la lasciò continuare: "Non ho intenzione di sfiorarti nemmeno con un dito. Evita di mortificarti più di quanto tu non abbia fatto più di tre mesi fa e indossa qualcosa di più consono a una donna in stato interessante. Ti assicuro che non hai alcun effetto su di me".
L'espressione di lei divenne così rabbiosa che i lineamenti, decisi ma delicati, divennero una specie di maschera orribile: "Hai intenzione di rifiutarmi e di non adempiere ai tuoi doveri coniugali?!", quasi ringhiò.
"Il fatto che io abbia doveri nei tuoi confronti è ancora tutto da dimostrare". Colto da un'ispirazione improvvisa, Albert fu tentato di strapparle di dosso quella veste ridicola solo per posarle una mano sul ventre e verificare di persona le settimane di gravidanza che lei dichiarava di avere.
Senza riflettere, chiuse la distanza fra loro e la bloccò con un braccio dietro la schiena, dando seguito a quell'intenzione. Lei si divincolò, di certo sorpresa che al suo rifiuto fosse seguito un contatto tanto intimo. Approfittò della confusione di lei per saggiare con delicata fermezza quella rotondità e... la avvertì, ben nascosta ma piuttosto netta.
Non poteva appurare con certezza che si trattasse di una gravidanza in stato più avanzato dei suoi tre mesi, ma il sospetto era davvero forte.
Stava per staccarsi da lei quando la sua mano lo afferrò per la camicia e s'insinuò tra i bottoni, facendoli saltare, cominciando ad accarezzargli il petto, scendendo sempre più giù a velocità vertiginosa.
Fermò di nuovo con decisione quella mano prima che arrivasse alla cintura: "Forse non mi sono spiegato bene", esordì con calma. "Volevo solo accertarmi che il... nostro bambino fosse al suo posto, non stavo contraddicendo le mie stesse parole".
Lilian si staccò, stizzita: "Prima o poi cederai! Sei pur sempre un uomo e già una volta ti sei lasciato andare con me. Non puoi impedire per sempre ai tuoi istinti di emergere e io farò in modo che accada".
Albert strinse la mascella: "Sai cosa mi dice il mio istinto di uomo, in questo momento?". Lei lo fissò, le sopracciglia aggrottate: "Che è meglio starti lontano il più possibile per evitare altri guai. E sai cos'altro mi suggerisce? Che il fatto che io non ricordi di averti mai fatto una singola carezza, quella notte, significa solo una cosa". Le si avvicinò per mormorarle all'orecchio e rendere ancor più taglienti le sue parole: "Ho dormito come un bambino".
Uscì dalla stanza lasciandosi alle spalle le sue urla di protesta e i suoi insulti, lieto di aver avuto almeno quella piccola vittoria.
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Candy osservò con attenzione il profilo concentrato del capitano Baughmann. Il cipiglio profondo gli solcava una lunga ruga sulla fronte stempiata e le mani erano intrecciate sulle labbra, gli occhi chiusi.
Nonostante fossero passati anni, l'uomo sembrava sconvolto come se la morte di Stair fosse avvenuta solo il giorno prima e nessuno meglio di lei poteva capirlo.
Il caffè nel quale si erano incontrati era quasi vuoto, fatta eccezione per loro due e una coppia di amiche a due tavoli di distanza. Il profumo dei croissant appena sfornati le aveva fatto quasi venire l'acquolina in bocca appena entrata, a dispetto del dolore, delle ore di sonno perse e di certo a causa del turno di lavoro sfiancante durante il quale non aveva mangiato quasi nulla.
Ora, però, con il loro tè e il dolce non ancora toccati da nessuno di loro sul tavolo, Candy avvertì una morsa allo stomaco.
"Come le ho scritto anche in quella lettera, la mia missione non era finita allora ma si sta esaurendo adesso, che la guerra è terminata da tempo. Ho fatto tutto ciò che potevo in questo Paese e a breve tornerò in America. Ma è come se una parte di me sapesse che dovevo attendere il suo arrivo qui per mostrarle dove è precipitato l'aereo di Alistear".
Le mani grandi e callose dell'uomo circondarono la tazza, quasi a cercare calore e conforto e Candy si mosse a disagio sulla sedia. Uno scoppio di risatine dalle ragazze alla sua sinistra la fece voltare e vide le due alzarsi, lasciare dei soldi sul tavolo e parlare tra loro con aria cospiratrice: d'improvviso le mancò Annie. E anche Patty. Avere almeno un'amica al proprio fianco sarebbe stato davvero di conforto, in quel momento.
Con un sospiro, rivolse di nuovo la sua attenzione al capitano: "Potrebbe mostrarmi il luogo dove si è inabissato il suo aereo, per favore? Io... noi abbiamo bisogno di vederlo. A Chicago ci è stata consegnata solo una bara vuota e...".
Candy non seppe quanto avrebbe fatto male ricordare tutti i particolari dolorosi della morte di Stair finché non li enunciò ad alta voce. Si ritrovò a singhiozzare, portandosi le mani al viso e contraendosi su se stessa come se si volesse sottrarre alla pena, sopraffatta da quella giornata che si stava rivelando una delle peggiori della sua vita. Forse, persino peggiore di quando aveva dato l'addio a Terence.
Era sola, in una città sconosciuta, senza il conforto di una persona amica. Albert stava sposando un'altra donna e forse, a breve, lei avrebbe visto il luogo in cui era morto Stair.
"Certo che lo farò, signorina White. Si trova non lontano da un villaggio di pescatori e sarò lieto di accompagnarla di persona".
Cercando di contenere i singhiozzi che la scuotevano, Candy alzò un poco gli occhi per incontrare il sorriso gentile dell'uomo e la sua mano tesa a offrirle un fazzoletto.
"Grazie", rispose tentando un sorriso. Tentò di ricomporsi senza successo per lunghi istanti, troppo stanca e provata per trovare sufficienti energie e indovinò, dalla paziente attesa del capitano Baughmann, che stava per domandarle qualcosa.
"Lei... lo amava molto, vero?".
Quella domanda ebbe il potere di farla smettere quasi subito. Con un respiro profondo, si asciugò le ultime lacrime. Sì, aveva amato tanto Stair, ma non nel modo in cui sospettava volesse dire lui.
"Io... sì, era come un fratello per me". Curioso che quelle stesse parole le avesse rivolte, in un tempo lontano, anche ad Albert.
Il capitano aggrottò le sopracciglia e prese un sorso dalla sua tazza. Si schiarì la voce, a disagio. "Deve perdonarmi, ma dalla sua disperazione... avevo sottinteso altro. Nel nostro scambio di lettere mi era ben chiaro che la sua fidanzata non era lei... devo essermi sbagliato...".
Come spiegargli che sì, stava soffrendo per amore, ma non per Stair? Che era divisa e lacerata da due dolori diversi e distinti, in quel preciso momento?
"Non si preoccupi, non fa niente".
L'uomo le sorrise e le indicò il tè e il croissant ancora intonsi: "Bene, il posto è ad almeno un'ora di macchina da qui e lei mi sembra sfinita. Perché non mangia qualcosa? I dolci di questo caffè sono tra i migliori della città".
Candy tentò di restituirgli il sorriso e fece come le aveva suggerito. Mentre il sapore intenso del burro sembrava scaldarla quasi più della bevanda, Candy domandò: "Pensa che potremmo passare prima alla sede del giornale locale? Devo...".
Baughmann si alzò: "C'è un giornalista che si è occupato di documentare alcune fasi di questa guerra e che è dotato di grandi sensibilità e umanità. A quest'ora dovrebbe aver terminato di lavorare".
Sorrise, certa che quell'uomo fosse per metà anche un angelo: pareva comprendere in anticipo ogni sua richiesta e avere la soluzione al problema. La sua gentilezza la commosse nel profondo.
Ora, finalmente, avrebbe avuto almeno un'immagine a documentare il luogo della reale sepoltura di Stair e poteva condividerla con Archie e Patty. Era sicura che anche la povera zia Elroy, che sapeva minata da una malattia terribile, ne sarebbe stata lieta.
Impedendo alla sua mente di pensare di nuovo ad Albert, Candy seguì il capitano Baughmann fuori dal caffè, in parte rinfrancata dal cibo e dalla conversazione e si apprestò a incontrare, almeno con i suoi pensieri, uno degli amici più cari che avesse mai avuto.
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Terence scrutò il volto nello specchio, aggrottando le sopracciglia: l'ematoma era quasi scomparso ma il naso era ancora un po' gonfio. Albert picchiava davvero duro e se non era rotto era stato un puro miracolo. Oppure, all'ultimo istante, aveva misurato la forza per misericordia.
Di sicuro, essere sincero e altruista non gli era servito a nulla, perché quel giorno aveva dovuto sposare una donna che non amava.
Scuotendo la testa, aprì il rubinetto per fare i soliti impacchi di acqua fredda che avrebbero dovuto riportare il suo volto a una parvenza di normalità. Terence era certo che, se non fosse stato per mero interesse personale, ci avrebbe pensato Robert a completare l'opera fratturandogli il setto nasale. E, diamine, ne aveva ben donde! L'intera compagnia era stata costretta a rimandare la tournèe e, ovviamente, a dover ripagare le perdite sarebbe stato lui.
Ma non erano le due settimane di stipendio decurtato a bruciargli, piuttosto non sopportava il fatto di non riuscire a incolpare del tutto Albert come avrebbe voluto. Albert, che gli aveva rubato il cuore di Candy per poi lasciarla sola. Albert, che mentre gli spiegava che era stato incastrato sembrava un condannato a morte, dietro la sua faccia imperturbabile da bravo ragazzo.
Tamponandosi il viso con un asciugamano, uscì dal bagno e si gettò sul letto fissando il soffitto. Colto da un impulso irrefrenabile, rovistò nel cassetto del comodino e ne tirò fuori un vecchio pacchetto di sigarette: ne rimanevano un paio e risalivano addirittura ai tempi della Saint Paul School.
"Posso farne a meno. Se desidero avere qualcosa fra le labbra, sarà questa fisarmonica". Era l'adagio che si ripeteva da anni. Ma quella sera, con il ricordo doloroso di Candy vivo come non mai e Susanna ormai lontana dal suo mondo, Terence si sottomise al fascino nocivo del tabacco, trascinando i piedi fino in cucina per trovare un cerino.
Il primo tiro gli bruciò la gola e lo fece tossire. Il secondo gli inondò i polmoni quasi soffocandolo e facendogli girare la testa. Al terzo, aveva le lacrime agli occhi e non seppe se fosse per la tristezza o per il fumo.
"Cosa mi aspettavo, che mi avresti atteso per tutti questi anni?!", domandò alla stanza vuota, battendo un pugno sul lavabo mentre apriva l'acqua per spegnere la sigaretta. Ne aveva già abbastanza.
Il cuore di Candy era stato suo nel momento sbagliato, quando lui era troppo preso dalla carriera per poter pensare di vivere accanto a lei. Nel momento in cui le cose si erano stabilizzate e aveva cominciato a lavorare a Broodway, Terence aveva comprato quel biglietto di sola andata perché aveva intenzione di sposarla e legarla a sé per sempre.
Ma un dannato riflettore lo aveva, invece, legato a un'altra donna.
Alla fine dei conti, la storia di Albert non era molto diversa, seppure decisamente più torbida. Cercò con gesti rabbiosi un bicchiere nella credenza e lo riempì d'acqua, bevendo come se la sua vita dipendesse da quello: aveva la gola in fiamme e il sapore della nicotina gli stava facendo venire la nausea.
Perché ripensava a lui? Sì, erano stati amici e gli aveva anche salvato la pelle a Londra, diamine! Ma aveva fatto soffrire Candy forse anche più di lui e non aveva scusanti.
Incastrato...
Terence aveva fumato sigarette per anni e gli piaceva bere. C'era stato un periodo in cui l'alcool gli aveva davvero annebbiato la mente fin quasi a fargli perdere la ragione e la carriera. Ma non conosceva affatto, per sua fortuna, il mondo delle droghe.
Una signorina dell'alta società aveva rifilato della droga in un bicchiere al patriarca degli Ardlay? Davvero?! Oh, capiva bene che lui, così trasparente e fiducioso nei confronti del prossimo, potesse non aver subodorato il pericolo in una donna di buona famiglia. Ma da lì a farsi circuire in quel modo? A metterla persino incinta? Non poteva negare che era stato sfortunato a perdere la memoria proprio quella notte... certo, a meno che non fosse stato proprio un effetto collaterale di quella roba...
Sbatté quasi il bicchiere nel lavandino e andò alla finestra della sala da pranzo, scostando le tende per individuare la luna. Era un po' nuvoloso e Selene occhieggiava a fatica mostrandosi solo in parte, come se si vergognasse.
Albert non gli era sembrato pervaso dalla vergogna, pareva più che altro aver accettato, con dolore ma a testa alta, un destino ineluttabile.
"Non ti ricordi un accidenti di niente?!", gli aveva chiesto pensando che sarebbe stato impossibile, andando suo malgrado con la mente alle notti di passione trascorse con Karen, con la quale ancora non sapeva cosa stesse accadendo di preciso. Un bel giorno lei si sarebbe semplicemente stancata e lo avrebbe mollato se non si fosse deciso a liberare il proprio cuore: per fortuna, era riuscito a celarle il suo recente incontro con Candy, visto che erano comunque due spiriti abbastanza liberi...
"No, non mi ricordo un'accidenti di niente. Vuoi sapere altro o ti basta, Terence? Sappi solo che ferire Candy era l'ultima cosa che volevo nella mia miserabile vita...". Ed eccola, la risposta quasi canzonatoria e sibilata tra i denti da un uomo che credeva incrollabile e che invece aveva gli occhi sospettosamente lucidi sull'ultima frase.
"Ahhh, se non ti ricordi nulla vuol dire che non è accaduto nulla, dannazione!", quasi gridò richiudendo le tende e lasciandosi di nuovo cadere sul letto. Voleva un'altra sigaretta, in barba alla gola che ancora bruciava per quella precedente. Ma, soprattutto, voleva telefonare ad Albert per dirgliele in faccia, quelle parole. Tuttavia, non poteva per almeno due buoni motivi.
Il primo era che quella era la sua sera di nozze.
Il secondo era che di sicuro quella sua tesi era errata, perché Lilian Rousseau era incinta e lo sapeva tutto il Paese.
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Lilian si strappò di dosso la camicia da notte lacerando il tessuto come avrebbe fatto un amante troppo impaziente: ma lì, in quella bella stanza con il letto a baldacchino e le lenzuola candide, non c'erano né Ethan, né William e nessuno avrebbe rivendicato il suo corpo o il suo cuore.
Sapeva che sarebbe stata dura vivere con un marito che la disprezzava. Era per quello che aveva tremato, quella mattina, mentre le metteva l'anello al dito e segnava un confine da cui non sarebbe più potuta tornare indietro. Lilian aveva usato tutta la propria forza di volontà per concentrarsi sul modo migliore di sedurre suo marito e fargli abbassare finalmente la guardia, ma sospettava che, anche se si fosse presentata nuda alla dannata porta dello studio, non avrebbe comunque suscitato in lui alcuna emozione.
Mentre rovistava, tra le lacrime, nel suo grande armadio di mogano e sceglieva un vestito color acquamarina da indossare senza l'aiuto della cameriera, si domandò come fosse possibile che invece la mattina in cui si era risvegliata accanto a lui, William sembrasse turbato.
Era sconvolto, prima di tutto, e quello è comunque accaduto prima che capisse di quali macchinazioni fossi capace. Ciò che hai intuito era una mera reazione fisica sulla quale ha prevalso quasi subito il cervello...
L'abito le andava troppo stretto sul ventre, che ormai cominciava a vedersi e a breve avrebbe dovuto rifarsi tutto il guardaroba. Lilian completò il suo outfit con uno scialle azzurro e cercò di orientarsi in quella casa che le pareva comunque troppo piccola per il suo nuovo lignaggio sociale, nonché collocata in una zona completamente decentrata rispetto alla villa di Chicago o alla propria. Se non aveva capito male, al piano inferiore doveva esserci la stanza della servitù e cominciò a camminare lungo il corridoio con passi nervosi nella speranza che William fosse ancora in cucina, dove lo aveva visto dirigersi, o di nuovo rintanato nel suo studio a struggersi o a maledirla. E, anche se l'avesse incontrato, non avrebbe avuto certo problemi a dirgli che intendeva andare da sua madre: dopo averla rifiutata in maniera tanto sdegnosa avrebbe forse avuto il coraggio di impedirglielo? O, magari, avrebbe preteso di accompagnarla per accertarsene, rischiando di essere al centro di una discussione sgradevole?
"Signora Ardlay, cosa...". La sua cameriera personale doveva averla udita, perché si affacciò dalla stanza con la vestaglia e i capelli raccolti in una cuffietta. Non ricordava nemmeno come si chiamasse.
"Chiama l'autista, per favore. Devo uscire", disse senza mezzi termini.
"Ma... è quasi mezzanotte e...".
"Non mi interessa! Sono o non sono la padrona di casa, adesso? Dove dorme?".
La poveretta le parve arrossire, mentre voltava il capo verso una delle porte alle sue spalle, dall'altro lato del corridoio.
"Avanti, vai a svegliarlo e fammi preparare la macchina", ordinò incamminandosi verso le scale, determinata a non farsi fermare.
"Ma, signora...", la donna sembrava in difficoltà.
"Che c'è, ti vergogni di bussare alla stanza di un uomo?", sibilò tornando sui suoi passi per farlo lei stessa.
Udì l'ansito strozzato della cameriera mentre dava seguito alle sue intenzioni e, dopo qualche istante, l'uomo socchiuse un poco la porta mostrando un volto sconvolto: "Si-signora Ardlay?".
Quanto le piaceva essere chiamata così! Se c'era un lato positivo in tutta quella storia, era che tutti sembravano stare ai suoi piedi, grazie a quel cognome, con timore reverenziale.
"Prepara la macchina, devo andare da mia madre".
"Ma, signora, è notte e il padrone...".
"Anche io sono la tua padrona, adesso!", alzò la voce battendo un piede a terra. "Ti concedo cinque minuti per vestirti!". Lilian non aveva mai usato termini così forti con la propria servitù, ma non avrebbe sopportato insubordinazioni da quella che il suo caro marito le aveva riservato. Meglio cominciare da subito a mettere in chiaro chi comandasse!
Mentre richiudeva la porta con un leggero inchino, l'uomo sembrava quasi un topo spaventato e lei sorrise, iniziando a scendere le scale. Non volendo che la sua fuga notturna fosse interrotta, si azzardò ad avvicinarsi allo studio per udire eventuali rumori e sorrise soddisfatta quando si rese conto, dal tintinnio del vetro, che molto probabilmente William stava annegando i suoi dispiaceri nell'alcool.
Chissà se da ubriaco mi accetterebbe...
Una mano quasi si allungò sul pomello, ma le sue parole dure le invasero la mente, facendole provare un impeto di rabbia.
Evita di mortificarti più di quanto tu non abbia fatto più di tre mesi fa e indossa qualcosa di più consono a una donna in stato interessante. Ti assicuro che non hai alcun effetto su di me.
Voleva solo sfogarsi con sua madre e cercare di decidere con lei come muoversi per farsi rispettare da quell'uomo. Ovviamente, senza confessarle fino in fondo cosa avesse intenzione di fare...
L'aria della notte era gradevolmente fresca e Lilian salì in macchina notando come l'uomo al volante apparisse teso: "Signora, ha avvisato suo marito che...?".
"Come osi farmi una domanda simile?! Mi devi obbedienza perché sono la padrona di questa casa, adesso, e non ti riguarda ciò che ho detto o non detto a William! E ora portami da mia madre, svelto!".
"Sì, signora".
Ottima risposta.
Come aveva fatto quella mattina, Lilian tentò di concentrare la propria attenzione sul paesaggio notturno, con una mano poggiata sotto al mento, prendendo coscienza di quanto fossero lontani dal centro di Chicago. Le strade secondarie erano poco illuminate e pressoché deserte. Ai lati della strada poteva scorgere una fitta vegetazione e la superficie brillante del lago Michigan che occhieggiava tra gli alberi.
Assurdo, come farò a vivere in un posto simile?!
Ci volle circa mezz'ora perché potesse infine scorgere il cancello principale di casa sua. Il maggiordomo, che doveva aver udito il rumore del motore nel vialetto, si precipitò ad aprirle con l'espressione di chi abbia visto un fantasma.
"Signorina Rousseau...?!".
"Sono la signora Ardlay, ora! Vado da mia madre, grazie per avermi aperto". Persino la propria servitù dimenticava le buone maniere, quella notte. Lilian superò l'uomo ed entrò nell'atrio senza nemmeno curarsi di togliere lo scialle, salì le scale e andò dritta alla stanza di sua madre al secondo piano.
"Mamma, sono io. Dobbiamo parlare", disse bussando un paio di volte e aprendo la porta senza attendere risposta.
Il grido soffocato di lei, quando aprì, non fu l'unico che udì. Lilian dovette attendere che l'uomo, di cui aveva sentito con chiarezza l'ansito strozzato, allungasse una mano per accendere la lampada che era sul comodino.
Solo allora si rese conto che non si trattava di altri che di suo zio Frank.
Il mondo prese a vorticare, fermandosi negli occhi sconvolti dei due amanti, di certo nudi sotto le coperte. Dolore, disgusto, senso di profonda ingiustizia: tutto si mescolò in un unico moto di nausea che la costrinse a portarsi una mano alla bocca e precipitarsi nel bagno attiguo per rigettare ciò che rimaneva del suo pranzo di nozze.
Davvero avevo pensato che tra loro ci fosse stato solo un semplice bacio o al massimo una storia morta e sepolta?
Mentre era scossa dai conati, Lilian sentì dei rumori alle proprie spalle e pensò che, se solo uno dei due si fosse azzardato a toccarla, avrebbe urlato tanto forte da svegliare tutta la villa.
