Angolo dei commenti:

Dany Cornwell: Lilian e Margaret sono davvero madre e figlia, sotto ogni punto di vista! Albert è capitato davvero male, hai ragione, e anche Frank non ha spina dorsale. Candy si trova sempre in Francia e cerca di andare avanti. Grazie mille, alla prossima!

MariaGpe22: Albert si rende perfettamente conto di che razza di famiglia sia quella di Lilian, Margaret e Frank: il bambino per lui rappresenta solo una creatura innocente che vuole salvare da questo mondo torbido. Non ha perso il rispetto di sé, ma non può abbandonare una creatura innocente che non sa nemmeno se sia sua. Mi dispiace che tu veda in William un imbranato: è solo fedele a se stesso e ai suoi principi, ma vedo che tutti continuate a vederlo come una vittima e basta... forse dovrei pensarci prima di continuare la storia, visto che pare tutto sbagliato. Lilian non sente trasporto per il bambino, al momento, ma è ciò che la lega a Ethan. So che vi piacerebbe vedere Albert e Candy con questo bebè, ma sarebbe troppo facile!

Ericka Larios: In effetti l'istinto materno di Lilian è direttamente proporzionale alla madre che ha avuto... ovvero un grande zero! Lilian ed Ethan sono pericolosi per Albert, ma al momento almeno sono separati.

Eydie Chong: Mi fa piacere che tu comprenda perché ho caratterizzato Albert in questo modo: è proprio così, Albert è una persona integra che non fuggirebbe mai davanti alle difficoltà. Grazie di cuore, alla prossima!

Charlotte: Sarebbe stato bello che il dottor Leonard intervenisse! Ma era troppo bello per essere vero... Tu pensi che anche Frank sappia che Margaret è un'assassina? Chissà. Grazie di cuore, alla prossima!

Comunicazione di servizio: Dal prossimo capitolo scriverò solo una risposta unica e generica per tutti i commenti, visto che sono costretta a ripetermi, specie con alcuni lettori. Sono grata a TUTTI coloro che mi seguono, ma la storia segue una sua logica ed è già conclusa sul mio PC. Ero indecisa se toglierla dal sito, visto che a molti provoco soprattutto sofferenza e disappunto, ma per chi mi segue apprezzando comunque lo sforzo, continuerò. Chi ha un account Facebook e desidera seguirmi sul mio gruppo privato, dove poter scambiare idee e opinioni, può cercarmi sul social come Moira Fanfiction e chiedermi l'amicizia. Alla prossima!

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Frammenti di passato

Albert appose l'ultima firma concedendosi un breve svolazzo sull'ultima lettera, a sancire la fine del lavoro per quel giorno. Lasciò cadere la penna sulla scrivania e si portò la mano sinistra alla scapola destra con una smorfia. Roteò un poco la spalla ed emise un grugnito per metà di dolore e per metà di disappunto.

"Troppe firme in una volta?", gli chiese Georges mentre riponeva altri documenti in una cartellina di pelle dall'altro lato del piano di lavoro.

"No, troppi svenimenti in pochi giorni", ribatté alzandosi dalla poltrona. Incontrò lo sguardo interrogativo dell'uomo e si spiegò: "Lilian si ostina a mangiare poco, non so se stia male davvero. Ma oggi è la seconda volta che perde i sensi".

"Se non sbaglio avevate un controllo dal dottor Stevenson". Georges appoggiò sulla scrivania la cartellina aperta in attesa che l'inchiostro sull'ultimo foglio fosse ben asciutto.

Albert inclinò la testa di lato, portandosi una mano tra i capelli: "Sì. Ho sentito il battito del cuore del bambino".

Udì con chiarezza il sospiro di Georges. "Si sta affezionando all'idea, non è vero?", disse pacato, quasi con dolcezza.

Suo malgrado, nonostante il dolore e la lontananza da Candy che rimaneva un pugnale conficcato nel petto, Albert sorrise. Sorrise immaginando una creatura appena nata che avrebbe tenuto fra le braccia entro pochi mesi. "Sai, Georges, ho fantasticato tante volte, in questi ultimi anni, su come sarebbe stato avere un figlio, un giorno. E non solo per dare un erede al clan. Immaginavo... un bambino biondo, che avesse le fattezze mie e di Candy, magari gli occhi verdi e le lentiggini, che si arrampicasse sugli alberi e si mettesse a giocare con gli animali, fuggendo dalle lezioni...".

Si ritrovò a camminare per la stanza, gesticolando come se stesse creando in aria tutte quelle immagini che erano nella propria mente. Di colpo, capì che era andato così oltre con la fantasia che stava perdendo il contatto con la realtà.

"Capisco", fu l'unico commento di Georges, che lo osservava con un'espressione che, se non lo avesse conosciuto da una vita, avrebbe paragonato alla pietà.

Riprendendo il controllo delle proprie emozioni e soprattutto il filo del vero discorso che voleva fargli, Albert si fermò guardandolo con fermezza: "Lilian non si è mai fermata a giocare con i bambini degli orfanotrofi".

Non seppe se fu per il fatto di aver cambiato discorso in maniera così repentina o di essere andato subito al punto, ma poté vedere Georges trasalire, perdendo per un attimo tutta la sua proverbiale freddezza. "Come l'ha scoperto?".

"Sono stato lì con lei e non sembrava affatto a suo agio con i piccoli. Più tardi, mi ha confessato che in effetti usciva quasi subito per fare compere. Forse avremmo dovuto mettere sulle sue tracce una donna che la seguisse anche per negozi... magari... non lo so... la sua cameriera personale e l'autista potrebbero essere suoi complici". Il tono divenne stanco sul finale della frase. Albert si sentiva come se stesse di nuovo tentando di perorare una causa ormai persa.

Vide Georges prendere in mano l'ultimo foglio con gesti lenti e metodici, richiudere la cartellina e sbattere le palpebre, come stesse dandosi il tempo per riflettere. E il tempo, fin dall'inizio di quella storia, era sempre stato il suo peggior nemico.

"La signorina Lilian potrebbe essersi intrattenuta con le direttrici degli orfanotrofi o essere uscita subito per fare compere, approfittando delle uscite secondarie. Oppure avrebbe potuto incontrare un fantomatico amante, come si è sospettato al principio: i tempi sono compatibili con entrambe le ipotesi e, forse, parlare con i suoi... complici, come li ha chiamati lei, potrebbe essere una buona idea per scoprirlo". Il tono di Georges non lasciava trapelare alcuna emozione ed era controllato come i gesti di poco prima.

Albert rifletté per alcuni istanti.

Parlare con l'autista o con la cameriera di Lilian avrebbe significato mettere in atto un'opera discreta e quasi subdola di ricatto, visto che erano ancora alle dipendenze di sua madre e non si sarebbero sbottonati tanto facilmente. Avrebbero potuto offrire loro dei soldi o un nuovo lavoro e comunque avrebbe corso il rischio che potessero riferirlo alla loro padrona: non aveva idea del grado di confidenza e lealtà che sussisteva tra loro, anche se non vedeva in Margaret una persona particolarmente socievole con la servitù.

Anche ammesso che i due avessero accettato di parlare con lui o con Georges, poteva avere la certezza che sapessero la verità? E se anche gli avessero riferito di un'amante o di un altro uomo nella vita di Lilian, non potevano certo conoscere la reale paternità del bambino, per cui, ancora una volta, avrebbero parlato chiaro solo i tempi. E l'aspetto stesso di quella creatura.

Il suo battito. Quel piccolo cuore che cerca la vita a tutta forza, in attesa che delle braccia amorevoli lo accolgano...

Albert aveva pensato a lui fin dall'inizio, ma mai con quell'intensità: non sapeva se fosse a causa della prova tangibile della sua esistenza che ora si sentiva così, tuttavia capì che era come se un velo gli fosse caduto dagli occhi. E un nuovo tipo di amore si fece strada nel proprio cuore martoriato.

Quel bambino poteva anche non essere suo, ma lo amava. E l'istinto di protezione, o paterno allo stadio embrionale, si gonfiarono in lui come un'onda impetuosa.

Prese un respiro profondo e fu persino con una sfumatura di serenità che disse, alfine: "Non faremo nulla fino alla nascita del bambino. Lui, ora, è l'unica priorità".

Incontrò gli occhi sorridenti e calmi di Georges e capì che era d'accordo. Capì che, alla fine, tutto aveva un senso nella vita: al momento, il suo scopo era quello di salvare una creatura innocente da una madre poco attenta o persino incapace di amarlo.

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Margaret era tornata a casa come se fosse stata immersa in una nebbia solida. Gli occhi guardavano senza vedere. Le gambe si muovevano in maniera automatica, conducendola dalla sua auto fino all'entrata di casa. E non aveva rivolto che brevi monosillabi alla sua cameriera, pregandola di lasciarla sola.

Solo poche ore prima aveva creduto di aver perso tutto, ma si era appena lasciata dietro anche ogni parvenza di dignità: sua figlia sapeva, sua figlia l'aveva vista. Aveva negato, aveva pianto, aveva spiegato che voleva impedire ad Alain di soffrire ancora, ma era stato tutto inutile.

Per fortuna, William Ardlay si era chiuso in ufficio con il suo braccio destro e loro avevano tentato di tenere basse le voci. Inoltre, a un certo punto della conversazione, il gelo negli occhi di Lilian le era penetrato nell'anima e nelle ossa, poteva avvertirlo nonostante la temperatura estiva.

Margaret era diventata una statua di ghiaccio, annichilita dai suoi stessi errori.

Sola nella sua stanza, si chiese che senso avesse la sua vita e si sorprese a fissare la finestra aperta: si poteva morire gettandosi dal primo piano? Forse, ma non ne era sicura.

Davvero voglio morire e arrendermi così?

Mordendo il fazzoletto che aveva tirato fuori dalla gonna, tentò di ricordarsi l'ultima volta in cui era stata davvero felice. Davanti agli occhi chiusi e umidi di lacrime, le sfilarono le immagini della sua adolescenza, quando aveva rubato il primo bacio a Frank. Lui, impacciato, con i capelli spettinati dal vento e gli occhi spalancati per lo stupore.

Loro due, allacciati nel loro primo intimo abbraccio, cui ne sarebbero seguiti altri prima della separazione che sarebbe durata anni.

E Lilian, che cresceva nel suo ventre, la mano di Alain posata sopra mentre parlava a quel figlio che sembrava essere il centro del proprio mondo. Non credeva l'avesse mai amata, il loro matrimonio era stato combinato dalle loro famiglie e quella che avevano condiviso non era certo l'unione di due innamorati.

Priva dell'amore di un uomo. Priva dell'amore di mia figlia. E lei...

Di colpo, la consapevolezza della sofferenza che doveva provare Lilian la fece fermare a un passo dal letto dove stava per sedersi: molte volte aveva paragonato i loro dolori, ma era come se comprendesse solo ora quello della ragazza.

Margaret sciolse la crocchia, lasciando i capelli liberi sulle spalle e affondò il viso tra le mani, singhiozzando. Aveva visto molto bene l'attrazione che Lilian provava per il bel patriarca, ma la sua attuale infelicità la diceva lunga sul loro reale rapporto: dentro di sé, Margaret aveva sospettato anche il motivo per cui, la sua prima notte di nozze, la figlia fosse corsa a casa da lei.

Di certo, suo marito non aveva intenzione di toccarla e quel rifiuto doveva bruciare come sale su una ferita aperta. Sapeva benissimo come ci si sentiva.

L'amore negato, in ogni sua forma...

Purtroppo, data la gravità della situazione, Lilian si era rinchiusa a riccio e non era certo più in vena di confidenze.

"Lo hai ucciso per poterti rotolare tra le lenzuola con tuo cugino più liberamente, non è vero?! E io che, come una stupida, avevo pensato che amassi mio padre e che Frank fosse solo un amore platonico per te!".

"Tesoro, non è così, te lo giuro! Tuo padre soffriva così tanto che...".

"Che non hai esitato a soffocarlo con un maledetto cuscino!".

"Ti prego, non urlare, tuo marito...".

"È mio marito solo sulla carta!".

Margaret si era sentita divisa tra il desiderio di spiegarsi e cancellare dalla mente di Lilian l'immagine di lei che toglieva l'ultimo respiro ad Alain e quello di offrire appoggio morale a sua figlia. Invece, aveva solo potuto uscire dalla porta, quando la nuova cameriera personale della ragazza aveva bussato chiedendo se andasse tutto bene.

Stringendo le palpebre e lasciando scorrere altre lacrime, Margaret cercò di focalizzarsi sui problemi di sua figlia e non sulla propria miseria. La sua vita era in pezzi e, se poteva fare qualcosa, era per recuperare perlomeno quella di Lilian.

Il matrimonio non la stava rendendo più felice di lei, dunque, ma almeno Lilian e quel bambino avrebbero avuto un futuro assicurato. Non che al momento la ricchezza materiale fosse ancora la sua priorità, però era un dato di fatto che la stabilità era ormai una certezza.

Ma cosa avrebbe fatto Lilian, da quel momento in poi? Pensava forse che avrebbe potuto continuare a essere l'amante di quell'Ethan mentre era sposata con il magnate degli Ardlay?

"Lo ami a tal punto?".

"Con tutta l'anima".

"...cosa vuoi di più dalla vita?!".

"Io voglio tutto, tutto! Quello che non sei stata capace di ottenere tu. Ti sei accontentata? Bene! Ma non aspettarti che io faccia lo stesso, perché finché avrò vita non lo farò mai. Mai, mi hai capita?!".

"Sì, figlia mia, ti ho capita. Ti ho capita molto bene", mormorò Margaret come se Lilian fosse lì davanti a lei e la conversazione non fosse avvenuta settimane prima.

Accontentarsi? Non aveva avuto altra scelta, visto che l'uomo che amava sembrava non voler prendere mai una decisione: se si era di nuovo arreso a lei, era certa che fosse per la chimica che era da sempre esistita tra loro. Ma dubitava che fossero coinvolti sentimenti più profondi, altrimenti non si sarebbe mai ritrovata così sola. Per Frank erano molto più importanti il decoro e la carriera.

Tanto importanti che aveva assecondato il loro piano contro William Ardlay pur di non lasciarle rivelare le parti più oscure del loro passato insieme.

Se solo sapessi, Frank...

A differenza sua, Lilian aveva un uomo che di certo l'amava, ma non era affatto alla sua altezza. Non aveva ancora ben capito da quanto tempo stessero insieme, né come pensava di continuare a frequentarlo visto che suo marito l'aveva praticamente relegata in casa e la seguiva come un'ombra anche agli orfanotrofi.

E dopo che fosse nato? Se William Ardlay avesse avuto dubbi sulla paternità e non lo avesse riconosciuto, che avrebbe fatto? Cosa avrebbero fatto?

Il vento tiepido le arrivò alla schiena in un refolo alle sue spalle e a Margaret parve gelido. Gelido come il pensiero che l'aveva appena attraversata.

Possibile che anche Lilian...?

Un cuscino per Alain, che aveva scoperto la verità e aveva il destino segnato. Un amante per Lilian, che faceva esperimenti con droghe e forse veleni.

Margaret soffocò un'esclamazione di stupore e orrore tra le mani premute sulle labbra: sì, era plausibile, ma non lo avrebbe certo scoperto da sua figlia.

E, soprattutto, le sembrava l'unico epilogo ovvio di tutta quella storia.

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Elroy Ardlay passeggiava per il giardino mentre la cameriera la seguiva coprendola con un ombrellino per ripararla dal sole. Alla sua destra, Archibald con la fidanzata le facevano compagnia. Non sapeva bene come mai fossero venuti a trovarla, ma di tanto in tanto le pareva di cogliere delle occhiate che poteva definire preoccupate.

Spostò gli occhi su di loro, fermandosi poco prima di una fila di alberi: "Mi auguro che abbiate intenzione di sposarvi entro il prossimo anno e dare un erede alla famiglia", esordì accigliandosi. Se non ricordava male, quei due erano fidanzati da tempo.

Gli occhi della ragazza si spalancarono a dismisura e si portò persino una mano alla bocca. Come diavolo si chiamava?! Perché non riusciva a ricordarlo? Non era amica di quell'altra scapestrata che aveva sempre i capelli raccolti in due code infantili? E che fine aveva fatto, a proposito?

"Zia, stiamo aspettando un tempo consono dal recente matrimonio dello zio William. Inoltre il tuo primo erede arriverà entro pochi mesi, ricordi?". Il tono era controllato e sembrava che si stesse rivolgendo a una ragazzina distratta, pur restando educato.

Con un gesto stizzito, allontanò la cameriera per avvicinarsi al giovane, restringendo le palpebre. Lo zio William? William, suo fratello?! No, no di certo! Lui era morto da tanti anni e aveva avuto già dei figli… Rosemary…

"Rosemary!", disse ad alta voce, folgorata dall'immagine della ragazza bionda che stringeva a sé un bambino biondo in un roseto. Il ricordo era struggente e sembrava quasi un miraggio. "Anthony… Anthony è il mio piccolo erede, vero?".

I lineamenti contratti di Archibald le fecero capire che, forse, era in errore. Non avevano detto che William avrebbe avuto un figlio entro pochi mesi?

"Zia…". Suo nipote incontrò lo sguardo della fidanzata, che pareva non avere parole e sembrava, anzi, sull'orlo delle lacrime.

Portandosi una mano tremante alla fronte, maledicendo la memoria che la stava abbandonando, ricordò un volto molto simile a quello di Rosemary. Ma era un viso maschile: suo fratello? No, c'era qualcosa di diverso nei suoi tratti, eppure…

"Albert!", si udì dire. William Albert. Il figlio dell'amato fratello defunto. "Ha sposato quella… quell'orfana e stanno per avere un figlio, vero?", chiese con una nota di disappunto.

Mentre, per motivi a lei ignoti, la ragazza mora si portava le mani al viso come se stesse piangendo, Archie fece invece un respiro profondo.

"No, zia Elroy. Albert ha sposato Lilian Rousseau, esponente di una delle famiglie associate con il nostro clan. Il bambino dovrebbe nascere entro il gennaio del prossimo anno".

Quella notizia la sconvolse: "Come è possibile?! William… Albert ha mosso mari e monti per portare in questa casa quella… quella…". Non ricordava proprio il suo nome.

"Candy", le venne in soccorso lui.

"Candy, esatto! Inoltre non aveva occhi che per lei, eppure… ha contratto un matrimonio come si conviene al nostro nome…". Si accorgeva, parlando, che affioravano nella mente sprazzi di conversazioni, il volto di una donna castana, gli occhi tristi di William e labbra che parlavano senza suono.

"Zia, ti senti male?". Archibald la stava sorreggendo per un braccio e si era avvicinata anche la cameriera. La testa sembrava in procinto di esplodere.

"Vorrei rientrare, ho una forte emicrania".

Senza dire una parola, sorreggendola da entrambi i lati, la riaccompagnarono nella sua stanza, dove fu aperta una finestra e le chiesero se voleva qualcosa di fresco da bere. Elroy affondò le membra stanche sulla poltrona, rifiutando, e volse ogni briciolo delle proprie energie a tentare di ricordare.

Quella Candy, così bislacca eppure piena di vita. Senza origini, ma in grado di far affiorare sulle labbra di William sorrisi sinceri. L'immagine del giorno del suo matrimonio la colpì come un treno in corsa.

Lo sguardo spento, le parole di circostanza… com'è che aveva definito la moglie? Infallibile? No, certo che no. Ineffabile? Infelice? Oh, sì, William lo era, eccome! Forse era persino andato a trovarla, un po' di tempo prima, se non era in errore. Stavano leggendo insieme una lettera e guardando una foto, ma non riusciva proprio a rimembrare né cosa ci fosse scritto nella missiva, né che tipo di fotografia fosse quella che teneva in mano: un paesaggio, forse?

"È stato un bel gesto da parte di Candy, non trovi, zia?".

Candy, sempre Candy.

"Vuole stendersi sul letto, signora?".

"No, vorrei essere lasciata sola, per favore!", rispose in tono seccato alla cameriera. Archibald e la sua ragazza la guardarono per un'ultima volta prima di congedarsi ed Elroy li liquidò con un gesto della mano.

Non preoccupatevi per me, lasciatemi riflettere.

Una volta sola, si portò la testa tra le mani. Aveva dimenticato tante cose, c'erano lati oscuri nel suo passato, specie quello più recente: riusciva a ricordare abbastanza nitidamente sua madre e suo padre che la inducevano a inchinarsi dinnanzi a delle persone; aveva davanti agli occhi l'immagine di suo fratello William nella culla, mentre sua madre allungava un braccio tremante dal letto, pallida come un cencio; udiva delle campane in lontananza e delle persone vestite di nero pregavano su una tomba.

Una tomba vuota… perché?

"Che confusione nella mia mente!", proruppe.

Con estremo sforzo, tentò di focalizzarsi su Albert… William Albert, quel nipote che tante volte l'aveva fatta preoccupare, anche se a malapena riusciva a rimembrare perché. Era stato lontano a lungo e quando era tornato…

"Candy si è occupata di me".

"Candy… Candice… Ardlay…", sillabò a stento. William e Candy.

Elroy raddrizzò la schiena e chiuse gli occhi, stravolta. Quanto aveva sbagliato, in passato? Ricordava Eliza e Neal e una ragazzina con la testa china in un angolo, come se fosse una vittima. Doveva fare chiarezza, farsi raccontare tutto.

E c'era solo una persona che potesse farlo.

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Georges stava cercando di raccapezzarsi con i documenti dei bilanci, dividendoli dai nuovi contratti: ogni volta che tornava da casa di William e raggiungeva gli uffici della banca, doveva riordinare tutto insieme al signorino Archibald, così stavolta aveva preferito anticiparsi sistemandoli nello studio della villa principale di Chicago. Con la scusa, voleva vedere la signora Elroy e portare notizie al patriarca non appena possibile, magari anche solo con una telefonata.

Quando bussarono alla porta, tutto si aspettava tranne che fosse lei in persona.

Alzò il capo dalla scrivania e quasi lasciò cadere tutti i fogli. La matriarca sembrava spaesata e lo fissava come se non lo riconoscesse: non la vedeva da qualche giorno, eppure già gli appariva peggiorata in maniera drastica.

"Georges?", lo chiamò, quasi non fosse sicura.

"Sì, signora, sono io. La prego, si sieda". Le andò incontro e la accompagnò al divano in pelle all'altro lato dello studio. "Vuole che faccia portare del tè?".

La donna lo guardò come se le avesse proposto di bere del whisky. Era dimagrita ed era come se fosse invecchiata di qualche anno in poco tempo: possibile che l'ultima volta non se ne fosse reso conto?

"Ci troviamo in America, non in Inghilterra", borbottò, quasi non fosse lei a pretendere il suo bricco di tè ogni pomeriggio alle cinque, proprio come gli anglosassoni. "Piuttosto, dov'è mio nipote?".

Senza scomporsi, le spiegò: "Il signor William risiede con sua moglie nella casa alla periferia di Chicago. Desidera che lo chiami?".

La donna si mise una mano sulla tempia, massaggiandola leggermente come se le dolesse: "È sposato con quella… Lilian, vero?".

"Sì, signora". Inspiegabilmente, vedere la potente signora Elroy ridotta a un'anziana smemorata gli stava stringendo il cuore in una morsa. Il suo declino sembrava in vertiginosa discesa.

"Forse… forse è meglio che non lo chiami. Magari puoi aiutarmi tu".

"Sono a sua disposizione", si offrì con un leggero inchino.

La signora Elroy posò su di lui due occhi acquosi e smarriti e un groppo scomodo gli salì in gola. Erano accadute troppe cose in quegli ultimi mesi e perdere l'incrollabile matriarca sarebbe stato devastante per William: a dirla tutta, si sentiva devastato anche lui.

"Siediti, devi raccontarmi un po' di cose". Il suo tono brusco sembrava quello di una volta e Georges eseguì, accomodandosi su una poltrona di fronte a lei.

"Cosa vuole sapere, signora?".

"Raccontami la storia di questa Candice… Candy fin dall'inizio. Come mai William sembra così felice, quando è con lei?".

Il respiro gli si mozzò in gola, il cuore accelerò. Georges aveva pensato che gli avrebbe chiesto lumi sulla moglie di William, forse persino sui Lagan, di cui pareva essersi quasi dimenticata del tutto. Invece no, voleva sapere di Candy e di William: l'infelicità del nipote non le era passata inosservata.

E lui sarebbe stato ben felice di raccontarle tutta la storia, anche se avrebbe evitato i particolari che William non avrebbe voluto che sua zia conoscesse. Avrebbe raccontato alla signora Elroy di una ragazzina adottata dalla famiglia sbagliata prima di passare sotto la loro tutela, del suo eterno sorriso e dell'affetto che il giovane patriarca provava per lei.

Sperava che il nuovo cuore che albergava in lei l'avrebbe accolta a braccia aperte, anche se ormai era troppo tardi.