Grazie dei commentia Kecs, Ericka Larios, Eydie Chong, MariaGpe22, Dany Cornwell, Charlotte: Margaret ha perso sua figlia e questo l'ha stravolta e incattivita, mentre Albert sfoga il dolore accumulato. In teoria, lui e Candy ora sarebbero liberi di amarsi, ma sarà veramente così? Continuo ad essere piacevolmente sorpresa e grata per le vostre osservazioni sulle emozioni che tento di comunicarvi, anche se legate alla morte di un'antagonista quale poteva essere Lilian. Come ben evidenziate, tra uomini distrutti (e Frank è uno di questi, l'empatia è anche nei suoi confronti) e addii definitivi, ci sono molte cose da chiarire. Il destino di Ethan padre (cosa farà ora?) e di Ethan figlio, la posizione di Albert nel clan e la disperazione che prova Margaret nell'aver perso tutto.
P.S. Caro Guest che non vuoi dire il tuo nome, potresti spiegarmi cosa c'è di orribile nella storia e di aberrante nel fatto che Albert, da uomo sensibile ed empatico qual è, si senta in colpa? Il tuo commento, scritto così, suona più aggressivo che costruttivo.
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Vendetta
Due giri a sinistra, tre a destra, ancora uno a sinistra e cinque a destra.
Margaret ricordava la combinazione della cassaforte di Alain come se gliel'avesse comunicata solo un'ora prima e non il giorno in cui erano andati a vivere insieme. Negli anni, vi avevano riposto gioielli di famiglia e uno scrigno che sarebbe dovuto passare a Lilian non appena avesse avuto il primo figlio.
Lo accarezzò con una mano, saggiando la consistenza liscia delle pietre che vi erano incastonate e sentì le lacrime pungerle gli occhi: ma doveva essere forte, il tempo della sofferenza era passato e ora doveva arrivare quello della vendetta.
Si trova in uno scantinato della West Avenue, ma è una zona molto pericolosa di notte, perché molti delinquenti si riuniscono nell'ex locanda in disuso.
Conosceva molto bene quel luogo, perché era vicino a uno dei tanti orfanotrofi nei quali Lilian andava a prestare opera prima di incontrarsi con Ethan. Quel ragazzo doveva essere un folle per tornare lì, oppure tanto innamorato di lei da non decidere di fuggire dalla città in attesa che partorisse.
E ora l'aveva uccisa con quel parto che avrebbe anche gettato fango sulla sua memoria, visto che il bambino mulatto che aveva dato alla luce non sarebbe mai stato riconosciuto dal patriarca degli Ardlay.
Ma risolverò anche questo, piccola mia, e la tua memoria sarà salva. Diremo che gli antenati di quella Elroy o i nostri erano di sangue misto e nessuno potrà contraddirmi. Nessuno.
La sua mente era improvvisamente lucida e nera come la pistola che tirò fuori dalle profondità della cassaforte: aveva visto Alain sparare solo un paio di volte e in aperta campagna, ma si era documentata su uno dei suoi libri ed era certa di riuscire nel suo intento.
D'altronde, una volta che l'avesse avuto davanti, l'unica cosa che poteva andare storta era che anche lui avesse un'arma e le sparasse per primo. Era un rischio che era disposta a correre, perché nella peggiore delle ipotesi si sarebbe riunita a Lilian.
Finché fosse stata in vita, però, avrebbe fatto di tutto per avere la sua vendetta e non c'era forza al mondo che glielo avrebbe impedito. Se non la morte stessa.
Seguendo le indicazioni che aveva studiato avidamente, caricò la pistola con i proiettili e richiuse la cassaforte. Per fortuna, da giovane si era intestardita abbastanza da farsi insegnare i rudimenti della guida da suo fratello maggiore ed era certa che in piena notte non le sarebbe stato difficile destreggiarsi con la sua vettura senza scomodare l'autista. Non che non avesse studiato il modo di farsi accompagnare facendolo tacere, ma preferiva cavarsela da sola finché avesse potuto.
Nessuno sentirà la mancanza di un delinquente e nessuno sospetterà di me.
Cercando di fare meno rumore possibile, Margaret scese al piano inferiore e si recò nel garage, che si trovava nell'ala opposta rispetto alle camere dei servitori. Sperava che quell'ulteriore elemento contribuisse a rendere ancor più discreta la sua fuga.
Girò la chiave e accese le luci, quindi osservò accigliata i pedali per qualche istante, chiudendo gli occhi per ricordare esattamente dove mettere i piedi. Il primo tentativo andò a vuoto: appena diede gas il motore si spense e lei si sentì proiettata in avanti. Sbatté contro il volante e strinse i denti, frustrata: l'alternativa sarebbe stata prendere un cavallo dalle scuderie, ma avrebbe dato davvero troppo nell'occhio in città.
Ritentò e finalmente riuscì a uscire nel vialetto e a immettersi lungo la strada principale. La notte era gelida e silenziosa e le vie praticamente vuote. Mentre guidava senza troppa fretta, riabituandosi man mano, Margaret sentiva il peso della pistola nella tasca del cappotto di lana e ripensò a sua figlia.
Sto per riunirti all'uomo che ami, tesoro mio.
Parcheggiò in una strada parallela e scrutò gli edifici alla luce dei lampioni. Con le nuove leggi, i bar erano stati chiusi e solo qualche bettola pressoché illegale rimaneva aperta: si diresse proprio in prossimità di una di queste, che sorgeva quasi di fronte all'orfanotrofio.
La famosa ex locanda in disuso, in realtà, aveva una luce fioca accesa dietro i vetri smerigliati e Margaret udì una risata sguaiata provenire dall'interno. Tentò di camminare più alla larga possibile: non voleva essere costretta a tirare fuori l'arma in anticipo. Le sarebbe bastato usarla una sola volta senza sbagliare la mira o rischiare di farsi saltare le dita della mano destra.
Gli unici scantinati nei paraggi erano quelli di una palazzina fatiscente dove dubitava abitasse qualcuno. Il rifugio perfetto per un topo di fogna. Camminando piano, cominciò a scrutare le finestrelle a ridosso del marciapiede e notò che erano tutte immerse nell'oscurità tranne due. In una, la luce sfarfallava come se nessuno si occupasse da mesi di cambiarla o sistemarla, mentre in un'altra era flebile come nella locanda, quasi ci fosse qualcuno che non volesse rendersi troppo visibile.
È lì, il mio istinto mi dice che è lì dentro.
Riflettendo sul fatto che quel ragionamento era di sicuro il medesimo fatto dal detective, Margaret si avviò verso la porta d'entrata, prima di rendersi conto che all'interno non c'erano plafoniere a illuminare le scale. Per fortuna aveva previsto quell'eventualità e tirò fuori una piccola torcia, affrontando la prima rampa con passi discreti per fare meno rumore possibile.
Non che possa scappare da qualche parte, se è lì sotto.
C'era una fila di quattro porte, al piano interrato, nella quale fu facile individuare quella corretta. Vi era una serratura che sembrava nuova, a differenza delle altre. Stringendo le labbra, Margaret comprese che, dopotutto, avrebbe dovuto usare la pistola almeno due volte e sperò che Lilian avrebbe guidato i suoi gesti perché fossero giusti e la portassero dove voleva arrivare.
Lei non vorrebbe che lo uccidessi...
Ignorando quella voce fastidiosa nella propria testa, Margaret si ripeté che non stava facendo altro che vendicarla e riunirla al suo amante.
"Lo faccio per te, piccola mia", mormorò posando la torcia a terra perché illuminasse l'obiettivo, afferrando la pistola con mano tremante e puntandola sulla serratura.
Tuttavia, decise di usarle entrambe per tenere ferma l'arma e chiuse gli occhi mentre premeva il grilletto e il rumore dello sparo l'assordava, proiettandola all'indietro e facendole perdere l'equilibrio. Si ritrovò stordita, seduta sul pavimento e con i capelli che erano sfuggiti alla crocchia dietro alla nuca.
Ansimando, guardò davanti a sé e finalmente lo vide, l'uomo che aveva rovinato le loro vite. Lo vide e lo riconobbe, perché nei recessi della sua memoria il ragazzo mulatto dai lineamenti decisi e gli occhi color pece era stato presente come uno straccione qualunque di fronte alla chiesa dove andava con Lilian quando era solo un'adolescente.
Da allora, da allora tu...!
Ed era certa di averlo visto anche in un altro paio di occasioni accanto agli orfanotrofi di Chicago, solo che non avrebbe mai pensato di collegare quel bastardo a sua figlia. Quel maledetto che le aveva posto le mani sudice addosso, mettendola incinta e ponendo fine alla sua giovane vita.
Potevi essere felice accanto a un uomo molto più bello e ricco, figlia mia, avere tutte le cose che desideravi! Come hai potuto, come hai potuto?!
Tutti quei pensieri le attraversarono la mente in un battito di ciglia e si rese conto che Ethan si stava voltando, dopo una prima occhiata spaventata, per prendere qualcosa all'interno della sua topaia.
"Non ti muovere!", disse con voce bassa e tremante e quello irrigidì le spalle, alzando le mani: in una, teneva una siringa piena di chissà quale veleno. "Metti giù quella siringa, non ti servirà". La posò sul davanzale della finestrella, riportando poi la mano in alto. Forse poco prima stava cercando un'arma da fuoco, ma non gli avrebbe permesso di prenderla e si posizionò sull'uscio, ora spalancato, troncandogli ogni via di fuga. Allargò un poco le gambe e, come poco prima, gli puntò contro la pistola afferrandola con entrambe le mani.
"Una signora dell'alta società non dovrebbe avere quella roba nella borsetta", disse la sua voce baritonale e leggermente graffiante.
"Stai zitto, assassino! Ti sei divertito con mia figlia, vero? Dimmi, ti sei divertito?!". Lui sussultò per un istante, restando in quella posa. Con la coda dell'occhio vide un tavolaccio vicino all'entrata con delle provette e altre siringhe piene di liquido. "Voltati lentamente, voglio vederti in faccia e capire cosa possa aver trovato in te la mia Lilian!".
Lui eseguì, lasciando le mani alzate e lei capì, dal modo in cui tendeva i muscoli, che sperava di gettarsi in avanti per colpirla e lo ammonì: "Non pensarci nemmeno, ho già sparato e ti colpirei prima ancora che tu abbia il tempo di muovere un dito!".
Le sopracciglia si aggrottarono e Margaret lo fissò per qualche istante, imprimendosi nella mente il viso che aveva attratto tanto sua figlia da ucciderla. Di sicuro, aveva sofferto per lui, che sembrava un demone nero il cui fascino sfuggiva a ogni canone di bellezza, ma che per lei doveva avere il magnetismo del proibito.
"Dov'è lei?", chiese con una nota di panico nella voce.
Fu in quel momento che cominciò la sua vendetta. Respirando pesantemente e mettendo l'indice sul grilletto, Margaret sibilò: "L'amavi? Eri innamorato di mia figlia, Ethan?".
Lui sbatté gli occhi, come se fosse sorpreso dalla domanda o solo dal fatto che conoscesse il suo nome: "Io l'amo e lo farò sempre! Perché...".
"Perché parlo di lei al passato?! Lo vuoi sapere, bastardo? Vuoi sapere perché ti ho dato dell'assassino, poco fa?! Perché è morta cercando di mettere al mondo tuo figlio! La mia bambina, l'unica luce della mia vita è morta dissanguata a causa tua!". Stava gridando, accecata dalle lacrime, ma non le importava più nulla, perché vide la frase affondare nel corpo di Ethan quasi fosse un coltello da macellaio.
Il viso si contrasse, si accartocciò su se stesso e, in una specie di singhiozzo strozzato, esclamò: "No... non è ve...".
"Sì che è vero!", urlò agitando la pistola. "E io voglio vedere se anche il tuo sangue è rosso come il suo. Mi dispiace per Lilian, ma spero che tu marcisca all'inferno e non possa raggiungerla, perché non la meriti!".
Ethan scosse la testa, come negando quella realtà, oppure cercando di trovare le parole per salvarsi la pelle. Aprì la bocca ed emise un verso che sembrava un 'no'. Non è vero. Non mi sparare. Non puoi essere capace di uccidere, sei una signora.
Margaret non lo sapeva, ma bevve avidamente il momento in cui una lacrima gli scendeva lungo il viso, confermando la sua sofferenza e lui indietreggiò di un passo.
Allora fece fuoco.
Urlò brevemente, puntellandosi sui talloni per non perdere l'equilibrio e girò la testa come se quel gesto potesse attutire il rumore o il puzzo di polvere da sparo. Con le palpebre ancora serrate, poté udire, nel ronzio che le affliggeva le orecchie, il rumore forte di qualcosa che cadeva a terra.
Aveva mirato al capo ed era certa di non aver sbagliato, da quella distanza ravvicinata. E in effetti lo aveva centrato in pieno, come poté appurare aprendo gli occhi e voltandosi, il fiato corto che le usciva in respiri rapidi dalle labbra.
Ethan giaceva seduto a gambe larghe contro il muro, la testa parzialmente aperta e il sangue che lordava un volto ormai irriconoscibile, assieme a quelli che dovevano essere scaglie di osso e materia cerebrale.
Portandosi una mano davanti alla bocca, scossa da un singulto, Margaret capì che avrebbe dovuto controllare che non ci fossero macchie sul suo cappotto. Corse su per le scale e respirò aria pulita in lunghe boccate, poggiando una mano al muro e chinando il capo quando il primo conato di vomito la scosse costringendola a liberare lo stomaco.
"Lilian, le tue nausee mattutine sono migliorate?".
"Non molto, mamma. È una cosa disgustosa...".
"Ti faccio portare un po' di tè allo zenzero".
Piegata in due, con la pistola ancora in mano, Margaret pianse mentre rigettava, sentendosi protagonista riluttante di una parodia grottesca.
Alzò il viso al cielo nero punteggiato di stelle e cominciò a tremare, nonostante l'aria fredda fosse anche un sollievo. In mezzo al suo shock, si rese conto che era costretta a tornare laggiù, anche se avrebbe preferito mille volte scappare il più lontano possibile da lì.
Ho ucciso un uomo. E non è stato come soffocarlo con un cuscino...
Si guardò attorno con frenesia, cercando segni di qualcuno che accorresse dopo aver sentito lo sparo. Ma, a quanto pareva, il vicolo era frequentato da delinquenti abituati ai regolamenti di conti e nessuno voleva entrare negli affari altrui, specie quelli chiusi nella locanda a gozzovigliare con alcoolici illegali. Nella migliore delle ipotesi, se davvero l'avevano udita, avevano paura o erano disinteressati.
Margaret guardò verso l'entrata buia, che sembrava l'anticamera oscura dell'inferno. In fondo alla rampa, poteva intravedere ancora le luci della sua torcia e della stanza dove giaceva il cadavere. Si portò una mano alla bocca per soffocare un singhiozzo: doveva dominare il disgusto e fare quello che andava fatto, perché Ethan sarebbe stato solo il primo.
Dopo, avrebbe potuto riprendere l'auto, avvicinarsi al fiume e gettarvi sia la pistola che il proprio cappotto, per sicurezza. Ma adesso avrebbe dovuto avvicinarsi al corpo e recuperare la siringa che teneva in mano quando era entrata. Di certo, lì dentro era contenuta la prossima mossa che l'avrebbe portata alla rovina o all'ultimo atto della sua vendetta.
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Candy vide il cielo che si tingeva dei colori tenui e rosati dell'alba mentre usciva dall'ospedale. Rilasciò il respiro che aveva trattenuto e uscì una nuvoletta bianca, di quelle che con i bambini della Casa di Pony faceva a gara per fare più grandi: allora, non aveva ancora incontrato il suo Principe della Collina e lei e Annie erano due bambine spensierate e felici, nonostante fossero orfane.
Sembrano passati secoli...
Gli stivali scricchiolarono sotto le ultime tracce di neve gelata: presto, avrebbe nevicato di nuovo e il manto sarebbe stato molto più spesso e duraturo. Ormai, l'inverno stava afferrando l'autunno con i suoi artigli per farlo a brandelli.
Proprio come la vita di quella povera ragazza che, nonostante tutto, aveva avuto un destino infausto e ingiusto. Non era stata di certo corretta, in vita, né aveva reso felice suo marito, ma non meritava una fine simile.
Con gli occhi velati di lacrime per la pena e la stanchezza, Candy ripensò al volto provato di Albert e nelle braccia sentì ancora il formicolio del desiderio di stringerlo e consolarlo. In quel caos, mentre lui teneva in braccio il bambino che non era suo figlio, aveva solo potuto dirgli che le dispiaceva e poi tutto era stato le grida di una madre che aveva perso la sua ragazza, il pianto inconsolabile del dottor Stevenson e gli occhi sgranati delle infermiere che mormoravano piano di un distacco della placenta che era stato fatale.
Sapeva che i medici avevano fatto tutto il possibile e che comunque il neonato era salvo: dopotutto era perfettamente a termine, forse in anticipo di qualche giorno, e il parto difficile non aveva inficiato sulla sua salute.
Tuttavia, Candy era anche conscia che in ospedale sarebbero state probabilmente aperte delle indagini da parte di Margaret Rousseau, anche se ci sarebbe andato di mezzo il suo stesso cugino.
Avvicinandosi alla carrozza che aveva fatto chiamare e chiedendo al cocchiere di portarla a casa, Candy si strinse nel cappotto e rifletté sul da farsi. Sarebbe dovuta andare a trovare Albert? Avrebbe dovuto solo telefonargli? Oppure sarebbe stato più opportuno non fare nulla? Si ritrovò a rimpiangere la vita semplice che avevano fatto alla Casa della Magnolia, quando non avevano che pochi dollari e spesso dovevano comprare meno cibo per pagare le bollette.
Ma lì dentro erano solo Candy e Albert e non c'erano regole, né etichette da seguire: avevano vissuto insieme per quasi due anni e dormito persino nella stessa stanza, in un letto a castello, a dispetto della società e dei suoi canoni. E lui le aveva sempre portato rispetto, trattandola come una sorella, anche se a posteriori Candy si era resa conto di quanto dovesse aver sofferto.
Forse, se lei non fosse stata tanto innamorata di Terence o del suo ricordo, si sarebbe resa conto prima che l'uomo che aveva al suo fianco non era come un fratello maggiore o come un amico. E forse, in quel mattino di tardo autunno che nasceva nonostante le cose tristi appena accadute, lei non si sarebbe trovata a singhiozzare silenziosamente su una carrozza diretta in un appartamento solitario.
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Walker si alzò alle sette in punto, andò sotto la doccia, si vestì e fece colazione con un toast imburrato e una tazza di caffè mentre rifletteva se telefonare alla signora Moore o presentarsi direttamente a casa sua.
Anche se lui era abituato a dormire ben poche ore, sia lei che il signor Ardlay dovevano aver passato una delle nottate peggiori delle loro vite e non era sicuro che avessero chiuso occhio. La morte della giovane Lilian era arrivata come un fulmine a ciel sereno ed era certo che i giornali avessero lavorato alacremente fino a un paio di ore prima per pubblicare quella tragica notizia.
"Povera ragazza, così giovane", mormorò mentre riponeva la tazza nel lavabo e faceva scorrere l'acqua. Nel pomeriggio sarebbe arrivata la signora Smith a rassettare, ma lui aveva bisogno di riflettere, così la lavò con gesti automatici, ripensando al volto terreo della donna che aveva visto morire sua figlia ma era riuscita a chiedergli dove si nascondesse l'uomo che stava cercando.
Un'idea macabra si stava facendo sempre più strada nella sua mente e divenne insistente. Tanto insistente che si asciugò le mani sul primo straccio asciutto che trovò e corse al telefono dimenticando l'acqua aperta.
Il telefono squillò a lungo prima che la voce di un uomo rispondesse e lui disse in tono fermo: "Buongiorno, sono il detective Walker. Avrei necessità di parlare con la signora Rouss... Moore, per favore. Avevamo... un appuntamento".
Il silenzio fu tanto lungo che pensò gli avesse riattaccato in faccia, ma poi lo udì sospirare piano: "Attenda solo un attimo, per favore".
Gli attimi divennero minuti e lui immaginò il maggiordomo recarsi dalla cameriera personale della signora che avrebbe bussato alla porta della sua stanza. Era anche probabile che Margaret non avesse intenzione di parlare con nessuno, nonostante le parole scambiate la notte prima, e ne avrebbe avute tutte le ragioni. Fu sorpreso di sentire invece la sua voce, composta ma colma di un dolore che poteva solo immaginare.
"Signora Moore, non so esprimerle quanto io sia addolorato per la sua perdita. Lasci che le porga le mie più sincere e sentite condoglianze... sono a sua disposizione per qualunque cosa", disse cercando di imprimere nella sua voce tutto il cordoglio che provava.
"La ringrazio di cuore, detective. Come capirà, non sono affatto pronta ad affrontare la questione di cui lei è a conoscenza, stamane. Domani si terranno i funerali della mia unica figlia e le chiedo di rimandare l'incontro per qualche giorno".
"Ma certo, ci mancherebbe! Le assicuro che controllerò di persona che il soggetto rimanga esattamente dov'è e mi curerò di individuarlo di nuovo se dovesse spostarsi", rispose stringendo la cornetta con veemenza. La lasciò con brevi convenevoli e fissò il telefono sotto la sua mano.
Forse è il caso di andare a dare un'occhiata.
E, come gli capitava sempre più spesso, Walker uscì afferrando a malapena il cappotto e calcandosi il cappello, dimenticando persino di chiudere la porta di casa a chiave, tanto era concentrato sul suo obiettivo. Aveva una sgradevole sensazione alla base della nuca e, pur non essendo mai stato fatalista, sapeva che il suo istinto raramente sbagliava.
Mentre guidava, maledicendosi per aver dato a Margaret indicazioni piuttosto precise su dove si trovasse Ethan, tentò di razionalizzare quella che gli pareva solo una congettura assurda: come poteva una donna perbene e abituata ai lussi come lei essere un pericolo per un tipo come Ethan? Semmai era il contrario! Non era stato forse sollevato di aver udito la sua voce e di saperla sana e salva a casa sua, anche se in lutto?
Parcheggiò giusto di fronte a un'edicola e la curiosità ebbe la meglio sulla sua missione. Acquistò il Chicago News ed eccola, la notizia della futura matriarca degli Ardlay morta prematuramente mentre dava alla luce l'erede. Scorse l'articolo, soffermandosi solo su ciò che gli appariva più interessante, non volendo perdere più tempo del dovuto e colse la frase "non si hanno notizie del bambino, che forse è stato trattenuto in ospedale. Il patriarca William Albert Ardlay non ha lasciato dichiarazioni. I funerali si terranno domani a...".
Walker alzò gli occhi verso il vicolo dove doveva dirigersi e un sapore amaro gli risalì su per la gola. Forse era il caffè, o forse la bile, ma di certo portava con sé il seme del dubbio: perché, nonostante l'evento così doloroso e ingiusto, non si menzionava più a lungo una creatura che comunque era appena nata quale piccolo segno di speranza? Gli unici motivi che gli venivano in mente erano che non fosse in salute oppure che il padre, in qualche modo, non volesse nominarlo.
E riconoscerlo...
Walker ripiegò il giornale, aprì la portiera dell'auto e lo gettò sul sedile del passeggero prima di richiuderla. Infilò le mani nelle tasche e toccò distrattamente la fondina in quella interna della giacca, per accertarsi di avere il calcio della pistola a portata di mano: di rado gli era capitato di usarla, ma quel giorno voleva essere sicuro che fosse al suo posto.
Gli bastò arrivare alle finestrelle dello scantinato e gettare un'occhiata per rendersi conto che qualcosa non andava: accanto a quella con la luce intermittente, c'era quella con la luce più debole ma ferma accesa, nonostante fosse giorno e il sole entrasse proprio da quella parte.
La mano destra andò automaticamente all'arma sotto al cappotto quando vide una torcia quasi scarica a terra, puntata davanti alla porta scardinata. Walker comprese subito che era stato un colpo di pistola a causare la rottura della serratura e, finalmente lontano da eventuali occhi indiscreti, tirò fuori l'arma e la puntò davanti a sé e intorno, controllando le altre cantine. Ma non c'era nessuno, così andò dritto verso quella di suo interesse, sentendo le labbra tanto secche da doverci passare sopra la lingua.
Il puzzo di sangue, morte e polvere da sparo lo aggredì ancora prima di vedere lo scempio all'interno. Walker abbassò le braccia in un gesto d'impotenza, fissando il corpo di Ethan accasciato contro il muro, il capo abbassato sul petto come se dormisse. Il sangue aveva schizzato anche il pensile e la coperta gettata a terra su quello che gli parve un materasso logoro e lui si portò la sciarpa sul naso tentando di respirare con la bocca.
Vicino all'entrata, notò alcune confezioni colme di liquido e delle siringhe già piene e spostò lo sguardo alternativamente tra quelle e il corpo che giaceva a terra. Cosa avrebbe pensato la polizia? Che era l'ennesimo trafficante di droga con cui qualcuno aveva regolato i conti? E lui poteva rimanere in silenzio o era ora che cercasse di collaborare alla ricerca della verità?
