Grazie dei commentia Miluzka, MariaGpe22, Mary Silenciosa, Dany Cornwell, Cla1969, Eydie Chong, Ericka Larios; Charlotte: sarebbe bello se la morte di Albert non fosse reale, vi capisco perfettamente. Ethan comunque armeggiava con tanti tipi di veleno e non si sa cosa ci fosse in quella siringa. E certamente Margaret è un'assassina. Ed ecco a voi il capitolo seguente...

- § -

- § -

- § -

You used to captivate me by your resonating light
Now, I'm bound by the
life you left behind
Your face it haunts my once pleasant dreams
Your voice it chased away all the sanity in me

These wounds won't seem to heal, this pain is just too real
There's just too much that time cannot erase

(...)

I've tried so hard to tell myself that you're gone
But though you're still with me, I've been alone, I'm alone

(Mi affascinavi con la tua luce risonante
Ora, sono legata alla vita che ti sei lasciato alle spalle
Il tuo viso infesta i miei sogni una volta piacevoli
La tua voce ha scacciato tutta la sanità mentale in me

Queste ferite non sembrano guarire, questo dolore è semplicemente troppo reale
Ci sono troppe cose che il tempo non può cancellare

(...)

Ho provato così a lungo a ripetermi che te ne sei andato
Ma anche se sei ancora con me, sono rimasta sola, sono sola)

My immortal - Evanescence


L'ultimo atto di Ethan

"Candy, sei sicura di farcela?".

Lei annuì, guardando Annie dal riflesso dello specchio, sistemandosi il colletto dell'abito nero che solo tre giorni prima aveva indossato al funerale di Lilian. Il suo viso era irriconoscibile persino a se stessa: aveva gli occhi rossi e così gonfi che pareva l'avesse punta un insetto velenoso. Le lacrime sembravano non voler smettere di scendere né di giorno, né di notte e l'immagine di Albert freddo e chiuso in una bara le gelava il sangue nelle vene.

Il mio Principe della Collina, luminoso e caldo come il sole... steso in una tomba, rigido e immobile.

Il dolore era così acuto e ripetuto che ormai le pareva di ricevere dei colpi su un callo indurito. Dalla negazione stava già passando alla rassegnazione e si sentiva, forse in modo assurdo, in colpa.

"Candy...".

"Sto bene, Annie. Possiamo andare". Lei le pose una mano sulla fronte, fissandola bene come se la stesse studiando.

"Sei molto forte, lo sai? Io non credo che riuscirei...". Incredibilmente, fu Annie a scoppiare in singhiozzi, soffocandoli con una mano sulla bocca.

Andiamo, Annie, non piangere! Sei sempre la solita, lo sai? Avrebbe voluto dirle le parole che le ripeteva quando erano bambine, ma riuscì solo ad abbassare gli occhi sul pavimento, conscia che sarebbero uscite ben altre frasi: che hai da piangere?! Il tuo Archie è vivo e in salute e presto lo sposerai! Gli puoi parlare, sentire il suono della sua voce, il calore del suo abbraccio, a me invece cosa rimane?! Una marea di ricordi e il rimpianto di non avergli confessato i miei sentimenti in tempo!

"Perdonami, Candy. Tutto questo ha colpito molto anche me".

Candy non rispose e seguì Annie fino alla soglia di casa: fuori, le prime nubi si stavano addensando nel cielo, sicuramente foriere di neve. Il tragitto fino al cimitero fu una sorta di viaggio verso l'ineluttabile. Candy sentiva la presenza di Annie sul sedile accanto al suo, nella macchina con la quale era andata a prenderla, eppure lei si trovava a mille miglia da lì.

Era sulla Collina di Pony e aveva di nuovo sei anni: un buffo ragazzo in kilt e cornamusa la faceva sorridere e le diceva che era più carina quando rideva che quando piangeva. Ora si trovava su una barchetta e la corrente la stava trascinando inesorabilmente verso la cascata. Gridava aiuto e sapeva che sarebbe morta. Ma uno strano tipo con la barba e gli occhiali scuri le aveva offerto riparo vicino a un fuoco dopo averla salvata e le stava mettendo tra le mani una minestra calda. Mesi dopo l'abbracciava, consolandola per la morte di Anthony, promettendole che si sarebbero rivisti quando fosse tornata a sorridere.

La macchina prese una svolta e Candy mise una mano sul finestrino freddo, mordendosi il labbro per non piangere di nuovo.

Albert la chiamava da un vicolo buio di Londra, la stringeva fra le braccia e la faceva girare come su una giostra improvvisata; lo vedeva, sulla soglia della modesta capanna dello zoo in cui lavorava, ridere di cuore mentre prendeva fra le mani la tartaruga di Patty.

La macchina si fermò e il suo corpo si mosse meccanicamente per scendere dalla vettura. Coraggio, Candy, appoggiati a me. Archie. Terence al suo fianco. Annie dall'altro lato. I Cornwell e i Brighton con il capo chino e alcuni membri del clan con i visi sconvolti. Un piede davanti all'altro, un passo dopo l'altro verso l'ultimo viaggio del suo Albert.

Così diverso da quello in Africa: persino le sue lettere profumavano di sole e di gioia. Il suo cuore e la sua anima erano lì, tra le proprie dita, impresse nella carta al pari delle parole scritte con la grafia ordinata ed elegante. Il suo volto pallido su una barella, la sua disperazione da smemorato. La corsa, nella notte, per ritrovarlo e pregarlo di restare. Io ti guarirò, non te ne andare. La vita, vissuta come fratelli giorno dopo giorno, per due anni. Nello stesso appartamento, dormendo persino nella medesima stanza, l'odore e la presenza di lui che le riempivano la vita.

Ed era davanti alla sua tomba, fissando la bara di mogano lucido, desiderando solo che fosse aperta e potesse vedere i suoi occhi limpidi come il cielo estivo. Quello che aveva visto il giorno in cui aveva scoperto che lo zio William era lo stesso Albert che l'aveva lasciata sola nel loro appartamento; lo stesso cielo che, in un pomeriggio di primavera, l'aveva guardata a un soffio dal pianto quando le aveva confessato di essere il suo principe, quello che aveva sognato per anni. Gli occhi tanto amati e rassicuranti che l'avevano fissata tante volte, prima con dolcezza e quindi con qualcosa di più grande, che le faceva battere forte il cuore.

Gli occhi delusi, feriti e piangenti che le avevano detto addio quando era stato costretto a sposare un'altra donna.

Torna, ti prego, resta accanto a lui. Albert ha bisogno di te, devi salvarlo!

Strinse le palpebre, facendo scivolare due grosse lacrime sulle guance. Sentì che qualcuno si avvicinava, ma non le aprì.

Mi dispiace, zia Elroy. Ho fallito, stavolta non sono riuscita a salvare Albert... Perdonami...

Persino le ultime parole che aveva rivolto ad Albert prima che morisse stonavano con la realtà: cosa gli aveva detto? Che per lui ci sarebbe stata sempre... E invece...

"Signorina Candy". La voce, soffocata e tremante, era quella di Georges e lei alzò il viso sull'uomo che rappresentava l'ultimo vero legame che avesse con Albert. Senza esitare si gettò fra le sue braccia, stringendogli i lembi della giacca e piangendo pietosamente, laddove pensava davvero di non averne più la forza o la capacità.

A quanto pareva si sbagliava.

Udì i sussulti del petto dell'uomo e le sue braccia che, timide, si posavano sulle proprie spalle. Il caro Georges piangeva in modo composto e quella consapevolezza le spezzò ancor di più il cuore.

"Si faccia coraggio, signorina Candy", singhiozzò.

Voleva rispondergli, dargli un cenno di consolazione a sua volta, trasmettergli tutta la sua vicinanza, ma non ci riuscì: era ottenebrata dal proprio dolore e non sapeva quando sarebbe stata in grado di essere di nuovo utile a qualcuno. D'improvviso, ripensò alla Casa di Pony, alle sue mamme, ai bambini. Qualcuno li aveva avvisati? Avevano letto la notizia sui giornali? Erano preoccupati per lei? Si rese conto che aveva vissuto in una sorta di limbo infernale per tre giorni, perdendo il contatto con l'orribile realtà. E non era ancora finita.

Cercò di ricomporsi quanto possibile e restò appoggiata a Georges, accecata dalle lacrime, mentre il sacerdote chiedeva a tutti di fare il segno della croce.

Non sta succedendo veramente... Mio Dio, dimmi che non sta succedendo veramente!

Invece stava succedendo e, di nuovo, il gelo calò su di lei. E con esso, il primo fiocco di neve dopo settimane.

- § -

Fu la sensazione opprimente che non ci fosse aria a indurre il risveglio.

Era stato vittima di un'esplosione su un treno in Italia e ora si trovava in un campo profughi, dove tutti lo avrebbero guardato con sospetto e dove solo una persona sarebbe stata tanto gentile da aiutarlo a tornare a casa, in quella Chicago che era l'unica cosa invocasse nel delirio.

Un momento, questo è già successo.

Le palpebre si spalancarono con una sensazione di panico crescente e incontrarono solo l'oscurità. Non aveva mai temuto il buio, ma la mancanza di ossigeno, l'assenza di una luce lunare e la certezza di trovarsi in un luogo stretto e umido furono sufficienti a scatenare in lui un terrore atavico.

Albert si mosse e incontrò la solidità di quello che sembrava legno. Era steso in una cassa di legno. E il respiro affannoso gli sembrava nebbia calda e densa.

Con un urlo quasi animale, si mosse per cercare di aprirsi un varco a forza di braccia, avvertendo le avvisaglie inquietanti della claustrofobia quando si rese conto che non riusciva nemmeno a sollevarsi. I piedi sbatterono sulla base di quella che, a quel punto, era certo fosse una bara.

Dio onnipotente, sono sepolto vivo!

Gridò, scalciò, si divincolò come un felino in trappola per lunghi istanti, ricordando con orrore un racconto sul seppellimento prematuro che aveva letto qualche anno prima, nella biblioteca di famiglia. Non era solito leggere libri di quel genere, ma quella storia di Edgar Allan Poe ora gli parve la cosa più vicina alla tragica realtà che stava vivendo.

E, come in quel racconto, pregò che fosse solo un incubo.

Ma no, non lo era la voce che ora usciva con un rantolo perché la gola gli bruciava a forza di gridare, riarsa per una sete che lo consumava come una febbre. Non lo era il sudore viscido che sentiva colare lungo le tempie e sul collo. E non lo era il battito cardiaco impazzito che gli rimbombava nelle orecchie.

Non ricordava come fosse finito lì, qualcuno doveva averlo colpito forte oppure...

Oppure mi hanno drogato di nuovo.

Non gli importava, voleva solo sopravvivere: se aveva ancora un po' d'aria lì dentro non doveva essere rinchiuso da molto, quindi s'impose di raccogliere tutte le energie residue e ricominciò a gridare aiuto.

Chi mi ha chiuso qui ignorerà le mie urla... sono a sei piedi sotto terra... forse è davvero finita...

Albert ebbe la netta impressione di udire delle voci, forse note, tuttavia non era certo che si trattasse di qualcuno all'esterno. Piuttosto poteva trattarsi dei suoi cari che lo stavano reclamando, inducendolo a recarsi nel luogo giusto.

I movimenti sempre più lenti, il respiro ridotto a un sibilo nella gola arida come il deserto, Albert perse poco a poco la lotta con la realtà.

- § -

Candy spalancò gli occhi, certa che il dolore l'avesse davvero fatta impazzire.

Sussultò così forte, nell'abbraccio di Georges, che l'uomo si volse verso di lei per guardarla: "Cosa c'è, si sente male?".

"Non hai sentito?", chiese fissandolo con gli occhi spalancati.

Il sacerdote continuava a parlare del Cielo e del Paradiso e lei provò l'assurdo impulso di dirgli di tacere.

"Cosa dovrei...". Di nuovo quel richiamo, lontano e attutito, come se chi lo stesse gridando fosse

sepolto

lontano almeno mezzo miglio.

Stavolta, però, la richiesta d'aiuto dovette giungere anche alle orecchie di Georges, perché troncò la frase e spalancò a sua volta le palpebre. Si voltarono nello stesso istante verso la fossa, guardando in basso, Candy stringeva ancora forte il braccio dell'uomo quasi temesse di cadere.

"La prego, padre, stia un attimo in silenzio!". Georges aveva fatto quella richiesta con gentilezza, ma con urgenza tale nella voce che salì un mormorio stupito da tutti coloro che erano attorno. Persino il sacerdote parve sconvolto, quando lo vide staccarsi da lei per chinarsi sulla tomba aperta.

Ora i pazzi erano entrambi.

"Che succede?". Era Terence, che li aveva raggiunti e le aveva messo le mani sulle spalle. Archie e Annie erano rimasti alla loro destra, abbracciati e stravolti come se non capissero: erano troppo lontani per averlo sentito, dopotutto.

Il cuore le rimbombò nelle orecchie mentre alzava il viso su Terry, muovendo le labbra senza emettere neanche un suono. E dovette per forza giungere anche alle sue orecchie quell' "aiuto" roco, lontano. Sepolto. Terence sbatté le palpebre e guardò a sua volta in direzione della tomba, impallidendo visibilmente.

"Gesù Cristo", mormorò con le labbra ceree e Candy pensò che avrebbe perso i sensi anche prima di lei. Terence la prese per le spalle e quasi la spostò fisicamente. Inciampò e per poco non cadde, urtando Annie che si era avvicinata e si premeva un fazzoletto sulle labbra.

Archie, al suo fianco, pareva un fantasma: "Che diavolo succede?!", sbottò vedendo Terence chinarsi al bordo della fossa accanto a Georges e parlare con lui a bassa voce.

Candy fece appena in tempo a portare un dito tremante alla bocca che Terence gridò: "State tutti zitti, per cortesia!".

Il brusio divenne un coro di voci indignate e Archie fece un passo avanti: "Ma insomma, sei forse impazzito, Grandchester?! Ti rendi conto che...?".

"La prego, signorino Cornwell!", s'intromise Georges e fu come le avesse detto delle parole magiche. Ogni voce cessò e Candy si unì ai due uomini, chinandosi e affondando le mani nella terra, in ascolto.

Il grido d'aiuto non si ripeté, ma dalla bara salì una sorta di pianto, di lamento che, seppur cavernoso e affatto chiaro, portava in sé le vestigia della voce cara di Albert.

"Dio... oddio, Albert, ALBERT!", gridò senza più contenersi, ma fu certa che nessuno l'avrebbe più presa per folle. Georges si stava alzando, gridando a gran voce che venissero dei becchini con scalpelli e attrezzatura per aprire la bara, mentre Terence...

"Che diamine sta facendo?! Che succede?". Urla e voci isteriche. Terry che si calava nella fossa e cominciava a chiamare il nome di Albert cercando, assurdamente, di aprire il coperchio a mani nude.

Impossibile, eppure lei stessa afferrò i lembi del vestito e scivolò dentro, scatenando nuove esclamazioni di stupore: se poteva arrampicarsi sugli alberi non sarebbe stata una tomba aperta a fermarla, soprattutto se il suo Albert era davvero vivo, lì dentro! Avrebbe usato le unghie e i denti, in senso letterale se fosse stato necessario.

Non credeva che, sconvolta com'era, avrebbe trovato una forza tanto sovrumana, ma l'adrenalina che si riversava nelle vene le diede un'ondata di energia tale che si ritrovò anche lei a lottare con il dannato coperchio assieme a Terence, chiamando a gran voce il suo principe.

"Toglietevi di mezzo!". Candy alzò il viso, sbattendo le palpebre per scacciare il sudore e la terra, appena consapevole dei fiocchi di neve che si mescolavano con il sudiciume sul suo viso.

"Vieni, Candy, facciamo lavorare loro!", disse Terence col fiato corto, allungandole una mano per aiutarla a risalire. Georges li aiutò a issarsi e Candy dovette aggrapparsi a lui, ma sentì anche le braccia di Terence sull'altro lato del corpo. Dopo le forze che l'avevano mossa poco prima, ora credeva davvero che sarebbe svenuta: la testa le ronzava e il battito del cuore era un'unica pulsazione che andava dal capo alle caviglie.

Non posso, devo restare vigile, devo salvare Albert!

"Buon Dio, siete tutti impazziti?!", sbottò un signore anziano con un cilindro e un bastone, la lunga barba bianca che spiccava sul cappotto nero come un manto nevoso. Manto nevoso che cominciò ad accumularsi sul terreno, ma a cui nessuno parve fare caso. Ben pochi ombrelli erano stati aperti, nel caos generale.

"Abbiamo sentito una voce provenire dalla bara, signor Donovan", spiegò Georges con la voce così tremante di emozione che non pareva nemmeno lui.

"È così, l'ho sentita anch'io!", s'intromise. "E anche tu, non è vero, Terence?". Lui annuì, spazzolandosi i pantaloni scuri sporchi di terra e l'uomo, di certo membro anziano del clan, scoccò loro un'occhiata che poteva essere parimenti d'incredulità e rimprovero e si defilò quasi temesse di essere coinvolto in qualche macabro gioco.

Candy poteva comprenderlo, ma non gli dedicò che uno sguardo distratto, perché la sua attenzione era calamitata verso la fossa, dove gli uomini gridavano e battevano con grossi martelli, cercando di schiodare il coperchio. Strinse le mani tra loro, intrecciando forte le dita, ritrovandosi a pregare.

"Fate presto, vi supplico!", gridò sporgendosi un poco, allentando la presa sul braccio di Georges.

Con un ultimo colpo di scalpello, il coperchio saltò via e Candy guardò con orrore il viso pallido e privo di sensi di Albert spiccare nella bara.

No, non morirà, non di nuovo. Non lo permetterò mai!

Senza più pensare, ignorando le grida e i richiami di Georges e Terence, si calò di nuovo nella fossa e finalmente fu accanto al corpo esanime di Albert. Lo chiamò per nome, lo urlò, poi si ricordò che era un'infermiera e cercò il battito sul collo con dita gelide e tremanti, accucciandosi accanto a lui.

Battito flebile, respirazione leggera e superficiale.

Ma era vivo, vivo! Piangendo e tremando, Candy tentò di riprendere il controllo su se stessa, ricordando cosa si dovesse fare in quei casi. Anche se respirava e il cuore batteva, non ci pensò due volte e aprì la mascella afferrandola con una mano, mentre con l'altra stringeva le narici.

Pose la bocca su quella di Albert e soffiò aria, forte. Riprese fiato, contò fino a tre e ricominciò, poggiandogli un orecchio sul petto per monitorare il battito cardiaco.

Una volta. Due. Tre.

Albert prese un respiro più profondo e tremante e tossì, sollevandosi un poco. Le lacrime l'accecarono mentre ringraziava Dio e lo abbracciava sperando di non soffocarlo di nuovo.

È vivo! Vivo per davvero!

"Chiamate un medico!", tuonò la voce forte di Georges, ma lei lo udì appena, perché non poteva distogliere gli occhi da lui. Da lui, che era ricaduto in quell'inutile cassa di legno cercando di stabilizzare il respiro mentre la fissava, incredulo e palesemente confuso, forse persino sotto choc. Anche se ne aveva passate tante, era certa che non gli fosse mai capitato di essere sepolto vivo.

"Candy, eri tu che mi stavi baciando?", mormorò con un filo di voce, inondandola di gioia. In lei, avvenne un disgelo così potente che non avrebbe mai immaginato di provarlo a così pochi minuti dalla disperazione più nera.

Candy singhiozzò forte e gli rivolse un leggero sorriso mentre piangeva: "Dovresti essere tu il principe, invece ti sei messo a fare la bella addormentata! Ho dovuto scambiare i ruoli!". E senza aspettare la sua risposta, si gettò di nuovo fra le sue braccia.

Sentì una mano tremante posarsi sui suoi capelli, in un tentativo di carezza e aspirò l'odore del corpo di Albert dove il cuore era tornato a battere in maniera forte e regolare: non era il suo solito profumo e sapeva di terra, di sudore e di giorni interi in una stanza buia e solitaria. Ma era comunque meraviglioso. Non sapeva come diamine avessero fatto a darlo per morto, né se fosse tornato a vivere per un miracolo.

Seppe solo che, mentre ancora lo stava stringendo, qualcuno la trasse via e lei si oppose con forza: "No, voglio stare con lui, non portatemi di nuovo via da Albert!".

"Signorina, faccia passare il dottor Stevenson, dobbiamo portarlo in ospedale, la prego!".

Il corpo non le rispondeva più, la vista era annebbiata eppure, prima di perdere definitivamente i sensi, Candy si riempì gli occhi dell'immagine di Albert, il viso pallido e smunto, che le sorrideva e la illuminava con i due spicchi di cielo che amava tanto.

- § -

Frank si mosse come in sogno: per qualche istante pensò di aver bevuto e di trovarsi su una sorta di palcoscenico burlesco che il suo cervello gli stava proponendo mentre dormiva.

Invece era sveglio, sveglio e vigile e aveva appena assistito a una resurrezione sotto ai suoi occhi pragmatici di medico. Contro ogni principio che aveva studiato, si ritrovò ad ascoltare un cuore che batteva e il respiro solo un poco affannato in un uomo che fino a dieci minuti prima era chiuso in una bara che stava per essere ricoperta di terra.

Rabbrividendo di orrore e di freddo, accettò il cappotto che gli passò Georges Villers e lo pose su quello che era appena diventato un paziente: "Qualcuno chiami un'ambulanza! Bisogna scaldarlo e reidratarlo!". Controllò il volto di William Ardlay e notò che aveva quasi le labbra blu, nonostante il cappotto che gli avevano messo sopra, e tremava in maniera incontrollabile. Forse gli stava salendo la febbre.

In quella fossa erano diventati decisamente troppi e sopra di loro le voci divennero una sorta di confusione caotica tra uomini che impartivano ordini, donne che gridavano e svenimenti. Mentre risaliva con l'aiuto di un tipo con un ombrello chiuso appoggiato al braccio e di un giovane che poteva essere suo figlio, Frank incontrò gli occhi di Margaret e vi lesse l'orrore.

La donna sembrava avere tutta l'intenzione di andarsene e si accostò alla cameriera che l'accompagnava.

"Tiratelo fuori di lì, lo portiamo in ospedale noi!". Gridò Archibald Cornwell in tono urgente, ancora chino sulla signorina White, che si stava riavendo proprio in quell'istante e chiedeva di andare con loro.

Quella ragazza è innamorata di lui... non ho mai visto tanta disperazione sul viso di qualcuno.

Cercando di attraversare il mare di gente che sembrava volersi riversare sul patriarca redivivo, Frank andò contro corrente e raggiunse la donna, afferrandola per un braccio: "Dove vai?!", le chiese.

"Dove vuoi che vada?! Non c'è più nessun funerale a cui assistere, me ne torno a casa a rinchiudermi nel mio dolore!". Il tono era agitato e lo sguardo saettava da lui alla tomba aperta come se temesse che qualcuno potesse gettarvela dentro.

"Tu hai paura", disse stupito. E non era una domanda.

"Paura?! E di cosa dovrei avere paura ormai? Ho perso la mia unica figlia e neanche tu che eri suo padre sei riuscito a salvarla!". Si era incamminata verso l'uscita e lui la seguì, senza preoccuparsi della cameriera personale che le era al fianco e procedeva a testa china fingendo di non ascoltare. Ormai non serviva a nulla tacere.

"Cosa è successo il giorno del funerale di Lilian? William Ardlay si è sentito male mentre ti stava consolando e quando è crollato tu sembravi intenta a parlare con lei! Cosa hai fatto per lei, in nome di Dio?!".

L'afferrò per le spalle e la scosse, udendo il grido che lanciò la cameriera. La nevicata stava prendendo forza e, attraverso i fiocchi bianchi, vide lo sguardo sgranato di Margaret. Occhi enormi, identici a quelli di Lilian e del bambino.

"Lasciami, mi fai male!".

"Cosa sta succedendo qui?!". Un uomo con un impermeabile scuro e un cappello di lana in testa stava correndo verso di loro: dove lo aveva già visto?

"La prego, detective, aiuti la mia signora! Il dottor Stevenson...!". La cameriera si era portata le mani alle labbra, sconvolta.

Detective?

"Non mi devi toccare mai più!", gridò Margaret divincolandosi e, approfittando della sua distrazione, lo schiaffeggiò con la mano guantata.

"Te lo chiedo per l'ultima volta, hai qualcosa a che fare con il malore che ha creato una situazione così grottesca?!".

"Io credo di sì". Il detective rispose prima ancora che dalla bocca spalancata per l'indignazione di lei uscisse anche solo un suono.

"Voi siete pazzi, pazzi! Cosa avrei potuto fare a un uomo grande e forte come William Ardlay che lo danneggiasse a tal punto?!". Si era allontanata di un paio di passi e ora era in mezzo a loro due assieme alla sua cameriera, che pareva volersi trovare in tutt'altro luogo. Non poteva biasimarla.

Il poliziotto, o detective che fosse, la fissò con sguardo penetrante, quindi alzò gli occhi su di lui: "Ad esempio potrebbe avergli iniettato una droga che causa morte apparente. Sa, stamattina ho ricevuto una telefonata molto interessante da un collega che solo ieri non credeva a una parola della mia teoria. Ma direi che abbiamo appena avuto una conferma".

Margaret scosse la testa più volte, impallidendo, e arretrò ancora, ritrovandosi a pochi pollici dal detective. Si volse, come scottata, e si allontanò anche da lui. "Voi... voi...".

"Siamo pazzi? Non credo proprio, Margaret. Non ho idea di chi sia il gentile signore qui davanti, ma credo che avremo molto di cui parlare".

"Ho appena perso la mia Lilian! Non avete rispetto di una povera madre che vuole solo essere lasciata in pace?! Siete delle bestie! Siete senza cuore!". Ormai, le grida isteriche di Margaret non sortivano in lui alcun sentimento di pietà.

Dall'interno del cimitero, udiva ancora le voci concitate delle persone che stavano trasportando il patriarca in ospedale e, in cuor suo, pregò che stesse bene e non solo per confessare cosa ricordasse. Ne aveva abbastanza di sotterfugi, di bugie e di morte. La sua redenzione era appena cominciata e avrebbe finalmente alleggerito le proprie spalle da ogni peso di fronte al mondo intero.