Grazie dei commentia MariaGpe22, Cla1969, Miluzka, Ericka Larios, Eydie Chong, Mary Silenciosa, Charlotte, Lili: Qualcuna di voi aveva già subodorato la verità: ora le cose sì che sembrano andare per il verso giusto! Tutte le pedine, a partire da Margaret, passando per Frank, sono di nuovo in discussione e la verità potrebbe emergere da un momento all'altro! La polizia sta finalmente collaborando con Walker, quindi chi dovrà pagare potrebbe finalmente farlo. Sono sempre felice quando mi dite che riesco a trasmettervi i sentimenti, negativi o positivi, che mostrano i personaggi. Grazie, grazie di cuore, ha emozionato molto anche me scrivere quel capitolo!
Buon Natale a tutte!
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Dalla nebbia al sole
La sensazione di risveglio lo mandò nel panico come non gli era mai capitato in vita sua. Dopo essere svenuto per l'orrore e la mancanza d'aria, Albert aveva sognato Candy. E lo baciava, ridonandogli l'aria che a malapena gli scendeva in gola. L'aveva vista piangere e udita mentre gli parlava di una fiaba, forse rispondendo a una sua domanda, ma lui aveva avuto a malapena la forza di alzare una mano per sfiorarla.
Il suo corpo non gli apparteneva più, forse era già puro spirito... eppure il cuore gli stava martellando nelle tempie e gli occhi si spalancarono su qualcosa di bianco.
Un soffitto? Il Paradiso?
Sentendo versi gutturali risalirgli dal petto alle labbra, si mosse frenetico, convinto di essere ancora rinchiuso in uno spazio angusto. Quello di una bara.
"William! Dio, ti ringrazio! Calmati... va tutto bene... va tutto bene...". Sbatté le palpebre, confuso, e incontrò gli occhi pieni di lacrime di Georges, che singhiozzava e gli sistemava le coperte che erano scivolate da un lato.
Coperte. Un letto d'ospedale. Qualcosa che lo pungeva.
Allarmato, alzò lo sguardo e vide la flebo: doveva avere un ago nel braccio. Non nel petto. In pieno torace, dove aveva sentito qualcosa
la tua medicina, maledetto
prima che l'oblio lo risucchiasse.
"Georges...". La voce era così flebile che fu certo che non lo avesse udito. Invece, lui lo guardò subito, tamponandosi gli occhi con un fazzoletto. Vederlo così vulnerabile, come quando era morta Rosemary o lui era fuggito di casa, lo commosse nel profondo. "Non piangere... dimmi... che è successo". Soffocato, afono.
Gli era mai costata tanta fatica parlare? Era come se addosso avesse un cucciolo di elefante africano che aveva deciso di sedersi giusto tra le costole e la gola. L'istinto di dormire era così forte che anche tenere le palpebre aperte si stava rivelando una sorta di strenua lotta.
Il buon uomo deglutì un paio di volte, fece uno sforzo evidente per ricomporsi e spiegò: "Direi che qualcosa di simile l'ho letta solo nella Bibbia, William. Sei... morto e risorto dopo tre giorni".
Lazzaro, alzati e cammina...
Albert aggrottò le sopracciglia, non capendo più quale fosse il sogno e quale la realtà. Quale l'incubo e quale... beh, il miracolo.
"Sono stato... tre giorni dentro a una... cassa?". Lo shock di quella consapevolezza gli mandò un brivido lungo la schiena. Persino quella stanza, che era pur ampia, gli parve troppo piccola.
Georges scosse la testa: "No, sei rimasto in ospedale in attesa... della tumulazione. Secondo i medici, la temperatura della cella frigorifera ha rallentato ulteriormente il tuo stato di morte apparente ed è stato proprio nel momento in cui hanno richiuso la cassa che la tua attività cardiaca ha ripreso a un ritmo quasi normale facendoti svegliare".
Altro che racconto di Poe, quello era un horror in piena regola, reale e tangibile! Cosa sarebbe accaduto se non si fosse risvegliato chiedendo aiuto? O se fosse successo ore dopo il funerale, quando nessuno lo avesse udito? Avrebbe perso i sensi e si sarebbe ripreso più volte fino a che il suo cuore non avesse più retto e fosse misericordiosamente morto sul serio?
Georges era pallido e così provato che continuava a dargli del tu, cosa che non accadeva da almeno due decenni. O forse era accaduto qualche sera prima, non ricordava: "Come... come è possibile... cosa... è stata Margaret, vero?".
Lui chiuse gli occhi: "William, non agitarti, devo chiamare il medico e avvisare gli altri, sono molto preoccupati. Ne parleremo poi. La polizia sta già svolgendo le indagini del caso e... anche il detective che avevamo assunto".
Sfinito e prostrato, inorridito e tremante, Albert prese un respiro tremulo e desiderò di poter dormire senza incubi, ma aveva l'irrazionale timore di risvegliarsi di nuovo dentro a una bara.
"Per favore, se dovessi morire di nuovo... non seppellitemi. Voglio essere cremato", disse con una serietà che spaventò visibilmente Georges.
"Tu... lei non morirà, signor William, non di nuovo! Mi accerterò di questo! Vado a chiamare il medico!". Si alzò, colto dal panico, dando seguito a quell'intenzione.
Voglio vedere Candy. Ho bisogno di lei. Di rassicurarla e che lei rassicuri me: non deve più lasciarmi. Quelle parole, però, non le disse e svanirono come la sua coscienza.
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"Allora dottore? Come sta mio zio?". Archie andò incontro al medico, con Annie sottobraccio: la sua fidanzata sembrava non riuscire a smettere di tremare e stava facendo da ore la spola tra la stanza dove stavano tenendo Candy in osservazione e il corridoio di fronte a quella di Albert.
"Considerando le condizioni in cui è stato finora sta più che bene e non ha che una leggera influenza. Di sicuro il suo organismo sta recuperando le forze grazie alle flebo e starà ancora meglio quando potrà alimentarsi da solo con cibo solido. Se... quello che ha detto il commissario Collins è vero, ormai deve aver smaltito quasi del tutto la sostanza che gli è stata iniettata".
"Possiamo vederlo?", chiese Annie, quasi stritolandogli il braccio.
"Al momento sta riposando e con lui c'è il signor Graham...".
"Bene, allora entreremo anche noi! Dopo quello che gli è successo proprio in questo ospedale non voglio perderlo di vista neanche un secondo!", disse cominciando a incamminarsi con Annie al seguito.
"Non potete stare in troppi dentro una stanza, signor Cornwell, suggerisco di...".
"Non suggerisca nulla, vuole? Le assicuro che la vostra incompetenza avrà le sue ripercussioni su questo posto, ha idea di cosa potrebbe fare la famiglia Ardlay, sapendo che avete quasi seppellito vivo il suo patriarca?!". La voce si era alzata di un'ottava e Archie era consapevole di aver appena perso il controllo, mentre la sua fidanzata cercava di tirarlo indietro e di calmarlo.
"Noi... i parametri vitali del signor Ardlay erano irrilevabili e... la sostanza...". Il medico sembrava costernato, ma Archie non si fece intenerire. Era furioso ed era certo che Georges sarebbe stato d'accordo con lui. Sapeva che aveva parlato con i medici per primo e che ora si trovava nel reparto pediatrico per occuparsi del figlio di Lilian. Avrebbero parlato di tutto, non appena Albert fosse stato meglio e gli sarebbe bastata una sua parola per muovere mari e monti e fare finalmente giustizia.
"Avrà notizie dai nostri avvocati", dichiarò entrando nella camera di Albert senza curarsi più di quel dottore che, nella migliore delle ipotesi, a breve avrebbe dovuto cercarsi un altro impiego.
Quando aprì la porta, vide qualcosa che gli fece di nuovo salire il sangue in testa: Terence Grandchester, o Graham, o quel che diavolo fosse, stava fumando alla finestra. Lasciò andare Annie, sperando che le gambe la reggessero, e abbatté una mano sulla spalla dell'attore: quel giorno era pronto a redarguire tutti e nessuno l'avrebbe fermato.
"Da chi hai avuto il permesso di fumare nella stanza di un malato, aprendo una finestra mentre nevica, per giunta?! Lo sai che Albert rischia la polmonite?".
Lui si voltò stupito e alzò le braccia quasi gli stesse puntando una pistola. E, l'avesse avuta a portata di mano, l'avrebbe fatto. Con due dita, fece schizzare fuori la sigaretta ancora accesa e chiuse la finestra con gesti lenti: "Calmati, damerino, come vedi le ante erano appena accostate e Albert ha addosso almeno tre coperte".
"Non chiamarmi damerino!", sbottò afferrandolo per la collottola del maglione color pece.
"Archie!". La voce di Annie non era molto forte, ma abbastanza decisa per fargli comprendere che doveva finirla lì. Non poteva prenderlo certo a pugni in quella stanza, tuttavia avevano un ampio cortile in cui regolare i conti.
Si staccò da lui senza abbassare gli occhi da quelli di Terence, che lo guardò freddamente ma non vacillò. "Capisco che tu sia sconvolto, ma non sono io il problema, anche se non ti sono simpatico".
Tutto sommato, non aveva torto. Si volse di scatto, ignorandolo, e si avvicinò al letto dove Albert dormiva profondamente. Si ritrovò ad osservarlo per lunghi istanti, accertandosi che respirasse e smettendo lui di farlo finché non ne fu sicuro. Contro ogni sua aspettativa, il nodo che aveva in gola si strinse di più e gli occhi gli si riempirono di lacrime. Prima che potesse realizzare il proprio crollo, Archie scoppiò a piangere inginocchiandosi accanto al letto, nascondendo il capo tra le braccia incrociate.
Sentì il braccio di Annie circondargli la schiena e i singhiozzi scuotere anche lei, mentre tentava di consolarlo, ripetendogli che Albert era vivo, che tutto sarebbe andato bene, adesso.
"Non mi è rimasto che lui... Anthony... Stair... ho perso tutti... Albert... è la mia sola famiglia oltre ai miei genitori". Ecco, l'aveva detto. Finalmente aveva compreso e tirato fuori il reale motivo della sua rabbia e della sua disperazione. Certo, v'erano il senso di giustizia e l'affetto che provava per lui, ma anche qualcosa di più profondo. E quel qualcosa era il trauma mai superato della morte di suo cugino e di suo fratello.
Una mano si posò sulla cima del capo e lui spalancò gli occhi: non era quella di Annie.
"La smettete di piangere, tutti quanti? Non siete più al mio funerale". La voce, flebile ma abbastanza chiara, era indubbiamente quella di Albert e Archie si raddrizzò, asciugandosi il viso con un braccio.
"Ti sei risvegliato!", disse guardandolo mentre faceva un sorrisetto ironico.
"Già e comincio davvero a sentirmi come Lazzaro. Vorrei rimanere vigile per un bel po', adesso. Diciamo... non meno di tre giorni".
Rise tra le lacrime e recuperò un fazzoletto dalla tasca della giacca, cercando di ricomporsi.
"Albert, se sapessi quanto... quanto eravamo tutti così... disperati!", singhiozzò Annie al suo fianco.
"Mi dispiace davvero avervi fatto preoccupare, non avevo programmato di... morire". Suo zio continuava a scherzare, ma si vedeva che era sofferente e Archie si premurò di chiamare un medico, annunciando che sarebbe tornato subito.
"Aspetta, per favore. Vorrei parlare prima con Terence, se me lo permettete". I suoi occhi si fissarono in un punto alle loro spalle e l'attore fece qualche passo verso di loro.
"Sono pronto ad ascoltarti, ma sei sicuro di non aver bisogno di...".
"Credo di aver riposato abbastanza, è ora che ricominci a occuparmi delle questioni importanti, finché sono confinato qui dentro".
Archie aggrottò le sopracciglia: "Di quale questione importante dovrai mai parlare con Terence? Se ti preoccupano gli affari...".
"Non è di quelli che devo parlare con lui, ma di Candy", disse semplicemente, cominciando a tirarsi su.
"Aspetta, ti aiuto!", si offrì Annie, vedendolo in difficoltà.
"Grazie... mi sembra di aver corso per un centinaio di miglia", disse facendo una smorfia e appoggiandosi ai cuscini che gli sistemò dietro la schiena.
Quando Annie tornò al suo fianco, intrecciò la mano con la sua e lei arrossì. "Albert, di qualunque cosa tu abbia bisogno siamo qui fuori. Vuoi che faccia venire Candy appena si sarà ripresa?".
Albert spalancò gli occhi: "Che le è successo?".
"Beh, dopo averti soccorso è svenuta e ora si trova nella stanza accanto... le è successo qualcosa di simile giusto tre giorni fa". Tacque, chiudendo per un attimo gli occhi. "Ma confido che stavolta si riprenderà molto più velocemente".
Lui annuì: "Sì, vorrei vederla non appena possibile". Sorrise e sentì Annie stringergli la mano più forte. Era certo che ora niente e nessuno si sarebbe messo fra loro due e ne era così felice che il cuore si riempì di gioia. "Oh, un'ultima cosa, per favore: accertati che Georges si occupi di tutte le pratiche per prendere sotto tutela Ethan. Non so se Margaret sia sotto indagine, ma non deve avvicinarsi a quel bambino neanche per sbaglio, siamo intesi?".
Archie annuì: "So che stava proprio andando da lui per chiedere se poteva portarlo a casa, ti terrò informato e... non preoccuparti di nulla".
Albert gli regalò un sorriso grato e lui uscì dalla stanza con Annie al suo fianco, sentendo come se finalmente il sole squarciasse le nubi. Anche se fuori nevicava.
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Terence si avvicinò al letto e tirò la sedia più vicino ad Albert, cercando di contenere le emozioni che solo fino a pochi minuti prima stava cercando di scaricare fumando l'ennesima sigaretta: sarebbe stato molto difficile smettere di nuovo, arrivato a quel punto.
"Hai intenzione di metterti a piangere anche tu o possiamo passare ai discorsi seri?", chiese Albert con un sorriso divertito.
"Non sono sensibile come il tuo Archie, puoi stare tranquillo", ribatté piccato, anche se aveva perso il conto delle volte in cui aveva tentato di inghiottire il nodo che gli si era formato in gola.
"Sei un bravo attore, ma ti vedo un po' provato... quando diamine sei arrivato, piuttosto? Aspetta... eri anche al funerale di Lilian?".
Annuì: "Sì, non appena ho saputo la notizia sono venuto a Chicago. In realtà mi trovavo a Naperville, quindi ero davvero molto vicino. Abbiamo interrotto la tournée perché uno degli attori ha preso l'influenza e così...". Si strinse nelle spalle e Albert annuì.
Lo vide allungare il braccio sinistro, che non era attaccato alla flebo, cercando di prendere il bicchiere d'acqua e glielo passò prontamente. "Grazie". Bevve come se non lo facesse da anni ed emise un piccolo singhiozzo. "Perdonami, credo di non essere più abituato a mandare giù nulla. Ho solo una sete inestinguibile".
"Sei stato senza bere per tre giorni", gli ricordò. "Perché vuoi parlarmi di Candy e non parli direttamente con lei?". Era davvero curioso di sapere cosa volesse dirgli.
Albert posò il bicchiere sul comodino con gesti lenti e studiati, quasi avesse anche dimenticato come posare gli oggetti. "Terence, da quanto mi hai riferito l'ultima volta che ci siamo visti, Candy non aveva intenzione di rivalutare... il vostro rapporto. Scusa se te lo chiedo così fuori dai denti, ma ho bisogno che tu mi confermi se le cose sono rimaste tali o meno".
La mascella quasi gli cadde, mentre guardava il viso pallido e serio. Sbatté le palpebre, non capendo dove volesse andare a parare e rispose: "Non la vedo da allora, poi lei è andata in Francia. Ci siamo incontrati al funerale di Lilian e ho cercato di tenere lontani i giornalisti con qualche aneddoto su di te". Albert alzò un sopracciglio, in apparenza incuriosito, ma non lo interruppe, così continuò: "Mi ha salutato appena, non aveva occhi che per te. E non credo ci sia bisogno che ti racconti come sono stati questi giorni. Quando non perdeva i sensi, piangeva senza consolazione".
I lineamenti di Albert si contrassero per il dolore e gli occhi gli parvero lucidi e non focalizzati, quasi stesse vedendo Candy mentre soffriva. Lo vide lottare brevemente contro le proprie emozioni, mordendosi il labbro e sospirando. "Come temevo".
Temevo? Aveva detto temevo? Adesso era lui quello confuso.
"Ma... scusa, non sei felice che lei ti ami ancora tanto? So che non è bello da dire, ma ora... non c'è più nulla che... Aspetta, forse tu eri innamorato di Lilian?!". La consapevolezza di quell'ipotesi lo colpì come un pugno allo stomaco. Poteva solo immaginare il contraccolpo che avrebbe accusato Candy se fosse stato vero.
"No, Terence, non si tratta di questo. Speravo solo che lei si fosse rassegnata e che magari vi foste rivisti prima".
"Perdonami, ma non ti capisco", disse scuotendo la testa.
"La mia posizione adesso non è facile. C'è un bambino, qui vicino, che tutti pensano sia mio figlio e che per il suo stesso bene non posso riconoscere".
"Cosa?!". Era allibito. Dunque era vero? Ecco perché ad Archie aveva parlato di tutela...
"L'equilibrio della mia famiglia è appeso a un filo e potrebbe generarsi uno scandalo se non presto attenzione a come muovermi. Non che la cosa mi interessi personalmente, ma da me dipendono tante altre famiglie che rischiano di essere trascinate nel fango. Io devo tenere le fila, prendere decisioni cruciali e assumermi responsabilità che potrebbero essere definitive. E Candy deve starne fuori. Quasi penso che sarebbe meglio se tornasse in Francia e si facesse una nuova vita lì...".
Senza riuscire a impedirselo, Terence scoppiò a ridere, guadagnandosi un'occhiata sconvolta dal suo amico. "E tu pensi davvero che la signorina Tuttelentiggini che si è letteralmente gettata per te nella fossa ti lascerebbe per così poco?!".
"Così poco?!". La voce di Albert aveva ripreso vigore e gli parve un buon segno. "Rischiare di avere la sua reputazione compromessa a causa mia ti pare poco?".
Terence continuò a non capire: "E da quando in qua a Candy interessano cose futili come la reputazione?".
"Da quando è una donna indipendente che sta cercando di costruirsi un futuro con le proprie forze, anche se col supporto dell'eredità della zia. Lo sai che sta facendo costruire una clinica? È un'ottima infermiera e sono certo che può studiare per diventare medico. Starmi accanto, anche solo come amica, non farebbe che...".
Terence era stufo di ascoltarlo e si alzò dalla sedia, guardandolo dall'alto in basso: "Te lo dico io cosa farebbe di lei non starti accanto. Farebbe di lei una donna infelice e incompleta, ma soprattutto sola. Lo sai cosa mi ha detto quando sono andata a trovarla, il giorno del tuo fidanzamento?!".
"No", il tono era asciutto, ma vide che pendeva dalle sue labbra. In lui, doveva essere in atto una lotta tra ragione e desiderio di cui aveva una vaga idea anche lui.
"Che si rifiutava di innamorarsi di nuovo per poi soffrire. E che l'amore non faceva per lei. Albert, Candy era una donna che sembrava aver perso tutto e anche se si mostra forte, dovresti sapere meglio di me cosa alberga in lei! Tu non l'hai vista, in questi tre giorni, era l'ombra di se stessa, credevo... che sarebbe morta di crepacuore!".
Albert si appoggiò con la testa sul cuscino, abbassando le palpebre. Le mani strinsero la coperta e il volto divenne pallido quasi come le lenzuola. Forse aveva esagerato, ma gli doveva la verità. Soprattutto, la doveva a Candy: ora capiva cosa significasse amare al punto da perdere la persona cui si teneva, pur di vederla felice. Era la stessa cosa che stava tentando di fare Albert e glielo disse: "Amico, lo so che vuoi il suo bene, ma lo voglio anche io. Credi che non mi costi un pezzo di cuore gettartela fra le braccia? Eppure, per quel poco che l'ho vista, posso assicurarti che non ho mai notato tanta disperazione in lei: persino quando ci siamo detti addio su quelle dannate scale a New York ho colto la luce della speranza e della rinascita. Ora quella luce è sparita e non saranno una clinica o una laurea a renderla felice".
Aveva parlato in tono accorato, quasi stesse facendo un monologo sul palco: ma era pura verità. Nessun copione, nessuna bugia.
"Non...". Albert si schiarì la voce. Non l'aveva mai visto tanto vulnerabile e in lui per un attimo faticò a riconoscere l'uomo adulto che lo aveva salvato da un branco di delinquenti nelle strade di Londra o che lo accoglieva con del caffè fumante nella capanna dello zoo. Adesso, sembrava solo un ragazzo innamorato. "Non credevo che Candy soffrisse quanto me... o di più. Lei è sempre andata avanti, dopo Anthony, dopo... te".
Terence sentì il bisogno di andare verso la finestra, perché stava per dare l'addio definitivo a Candy con quelle ultime parole e non voleva davvero farsi veder piangere da lui. "Anche se ci vorrà del tempo, se dovrai osservare un periodo di lutto o... occuparti di quel bambino... non la allontanare dalla tua vita, se lei non vuole. È vero quello che hai detto: Candy è andata avanti dopo la morte di Anthony e quando ci siamo lasciati. Ma non è più la stessa da quando tu ti sei fidanzato e sposato con un'altra".
Il silenzio che seguì gli comunicò che, mentre lui cercava di affrontare i suoi fantasmi fissando la natura ammantata di neve nel cortile dell'ospedale, Albert recuperava il contatto con una realtà che si stava per rivelare più simile a un giorno d'estate.
"Grazie, Terence, io...".
Come se servisse un'ulteriore conferma alle sue parole, la porta si spalancò in quel momento e Candy entrò chiamando a gran voce Albert. Pensò che non l'avesse neanche visto: si gettò su di lui, lo abbracciò e cominciò a piangere, mentre la stringeva cercando di calmarla. Terence prese un respiro tremulo e, prima di andare verso l'uscita e lasciarli soli, fece l'occhiolino ad Albert.
Era ora che uscisse di scena.
