Angolo dei commenti:

MariaGpe22: Lilian ha avuto quello che si meritava e ha appena capito che sua madre forse è persino peggio di lei! Cosa l'aspetterà, adesso a casa? Un Albert furioso? Lo scoprirai nelle prossime righe!

Eydie Chong: Hola! Un abbraccio dall'Italia! Mi fa piacere che tu riesca a sentire i sentimenti dei personaggi, anche se purtroppo sono tristi... Interessante la tua teoria sulla morte che è l'unica che possa separare due persone unite in matrimonio nella religione cattolica, chissà se sarà davvero così o no. Devono succedere ancora tante cose! Ti ringrazio, alla prossima!

Dany Cornwell: Lilian non conosce altri metodi per farsi ascoltare, ma con Albert non funziona, specie dopo quello che gli ha fatto. Albert non può scoprirsi con la servitù e non immagina che lei se ne vada in giro di notte: ora si renderà conto di quanto si è sbagliato! Vedrai nelle prossime righe le conseguenze del gesto avventato di Lilian... e Lilian intanto si rende conto di che pasta sono fatti la mamma e suo cugino. Candy soffre molto e chissà che non le capiti davvero quel giornale tra le mani... Grazie di cuore per seguirmi, alla prossima!

Guest: A quanto pare le persone perfide esistono XD

Kecs: Il dolore ha raggiunto il suo apice con questo matrimonio indesiderato, ma Albert non si è ancora arreso del tutto...

Charlotte: Lilian ci ha provato, ma Albert non adempirà mai ad alcun dovere nei suoi confronti, già ha fatto anche troppo! Ora che vivono insieme può di certo controllarla più da vicino. Grazie di cuore, alla prossima!

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Una prigione dorata

Candy si sentì cullata dal rumore delle onde e chiuse gli occhi, inspirando a fondo. Udì i passi del capitano Baughmann allontanarsi con discrezione, come se volesse lasciare quel momento solo per lei e, in effetti, fu come abbracciare di nuovo Stair.

D'improvviso, non era più una serata estiva ma un mattino invernale, con la neve che la gelava fin nelle ossa nonostante il cappotto e il cappellino. Eppure, nemmeno il freddo aveva intaccato la propria felicità quando aveva varcato la soglia della stazione e l'odore penetrante del carbone le era entrato nelle narici.

Il treno che l'avrebbe riportata da Terence era lì, a un passo da lei e forse, a posteriori, erano state proprio l'emozione e l'aspettativa a non farle cogliere i segnali della decisione che stava maturando il suo amico. Stair, che era andato a salutarla da solo, regalandole un piccolo carillon della felicità. Stair, che nascondeva l'ultimo saluto in quell'addio così anomalo, forse senza neanche sospettarlo.

"Oh, Stair", mormorò tornando al presente, avvertendo l'aria salmastra invaderle i sensi e cercando di immaginarlo mentre le sorrideva da dietro ai suoi occhiali dalle lenti colorate. Stava respirando l'anima di Stair, i cui resti giacevano per sempre sotto quelle acque.

"Il tramonto di quel giorno... doveva essere come questo". Era la voce, roca e profonda, del capitano Baughmann che le fece aprire gli occhi. Sì, la luce arancione era come gliel'aveva descritta in quella lettera. Avrebbe dovuto portare anche Patty con sé, ma era partita così di fretta che non aveva nemmeno avuto tempo di avvertirla e non sapeva se avrebbe potuto lasciare gli studi così di punto in bianco per seguirla.

Cercando di riprendere il controllo delle proprie emozioni dietro il velo delle lacrime, Candy si volse un poco per chiamare Auguste, il ragazzo che avrebbe fatto quella foto.

"Mi spiace, signorina, non so se riuscirò a catturare come si deve la luce di questo bel tramonto. I colori non...".

"Non importa, faccia solo del suo meglio", gli disse con un sorriso e lui portò una mano a sistemarsi il basco come un pittore che si prepari a dipingere un quadro particolarmente importante. Mentre lui armeggiava con la macchina fotografica e il cavalletto, l'uomo più anziano aveva gli occhi persi in quel mare.

"Sa, non sono certo del punto esatto in cui è avvenuto, tuttavia... dalle informazioni che mi sono state riportate, l'aereo potrebbe essersi inabissato poco dopo quella scogliera laggiù", disse indicando un punto a circa mezzo miglio verso est.

Candy avvertì il cuore batterle più forte nel petto: "Voglio chiedere a uno di quei pescatori se può portarmi lì!", rispose d'istinto.

"Vuole che...?".

"No, grazie, vado da sola. Lei si accerti solo che August faccia delle belle foto. Grazie... dal profondo del mio cuore". Chinò la testa sul suo sorriso e si affrettò a scendere sulla spiaggia, sentendo quasi subito la sabbia penetrarle nelle scarpe col tacco basso. Se le tolse e si avvicinò a un gruppo di pescatori che stavano ormeggiando le piccole imbarcazioni trascinando a riva anche delle reti, in cui erano impigliati un gran numero di pesci.

Erano tutti a torso nudo e Candy si chiese come potessero stare sotto al sole tutto il giorno senza scottarsi: l'infermiera che era in lei le suggerì che, forse, si trattava di mera abitudine acquisita nel tempo.

"Scusate, qualcuno di voi può portarmi per caso laggiù?". Dopo aver pronunciato quelle parole nella sua lingua madre, Candy si rese conto che nessuno di loro l'avrebbe compresa: non si trovava nell'ospedale multietnico dove prestava servizio, ma in un villaggio di pescatori sulle coste francesi e lei non sapeva che poche parole in quell'idioma.

Alcuni visi abbronzati si girarono per guardarla e Candy fece un passo indietro, pronta ad accettare, ancora una volta, l'aiuto del capitano: "E...excusez-moi...", balbettò iniziando a voltarsi.

"Se vuoi ti porto io. Certo che il mondo è piccolo, vero?". Lentamente, Candy tornò sui propri passi cercando di ricordare dove avesse udito quella voce. Sbatté le palpebre e lo riconobbe, con i pantaloni arrotolati sulle caviglie e i capelli neri scompigliati dalla brezza.

"Jean!", lo chiamò incredula.

"In persona". Le fece l'occhiolino e allungò una mano per aiutarla a salire mentre lei si teneva la gonna e le scarpe con l'altra.

Ora capiva come mai il matrimonio con quella signorina non fosse andato a buon fine: erano quelle le origini di cui la nobile famiglia americana si vergognava? Jean era un pescatore che lavorava sodo dalla mattina alla sera.

Mentre remava, facendo guizzare i muscoli ben definiti del torace e delle braccia, Candy si costrinse a distogliere lo sguardo. Stare da sola con un ragazzo su una piccola barca la stava mettendo in imbarazzo più del dovuto, considerando il proprio mestiere.

"Perdonami se non mi rimetto la maglietta, ma riesco a sentire caldo anche a quest'ora: ormai il sole mi ha lasciato il suo marchio ovunque", disse Jean, avendo di certo intuito il suo disagio.

"Dovreste proteggere la pelle, almeno durante le ore più calde, o rischiate di prendere tutti delle scottature!". Il suo tono doveva risuonare quasi come un rimprovero e Candy si morse la lingua.

Jean, invece, si mise a ridere: "Grazie del consiglio, mia cara infermiera!", disse lasciando uno dei remi per simulare una specie di inchino. "Ma non credere che rimaniamo mezzi nudi tutto il giorno! Sappiamo da soli che dobbiamo proteggere la schiena dal sole e bagnarci spesso".

Candy arrossì, ma non poté comunque fare a meno di chiedergli: "Dunque... tu sai nuotare, giusto?".

Il silenzio che seguì le indicò che, forse, avrebbe fatto meglio a stare zitta fino a che non fossero arrivati alla scogliera.

Quando ormai pensava che lui si fosse offeso e non avrebbe più risposto, lo fece, dimostrandole che aveva compreso bene il reale dubbio nascosto dietro a quella domanda in apparenza innocente: "Quella sera speravo che l'acqua fredda e profonda dell'oceano mi avrebbe risucchiato. Inoltre, avrei lasciato che il mio corpo andasse a fondo, più a fondo possibile...".

"Non dire sciocchezze!", gridò mentre il ricordo di Stair la colpiva di nuovo con prepotenza. Senza più preoccuparsi del dolore di Jean, gli riversò addosso il proprio. "Sai perché voglio andare laggiù, Jean? Perché uno dei miei più cari amici è caduto con il suo aereo in quel tratto di mare, durante la guerra, e nessuno ha potuto restituirci il suo corpo! Sto andando a trovarlo... nella sua tomba".

Si coprì il viso con le mani, piangendo sconsolata, il lutto che si rinnovava stringendole cuore e anima in una morsa. Poteva udire, tra un singhiozzo e l'altro, il rumore ritmico dei remi nell'acqua mentre la barca dondolava sull'oceano quasi calmo e, quando rialzò il viso, si rese conto che Jean stava cercando un punto preciso dove dirigersi.

Si asciugò gli occhi con il dorso delle mani e lo guardò alzarsi in piedi sollevando i remi: "Dovrebbe essere qui", disse quasi tra sé e sé.

Candy guardò alla sua destra e vide che avevano superato da un pezzo la scogliera: "Come... come fai a...?". Non aveva quasi parole.

"Come faccio a saperlo? Beh, all'epoca molti soldati sono morti così, abbattuti dal fuoco nemico, ma Beverly, quella sera, mi raccontò di un ragazzo americano di buona famiglia che aveva perso la vita poco distante da dove andavo di solito a pescare. Ti confesso che non ho ben capito la tua storia, perché sulla nave non l'abbiamo approfondita, ma se non ricordo male dovevi cercare qualcuno: era forse lui?".

Cercò di assorbire la verità di quella incredibile coincidenza e si disse che i miracoli, a volte, accadono davvero: non solo era riuscita a trovare il tratto di costa in cui era accaduto l'incidente di Stair, ma forse gli era più vicina di quanto pensasse.

"Sì, si chiamava Stair ed era un ragazzo meraviglioso. E non lo dico solo perché ora non è più fra noi. Lui... riusciva a toccare i cuori delle persone con un gesto, una risata o una delle sue buffe invenzioni. Non sarebbe mai dovuto venire qui a combattere una guerra, non meritava una fine così orribile". Chinò il capo e allungò una mano per toccare l'acqua, come se stesse sfiorando lui. Un brivido le attraversò il braccio.

"Nessuno la meritava", mormorò Jean sedendo di fronte a lei e guardando l'orizzonte.

Candy sussultò, ricordandosi dei suoi genitori, che aveva perso in guerra: "No, certo che no! Mi dispiace, io...".

Jean scosse la testa: "Il fato è strano, ma non ammette interferenze. I miei genitori non volevano altro che la pace e la nostra casa è stata bombardata mentre io ero qui a lavorare. Quando sono tornato, la sera, ho trovato solo delle macerie fumanti". Candy si portò le mani alle labbra, in un verso strozzato. "Il tuo amico Stair si è arruolato, presumo senza il consenso della sua famiglia, e ha trovato la morte mentre cercava di difendere il suo Paese. La guerra è terribile e crudele, sotto ogni punto di vista".

Il respiro le si mozzò in gola: le parole usate da Jean erano le stesse che aveva detto Albert in cima all'albero su cui si era rintanata per parlare a Stair, dopo il suo funerale a Chicago. E Albert era lontano, tanto quanto Stair non era sepolto in cielo, come aveva voluto sperare, ma sotto a quel mare salato e implacabile. Entrambi continuavano a pugnalarla con il loro ricordo, facendola sentire come se stesse per soffocare.

"Vuoi tornare?", le chiese Jean con tono incerto. "Mi sembra che tu stia tremando".

Candy scosse la testa: "Vorrei fare un'ultima preghiera, se me lo concedi".

"Ma certo". Con la coda dell'occhio, colse il suo sorriso comprensivo e chiuse le palpebre, ancora brucianti di lacrime, per rivolgere il suo silente e doloroso addio definitivo a Stair.

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Albert scolò l'ennesimo bicchiere in un sorso e resistette a malapena all'impulso di scaraventarlo contro il muro. Si alzò dalla poltrona barcollando e notò che aveva bevuto da solo quasi metà della bottiglia di whisky: imperdonabile per un salutista come lui.

Eppure comprensibile visto che tutto, nella sua vita, stava andando storto e che la sua nuova e indesiderata moglie era uscita di casa senza che lui se ne fosse accorto. Neanche la sua cameriera personale sapeva dove si fosse cacciata, tuttavia gli aveva riferito che era andata a bussare di persona alla stanza dell'autista e quello era persino peggiore di quanto avesse prospettato.

Lilian Rousseau aveva condotto una vita nella quale non era riuscito a scavare, prima che diventasse una Ardlay, ma una cosa gli era chiara, pur nei fumi dell'alcool: non sarebbe stata motivo di vergogna da quel momento in poi.

Battendo un pugno sulla scrivania, rimise la bottiglia nel mobile bar e uscì dallo studio, recandosi nella propria stanza. Si tolse quel dannato abito su misura e si gettò sotto la doccia appena tiepida, tentando di tornare padrone di se stesso. Con un asciugamano avvolto in vita, scelse da uno dei cassetti del suo armadio un pigiama di seta leggera e lo infilò velocemente, deciso a scendere al piano di sotto ad aspettarla anche se avesse dovuto attendere tutta quella dannata prima notte di nozze.

Congratulazioni, Albert! Come hai fatto a ridurti così? Da solo, in pigiama, ad attendere una donna che neanche rispetti...?

Aveva perso il se stesso vagabondo, quello impeccabile negli affari e persino l'equilibrato che trovava una soluzione a tutto senza mai arrendersi. Eppure, la sua memoria non stava difettando. Se non fosse per un unico particolare...

Scese le scale della villa silenziosa, certo che ormai la servitù stesse avendo il meritato riposo e s'impose di riflettere, con la mente un po' più lucida dopo la doccia. Forse, avrebbe dovuto controllare nella stanza di lei prima di mettersi ad aspettarla come un coniuge geloso, cosa che di sicuro non era.

Rifece le scale a ritroso e inciampò, quasi cadendo, aggrappandosi al corrimano all'ultimo istante: di sicuro, non sarebbe bastata una doccia a fargli passare la sbornia e la mattina dopo avrebbe pagato quel momento di debolezza con un feroce mal di testa.

Entrò nella stanza di Lilian passando per la propria e capì all'istante che lei era furiosa: l'armadio era aperto e qualche abito giaceva sul letto alla rinfusa. A terra vide quelli che gli parvero, senza ombra di dubbio, i resti di quella mise ridicola con la quale pensava di sedurlo. La spostò con un piede e andò alla finestra, cercando di riflettere.

Ma il cervello sembrava un enorme, pulsante dente cariato che riusciva solo a pensare a Candy e il whisky lo aveva reso ancora più furioso e addolorato.

Il bambino, pensa al bambino!

Albert spalancò gli occhi: quell'incosciente era uscita in piena notte, con solo un autista al seguito, andandosene chissà dove per le vie deserte della periferia di Chicago. E con una Rolls Royce nera che avrebbe attirato tutti i peggiori malintenzionati dei sobborghi!

Serrando la mascella e tornando ancora una volta al piano di sotto, Albert si trasformò in un uomo dell'epoca, lasciandosi alle spalle tutti i princìpi di libertà e uguaglianza tra i sessi che facevano parte di lui da sempre. Quella sera, sarebbe diventato un marito possessivo e fermo nelle sue decisioni.

Lilian aveva voluto la sua gabbia dorata e lui ce l'avrebbe rinchiusa. A doppia mandata, gettando via la chiave.

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Ethan era irrequieto.

Camminava dalla zona in cui stava producendo la sua nuova, remunerativa sostanza, all'angolo in cui aveva lasciato un letto sfatto dal tanto rigirarsi tra le lenzuola. Sedette al tavolo degli esperimenti passandovi di nuovo il fazzoletto di stoffa, come se non avesse già ripulito tutto più di un'ora prima: la pulizia era imprescindibile, per non mescolare erroneamente le sostanze e sbagliare l'alchimia.

Così si sentiva a volte: un alchimista, un mago o, più prosaicamente, un ideatore di veleni. Eppure, Ethan non aveva mai provato le sue stesse droghe. Ma, quella sera, sapendo Lilian tra le braccia di un altro uomo, si chiese se non avesse bisogno di indursi un sonno senza sogni che potesse spegnere il suo cervello ogni volta che immaginava il corpo di lei attraversato da mani che non erano le sue. E lei avrebbe rabbrividito per i baci e le carezze di quell'uomo insipido come per le sue? Avrebbe tremato di piacere invocando il suo nome?

Un pugno sul piano di lavoro fece rovesciare delle provette piene di liquido e Ethan imprecò, afferrando subito lo straccio per pulire. Pulire, pulire e poi ancora pulire. Fino a cancellare ogni traccia di sporco da quel tavolo e magari anche dal proprio passato. Magari avesse potuto farlo per sempre!

Lilian gli aveva ripulito l'anima, cancellando quasi del tutto i ricordi dolorosi che sentiva marchiati sul proprio corpo. Ora, con lei lontana, Ethan capì che erano solo seppelliti in profondità, sotto anni di amore appassionato che avevano condiviso.

E io ho aiutato quel William a condividerla con me e così ho fatto con mio figlio.

Si portò una mano alla fronte, ripetendosi che gli servivano i suoi soldi e la sua posizione, che sarebbero stati indispensabili per farli vivere nell'agio tutti e tre, un giorno non troppo lontano. Ma intanto doveva consegnare a Lilian un veleno fatto su misura per il suo attuale marito e, sopra ogni cosa, aveva bisogno di rivederla per non impazzire.

Con gesti lenti, si alzò dalla sedia e gettò la pezza sporca nel lavabo del piccolo bagno, aprendo l'acqua al massimo e cominciando a strofinarlo per togliere ogni traccia di sporco.

Sporco, come me...

Quando fu soddisfatto del risultato, appese il fazzoletto sul filo da bucato che aveva incastrato tra la porta del bagno e il muro. Quando tornò nella stanza principale del suo rifugio seminterrato, sedette sul letto e aprì il cassetto del vecchio e sgangherato comodino lì accanto, prendendo fra le mani un altro fazzoletto che non avrebbe mai e poi mai lavato. Perché era impregnato del profumo di Lilian e ne conservava tracce anche a distanza di settimane: un profumo dolce, dal sentore di vaniglia e fiori che rese ancora più doloroso il suo desiderio di lei.

"Tornerai da me, oppure verrò a cercarti", disse tra i denti al pezzo di stoffa come se avesse lei, lì davanti, arresa e nuda come amava.

Pose le labbra sul fazzoletto con delicatezza e cercò di concentrarsi sul veleno che doveva mettere fine a quell'assurda storia quanto prima. Avrebbe fatto a meno dell'arsenico, magari impiegando della cicuta. Oppure avrebbe optato direttamente per qualcosa di più forte e al diavolo il tempo.

Se William Ardlay fosse morto prima della nascita del figlio, Lilian lo avrebbe comunque fatto riconoscere come suo ed entro un anno al massimo avrebbe potuto mostrarsi con un altro uomo al suo fianco. Ignorava le regole della società, ma conosceva le proprie. Ed erano del tutto incompatibili tra loro.

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Quando Lilian rientrò, con la mente svuotata e il corpo che invocava solo un lungo sonno, capì che aveva commesso un errore.

Aveva visto William arrabbiato in più di un'occasione, ma in quel momento sembrava un iceberg che contenesse al suo interno un vulcano pronto a eruttare.

"Vai pure a riposare, John. Parleremo domani". Braccia incrociate, sguardo fisso su di lei, William si era rivolto all'autista che parve avere il solo desiderio di sparire sotto a una delle mattonelle di quel pavimento dalle linee astratte che aveva qualcosa di ipnotico.

Per la prima volta, Lilian ne fu intimorita e abbassò gli occhi, concentrandosi su una linea che girava su se stessa a emulare un fiore. O era un cappio come quello che le si stava per richiudere intorno?

"Signor Ardlay, io...".

"Ne parliamo domani". La voce, seppure non fosse alta, aveva un tono che avrebbe convinto persino il demonio in persona a defilarsi con discrezione e fu quello che fece John, che l'aveva portata da sua madre. E dove era rimasta solo il tempo necessario a rigettare ciò che conteneva il suo stomaco, lanciare degli insulti a lei e a suo zio Frank prima di precipitarsi di nuovo in auto per girare senza meta nella notte, finché non aveva capito che aveva solo un luogo nel quale tornare.

Lì, in quella casa fatta d'oro e di ricchezze ma troppo lontana da Ethan. E dove l'attendeva un marito infuriato che pareva avere tutta l'intenzione di picchiarla anche se era incinta.

Se tento di sedurlo adesso rischio di aumentare la sua ira?

Nella peggiore delle ipotesi, avrebbe persino potuto usarle violenza e farle perdere il bambino, l'unica cosa che li tenesse legati. Forse sarebbe persino stato meglio: a quel punto, il matrimonio poteva almeno dirsi consumato e lei non avrebbe dovuto attendere la fine della gravidanza per avere la sua parte di denaro, qualora avessero deciso di divorziare.

Certo, sarebbe stato molto triste perdere la creatura sua e di Ethan, ma avrebbero potuto avere altri bambini e, dopo ciò che aveva scoperto sul conto di sua madre, tutto provava in quel momento tranne l'istinto materno.

Suo padre era morto. Sua madre aveva una relazione col proprio cugino. Suo marito si stava avvicinando a passi lenti e studiati, come se avesse bevuto tutta la sera e tentasse di non barcollare. Le rimaneva solo Ethan.

Lilian chiuse gli occhi e volse il capo di lato, pronta a ricevere un colpo che non arrivò.

"Cos'è che ti sei messa in testa, di preciso, quando hai deciso di fare una passeggiata in piena notte nelle tue condizioni?".

Le palpebre scattarono in alto e la bocca si aprì per lo stupore. Rilassò il corpo e guardò il volto segnato da quell'assurdo livido, nonché dalle occhiaie, che rimaneva imperturbabile. Le braccia erano incrociate: si stava sforzando di non schiaffeggiarla o non voleva farlo?

"Io... sono andata da mia madre. Non credo di doverti chiedere il permesso, dopo che mi hai rifiutata in quel modo". Nonostante avesse cercato di mantenere un tono fermo, a Lilian tremò la voce. Non era solo la consapevolezza di trovarsi davanti a un William arrabbiato a farla vacillare, ma anche la disperazione di una solitudine che era diventata ormai una certezza.

Gli occhi azzurri di lui si restrinsero, scrutandola quasi fosse un animale curioso nella gabbia di uno zoo: "Ed è qui che ti sbagli, cara moglie". Non si era mosso di un pollice e lei provò il desiderio improvviso di sedersi. Ma fu come se quegli occhi la stessero incatenando sul posto, quasi fossero braccia possenti. "Lascia che ti spieghi le regole di questa casa".

Finalmente, William si mosse, portando un pugno chiuso al mento e passeggiando per l'atrio. Lilian ne approfittò per sedersi su una delle poltrone rosse accanto all'entrata: era sfinita, prostrata, umiliata e non era ancora finita.

"Credevo di essere la matriarca, a questo punto...", tentò.

"La matriarca è mia zia!", tuonò lui facendola sussultare. La mano le andò al petto, dove il cuore parve prendere il volo.

"Lei è...". Capì che doveva tacere quando William le si avvicinò tanto che sentì l'odore di alcool che emanava, anche se era in piedi. Nonostante fosse in pigiama e avesse il viso segnato, emanava un'aura di sicurezza che la destabilizzò e Lilian ringraziò il Cielo di essere già seduta.

"Mia zia è molto malata e la maggior parte della colpa è tua e di tua madre". Avrebbe voluto ribattere, ma decise che per quella sera ne aveva avuto abbastanza e tacque. "Io e lei abbiamo ancora il comando della famiglia e tu non sai nulla del mio clan o delle necessità di questa casa. Per cui ho deciso di aiutarti stabilendo poche, semplici regole".

Aveva ricominciato a camminare, mentre a lei pareva di sprofondare nel pavimento con tutta la poltrona. Chi aveva incastrato chi? Sapeva dove sarebbe andato a parare già da quando aveva rimesso piede in casa, eppure sperò fino all'ultimo di sbagliarsi. Sarebbe morta se non avesse più potuto vedere Ethan e, soprattutto, non aveva idea di come toglierlo di mezzo senza il suo aiuto, a meno di non spingerlo giù dalle scale o pugnalarlo con un coltello da cucina.

"Primo: non uscirai mai più da questa villa senza avermi consultato. Se io riterrò che non è opportuno recarti in un luogo, tu non lo farai". Il dito indice si alzò, impietoso, e Lilian deglutì a secco, stringendo la gonna con le mani gelide. "Secondo: uscirai solo accompagnata dalla tua dama di compagnia e nel suo orario di lavoro, a meno che non vi sia un'emergenza". Il medio scattò in alto, mentre lui si fermava ancora a pochi passi. "Terzo: ti proibisco di disturbare la servitù durante la notte, soprattutto se si tratta di bussare personalmente alla stanza di un uomo. Non so come tu fossi abituata prima in casa tua, ma qui non funziona così. Se hai un problema verrai a bussare innanzitutto a me, che sono tuo marito".

Colma di dolore, di rabbia e di frustrazione, Lilian gettò alle ortiche la prudenza e si alzò in piedi: "Non sei mio marito dal momento che mi hai rifiutata stanotte!", gridò sperando quasi che qualcuno la udisse nel silenzio della notte.

William l'afferrò per le spalle con una presa abbastanza forte da farle male e, di nuovo, si ritrovò in bilico tra il terrore e il desiderio che commettesse una sciocchezza per farlo passare dalla parte del torto. Avrebbe potuto raccontare ai giornali di un marito violento, screditando il suo nome, oppure sotto quella minaccia ottenere...

"Hai fatto in modo che io ti sposassi e davanti a Dio e alla legge lo siamo. Aspettiamo un figlio, quindi che il matrimonio sia o meno consumato è irrilevante, dal punto di vista legale". Era vero? O stava bluffando solo per metterla in difficoltà? "Ora sei mia moglie e mi devi obbedienza, Lilian Ardlay. Non sono mai stato un uomo di quel genere, ma con te farò un'eccezione: porterai avanti la tua gravidanza rimanendo qui, al sicuro, e restando sotto la mia continua supervisione. Farò in modo di delegare i viaggi di lavoro a Georges o a mio nipote Archibald".

"Non... non puoi farlo!". Era quasi senza fiato e sentiva le lacrime pungerle gli occhi.

"Oh, sì che posso! Sei voluta entrare nella mia vita senza permesso, abbattendo la porta d'ingresso con la tua arroganza e il tuo modo di fare capriccioso. Bene, ora ci sei dentro fino al collo, mia cara, e ci rimarrai almeno fino a che non nascerà il bambino!". La presa si allentò e William si allontanò da lei come fosse disgustato da tanta vicinanza.

"Che significa? Cosa pensi di fare una volta che sarà nato tuo figlio?!".

Lui la squadrò dall'alto in basso con spregio: "Intanto mi accerterò che si tratti davvero di mio figlio e poi... deciderò".

"Cosa... cosa...?!".

"Vai a dormire, Lilian, è molto tardi". Si volse e cominciò a salire le scale.

"William!".

"Ho detto: vai a dormire, Lilian". Calcò su ogni parola, sancendo la fine di quella discussione.

E rimase lì, Lilian, con la sua vita e i suoi progetti che si sbriciolavano tra le mani come gesso.