Grazie dei commentia Ericka Larios, Eydie Chong, MariaGpe22, Dany Cornwell, Lili, Charlotte: Albert sta facendo i conti, in piena convalescenza, con una situazione molto complessa nella quale ovviamente non vuole trascinare Candy per tutelarla. Incredibilmente è Terry che parla ad Albert facendogli capire che Candy è ancora innamoratissima di lui, maturando e anteponendo lei alla propria felicità. Quindi? Cosa li divide se non un tempo adeguato di attesa? Prima volevamo tanto Albert di nuovo fra noi e ora lo vorremmo strozzare XD Grazie di cuore a tutte per le vostre parole!

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Questioni spinose

Il corpo di Candy premuto contro il suo, che sussultava a ogni singhiozzo. La sensazione delle sue braccia che lo stringevano. Il suo calore, il profumo dei suoi capelli. Tutto lo inebriava e lo riempiva di vita come se, invece che per soli tre giorni, fosse morto per mesi e solo ora tornasse all'esistenza vera.

Dio, come gli era mancata!

La strinse, per quanto riuscì a farlo nella sua estrema debolezza, e lasciò che alcune lacrime silenziose gli sfuggissero dagli occhi. Troppe emozioni, troppo dolore, troppo spavento. E speranze disilluse e timori per il futuro e incertezze...

Mia cara, piccola Candy.

Quando fu certo di riuscire a mostrarsi forte per lei, Albert la staccò un poco da sé e la guardò: "Ehi, ora calmati, va bene? È tutto a posto, sono qui e se i medici dicono la verità non mi succederà nient'altro".

"A... Albert... credevo... di morire anche... io!". Sentirla singhiozzare in quel modo gli spezzò il cuore e la strinse di nuovo, brevemente. Voleva solo baciarla finché non avesse avuto più fiato, ma non poteva. Non ancora. Non prima di essere sicuro che fosse la cosa giusta.

"Non dirlo mai più, Candy. Siamo vivi entrambi e tutto è passato. Fingi che sia stato un brutto sogno e nient'altro".

Io dovrò fare lo stesso e non sono certo che ci riuscirò. Non subito, perlomeno...

Lei gli afferrò il pigiama, respirando affannosamente finché non riprese il controllo e alzò il volto per guardarlo come se lo vedesse per la prima volta. Titubante, mosse una mano per sfiorargli la guancia e lui represse un brivido. "Hai bisogno di raderti o diventerai di nuovo un pirata", disse tremante, regalandogli il primo sorriso.

Le prese la mano e la baciò.

"Sarà la prima cosa che farò non appena mi lasceranno andare via".

"Albert...".

"Candy, dobbiamo parlare".

"...non voglio più lasciarti. Lo so che non è corretto e che sei appena rimasto vedovo, ma voglio solo essere tua amica e accertarmi...".

"Candy...".

"... che tu stia bene! Me l'ha chiesto la zia Elroy, sai?".

Albert si bloccò: "Cosa?!".

Candy, che era praticamente seduta addosso a lui sul letto, si spostò un poco, quasi imbarazzata, e si posizionò sulla sedia dove poco prima c'era Terence. Ma si avvicinò molto di più e gli prese una mano tra le sue, in una stretta di ferro.

"Ti ricordi la lettera che mi ha lasciato e che ho preso il giorno del testamento?". Lui annuì. "Bene, lei... mi chiedeva di starti vicino. Di darti il mio supporto perché pensava avessi bisogno di me. Io sono certa che te la cavi benissimo anche senza questa ragazzina piagnucolosa, però voglio essere sicura che tu sia felice, d'ora in poi. So che tieni moltissimo a questo bambino e se posso fare qualcosa per te...".

Albert pensò, ancora una volta, che erano davvero anime affini: Candy non gli stava chiedendo di stare assieme a lei, ma di potergli rimanere vicino per dargli il suo sostegno, come persino la povera zia Elroy desiderava negli ultimi tempi. E, proprio come lui, desiderava solo la sua felicità.

Era come corrersi incontro e fermarsi poco prima di abbracciarsi e baciarsi da amanti. Come stringersi le mani per sostenersi senza avvicinarsi di un pollice in più. Era davvero quello il loro futuro?

"Provo lo stesso per te, Candy, e lo sai perché te l'ho già detto altre volte: io voglio che tu sia felice. E ti prometto che starò bene, anche se dovrò occuparmi di alcune faccende un po' spinose, d'ora in poi. Ti sarai resa conto anche tu che Ethan non può essere mio figlio, vero?".

Lei abbassò un poco gli occhi e sospirò: "Sì".

"Ebbene, come hai detto tu, però, voglio fare di tutto per quella creatura. E anche per te. E se la tua felicità è in Francia, o in qualunque altro posto che non sia accanto a me, io lo capirò e sarò contento se solo tu...".

"No! Voglio dire...". Candy sembrava in imbarazzo e distolse gli occhi. Pareva non sapere bene cosa dire.

Terence diceva dunque il vero?

"Candy, non devi sentirti legata a me solo perché te l'ha chiesto la zia Elroy prima di morire o perché mi è successo... tutto questo. Ormai il peggio è passato e io dovrò cercare di barcamenarmi tra il benessere di quel bambino e il buon nome della mia famiglia. Ci saranno delle indagini sui Rousseau, da quanto ho capito, e...".

Lei sbiancò e Albert si morse la lingua: forse, nel caos, ancora non sapeva. "La famiglia di Lilian? Perché dovrebbero indagarla? Ha a che vedere con il piccolo Ethan?".

Albert non voleva trascinarla ancor più nelle sabbie mobili, ma tanto prima o poi lo avrebbe scoperto, quindi decise che non poteva far male dire la verità: "No, Candy. Si tratta di Margaret, la madre di Lilian. Mi ha iniettato qualcosa il giorno del funerale e se ne sta occupando la polizia".

Candy aveva spalancato occhi e bocca e la stretta sulla sua mano divenne quasi dolorosa: "Come... perché?!". Pareva non riuscire a proferire parola.

Lui scosse la testa: "Che io sia dannato se lo so. Forse temeva che potessi creare uno scandalo per via del bambino, non ne ho idea. O forse è solo impazzita per il dolore della sua perdita".

"Lo sapevo che la vicinanza con quella donna sarebbe stata pericolosa, ma non ho voluto dare ascolto al mio cuore e me ne sono andata. Ho cercato di essere ragionevole e... Dio mi perdoni, Lilian era giovane e non meritava di morire, ma lei e sua madre ti hanno solo fatto del male".

Scintillavano gli occhi verdi di Candy. Scintillavano di lacrime represse, forse per la rabbia e per qualcos'altro che Albert non aveva mai visto. Poteva solo paragonarlo al furore. Era lo sguardo di una donna cui sia stato toccato qualcosa di veramente prezioso e capì che il loro legame, di cui aveva dubitato di recente, era più forte che mai.

Posò l'altra mano sulle sue in una carezza, quasi volesse ammorbidire la sua anima. "Candy, mi aspettano giorni duri e difficili. So che tu stai portando avanti un bellissimo progetto con la costruzione di una clinica e ti chiedo di continuare a farlo. Fai l'infermiera come ami, dedicati alle cose che ti fanno stare bene. Puoi venire a trovarmi quando vuoi, d'accordo?".

Lei annuì e parve lottare contro qualcosa che voleva ma non poteva dire. Sapeva a cosa pensasse, perché era la stessa cosa che era venuta in mente a lui. L'amava, di quello era certo come il fatto che il sole sorgesse a est: tuttavia, non era ancora tempo di lasciare il cuore a briglia sciolta.

"Io ci sarò sempre per te, te l'ho detto, vero?".

Albert annuì: "Lo stesso qui, Candy". Le baciò le mani con affetto e devozione e la guardò mentre si allontanava verso la porta con un sorriso che ricambiò. Quando la richiuse, le sue labbra si rilassarono e la gioia di poco prima scomparve.

Si volse verso la finestra, sentendosi stanchissimo ma non potendo proprio dormire. Non più. Era terrorizzato all'idea di svegliarsi di nuovo in una bara, anche se sapeva che era impossibile. Rimase a lungo a guardare la neve che cadeva lenta e che ammantava i tetti e gli alberi di Chicago.

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Terence giocherellava con la sigaretta spenta, cercando di decidersi a gettarla via o ad accenderla una volta per tutte. Il bar di quell'ospedale serviva dei panini che sapevano di cartone e persino il caffè aveva un sapore che gli ricordava il ferro bruciato.

"Ma insomma, quanto ci mette?", chiese Annie come se lui o il suo fidanzato silenzioso avessero una risposta. Da quando erano usciti dalla stanza di Albert, non si erano decisi a tornare ognuno alle proprie occupazioni ed era stato solo quando lei aveva proposto di mangiare qualcosa al bar che aveva compreso cosa si aspettassero.

Erano in attesa che Candy e Albert unissero infine i propri destini.

Nessuno lo aveva detto ad alta voce, ma volevano sapere cosa stesse accadendo dentro quella stanza e solo Candy poteva illuminarli, anche solo con uno sguardo.

"Cosa voleva da te?". La voce di Archie gli arrivò lontana e cupa, facendolo sussultare. Lo guardò, sbattendo le palpebre: "Intendo Albert. Cosa voleva da te?".

Oh, ecco qual è il suo problema!

"Voleva sapere... se il rapporto tra me e Candy fosse cambiato dall'ultima volta". Aveva lanciato la bomba e guardò la reazione sconvolta di Archie, che spostò la sua tazza di caffè non ancora bevuto quasi desiderasse vederlo senza nulla di mezzo. Persino Annie sembrava stupita. Terence strinse il pugno accartocciando definitivamente la sigaretta e il tabacco gli scivolò tra le dita.

"Ed è così?", chiese allarmato e vagamente minaccioso.

Lui scosse la testa: "E c'è bisogno di chiedermelo? Non l'avete forse vista anche voi, in questi giorni? Inoltre non vedo Candy da mesi e non ci siamo neanche scritti. Direi che è palese quale sia il nostro rapporto, adesso".

"Bene, Albert deve esserne stato sollevato", intervenne Annie, prima di arrossire. "Scusa...".

"Non scusarti, ho rinunciato a lei anni fa e... anche il giorno del suo compleanno. Vi confesso che un po' ci avevo sperato, all'epoca, ma non ho avuto il minimo spiraglio. Tuttavia, devo dirvi che Albert sembrava preoccupato più che sollevato".

"Che cosa?!". Lo dissero a una voce, perfettamente sincronizzati, e gli venne quasi da ridere.

Terence si prese un attimo per bere un sorso del suo caffè, facendo una smorfia disgustata subito dopo: meglio il tabacco, decisamente. "Sì, più o meno la mia reazione è stata la stessa. Credo che Albert, in cuor suo, sperasse che Candy potesse rifarsi una vita lontano da lui per vivere serena. È appena rimasto vedovo e a quanto ho capito... beh, sta per riconoscere o adottare un bambino che non è suo", concluse a bassa voce.

"Questo è assurdo! Quei due sono fatti l'uno per l'altra ed è stata quella Lilian a dividerli!". Un pugno battuto sul tavolo, Archie sembrava proprio un bambino in preda ai capricci. Non che avesse del tutto torto, ma gli aveva appena piantato l'ennesimo coltello nel cuore.

"Archie, ora calmati! E non parlare male di qualcuno che è appena morto". Non credeva che l'avrebbe mai pensato, ma la remissiva Annie aveva più giudizio di lui.

"Ma è la verità! E so che la polizia sta indagando anche su sua madre, quindi hanno di certo architettato qualcosa insieme".

Terence spense il cervello, mentre i due fidanzati battibeccavano su qualcosa che li riguardava solo per una mera questione affettiva. Spostò gli occhi sui pochi presenti nella piccola sala: un'infermiera con un ragazzo che poteva essere suo marito; una signora di mezza età con un braccio al collo che parlava con un ragazzino. Infine, dalla porta, entrò lei e il chiacchiericcio di Archie e Annie cessò di colpo.

"Oh, siete qui anche voi", disse avvicinandosi.

La sua amica si alzò: "Candy, siediti. Come stai? Mangia qualcosa, che ti ha detto il medico?". Sembrava quasi volerle chiedere tutto tranne la cosa principale. Vide Archie teso come una corda di violino.

"Sì, devi mangiare qualcosa", intervenne lui avvicinandole una sedia e facendole spazio.

"Va bene, va bene", rise lei. "Vi ringrazio, ma non preoccupatevi per me. Ho avuto solo un mancamento e il medico mi ha dato alcuni giorni di riposo".

"Hai le occhiaie, Candy, e sei anche molto pallida", intervenne Archie facendo cenno a una cameriera e chiedendole di portarle una fetta di dolce. "Ne ho visto uno al cioccolato che sono certo ti piacerà", le spiegò.

"Se ha lo stesso sapore dei panini ne dubito", disse Terence ripulendo il tavolo dal tabacco che aveva sparso e facendolo cadere su un tovagliolo.

Tra loro cadde un silenzio pesante che fu rotto solo dal ritorno della cameriera con il dolce per Candy. Lei rimase a fissarlo senza toccarlo e Terence si rese conto che doveva sentirsi tutti gli occhi puntati addosso: "Credo... che tornerò a casa a riposare. Domani voglio andare sul sito dei lavori della clinica per vedere come procedono, ho perso un po' il filo in questi giorni", disse giocherellando con la forchetta e cominciando ad affondarla nella torta.

"Candy, non devi...", cominciò, ma lei lo interruppe.

"Albert si sta riprendendo, sono certa che fra pochi giorni uscirà dall'ospedale. Ha detto... che posso andare a trovarlo quando voglio". I suoi occhi si riempirono di lacrime anche se sorrideva. Stoicamente, Candy si mise in bocca un pezzo di torta e la masticò. "Non credo di avere molta fame", disse asciugandosi le lacrime con due dita.

"Oh, Candy...". Anche Annie sembrava sull'orlo del pianto.

"Mi dispiace, se avessi saputo che era così cattiva non l'avrei ordinata", disse piano Archie, cercando di usare un tono leggero.

"Ti accompagno a casa", si offrì Terence, cominciando ad alzarsi e guadagnandosi un'occhiataccia dal damerino. La ricambiò inarcando le sopracciglia, con aria innocente: non aveva affatto intenzione di approfittare della situazione.

"Vogliamo andare anche noi?", propose Annie al fidanzato, mentre Candy annuiva con gratitudine. Terence sospettò che la loro conversazione fosse andata peggio di quanto credesse: altrimenti, conoscendola, non si sarebbe staccata da Albert nemmeno per dormire.

Uscirono dall'ospedale come due coppie normali, ognuno con la propria compagna sottobraccio. Peccato che, nel suo caso, si trattasse solo di un'amica e tale sarebbe rimasta anche se fossero passati decenni.

Mentre guidava verso l'appartamento di lei, seguendo le sue indicazioni, Terence ripensò ad Albert, solo e pallido. A quel bambino senza genitori. E guardò Candy, accanto a sé, che parlava a monosillabi.

Anche se il cuore gli sanguinava, pensava che la famiglia che potevano formare sarebbe stata bellissima.

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Georges poteva comprendere la frustrazione e la rabbia del medico che aveva davanti e che lo aveva invitato a seguirlo nel suo ufficio: nel giro di pochi giorni aveva visto avvicendarsi William, poi lui e infine, con suo sommo stupore, persino il dottor Stevenson che affermava di essere suo nonno.

Le infermiere avevano quasi adottato quel neonato dalla pelle scura che sembrava tutti volessero ma nessuno portasse mai a casa e si alternavano per prendersi cura di lui.

"I documenti sono pronti, il bambino è ufficialmente sotto la tutela degli Ardlay e porta il nostro nome". Il dottore li prese mentre glieli porgeva senza abbassare gli occhi dai propri e fece un grosso sospiro.

"Dunque il signor Ardlay non se ne attribuisce la paternità ma vuole ugualmente adottarlo?".

Georges annuì: "Ovviamente conto sul segreto professionale, da parte sua. So che non vi è stato facile tenere a bada la stampa, in questi giorni, e mi scuso se non mi sono presentato prima. Ma, come avrà dedotto, si sono verificati... degli eventi inaspettati".

"Già...", rispose l'uomo scuotendo la testa e allargando le braccia, quasi ancora non riuscisse a crederci neanche lui. "Se il dottor Stevenson dovesse tornare...".

"Parleremo personalmente con lui, non appena il signor William verrà dimesso. Se davvero si tratta di suo nonno non abbiamo nulla in contrario a farglielo incontrare. Vogliamo solo dare un futuro a questo bambino".

"Bene, bene...", borbottò il medico sfogliando i documenti. "Ethan Ardlay, giusto?".

"È quello il suo nome".

"Perfetto, signor Villers. Se mi permette prenderò subito accordi con la bambinaia perché venga a casa con voi e se ne occupi, nel frattempo farò preparare il piccolo".

Georges nascose un lieve sorriso sotto ai baffi: "Posso chiederle solo una cortesia, prima di andare?".

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Albert fissava il liquido scendere dalla flebo con lentezza esasperate, una goccia per volta. Si chiese se anche la sua vita sarebbe stata così, d'ora in poi: una sorta di puzzle da ricomporre dopo che era andata in mille pezzi. Un tassello alla volta.

Qualcuno bussò e il cuore gli balzò nel petto: possibile che fosse di nuovo Candy? "Avanti", disse cercando di raddrizzarsi di nuovo.

Ma non era Candy, era Georges e teneva un piccolo fagotto tra le braccia. Deglutì e un'emozione nuova e potente gli risalì nel petto: era così che ci si sentiva a essere padre? Anche se sapeva che non era suo figlio, provò la medesima felicità che aveva provato quando l'infermiera glielo aveva porto, appena nato, e lui si era a malapena reso conto che la paternità non era la propria.

"Prima di tornare a casa con la bambinaia pensavo che le avrebbe fatto piacere incontrarlo", disse lui camminando verso il letto.

"Non credevo che sapessi tenere in braccio un neonato così bene", disse con voce tremante, sorridendo mentre glielo porgeva.

"Neanche io, prima di farlo: non ha idea delle istruzioni che mi hanno dato prima di consegnarmelo. Ma sono certo che lei non abbia bisogno che la erudisca su come sostenere la testolina a questo angioletto, vero?". Anche Georges sembrava commosso.

Albert scosse la testa, incapace di proferire parola. In Africa gli era capitato di curare dei bambini molto piccoli o di doverli tenere in braccio, quindi fu quasi con naturalezza che appoggiò il capo del neonato sull'incavo del braccio e gli scostò la copertina con l'altra mano, prestando attenzione all'ago che aveva in vena: non vedeva l'ora di farselo togliere e ricominciare ad alimentarsi da solo.

Il piccolo apriva la bocca come la prima volta che lo aveva visto e, d'istinto, gli sfiorò le labbra con il dito. Il neonato cominciò a succhiarlo con una certa avidità, facendolo ridere mentre la visione si appannava: "Guarda, Georges!".

"È la cosa più tenera che abbia mai visto, signor William". L'uomo si era voltato dall'altra parte e pareva essere alla disperata ricerca di un fazzoletto. Decisamente, in quel periodo avevano tutti le emozioni a fior di pelle.

Albert sfilò lentamente l'indice dalla piccola bocca e gli carezzò la guancia con delicatezza, quasi temesse di romperlo: eccolo, il motivo per cui aveva rinunciato a tutto. Lo scandalo, il figlio di un altro, la creatura forse indesiderata di un uomo che, con tutta probabilità, si chiamava come lui. Una cosina così fragile e bisognosa di cure che sentì il bisogno di stringerlo ancora di più a sé.

"Mi hanno riferito che il dottor Stevenson è venuto a reclamarlo... come suo nipote", disse Georges facendolo trasalire.

Albert si asciugò gli occhi e lo guardò: "Davvero?".

"Sì, ma non aveva documenti per dimostrare che fosse suo nonno, quindi lo hanno affidato a noi. Signor William, voglio che lei adesso pensi solo a rimettersi completamente, per qualunque faccenda lasci fare a me".

Lui sospirò, dedicando un'ultima occhiata affettuosa e un ultimo sorriso al piccolo Ethan e glielo riconsegnò: "Voglio uscire di qui il prima possibile e chiarire le cose. La stampa non ci metterà molto ad avventarsi su di noi e ti prego di proteggere il bambino finché non avrò deciso come sistemare tutto. Siamo intesi?".

"Non ne dubiti".

E anche lui se ne andò, lasciandolo di nuovo solo con i suoi pensieri. Candy. Ethan. Margaret. Frank Stevenson. La verità, la menzogna. La giustizia.

Con un sospiro stanco, Albert si sdraiò di nuovo, chiedendosi come avrebbe potuto mettere ordine in quel caos senza fare torto a nessuno.

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Carissime Miss Pony e Suor Lane, come state?

Mi dispiace non essermi fatta quasi più né vedere, né sentire da quando sono tornata dalla Francia. Non ho scusanti, ma a mia discolpa posso solo dirvi che la mia vita è stata stravolta più di una volta, specie negli ultimi giorni. So che avete solo notizie frammentarie e voglio condividere con voi la verità, sperando di potervi raggiungere presto.

Non appena rientrata dalla Francia, sono entrata in possesso della parte di eredità che la zia Elroy mi ha lasciato e ho letto una sua lettera che mi ha profondamente commossa. Vi prometto che un giorno ve la porterò. In quei giorni, ero molto in pensiero per Albert che, come avrete saputo, è stato vittima di un attentato mentre si trovava a Lakewood.

Circa dieci giorni fa, sua moglie ha messo al mondo il piccolo Ethan e, purtroppo, è morta di parto. Eviterò di scrivere in questa lettera una verità tanto delicata, ma vi chiedo di non credere affatto a tutto quello che scrivono i giornali. Albert e Georges stanno facendo una gran fatica per impedire che certe notizie vengano pubblicate o rimaneggiate e qualche testata sta rischiando persino di chiudere.

Candy alzò lo sguardo dalla lettera che stava scrivendo e rilesse il titolo sul Chicago News: "Il patriarca degli Ardlay ritorna in vita ed è già scandalo! Il bambino mulatto che è stato visto in braccio alla bambinaia sarà suo?".

Scosse la testa: quella domanda retorica era peggio di un'accusa diretta e sperò che il sedicente giornalista che aveva osato mettere in mezzo un neonato solo per fare notizia fosse già stato licenziato. Con un sospiro, riprese a scrivere.

Al funerale di Lilian Ardlay, il mio Albert... è morto. Sì, questo è accaduto davvero. Ma mentre la disperazione mi stava portando sull'orlo di un baratro senza ritorno, è avvenuto una specie di miracolo. Miss Pony, Suor Lane... una volta scrissi ad Albert che le sue improvvisate alla Casa di Pony avrebbero rischiato di farmi venire un colpo al cuore. Beh, non mi era ancora successo di perderlo e ritrovarlo nel giro di tre giorni. La notte ho ancora gli incubi e mi sveglio urlando, chiedendomi cosa sarebbe accaduto se non lo avessimo sentito gridare da dentro la bara... sì, avete capito bene e no, non è un romanzo dell'orrore. È la cruda realtà. Albert stava per essere seppellito vivo, persino i medici pensavano fosse morto. Ieri sera mi ha confessato di aver tentato di dormire fuori in giardino con un sacco a pelo, perché anche lui si sveglia nel letto dell'ospedale credendo di essere ancora in una cassa di legno: una notte si è divincolato tanto che si è strappato la flebo. Per fortuna, entro oggi dovrebbe tornare a casa e ho intenzione di andarlo a trovare appena possibile. Non so che darei per aiutarlo a superare lo shock!

Io sono impegnata con la costruzione di una clinica, nella quale ho investito gran parte dei miei fondi e nel frattempo presto servizio volontario in ospedale. In me sta maturando il desiderio di studiare e diventare medico, ma non so se e quando lo farò...

Terence è venuto a trovarci, ma a breve dovrà ripartire con la sua compagnia. È stato tanto caro con me e anche Archie e Annie.

Vi prometto che non appena mi sarà possibile tornerò da voi e sarò la solita Candy sorridente che conoscete. Ora so che la persona cui tengo tanto sta bene e questo mi basta.

Candy sollevò la penna dal foglio e si chiese se stesse scrivendo una bugia o la verità. Forse si trattava di una via di mezzo, ma non voleva comunque far preoccupare ancora di più le sue mamme. Vergò alcune parole di saluto, chiedendo loro di baciare i bambini per lei e chiuse la busta.

Alzò gli occhi verso la finestra sopra la sua scrivania e si perse nel riflesso brillante del sole che baciava la neve sulle fronde degli alberi: era un'ottima giornata per andare a controllare i lavori della clinica, nel pomeriggio.

"Forse, se non mi trattengo troppo, dopo posso andare a salutare Albert...". Tuttavia, scartò subito l'idea: al telefono le aveva detto che aveva predisposto un incontro con il commissario di polizia e con il dottor Stevenson proprio per quel giorno. Stava per chiedergli come mai li incontrasse assieme, ma l'aveva salutata frettolosamente perché il medico lo attendeva per visitarlo e dimetterlo e doveva lasciare libero il telefono.

"Ci risentiamo presto", era stato il suo saluto, caldo ma non troppo.

Candy sospirò e appoggiò il mento sulle mani intrecciate, i gomiti poggiati sulla scrivania: non poteva pretendere nulla di più da Albert. Era stato sposato per quasi cinque mesi ed era rimasto vedovo da poco. Poteva darsi che volesse attendere davvero di sistemare tutto ciò che riguardava l'adozione del bambino in primis e poi anche la questione di quella strana morte apparente, di Lilian e tutto ciò che di oscuro girava ancora intorno alla sua vita.

Tuttavia, Candy si disse che il suo tentativo di allontanarla da sé andava oltre il mero desiderio di proteggerla: possibile che in quel breve matrimonio lui... si fosse affezionato davvero a Lilian? E che ora in lui albergassero il disgusto e la delusione per aver scoperto che, tutto sommato, lei lo aveva davvero ingannato?

No, non era quello che gli leggeva negli occhi quando la guardava: la vecchia scintilla era lì, nascosta da qualche parte dietro all'apparente pacatezza che emanava e che la riportava indietro nel tempo a quando erano solo amici e lei una ragazzina.

Era solo il decoro a impedirgli di mostrarle ciò che provava per lei, se davvero ancora esisteva? In quel caso, certo, condivideva il suo pensiero e non sarebbe stata lei la prima a gettarsi fra le sue braccia sotto agli occhi di tutti.

Ma allora, perché sentiva che c'era qualcos'altro che le nascondeva?