Grazie dei commentia MariaGpe22, Cla1969, Dany Cornwell, Ericka Larios, Eydie Chong, Mary Silenciosa, Kecs: Albert è una persona buona e altruista, non uno sprovveduto, ma comunque cerca sempre una spiegazione plausibile a tutto e ha pensato anche che Lilian potesse essere stata violata. Georges, dall'esterno e forse con più esperienza del male (ha vissuto nei sobborghi di Parigi, da ragazzino), potrebbe essere più lucido in questo senso. Cosa ci sia nella siringa lo sapeva solo Ethan che... ops, è morto anche lui! Quindi ora è tutto in sospeso: la vittima designata di Margaret potrebbe essere chiunque, a questo punto, e sì, tante cose sono rimaste sospese. In teoria, il piccolo Ethan dovrà essere portato a casa da Albert e poi si dovrà decidere se adottarlo o fare passi diversi. Candy e Albert si amano ancora, Terence o non Terence, su questo non c'è dubbio. Ma le cose cambieranno? Cosa li aspetta ora? Avranno davvero l'opportunità di essere felici, Candy e Albert, si scioglieranno queste catene o lunghe ombre tratteggeranno ancora il loro cammino?
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Ci vorrebbe il mare per andarci a fondo
Ora che mi lasci come un pacco per il mondo
Ci vorrebbe il mare con le sue tempeste
Che battesse ancora forte sulle tue finestre
Ci vorrebbe il mare sulla nostra vita
Che lasciasse fuori, come un fiore, le tue dita
Così che il tuo amore potrei cogliere e salvare
Ma per farlo ancora, giuro, ci vorrebbe il mare
Ci vorrebbe un mare dove naufragare
Come quelle strane storie di delfini che
Vanno a riva per morir vicini e non si sa perché
Come vorrei fare ancora, amore mio, con te
(Ci vorrebbe il mare - Marco Masini)
Il legame spezzato
Margaret non udì la predica del sacerdote, né si rese conto di ciò che le stava accadendo intorno. Il suo mondo si era concentrato e ridotto intorno alla fossa nella quale avevano calato la bara di sua figlia e per un solo, assurdo istante, pensò che si trattasse di uno scherzo: Lilian aveva avuto l'idea per un piano perfetto e presto sarebbe fuggita dalla tomba per riprendersi il suo bambino e scappare con Ethan.
Peccato che Ethan fosse morto, perché l'aveva ucciso lei solo il giorno prima.
"Lili... Lilian... Lilian...". Suo fratello la stava tenendo stretta, ma lei si divincolò. Quando era arrivato, a proposito? Non era in Europa solo la settimana precedente? Forse era tornato e lei non ne sapeva nulla...
Fece alcuni passi tremanti fino al bordo e cadde in ginocchio. Udiva delle voci intorno a sé, ma davanti agli occhi non aveva che il viso di sua figlia, bello e fiero, che le comunicava di aver appena concepito un piano geniale, per poi urlarle contro che aveva ucciso suo padre, cacciandola in malo modo.
"Lilian!".
Non l'ho ucciso, tuo padre è qui, da qualche parte dietro di me. Ti prego, torna da me, ti giuro che d'ora in poi potrai innamorarti di chi vuoi!
Le lacrime l'accecarono ed ebbe solo la consapevolezza di avere la mano affondata nel terreno mentre ripeteva, come una nenia, il nome di sua figlia. Il bordo era così vicino! E lei poteva vedere il coperchio lucido sotto al quale Lilian avrebbe avuto freddo e fame e sete...
Due braccia la strinsero, portandola via, trascinandola con forza. Forse stava urlando.
"Basta, Margaret, per l'amor di Dio!".
Frank? Era davvero lui? L'uomo per il quale aveva sofferto l'intera vita e litigato con la sua bambina? Colui che, pur avendola generata, non era riuscito a salvarle la vita?
C'è qualcosa che devo fare... qualcosa di molto importante...
Con gesti frenetici, infilò la mano nel cappotto ma non riuscì neanche a toccare la siringa, perché Frank si era staccato e lei era caduta in ginocchio. Alzò gli occhi, una mano premuta sulla bocca mentre piangeva e vide che lui aveva nascosto il viso tra le mani e William Ardlay gli aveva posto una mano sulla spalla, dicendogli qualcosa mentre tirava fuori un fazzoletto e glielo porgeva.
E quella Candice, la donna a causa della quale non aveva avuto abbastanza occhi per Lilian, si stava avvicinando a loro. Cosa stava dicendo al patriarca con tanta confidenza? E a Frank?
Margaret non sapeva se fosse la propria mente a rifiutarsi di comprendere cosa accadesse di preciso in quell'orribile realtà nella quale Lilian era sei piedi sotto terra, o fosse il vociare continuo che creava una cacofonia incomprensibile.
Seppe solo che il sacerdote l'aiutò a rialzarsi e si fece il segno della croce, chiedendole di pregare per l'anima di sua figlia e che lei gli urlò quasi in faccia che non credeva più a nessun Dio. Che alcuni dei partecipanti al funerale, tra cui riconobbe i Brighton e i Cornwell, sgranarono gli occhi e si scambiarono commenti a bassa voce. E che William Ardlay le stava parlando.
"Venga, Margaret, ha bisogno di sedersi". Le offrì il braccio e lei comprese che quello era il suo momento. Mentre si voltava per andarsene appoggiata a quello che era stato suo genero e che una volta l'aveva scacciata malamente da casa sua, lanciò un'ultima occhiata alla fossa.
Per te, bambina mia.
In un ultimo atto d'amore, certa di fare la cosa giusta, Margaret finse uno svenimento, benché la testa le girasse davvero. Per trattenerla meglio, William si volse fino a starle completamente di fronte, in una sorta di improbabile abbraccio: i lembi del suo cappotto erano leggermente scostati e lei, aggrappandosi, fece saltare uno dei bottoni.
"Margaret!".
"La... medicina...", mormorò infilando di nuovo la mano nella tasca interna.
"La medicina?".
Afferrò il fazzoletto, lo strinse e con un movimento agile delle dita scoprì la siringa. Le bastò ruotare la mano e puntare l'ago contro il petto dell'uomo che la guardava con preoccupazione, sgranava per un attimo gli occhi e poi emetteva un verso strozzato: il suo istinto era stato più veloce dei suoi riflessi, rallentati dalla certezza di doversi occupare di una donna fragile.
L'ago entrò nella carne e Margaret premette lo stantuffo, il liquido penetrò completamente nel suo corpo.
"Sì, la tua medicina, maledetto", sibilò ritirandola e rimettendola nella tasca.
Il corpo dell'uomo si irrigidì e lei cominciò ad avvertirne il peso mentre le rovinava addosso. Margaret gridò, chiedendo aiuto, e nel caos che seguì, mentre Georges Villers si precipitava da lui per sostenerlo e si aggiungevano Archibald e suo padre, solo un grido risuonò come una campana di morte.
Era il grido di Candice White e Margaret seppe che aveva vinto.
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Walker stava fumando la sua pipa quando le urla cominciarono a provenire dall'interno del cimitero. I giornalisti, che per tutto il tempo avevano tenuto quasi in ostaggio Terence Graham, lasciandolo andare solo a funzione iniziata, si volsero in direzione dell'entrata puntando macchine e flash.
Le grida erano indistinte, confuse, e Walker udì qualcuno chiamare a gran voce un medico e una donna urlare il nome "Albert!", come se le stessero strappando il cuore.
Senza pensare, si mise la pipa in tasca scuotendo via il tabacco perché si spegnesse e toccò il calcio della pistola, cercando subito dopo il suo tesserino a sventolandolo davanti alle facce delle due guardie rimaste. Altre tre erano accorse quasi subito.
Un nugolo di persone era raggruppato ad alcuni passi dalla fossa ancora aperta e Walker si diresse da quella parte, scorgendo visi pallidi e occhi tanto sgranati che sembrava dovessero saltare via dal cranio. Facendosi strada a fatica, riconobbe Archibald Cornwell, il viso sfigurato dalla disperazione, che tentava di trattenere una donna che sulle prime non riconobbe.
Dovrebbe essere una delle ereditiere degli Ardlay... l'ex pupilla di William...
Ed era proprio verso di lui che gridava e piangeva, chiamandolo con il suo secondo nome, Albert. Ma Albert non poteva risponderle, perché giaceva accasciato tra le braccia di Georges Villers, inginocchiato a terra, che lo teneva sotto le ascelle e aveva il suo capo poggiato mollemente sulle gambe.
Stava mormorando qualcosa, con voce rotta, che sembrava una preghiera e il dottor Stevenson era chino alla sua destra, cercando il battito sul collo del patriarca, poggiando l'orecchio al petto, quindi avvicinando due dita sotto le narici. Senza riuscire a proferire parola, si rese a malapena conto che accanto a lui c'era proprio Terence Graham, intento a invocare Dio a bassa voce con le labbra ceree e che al suo braccio era aggrappata quella che gli parve la signorina Brighton, silenziosa e in un mare di lacrime.
Stevenson stava cercando di rianimare William Ardlay, ma nessuna delle sue manovre parve funzionare, perché il corpo rimaneva immobile, gli occhi chiusi.
"Dio mio, quest'uomo è morto!", proruppe Stevenson con voce rotta, provocando una serie di reazioni che gli parvero avvenire a rallentatore.
"NOOOO!", gridò la donna bionda, inarcandosi contro Archibald Cornwell che aveva affondato il volto sulla sua spalla, stringendosi a lei come per dare e ricevere conforto, sostenendola quando, misericordiosamente, perse i sensi.
La Brighton lanciò un grido a sua volta e Graham restò impietrito, con gli occhi spalancati, mentre lei si accasciava a terra con le mani ancora appese al suo braccio.
Una signora più anziana abbracciò quello che doveva essere suo marito, il quale si tolse il cilindro e abbassò il capo.
Georges Villers, invece, scoppiò in singhiozzi, chiamando William a voce così bassa che lui lo udì solo perché gli lesse il labiale. Frank Stevenson si tolse a sua volta il copricapo e guardò alle proprie spalle, come cercando qualcuno.
Annichilito da quell'evento assurdo quanto improvviso, Walker seguì il suo sguardo e la vide, seduta a terra con le gambe ripiegate di lato, la mano protesa verso la fossa aperta, intenta a dire a sua figlia morta parole che furono portate via dalle grida e dal vento.
Margaret Moore, con un leggero sorriso e l'espressione quasi serena.
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Le campane suonavano per annunciare una morte.
Candy le udiva mentre la coscienza tornava, impietosa, strappandola dal torpore. Facendola svegliare in un mondo senza Anthony. Archie e Stair erano sulla soglia del balconcino della sua stanza, con gli occhi pieni di lacrime e le confermavano quello che già sapeva: il ragazzo dolce che le aveva dedicato una rosa aveva cessato di esistere nel momento stesso in cui era caduto da cavallo.
"Sono... sono per Anthony queste campane, non è vero?", chiese sedendo sul letto, il petto che si alzava e si abbassava alla ricerca d'aria.
"Sì, Candy, mi dispiace", mormorò Archie asciugandosi gli occhi.
Stair le diede le spalle: "E pensare... che solo stamattina... ridevamo e scherzavamo!". Cominciò a sussultare, scosso dai singhiozzi.
Candy asciugò le proprie lacrime e si costrinse a scendere dal letto per abbracciare il suo amico
abbracciare...
ma quando cercò di circondarlo, incontrò solo l'aria. Stair si voltò per guardarla, sorridendo con gli occhi umidi e cominciò a diventare trasparente.
Consolare, offrire un porto sicuro...
"Povera Candy...", mormorò svanendo definitivamente. Il suo sguardo spalancato dallo stupore incontrò quello di Archie, ora di fronte a sé.
Tutto questo è già accaduto.
"Archie... dov'è Stair?! Perché è andato via?!", gridò, con il cuore che accelerava nel petto. C'era qualcosa di sbagliato, di terribilmente sbagliato in quello che stava accadendo e d'improvviso la morte di Anthony divenne un dolore sordo e pulsante, ma lontano... lontano nel tempo.
"Mi dispiace, Candy", ripeté Archie e lei si ritrovò a scuotere la testa con la bocca aperta su parole impossibili da sciogliere.
No...
"Stair è con Anthony, adesso".
No!
"E con lo zio William... poveretto, era così anziano...".
NO!
Lo zio William, il suo tutore, colui che le aveva dato un'istruzione e una casa. Un uomo che lei aveva avuto modo di ringraziare personalmente in un giorno di sole, scoprendo che era anche un Principe. Il suo Principe della Collina.
Albert...
Lo zio William non era anziano! Lui è... è Albert! Cosa stai dicendo?! Avrebbe voluto urlare quelle parole perché raggiungessero Archie e divenissero una realtà in quel preciso istante. Materializzandosi nella figura tanto amata. Ma non accadde e lei poté solo piangere la sua miseria, ritrovandosi da sola quando Archie uscì dalla porta lasciandola nella stanza, a singhiozzare inginocchiata a terra.
E non era più sul pavimento, ma sull'erba e da lontano arrivava il suono di una cornamusa. Ne riconobbe la melodia e fu colta da una nostalgia così struggente che avvertì una fitta al cuore e pianse più forte, rovesciando il capo verso il cielo.
Incontrandone due spicchi, sorridenti e sereni, fissi su di lei "Sei molto più carina quando ridi che quando piangi".
"A... Albert... A...". La voce era poco più di un sibilo inutile e lei protese un braccio tremante, anelando solo di toccarlo, di poterlo sfiorare per l'ultima volta.
"Sorridi sempre, Candy... amo i suoi sorrisi!". I lunghi capelli biondi scintillavano al sole e il suo caro sorriso era un fuoco caldo nel gelo che la stava attanagliando, mandandole ondate di dolore per tutto il corpo come brividi.
"Non lasciarmi, non lasciarmi anche tu, Albert... ALBEEEERT!".
"Candy, ti prego, smettila, calmati!". Di chi era quella voce? E quelle braccia che cercavano di trattenerla mentre si divincolava per raggiungerlo?
"La... lasciami! Devo andare da lui, devo andare da Albert! Sta andando via!".
"Non dire così, Candy, ti prego!".
Annie?
"Albert... Albert! Voglio andare da Albert, sta andando via!", gridò più forte, liberandosi finalmente dalla stretta di ferro della ragazza. Non credeva che Annie fosse tanto forte.
"Albert è morto, Candy, non puoi fare nulla!".
Si bloccò. Smise di respirare. Forse smise persino di vivere per un istante, perché il mondo sembrava fermo e congelato fuori dalla finestra, anche se non stava ancora nevicando.
La finestra... il letto... la mia camera. La mia piccola casa solitaria. Come ci sono arrivata qui?
Il petto si riempì d'acqua, acqua salata come quella del mare nel quale aveva dato l'ultimo addio a Stair e risalì lungo la gola. Candy temette di affogare e rilasciò un respiro pesante, mentre quel mare si riversava sul suo viso.
"No, non è vero. Non...". Era davvero la sua voce quella?
"Candy... Candy, mi dispiace, scusami, io...".
"NON è vero, mi hai sentita?!", sbottò voltandosi verso Annie che aveva gli occhi umidi e spalancati. "Albert non può morire! Lui... lui ha viaggiato tanto, è uno spirito libero ed è sopravvissuto persino all'esplosione di un treno! Non può morire, Albert non deve morire!".
Il volto di Annie si contorse e i lineamenti si contrassero nel pianto: perché piangeva? Lei aveva Archie al suo fianco, mentre a lei... cosa rimaneva? Neanche più un uomo amato in segreto che poteva restare suo amico e confidente.
"Candy, ti prego, torna a letto... hai avuto la febbre alta". Annie sembrava disperata e tentò di fermarla mentre camminava come un automa verso la finestra. Cosa voleva fare, di preciso? Emulare Patty che aveva tentato di togliersi la vita? O se stessa nel momento in cui il medesimo pensiero le aveva sfiorato la mente con mani macabre? No, forse voleva solo guardare come era un mondo senza Albert... un mondo in cui non lo avrebbe più rivisto, né sentito il suono della sua voce o della sua risata fresca e contagiosa.
Perché Albert non era semplicemente sposato con un'altra donna, no. Albert era morto, aveva smesso di esistere e lei non lo avrebbe più incontrato neanche per sbaglio.
Che sciocca sono stata! Avevo così paura di rivederlo e di stare male per lui che ora... ora...
Singhiozzò pietosamente, negando la realtà e chiamando il suo nome, piangendo fino a che le gambe non la ressero più e cadde in ginocchio come nel suo sogno. La voce di Annie divenne lontana, indistinta, si accavallò con altre maschili. Archie? Terence? Non lo sapeva. Sapeva solo che voleva morire in quell'istante e raggiungere davvero Albert. Raggiungerlo e condividere con lui l'eternità.
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Terence strinse la sigaretta tra indice e medio. La mano era gelida e non solo perché la teneva protesa fuori dalla finestra della stanza di Candy, ma anche perché il freddo si irradiava dall'interno del proprio corpo e pensava che le cose non sarebbero cambiate nemmeno se si fossero trovati in piena estate sotto al sole della Florida.
Gli occhi cercarono un punto lontano, oltre la scia di fumo che saliva dalla prima sigaretta che si concedeva in due anni: l'ultima l'aveva fumata la notte in cui era morta Susanna.
Oggi, ne aveva bisogno per accettare una morte ancora più assurda e inaspettata, che gli appannò la vista di nuove lacrime mentre finalmente posava lo sguardo su un pino che si stagliava dietro ad alcune case, verde e imponente nonostante l'inverno.
Granitico, incrollabile, proprio come eri tu, amico mio.
Aspirò il fumo tra le labbra tremanti e dal letto dietro di sé provenne un lamento.
"Albert... Albert...". Il dolore nella voce di Candy gli spezzò il cuore e lui gettò via la sigaretta richiudendo la finestra, sedendo accanto a lei. Si muoveva e afferrava le coperte quasi volesse artigliarle e strappare via il tessuto, come avrebbe fatto col destino.
Un destino malefico e beffardo che si era portato via una delle persone più gentili che avesse mai conosciuto. Che lo aveva salvato e fatto infuriare, che aveva picchiato e che gli aveva quasi rotto il naso. Che aveva cercato di comprendere e perdonare. Che era tanto lontano dal concetto di morte perché tutto in lui era vita.
Il desiderio di libertà, il suo amore per i viaggi, persino l'avvicinarsi di una paternità che non credeva sua e di cui ancora non aveva alcuna notizia.
Terence prese un fazzoletto e, con cura e dedizione, asciugò un velo di sudore dalla fronte di Candy. Il dottor Leonard l'aveva visitata e le aveva dato un calmante molto forte per farla dormire.
"Almeno potrà riposare e domani... se vorrà...". La voce del medico si era spezzata e più tardi aveva appreso da Archie che conosceva molto bene Albert e gli Ardlay, essendo il loro medico di famiglia.
"È stato lui a mandarlo nella stanza numero zero del Santa Joanna, quando era senza memoria. Nonostante ciò, Albert... lui lo ha perdonato e...". E anche Archie aveva dovuto stringere gli occhi e voltarsi per non mostrargli le lacrime.
Annie lo aveva accompagnato a casa, convincendolo a fatica, perché avevano vegliato Candy tutta la notte e avevano entrambi bisogno di riposare.
Ora toccava a lui.
Da due giorni prima, quando la tragedia aveva reso il giorno del funerale della moglie di Albert una sorta di funesta manifestazione del fato, era scoppiato una specie di putiferio. Gli pareva ancora di udire il vociare irritante dei giornalisti mentre dal cimitero correvano in ospedale, in uno strenuo quanto inutile tentativo, ed era stato necessario l'intervento di una decina di poliziotti. Gli si accapponò la pelle ricordando il lamento straziato di Georges Villers, il braccio destro di Albert, che aveva avuto un collasso ed era stato costretto a sua volta a ricorrere alle cure mediche del Central Hospital dove giaceva il corpo ormai senza vita del patriarca che aveva praticamente cresciuto. E rivide le occhiaie sul viso pallido di Archie, che era uscito dalla sala medici rassicurando Annie che stava vegliando Candy, sedata in un'altra stanza in stato di grave shock.
Tutto era stato confuso e folle e la sua Tarzan Tuttelentiggini aveva alternato momenti di lucidità nei quali invocava Albert e piangeva ad altri, come quello, nei quali sembrava in preda a incubi innominabili. L'unica nota positiva in tutto quel caos, se così la si poteva chiamare, era che i Lagan non sarebbero arrivati in tempo per i funerali, visto che dalla Florida il viaggio sarebbe stato troppo impegnativo per organizzarlo in soli tre giorni.
D'altra parte, sia Archie che Georges erano stati concordi sulla necessità di non attendere troppo tempo perché i media avevano letteralmente assediato la residenza principale di Chicago e l'ospedale e girava voce che qualcuno volesse intrufolarsi per scattare una macabra foto da pubblicare e dimostrare che il patriarca era morto veramente.
Terence scostò un ricciolo dalla fronte pallida ma più fresca di Candy, chiedendosi se sarebbe stata davvero in grado di presenziare al funerale di Albert, non solo per il dolore che la stava mandando in pezzi, ma anche perché la situazione con la stampa stava davvero sfuggendo di mano e lui non era certo che potesse reggere tanta tensione.
Girava voce che il bambino fosse morto o fosse stato abbandonato perché deforme; che Lilian non fosse morta di parto ma per lo sgomento di aver generato un erede non all'altezza delle aspettative; e che Albert, a sua volta, non avesse retto al colpo e fosse morto di crepacuore seguendo la sua adorata moglie.
Se solo sapessero...
Una lacrima scese lenta sul volto di Candy, attraversò le lentiggini per cui l'aveva sempre presa in giro e cadde sul cuscino: Terence credette di affogarvi. Aveva riflettuto sul fatto che il bambino fosse semplicemente nato, che Albert avesse scoperto che non era suo figlio e che stesse decidendo sul da farsi. Tuttavia, ogni congettura era stata subito adombrata da quella morte improvvisa che sembrava davvero un attacco di cuore, come avevano confermato i medici dell'ospedale. Alla parola 'autopsia', Archie era inorridito al punto che non ne avevano più parlato.
"Non farete scempio del corpo di mio zio... di Albert, toglietevelo dalla testa!", aveva detto con voce cupa.
D'altronde, William Albert Ardlay non aveva parenti in vita se non i suoi nipoti e dubitava che Neal avesse cervello o giudizio per decidere sul da farsi.
Le palpebre di Candy tremarono e i suoi occhi ancora annebbiati dal sedativo si guardarono brevemente intorno prima di incontrare i propri: erano così diversi da quelli pieni di luce e di vita che era abituato a vedere! Se solo avesse potuto farsi carico della sua sofferenza l'avrebbe fatto perché, nonostante tutto, l'amava ancora tanto. Non sapeva se quel sentimento si stesse modificando in qualcosa di più fraterno, ma sapeva che si trattava di qualcosa di così potente che voleva solo che smettesse di provare dolore, perché gli faceva un male del diavolo.
"Te...rry?", mormorò stringendogli un nodo in gola. Sembrava così fragile e vulnerabile...
"Vuoi un po' d'acqua?", chiese cercando di non far tremare la voce.
"Quindi... è vero? Non è solo un incubo?", domandò rassegnata, mentre le lacrime cominciavano a scorrere quasi sapessero già la verità senza bisogno di conferme.
Scosse la testa, cercando di non crollare davanti a lei, ma sapendo già che avrebbe fallito: "No, Candy, non è un incubo. È... è tutto reale. Mi dispiace tanto, Albert è morto...".
E l'abbracciò, Terence, mentre lei scoppiava in singhiozzi stringendolo a sua volta, ripetendo ancora e ancora quel nome. Il nome di colui che amava e che Terence aveva davvero considerato un amico. E singhiozzò anche lui, senza poterselo impedire, piangendo con Candy una perdita troppo prematura e priva di senso perché potesse accettarla.
Ci sarebbe voluto del tempo. Molto tempo.
