Angolo dei commenti:
Cla1969: I capitoli brevi sono un po' il mio tallone d'Achille, ma ho la necessità di creare suspence, in alcuni casi, quindi a un certo punto devo fermarmi. Capisco che tu tema per Albert, è davvero troppo buona, ma non sciocco. Georges è persino più prudente di lui e lo mette in guardia. Come vedi, però, non si lascia sedurre da Lilian e se serve le parla chiaro. Basterà? La storia ha ancora parecchi capitoli, quindi dovrai essere paziente XD
MariaGpe22: Bello il parallelismo tra Lilian e Lilith XD Hai ragione, Lilian è confusa e irata con sua madre, ma riesce sempre a pensare a come incastrare Albert. Meno male che Georges sta con gli occhi aperti e Albert cerca sempre di non farsi raggirare...
Kecs: Mi spiace che tu non riesca a tradurre, a volte basta impostare la lingua di origine per risolvere la cosa. In effetti, la situazione non si è ancora risolta del tutto, spero riuscirai a leggere di nuovo, a presto!
Guest: Capisco il tuo punto di vista, ma dovendo caratterizzare Albert dovevo per forza renderlo empatico anche con un'arpia come Lilian, se è necessario ;-) E comunque non si lascia intenerire troppo facilmente...
Guest 2: Ti assicuro che non sono bloccata, la storia sta andando avanti con i suoi tempi. I personaggi vanno caratterizzati e le situazioni descritte, altrimenti diventa una lista della spesa e non una storia.
Any: Albert non ignora del tutto i suggerimenti di Georges e, anche se non riesce a credere a tanta cattiveria, non si fa ingannare completamente da Lilian e rimane all'erta.
Charlotte: Ebbene sì, a quanto pare Lilian ha visto sua madre uccidere il padre quando era piccola! La zia Elroy si è finalmente accorta di chi ama davvero suo nipote, peccato che sia troppo tardi... In effetti, Archie e Annie che devono rimandare il loro matrimonio sono proprio vittime "collaterali" di Lilian, hai detto bene! Jean sta seguendo la sua strada e Candy resta di nuovo sola... magari qualcuno si sarebbe aspettato lo sbocciare di un nuovo amore, al posto dell'amicizia: e invece no. Sei curiosa per la sensazione di Candy? Chissà se ci ha visto giusto... Georges è più freddo di Albert, in questo momento, ma anche lui non si lascia certo sedurre da Lilian! E lei continua a provarci e a insinuare cose che chissà se saranno vere. Grazie di cuore per tutti i commenti, alla prossima!
Ericka Larios: Tranquilla, non c'è problema per il ritardo, la storia è qui e non scappa ;-) Albert non può fare a meno di provare pena per chi soffre, anche se questa è Lilian! Però non deve abbassare la guardia perché quella donna è proprio come un serpente e una mantide allo stesso tempo! Sta davvero rischiando la vita il nostro povero Albert?
Eydie Chon: Lilian pensa di riuscire a far abbassare la guardia ad Albert, ma lui per fortuna non si lascia ingannare...
Dany Cornwell: Diciamo che Albert si lascia intenerire dal lato fragile di Lilian, ma cadere in tentazione... mmmhhh... ne dubito assai. Georges comunque è molto attento. Candy, poverina, resta di nuovo sola e neanche più l'amico Jean l'andrà a trovare presto. Il dottor Martin più che vedere il lato medico della cosa non può fare altro... LOL, mi spiace averti (avervi) fatto soffrire, grazie a te per seguirmi comunque!
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Madri
Aveva perso tutto. Tutto.
Frank l'aveva illusa di voler infine arrendersi al destino che li legava, invece aveva di nuovo fatto marcia indietro, lasciandola sola e con una figlia che non la voleva più vedere.
Riagganciò piano il telefono e chinò la testa, sconfitta: Lilian non desiderava più nemmeno parlarle ed era certa che, per correre da lei in modo così precipitoso proprio la sua prima notte di nozze, doveva essere accaduto qualcosa di grave.
Ma le settimane erano passate e lei era rimasta sola nella sua grande casa senza Frank e senza neanche più Lilian, circondata dalle ricchezze che stavano per decuplicarsi grazie al matrimonio di sua figlia. Quanto si era sbagliata?
Margaret si alzò lentamente dal divano e andò verso la console antica su cui troneggiava uno splendido vaso cinese: ne ammirò i decori sui toni del rosa, che facevano da cornice a due splendidi pavoni dipinti a mano, e lo sfiorò con due dita.
La presa divenne subito più forte e, stringendolo per il collo, lo afferrò: "Questa è la mia ricchezza", mormorò.
In un gesto repentino lo scagliò contro il muro, facendolo andare in pezzi con un rumore che sembrò riempire il mondo. Ansimando come se avesse compiuto uno sforzo titanico, Margaret Rousseau si guardò intorno come una leonessa affamata che cerchi una preda.
Un servizio da tè in fine porcellana, dono di qualche ricco parente che aveva dimenticato: stese un braccio sul lato del tavolo e lo spazzò via. Il rumore fu forte quasi come quello che aveva fatto il vaso: curioso che somigliasse tanto al boato della propria vita che stava andando in frantumi. Cominciò a ridere.
"Questa è la mia ricchezza!", esclamò allargando le braccia per un pubblico inesistente.
Volse gli occhi sulla statuetta di una dama dall'abito sontuoso, intenta in un inchino, che decorava il caminetto. La prese e la guardò, riflettendosi in essa quasi la sua anima vi fosse scivolata dentro. E la lanciò contro uno specchio, con un gran fragore.
"Questa è la mia ricchezza!", gridò ancora.
Alla porta, qualcuno bussava e la chiamava a gran voce, ma lei non ci fece caso e, con un movimento fluido, rovesciò il tavolino con il piano di vetro.
"Signora Rousseau, per l'amor di Dio!", si rese conto che la cameriera era entrata e anche il maggiordomo era sulla soglia con gli occhi spalancati.
"Moore! Ormai da vent'anni sono solo Margaret Moore! E sono sola in questa inutile casa, con queste inutili ricchezze!". Sottolineò il concetto lanciando una tazzina che si era salvata per miracolo quando aveva gettato a terra il servizio da tè.
Mille puntini neri le danzarono davanti agli occhi e capì che stava per perdere i sensi. La cameriera se ne accorse e la sostenne.
"Signora".
"Voglio andare da mia figlia. Fai preparare la macchina".
"Ma, signora...".
"Adesso!". Lasciò che l'aiutasse a sedersi su una poltrona e le lanciò uno sguardo duro per accertarsi che obbedisse. La donna si defilò con un inchino, mormorando che avrebbe provveduto subito.
Margaret si portò le mani al viso, asciugandosi le lacrime che non si era neanche accorta di aver versato. Quando alzò lo sguardo, incontrò quello spaventato del maggiordomo.
"Vattene!", gli gridò, come non aveva mai fatto.
Quello si defilò senza neanche proferire parola e lei capì di aver perso completamente la propria facciata di signora perbene. Era solo Margaret, una donna che aveva cercato a lungo l'amore senza trovarlo, perdendolo quando credeva di averlo finalmente tra le mani.
Ma non avrebbe perso anche l'unica figlia che aveva, non l'avrebbe permesso. D'altronde, non era lei stessa incinta di un uomo che non sapeva neanche che faccia avesse? Un uomo che, nella migliore delle ipotesi, era un povero diavolo che preparava chissà quali intrugli per drogare i malcapitati di turno.
Alzandosi da quella poltrona e camminando curva come se avesse avuto vent'anni di più sulle spalle, Margaret sperò che il matrimonio la tenesse lontana da un tipo tanto pericoloso. E lei le avrebbe spiegato che Frank era l'amore della sua vita da sempre, che non c'era mai stato nulla di immorale nel loro rapporto.
Sì, era certa che la sua Lilian avrebbe capito. E l'avrebbe perdonata.
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Tu-tum. Tu-Tum. Tu-Tum.
Era il cuore di suo figlio e lei lo stava ascoltando dallo stetoscopio di suo zio Frank, che aveva dovuto suo malgrado rivedere per la visita di quel mese. Semisdraiata sul lettino, vide gli occhi sorridenti di suo zio e li distolse: continuava a immaginare sua madre nuda fra le sue braccia e per poco non ebbe un conato.
Si volse e fu la volta degli occhi azzurri di suo marito. Solo la sera prima, avevano avuto una conversazione nella quale aveva dovuto usare tutte le sue doti persuasive per non scoprirsi.
"Cosa facevi quando andavi in quegli orfanotrofi? Ti intrattenevi per ore con le titolari, invece di vedere i bambini?!".
"Non so cosa...".
"Non insultare la mia intelligenza, Lilian!". Il tono era duro e si vedeva che si stava sforzando di non alzare la voce. "Tu quei bambini non li hai mai visti e sembravi non sapere cosa fare con loro!".
"Non capisco dove vuoi arrivare".
"Dove andavi, Lilian? A fare compere dopo aver lasciato la tua donazione in tutta fretta, uscendo per la maggior parte delle volte da un'uscita secondaria come se te ne vergognassi? O andavi da qualcun altro?!".
"Ti sei permesso di seguirmi!", aveva realizzato. Sì, lo aveva sospettato molte volte, ma sentirselo dire chiaramente l'aveva sconvolta.
"Sapevi benissimo che l'avrei fatto. Allora? Da chi andavi, Lilian?!".
"Sì, lasciavo i miei soldi e me ne andavo a fare compere, ti pare così scandaloso?! Con chi vuoi che mi incontrassi se non ero mai sola? Mi accompagnavano l'autista e talvolta anche la cameriera!".
Lo sguardo duro di William le rivelò che lo sapeva: "Sono tuoi complici".
"E tu hai letto libri gialli quando non studiavi economia?".
La conversazione non aveva portato a nulla, se non a un marito frustrato e furioso che comunque non aveva avuto la verità. E che ora stava allungando una mano per ascoltare a sua volta quel battito.
Quando infilò lo stetoscopio, la sua espressione mutò: i lineamenti si ammorbidirono e l'ombra di un sorriso aleggiò su quelle labbra che aveva assaporato solo una volta.
Si potevano amare due uomini alla volta, seppure in maniera diversa? O quella per William era una mera attrazione fisica data dal suo essere tanto inavvicinabile?
"È incredibile... è così veloce...", mormorò.
"Oh, è del tutto normale. Più il feto è piccolo e più il suo cuore batte rapidamente. In un neonato può anche arrivare...".
"...a centottanta battiti al minuto", concluse William per suo zio, mentre gli restituiva lo stetoscopio. Sotto i loro sguardi stupiti, confessò di averlo imparato in Africa. "Ho assistito alcuni medici e infermieri, anche se mi occupavo soprattutto degli animali della riserva. È stato un periodo molto formativo per me".
Attrazione...
Lilian cominciò a rendersi conto di quanto poco conoscesse l'uomo che era suo marito. E la cosa più grave era che più aspetti conosceva di lui, più quell'attrazione aumentava. Non andava bene. Non andava affatto bene.
"Dunque, Lilian", Frank si schiarì la voce, "devi sforzarti di mangiare di più. Il bambino sta bene perché prende da te il nutrimento, ma tu devi sostenere anche te stessa".
"Lo so", disse serafica scendendo dal lettino e sistemandosi il vestito. Non aveva voglia di parlargli, non voleva rimanere un minuto più del necessario in quello studio medico con l'uomo che aveva tradito suo padre. Se avesse potuto, lo avrebbe schiaffeggiato.
Lasciò che William parlasse con lui, prendendo accordi sulla sua alimentazione quasi fosse una bambina capricciosa che si rifiutasse di mangiare. Quando salì in macchina, si costrinse a guardare fuori dal finestrino. Temeva che se si fosse soffermata sul viso del marito avrebbe perso coraggio.
Un uomo altruista, bello e onorevole. E io gli ho rovinato la vita e, a breve, gliela toglierò. Ma avrò Ethan...
Cominciò a pensare a come avrebbe convinto William a farla uscire da sola almeno un paio di volte: una per ritrovare Ethan, un'altra per farsi consegnare il veleno. Sedurlo non era servito ad altro che a farlo infuriare di più. Doveva tornare alla recita della figlia delusa e depressa.
Quando arrivarono davanti casa, si rese conto che, a quanto pareva, sua madre l'avrebbe proprio aiutata in quel frangente.
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Albert imprecò mentalmente: Margaret Rousseau era davanti alla porta di casa e sembrava li stesse aspettando. Al suo fianco, Lilian si tese.
"Prima o poi dovrai affrontarla. Non puoi evitarla per sempre", le disse in tono calmo.
"Certo che posso". Il tono di lei, invece, era gelido come quando discutevano.
Stava facendo i salti mortali per non far trapelare il cumulo di emozioni che si accalcavano, contrastanti e impetuose, dentro di sé e doveva anche gestire quella lite familiare. Se non ci fosse stato il bambino, di cui aveva udito forte e chiaro il battito solo un'ora prima, avrebbe semplicemente lasciato Lilian con sua madre a litigare quanto voleva.
Ma, oltre a dover fare in modo che Lilian non si agitasse nelle sue condizioni, aveva anche un nome da difendere e non avrebbe permesso una piazzata in casa sua. Albert sperava che le donne, visto il lignaggio, avrebbero parlato come persone civili, ma già dagli sguardi che si stavano lanciando mentre sua moglie scendeva dall'auto, si rese conto che sarebbe dovuto intervenire.
Avrebbe preferito tornare in ufficio e rivedere i bilanci, o chiamare Georges per informarlo sulla novità degli orfanotrofi. Diamine, avrebbe preferito trovarsi in pieno deserto africano senza una goccia d'acqua da bere, invece che sotto quel sole estivo con due donne che sembravano pronte a duellare come cowboy.
"Vattene via, non sei la benvenuta". Con un sospiro, Albert si accostò a Lilian e le pose una mano sulla spalla, raccogliendo tutta la diplomazia che gli restava.
"Signora Rousseau, non voglio essere scortese con lei, ma lo stato di Lilian le impedisce di sostenere discussioni. La pregherei di tornare in un altro momento, quando la situazione...".
"La situazione non si appianerà mai se non parliamo!", lo interruppe la donna facendo un passo verso di loro.
Perché ultimamente si trovava sempre in mezzo a situazioni sgradevoli? Quale entità superiore aveva fatto infuriare così tanto da dover attingere a ogni singola briciola di autocontrollo?
"Non voglio parlare con una traditrice! E non c'è niente da appianare: hai smesso di essere mia madre".
Albert ebbe una voglia insana di defilarsi con discrezione nel suo ufficio, ma non poteva lasciare che quelle due si mettessero a litigare sul vialetto d'entrata.
"Perché non vi mettete a parlare dentro casa o nel giardino sul retro? C'è un pergolato riparato dal sole e...".
"No!".
"Sì, grazie".
Le voci si accalcarono una sull'altra e altri sguardi di fuoco passarono tra madre e figlia. Albert si stropicciò gli occhi con due dita, tentando di contenere l'emicrania incipiente che stava per coglierlo.
"Bene, ascoltatemi, questa casa è proprietà degli Ardlay e anche se ci troviamo in periferia qualcuno potrebbe ascoltarvi e chiamare dei giornalisti. Non voglio scandali, quindi o discutete in un altro luogo più consono, oppure vi congedate in questo momento, per cortesia".
Non pensava che un giorno si sarebbe trovato a dover trattare così due donne ma, santo Cielo, tra madre e figlia avevano fatto più danni della famiglia Lagan in pochi mesi. E neanche i bambini della Casa di Pony erano tanto infantili!
Margaret parve accusare il colpo, perché chinò un poco il capo in segno di scuse: "Vorrei solo... qualche minuto con mia figlia...", disse piano, guardandola.
Com'era possibile che coesistessero sfumature così diverse in entrambe? Sia Lilian che Margaret potevano causare più scompiglio di un sisma con la loro lingua tagliente e i comportamenti errati, ma quando si trattava di questioni di famiglia sembravano vulnerabili come agnellini.
Serpenti pronti ad attaccare...
In quel caso, però, in apparenza la questione era tutta incentrata su un rapporto che si era incrinato e non pensava affatto di essere in qualche modo coinvolto. La sua priorità, ora, era solo rientrare in casa, fare una doccia e parlare con Georges. E non solo di lavoro.
Lilian fissava la madre con disprezzo: "Ti ho trovata a letto con mio zio, anzi, con tuo cugino! Per colpa tua mi ripugna persino che mi visiti! Di cosa vuoi parlare?!".
"Lilian!", la voce di Margaret tornò ad alzarsi e Albert chiuse gli occhi, notando l'evidente rossore d'imbarazzo nella donna. Decisamente Lilian non aveva peli sulla lingua, né quando si trattava dei suoi maldestri tentativi di seduzione, né quando significava attaccare la reputazione di sua madre. Non poteva davvero immaginare una donna più lontana dai suoi ideali, al proprio fianco...
Albert si frappose fra le due: "Bene, visto che non arrivate a un accordo, decido io. Margaret, la prego di andarsene, è evidente che mia moglie non ha intenzione di parlarle e io non ho molto tempo...".
"Oh, quindi adesso è sua moglie, mister Ardlay?", disse lei inarcando un sopracciglio. "E come mai la sera di nozze si trovava in casa mia?".
Albert serrò forte la mascella e restrinse le palpebre, cominciando a contare a ritroso da dieci a zero prima di rispondere: chi, tra le due, aveva il carattere peggiore?
"Questa conversazione è terminata", disse, glaciale. "Non intendo discutere con lei la mia vita privata, né tantomeno permettere che il bambino possa risentire di tutta questa tensione".
Contrariamente a quanto avrebbe fatto solo qualche giorno prima, Albert prese sottobraccio Lilian e la condusse all'entrata. Margaret era accigliata e pareva pronta a esplodere da un momento all'altro: fissò la figlia con un misto di rabbia e delusione, ma si fece comunque un po' da parte per farli entrare. Non sembrava molto avvezza a discutere con un uomo e lui non riusciva davvero immaginare il pacato Frank che cercava di rimetterla in riga.
Poteva essere una vittima anche lui? No, si disse, un uomo che si lascia sedurre in piena coscienza ha sempre una parte di responsabilità. Lui, perlomeno, poteva invocare una momentanea perdita di memoria.
Mentre entravano, Albert si accorse che Lilian stava rallentando il passo e si voltò a guardarla giusto in tempo per afferrarla mentre si accasciava tra le sue braccia. Per una frazione di secondo, gli parve di tornare indietro di circa cinque anni, quando aveva afferrato Candy sulla soglia della Casa Magnolia al suo ritorno da New York, distrutta e febbricitante.
D'istinto, sollevò Lilian e chiamò a gran voce la cameriera e il maggiordomo, facendo accorrere anche Margaret che se ne stava andando. Non gli ci volle molto a capire che Lilian non stava fingendo: riconobbe, nel volto pallido e sudato, i sintomi di un collasso o di un colpo di sole e ordinò che venisse chiamato il dottor Leonard.
"Lei vorrà Frank!", protestò Margaret seguendolo mentre la portava in una stanza degli ospiti del piano terra per adagiarla su un letto e farla stare più comoda. A dirla tutta, anche se era piuttosto leggera, credeva di aver avvertito uno sgradevole crampo alla spalla destra quando l'aveva sollevata all'improvviso.
Sto pagando le scale salite l'altro giorno e la mancanza di allenamento...
"E io le ripeto che questa è casa mia e posso decidere chi chiamare!", ribatté dopo aver deposto Lilian su un letto, mentre Molly apriva le imposte per far entrare aria.
Alla fine, Margaret era entrata in casa e non voleva mandare via una madre preoccupata, ma non avrebbe tollerato una sola parola in più da lei. E dovette capirlo, perché sedette su una poltrona prendendo una mano alla figlia e tacendo.
Finalmente.
Se il dottor Leonard fosse davvero arrivato, quella poteva rappresentare la sua unica occasione di far datare in maniera inequivocabile quella gravidanza. Sarebbe stato diplomatico e non si sarebbe scoperto. Però, magari, avrebbe infine scoperto Lilian.
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Due braccia confortanti, poi più nulla. Il calore di un petto: suo padre? Ethan? Un cuore che batteva nel suo orecchio, forte e chiaro. Era quello del suo bambino? No, impossibile.
Le palpebre, prima pesanti, tremarono e poi si sollevarono lentamente, mettendo a fuoco delle figure familiari mentre la realtà la risucchiava nella sua onda.
William, in piedi con le mani nelle tasche. Frank, con lo stetoscopio in mano, chino su di lei. E sua madre, che le stava stritolando una mano dall'altro lato.
"Che...?", articolò tentando di mettersi seduta, prima che il mondo ondeggiasse costringendola a rinunciare.
"Non muoverti, resta sdraiata. Ti avevo detto che eri sottopeso, hai avuto un collasso dovuto alla debolezza e al caldo". Gli occhi scuri dello zio Frank erano velati di rimprovero e vedere lui nella stessa stanza con sua madre le evocò un'ondata di nausea. Si portò una mano alla bocca.
"Stai male, figlia mia?". La voce melensa di sua madre le provocò un conato e si trattenne a stento. Tirò via la mano dalla sua presa d'acciaio e cercò di riprendere il controllo: su una cosa aveva ragione suo zio: non poteva rischiare che accadesse qualcosa a lei o al bambino, oppure avrebbe perso l'unico lasciapassare che avesse per arrivare a Ethan.
"Ti faccio portare qualcosa da mangiare e da bere", esordì William avvicinandosi alla porta. Sembrava quasi felice di aver trovato un motivo per uscire. Lo seguì con lo sguardo finché non se ne fu andato.
"Ti ha portato lui fino a qui, sai? Nonostante tutto credo che tenga a questa creatura".
Certo, mamma, alla creatura. Di sicuro non a me. Il calore delle sue braccia, quel profumo di lozione e legna, tanto diverso da quello chimico e quasi selvaggio di Ethan... così confortante...
Si accorse che aveva gli occhi fissi sul soffitto e che stava desiderando una vita serena accanto a un uomo che l'amasse semplicemente per quello che era. Non era mai stata la trasgressione ad affascinarla, piuttosto era in cerca di qualcuno che le desse il proprio amore disinteressato e puro.
Come papà...
Le lacrime le inumidirono le palpebre e lei le strinse. Ormai non aveva che una via d'uscita e non doveva lasciarsi intenerire.
"Tesoro...?". Margaret sembrava preoccupata.
"Bene, io vado. Stai a riposo finché non ti senti in forze e basta girare per orfanotrofi per un po', siamo intesi?". Frank si era perfettamente calato nella parte del medico e in lei cominciò a sorgere una punta di odio.
"Non prendo ordini dall'amante di mia madre", dichiarò con voce dura, le lacrime ormai ricacciate indietro a forza.
E s'indurì anche l'espressione di suo zio: "Se vuoi portare avanti questa gravidanza dovrai ascoltarmi, invece. Non... non ho intenzione di parlare del resto...".
La postura fiera divenne curva e lui uscì dalla stanza con una certa fretta, portandosi dietro la valigetta nera da dottore. Era incredibile come in lui sembrassero convivere due entità opposte: il medico impeccabile e l'uomo caduto in errore e colmo d'imbarazzo.
Così, alla fine, sua madre aveva vinto e si trovavano sole in quella stanza che, se non sbagliava, era una di quelle degli ospiti del piano terra. Forse William non ce l'aveva fatta a portarla di nuovo su per le scale.
Braccia forti. E calde.
"Vattene", disse senza neanche guardarla.
"Sei stata molto fortunata, tuo marito voleva chiamare il suo medico di fiducia, ma a quanto pare è fuori città per un convegno".
Nonostante fosse furiosa perché aveva deliberatamente ignorato la sua rabbia, Lilian represse a malapena un brivido. Sì, decisamente era meglio che si sforzasse di mangiare e di stare in forze. Era probabile che fosse proprio per la mancanza di lucidità che si stava lasciando andare a sentimenti tanto pericolosi nei confronti di un uomo che doveva eliminare.
"Questo matrimonio è una farsa", mormorò prima di potersi trattenere.
Il viso di sua madre divenne una maschera di orrore: "Che cosa vuoi dire?! Siete sposati davanti a Dio!".
"Margaret, non te lo ripeterò due volte. Vattene". Il tono fu ancora più gelido e la vide accusare il colpo. La donna si alzò in piedi, abbandonando la sedia dove si era posizionata per tenerle la mano.
"Come... mi hai chiamato?".
La cameriera avrebbe bussato di lì a pochi istanti, ne era certa. E lei voleva mettere subito le cose in chiaro.
"Non chiamerò mai più mamma la donna che ha ucciso mio padre", sibilò.
Il sangue defluì dal viso della donna che l'aveva messa al mondo e Lilian pensò che sarebbe toccato a lei perdere i sensi.
