Grazie dei commentia Ericka Larios, Mary Silenciosa, Kecs, MariaGpe22, Lili: Sapevo che l'atteggiamento di Albert vi avrebbe destabilizzate, ma sto cercando di caratterizzare il suo personaggio come Nagita lo ha fatto: e ciò include che sia spesso, come dice anche Candy, un tipo esasperante. Albert sfiora la perfezione in alcuni momenti, fin troppo, apparendo quasi stucchevole e persino poco realistico. E ve lo dice una che lo adora. Per questo io tento sempre di renderlo umano e imperfetto cogliendo quei lati del suo carattere in apparenza nascosti: ma in questo caso, proteggere Candy e il bambino è la sua priorità e se per farlo deve risultare, appunto, esasperante, ebbene, eccoci qui. Vedremo per quanto durerà tutto questo e comunque non ha mai impedito a Candy di avvicinarlo, sia chiaro.

Felice inizio di anno nuovo a tutti!

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Verità svelate

Walker era certo che l'incontro del pomeriggio a casa di William Ardlay avrebbe gettato un po' di luce nell'oscurità, soprattutto considerando che si era praticamente fatto portavoce della polizia - cosa che non avrebbe creduto possibile neanche di lì a un milione di anni - e che con lui ci sarebbe stato un testimone chiave.

Mentre si recava con due agenti e un mandato di perquisizione a casa di Margaret Moore, tuttavia, si ritrovò ad avere una certa ansia, perché avevano poche ore per trovare quello che cercavano e la casa era piuttosto grande.

L'auto si fermò nel vialetto e scrutò la facciata: tre piani più un garage per le auto. E lui non avrebbe avuto alcun onorario.

Che spreco, forse avrei dovuto fare da solo le mie indagini ed essere un po' meno onesto...

Con un sospiro, fece cenno ai due agenti di accollarsi pure l'onere di mostrare il mandato alla padrona di casa così da liberare il passaggio e pensò che per risistemare il suo vecchio appartamento avrebbe dovuto attendere l'incarico successivo.

Georges Villers lo aveva assunto per cercare l'attentatore del patriarca e lui l'aveva anche trovato, se aveva ragione a sospettare di Ethan, ma nel frattempo era scoppiato il finimondo e la sua prima cliente aveva cercato di uccidere William Ardlay.

Sono finito dentro a un dannato romanzo giallo dalle tinte noir, parola mia!

Se non fosse stato a sua volta denunciato dagli Ardlay, sarebbe stato un miracolo...

"Ho risposto a tutte le vostre domande, non avete diritto a...!".

"Ce l'abbiamo eccome, signora Moore, con permesso", s'intromise con aria annoiata, coprendo i suoi strepiti ed entrando senza essere invitato. Il suo obiettivo era già ben chiaro: "Mi può indicare lo studio che è stato di suo marito?".

"Lei non ha alcun diritto di entrare in casa mia, né di fare domande! Io l'ho assunta per cercare una persona e lei se l'è fatta prima scappare e poi uccidere sotto il naso! Non avrà un centesimo da me!", gridò, con la cameriera e il maggiordomo ai suoi lati come due sentinelle riluttanti.

"Il mio lavoro è ricercare la verità e se per farlo devo andare contro i miei stessi interessi, allora sia! Inoltre sono certo che a breve l'assassino di quel ragazzo sarà consegnato alla giustizia", disse in tono fermo, guardandola dritta negli occhi.

I due agenti si posizionarono invece accanto a lui: erano come due squadre di uno strano sport poliziesco pronte a entrare in campo. Fu uno di loro, John se ricordava bene, a intervenire: "Signora, possiamo metterci tutto il giorno o cinque minuti, ma arriveremo comunque dove necessario. Le assicuro che se collaborerà il giudice ne terrà conto".

"Come osa...?!". Il volto di Margaret si arrossò e parve seriamente sull'orlo di una crisi di nervi. Non voleva perdere tempo e rischiare di arrivare in ritardo all'incontro con gli altri, perciò usò le sue doti deduttive.

"Dunque, secondo me la migliore esposizione fa presupporre che lo studio possa essere una di quelle stanze laggiù: dividiamoci e cerchiamolo. Con permesso", quasi la schernì, facendole persino un mezzo inchino.

Non gli piaceva trattare così una signora che aveva appena subìto un lutto, ma era davvero al limite della pazienza. Cercò di spegnere la mente alle sue frasi indignate e al tono sempre più alto che stava usando e si concentrò sui vari salottini, lasciando i primi due agli agenti ed entrando nel terzo, che in effetti aveva una scrivania di fronte alla finestra. Cominciò a frugare proprio lì, trovando documenti e vecchie carte, un certificato di proprietà di alcuni terreni in Florida e dei conti aperti in varie parti d'America e d'Europa. A quanto pareva, il fratello della signora si occupava di tutto perché in molte carte compariva il suo nome: gli parve di averlo visto ai funerali di Lilian, ma doveva essere ripartito subito dopo.

Si guardò attorno, un po' frustrato perché negli armadi e nei cassetti non aveva trovato altro che il porto d'armi a conferma del fatto che Alain Rousseau doveva avere una pistola conservata da qualche parte. Mordicchiando la pipa spenta, cominciò a spostare alcuni quadri e... ecco la cassaforte!

Gli bastò voltarsi per vedere il volto ora pallido di Margaret sulla soglia: "La combinazione?", chiese inarcando un sopracciglio. Lei tacque, serrando le labbra, sfidandolo. "Signora Moore, ho una certa esperienza con questi aggeggi", mentì. "Vale la stessa regola che ha illustrato prima il mio collega più giovane: possiamo metterci ore o minuti, ma alla fine...".

"Me la pagherà, detective Walker, giuro che me la pagherà! Per questo e per non avermi permesso di andare a prendere mio nipote in ospedale!", sibilò.

"Stia tranquilla, è a casa con suo padre, al sicuro", disse solo per vedere la reazione del suo volto e avere l'ennesima conferma della propria ipotesi. Tuttavia, in quello non fu fortunato, perché rimase granitica. "Quindi?".

Margaret Moore sputò la combinazione tra i denti e lui trovò una cassaforte che conteneva solo alcuni gioielli e un atto di nascita: era quello di Lilian e si chiese come mai lo tenesse lì dentro. Nessun'arma.

"Vuole confiscarmi anche i gioielli di famiglia?", domandò inarcando un sopracciglio.

No, ma se non si trova l'arma del delitto i miei cari colleghi potrebbero appendermi per i miei...

Evitò di esprimere un concetto tanto volgare di fronte a quella che, fino a prova contraria, era una signora e si limitò a chiederle dove l'avesse gettata. Gli venne in mente il lago Michigan e si chiese se, con il modello della pistola dichiarato alle autorità e il proiettile trovato nel corpo di Ethan, avrebbero potuto comunque stabilire una corrispondenza.

"Non so dove mio marito tenesse quella pistola, pensa veramente che io potrei... dove sta andando?". Walker cominciò a salire le scale e Margaret a seguirlo.

"Vorrei vedere le camere da letto", spiegò vedendo i suoi occhi spalancarsi e afferrarsi la gonna per accelerare il passo senza inciampare.

"Non oserà entrare nella stanza di una signora!", strepitò mentre i passi risuonavano attutiti dalla moquette sui gradini che lui stava facendo due a due.

"Le ricordo che abbiamo un mandato di perquisizione e che lei è la principale indagata per il tentato omicidio di William Ardlay", spiegò distrattamente aprendo varie porte, fino a trovare una camera che doveva per forza essere la sua.

"Non glielo permetterò!", gridò, i capelli sfuggiti alla crocchia che le si attaccavano sul volto pallido e sudato, il petto che si alzava e si abbassava per la fatica.

"Detective, al piano di sotto non c'è nessun'arma". Era uno dei due agenti, il più giovane.

"Bene, date un'occhiata in garage e interrogate l'autista". Ignorò le nuove proteste di Margaret e alzò la voce per sovrastare la sua. "Chiedetegli se la signora ha fatto delle gite fuori porta, di recente". Calcò su quel sostantivo quasi per schernirla.

"Detective Walker, il vostro mandato non le dà il permesso di mettere le sue sudice mani in camera mia, c'è un limite alla decenza!". Sembrava disperata, pareva volersi giocare fino all'ultimo la carta dell'innocenza. Guardò i suoi occhi colmi di disprezzo e allarme e gli venne in mente che forse non era necessario mettere a soqquadro l'intera stanza.

"Sa una cosa? Penso di essere in procinto di superare quel limite proprio adesso". Senza smettere di guardarla negli occhi, si chinò di fronte al grande armadio di mogano e cominciò ad aprire i cassetti. L'orrore che si dipinse nei lineamenti della donna gli comunicò che ci aveva visto giusto.

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Albert fece accomodare Walker e Frank nel salotto del primo piano, dove c'era un'ampia vetrata che dava sul paesaggio innevato e illuminava l'ambiente di una luce bianca che pareva quasi irreale. Oltre al suo studio, quello era uno dei pochi luoghi dove si sentisse in pace ed era certo che gli sarebbe servita molta serenità, visto che stava finalmente per scoprire tutta la verità. O almeno così sperava.

Frank Stevenson si accomodò su una poltrona di fronte a lui, un poco spostata sulla destra, mentre Walker dal lato opposto, così che si trovarono tutti attorno al tavolo basso dove c'era il servizio da tè con un bricco fumante che la cameriera stava versando nelle tazze. Albert la congedò, ringraziandola, e le chiese di mettersi a disposizione della bambinaia in caso avesse necessitato di qualcosa per il neonato.

"Come sta il piccolo?", domandò subito Frank, non appena la porta si fu richiusa.

"Sta benone, mangia come un lupo e dorme persino qualche ora di notte, da quello che mi hanno riferito". Albert non voleva essere indiscreto e svelare qualcosa di troppo personale davanti al detective, così scelse una risposta neutra. Tuttavia, gli lanciò uno sguardo significativo, per comunicargli che avrebbe potuto incontrarlo quando avessero finito di parlare.

"E lei come si sente, mister Ardlay?", chiese Walker. Frank arrossì leggermente, come se temesse di aver fatto una gaffe nel chiedere solo del neonato e non anche di lui.

Scosse la testa, cercando di usare un tono leggero: "Mi sono ripreso bene, la ringrazio. Si tratta solo di riacquisire le abitudini di prima e di curare l'alimentazione, adesso".

In quel momento bussarono alla porta e Albert lasciò entrare Georges, indicandogli che poteva sedere sul grande divano accanto a lui.

"Detective, dottor Stevenson...", fu il suo breve saluto.

I due si guardarono e Albert si affrettò a spiegare: "Georges non è solo il mio braccio destro, ma fa parte della mia famiglia da quando ero un ragazzino e mio padre era ancora vivo. E conosce l'intera storia".

Walker annuì e gli parve a disagio: tirò fuori la pipa dalla tasca e chiese se poteva accenderla. Albert non condivideva affatto abitudini come quella, tuttavia comprese che la sua tensione aveva bisogno di essere veicolata, quindi assentì e prese la sua tazza di tè, invitando gli altri a fare altrettanto.

"La signora Moore... o Rousseau mi ha assunto poco prima di lei, signor Villers". Prese un lungo tiro dalla pipa, quasi temesse di proseguire o non trovasse le parole. "E... ebbene, le chiedo scusa, signor Ardlay, ma la motivazione non le farà piacere".

"Lo sospettavo, detective", rispose prendendo un sorso di tè bollente che gli rigenerò i sensi. "Sono pronto ad ascoltarla, parli pure senza timore".

"Bene, ecco... voleva che cercassi l'amante di sua figlia, un ragazzo che creava e rivendeva droga".

Albert chiuse gli occhi e colse l'ansito a malapena trattenuto di Georges. Strinse forte la tazza, cercando di mantenersi freddo come era stato abituato a fare fin da piccolo. Non era la conferma che sua moglie avesse un amante a sconvolgerlo, ovviamente, piuttosto lo fu quella che il padre del piccolo Ethan era un poco di buono.

"Mi parli di lui, per favore: è riuscito a trovarlo?", domandò rialzando gli occhi.

Walker prese un tiro veloce e si passò le mani tra i capelli brizzolati, in gesti nervosi: "Sì, l'ho trovato. È stato freddato con un colpo di pistola e la polizia sta indagando".

Quello non se l'aspettava e incontrò lo sguardo perplesso di Georges. Posò la tazza con mani malferme. "Ha qualche sospetto?".

Il detective si accigliò: "La principale sospettata è la signora Moore. Così come lo è del suo tentato omicidio. E sto cercando di trovare un collegamento anche con l'attentatore di un paio di mesi fa ai suoi danni, signor Ardlay: credo che il cecchino possa essere stato assoldato da lui".

Albert si appoggiò allo schienale, chiedendosi quante di quelle rivelazioni fossero davvero nuove per lui. Fu Georges a porre la domanda: "Quindi lei pensa che questo trafficante di droga, quale amante della defunta signora Lilian, abbia tentato di far uccidere suo marito per gelosia? E che motivo avrebbe avuto la signora Rousseau... Moore di eliminare lui?".

Frank rimase a capo quasi chino, fissando un punto del pavimento, ma vide la sua mano contrarsi sulla stoffa dei pantaloni e capì che aveva una qualche ipotesi in mente che implicava la paternità stessa del bambino. Ipotesi che gli passò per la mente come un lampo e che vide riflessa persino sul viso di Walker: aveva senso tacere, arrivati a quel punto?

"Io... immagino che la signora volesse eliminare il motivo potenziale di uno scandalo, soprattutto dopo la nascita del nipote". Il detective aveva il tono incerto di un uomo che non abbia detto per intero la verità ed evitava di guardarlo direttamente negli occhi.

"L'amante di mia moglie... si chiamava Ethan, vero?", chiese d'improvviso, le labbra rilassate in un sorriso quasi sereno. L'espressione di sconcerto di Walker, quasi identica a quella del medico, fu impagabile. Persino Georges era stupito. Albert chiuse gli occhi e spiegò: "Prima di morire, dopo aver messo al mondo il bambino, Lilian continuava a ripetere quel nome e ho deciso che si sarebbe chiamato così".

"Signor Ardlay...". Walker gesticolò con la pipa in mano, allargando le braccia.

"L'uomo che è stato ucciso era mulatto, non è così?".

La mascella che si contraeva e il lento annuire di Walker gli diedero anche quella conferma: "Sì, signor Ardlay. Mi perdonerà se mi permetto, ma il sospetto che sua moglie fosse in attesa di un figlio non suo era una delle mie ipotesi".

Albert alzò un sopracciglio: "Era così evidente che il nostro rapporto non fosse quello che sembrava?".

"Mentre cercavo di venire a capo di questa situazione, mi sono messo a studiare i giornali e le notizie dei mesi scorsi e ho colto... qualcosa che... le chiedo scusa". Il pover'uomo sembrava davvero in imbarazzo.

Lui scosse la testa, rassicurandolo: "Non deve scusarsi più, detective. L'unica cosa di cui la prego è di mantenere il più possibile il segreto professionale, perché di mezzo c'è il futuro di un bambino che non potrei far passare per mio neanche volendo. Posso dirle solo che somiglia a suo padre e ora la mia priorità è salvaguardare il suo avvenire. Con ogni mezzo".

Walker sembrava ammirato: "Le fa davvero onore, mister Ardlay. Lei è un uomo davvero speciale e, anche se ha detto che non devo più farlo, voglio comunque scusarmi con lei per non essere riuscito prima a capire che tipo di donna fosse la signora Moore".

"Per cui il movente dell'omicidio del trafficante potrebbe riguardare anche una sorta di giustizia personale contro colui che, indirettamente, ha ucciso sua figlia?", chiese dando voce ai suoi pensieri e riprendendo la tazza di tè.

"Conoscendola... potrebbe", intervenne Frank.

Walker annuì e, finalmente, posò la pipa a un angolo del tavolino per prendere una tazza a sua volta: "E qui veniamo al secondo incarico che mi ha dato il signor Villers. Inizialmente pensavo che trovare la stessa persona per due clienti diversi sarebbe stato un colpaccio... d'altronde, la descrizione dei luoghi in cui poteva nascondersi era pressoché identica".

"Le strade degli orfanotrofi", disse a una voce con Georges.

"Per l'appunto. Confesso che dopo un primo momento in cui mi sono soffermato sulla questione meramente economica della cosa, mi sono accorto che il caso era quantomeno articolato e persino interessante a livello professionale. Di sicuro ci vorrà del tempo per dimostrarlo, ma ho quasi la certezza che quel 'dita magiche' fosse stato assoldato dall'uomo di nome Ethan. Ho anche immaginato... che Margaret volesse impedire a sua figlia di frequentarlo anche a costo di ucciderlo: il fatto che quella povera ragazza sia morta di parto deve averla resa ancora più convinta. C'era una luce, nei suoi occhi, che...".

"...che sembra spalancarsi su un'anima fatta di ombre", concluse in tono serio Frank, fissando sempre lo stesso punto sul pavimento.

Albert lo guardò con attenzione e così fecero anche Walker e Georges, con diversi gradi di stupore.

Walker fu il primo a riscuotersi: "Oggi sono andato con due agenti a perquisire la casa della signora, ma della pistola in dotazione a suo marito quando era in vita non c'è traccia. Gli esperti sono al lavoro per collegare il proiettile nel corpo di Ethan con il modello di arma, che secondo me giace in fondo al lago Michigan. L'autista ha confermato che ha dovuto rifornire di carburante un'auto che credeva avesse il pieno e nega di aver accompagnato personalmente Margaret sulle rive. Visto che mi trovavo lì ho anche cercato... un'altra arma".

"Una siringa", disse in tono asciutto, finendo di bere il tè e valutando di prenderne dell'altro. Non sapeva se fosse uno strano risvolto psicologico, ma da quando si era risvegliato in una bara gli pareva di avere sempre sete: eppure, dopo le prime ore in ospedale, era certo di essersi reidratato a sufficienza. Per non parlare della claustrofobia...

Lo supererò, come ho superato tutto nella mia vita.

Con quella certezza granitica, si dispose ad ascoltare il resto del racconto: "Già, una siringa. Il dottor Frank Stevenson mi ha riferito di aver notato qualcosa di strano sia ai funerali di sua moglie che... beh, ai suoi. In realtà anche io c'ero in entrambi i casi e il comportamento della signora era quantomeno sospetto, dolore a parte".

Si volse a guardare Frank, che finalmente si raddrizzò sulla sua poltrona e diede la sua versione: "Io e il detective abbiamo parlato a lungo e messo insieme i nostri sospetti: Margaret era inconsolabile ai funerali di Lilian e a un certo punto l'ho vista accasciata contro di lei, signor William. Quando l'altro giorno lei è per così dire... risorto, sembrava sconvolta e se ne stava andando via. L'ho seguita e...". Si strinse nelle spalle, accennando col capo a Walker.

"Signor Ardlay, in questo momento la sua testimonianza è cruciale, perché per dimostrare che Margaret Moore l'ha avvelenata ho dovuto frugare nel cassetto della sua biancheria". Il detective aveva uno sguardo serio, ma le sue orecchie si arrossarono in maniera visibile e Albert dovette sbattere le palpebre per lo stupore e mordersi l'interno delle guance per non ridere.

"E ha trovato quello che cercava?", chiese con un tono a metà tra il serio e il faceto.

L'uomo annuì: "Ho trovato una siringa vuota che è nelle mani di analisti che stanno cercando di rilevare tracce utili. E compatibili con le sostanze trovate sul luogo del delitto del trafficante: perché lì erano presenti fialette e altre siringhe piene e se collegheremo tutto, potremo anche dimostrare che Margaret ha preso lì quello che le serviva per colpire lei. Continuo a pensare che il movente fosse legato al suo timore che potesse creare uno scandalo rinnegando la paternità del bambino".

Albert pensò che quella storia avesse davvero dell'incredibile e si domandò come potesse, una famiglia come la Rousseau, avere collegamenti così torbidi. Tutta la sofferenza del mondo non giustificava né Lilian, né tantomeno sua madre.

Rinunciando al tè e intrecciando le mani sulle gambe accavallate, Albert tornò con la memoria al funerale di Lilian: "Margaret sembrava davvero provata e nonostante... degli screzi fra noi, in quel momento mi sembrava solo una madre disperata che avesse perso sua figlia. E non dubito che lo sia. Quando mi è letteralmente caduta fra le braccia, credevo che si stesse sentendo male. Poi ho visto che si stava mettendo una mano nel cappotto, come cercando qualcosa e lei ha parlato di una medicina.

La tua medicina, maledetto!

Subito dopo ho sentito una puntura al centro del petto e... la coscienza ha cominciato a essere ottenebrata. Non ricordo altro. Mi sono risvegliato... in una bara". Chiuse gli occhi e deglutì, avvertendo la punta acuminata di un attacco di panico impossessarsi di lui. Fece un respiro tremulo e profondo, cercando di ricomporsi, e vide gli occhi attenti di Georges. Forse era l'unico, assieme a Candy, a sapere quanto quell'esperienza lo avesse traumatizzato. Cercò di sollevare le labbra in un mezzo sorriso rassicurante, ma non seppe quanto fosse convincente.

Il silenzio che seguì parve concedere a tutti loro una sorta di time-out per assorbire quelle verità. Walker fece qualche tiro dalla pipa cercando di rinvigorirla, quindi la guardò rendendosi forse conto che era spenta. Frank si mise a fissare fuori dalla finestra con sguardo remoto.

"Bene", esordì il detective. "Margaret è ai domiciliari, ma a breve potrebbe essere trasferita in carcere finché non avrà risposto all'interrogatorio". Si alzò in piedi, pronto a congedarsi. "Colgo l'occasione per porgerle le mie condoglianze, nonostante tutto la signora Lilian era sua moglie", borbottò.

Albert si alzò, ringraziandolo, e lo accompagnò alla porta dello studio. "Georges, per cortesia, firma un assegno al detective per il suo onorario e...".

"Ma, signor Ardlay, non ho ancora risolto il caso!", protestò lui spalancando gli occhi.

"Mettiamola così", disse restringendo le palpebre, "ormai si trova sulla pista giusta e comunque le sue indagini le ha condotte, a prescindere dal risultato. Inoltre ha dato un volto al padre di Ethan: era un brav'uomo che è morto sul lavoro, vero?".

Walker lo fissò con un sorrisetto: "Già... grazie, signor Ardlay. Le assicuro che faremo luce su questa storia al più presto. Stia bene".

Scambiò un breve sguardo con Georges e capì che l'uomo aveva compreso il motivo per cui preferisse rimanere solo con Frank: non per escluderlo, ma per consentire al medico di mantenere la sua dignità confessandosi senza spettatori.

"Signor Ardlay...", esordì con voce arrochita.

Albert si recò verso una vetrina nella quale c'erano alcuni piatti antichi e dei bicchieri e ne trasse una bottiglia di whisky: "Mi sembrava scorretto offrirle da bere mentre c'era qui il detective, anche se confido che non mi avrebbe certo denunciato alle autorità. So che lei è un medico, ma...".

"La ringrazio, credo che ne avrò bisogno", ribatté lui scuotendo la testa.

Albert prese due bicchieri e pose la bottiglia sul tavolino, accanto al tè ormai freddo: era pronto ad ascoltare finalmente la verità.

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Frank si riempì le narici dell'odore corroborante del whisky, che era di qualità eccellente e non aveva niente a che vedere con quello che era solito bere lui. Se non ricordava male le origini degli Ardlay, poteva affermare che fosse puro malto scozzese. Il primo sorso gli punse la lingua e lo inondò dei sentori della torba e del legno.

William Ardlay lo guardava con gli occhi azzurri limpidi come il cielo di quel giorno e i propri gli bruciarono per le lacrime: a causa sua, quell'uomo tanto generoso da prendere in casa un figlio non suo, occupandosene come fosse la cosa più importante per lui, era stato a un soffio dalla morte. Letteralmente.

"Aveva ragione, sa?", disse con un filo di voce. "Non era il detective a doversi scusare con lei. Ero io". Incapace di trattenere oltre le proprie emozioni, nascose il viso nel palmo della mano, posò il bicchiere alla cieca e le portò entrambe al volto, cominciando suo malgrado a singhiozzare come un bambino, come la notte in cui era morta Lilian.

William non parlò, lasciandolo sfogare, e attese senza fiatare che si ricomponesse asciugandosi il viso con un fazzoletto: "Lilian era sua figlia, vero?", chiese in tono pacato, quasi dolce.

Frank annuì, guardando il pezzo di stoffa che aveva tra le mani: "Sì, ma l'ho scoperto poco prima che partorisse. Stavo per partire, cercando di salvare la mia dannata carriera e Margaret... me l'ha confessato. Voleva che facessi nascere io quel bambino e credevo che stesse solo cercando una scusa. Invece mi sono reso conto che la verità era sempre stata sotto ai miei occhi e io ero troppo cieco per vederla".

"Mi dispiace molto, è stato di certo terribile per lei...".

Già, quasi terribile come risvegliarsi in una bara...

"Scoprire di avere una figlia e poi perderla poche ore dopo... è qualcosa che non augurerei neanche al mio peggior nemico. E io non ho nemici", si schernì, riprendendo appena il controllo. Era ora che cominciasse la sua storia e non avrebbe tralasciato nulla: William Ardlay meritava di sapere tutto, anche i lati più oscuri. "Margaret è l'unica figlia di un fratello di mio padre. Le risparmio i particolari, ma le basti sapere che è rimasta orfana da bambina e la mia famiglia l'ha praticamente adottata. Quando eravamo adolescenti... lei si è innamorata di me e io mi sono lasciato travolgere. Ancora oggi non so se potrei chiamare amore questo sentimento che mi ha portato a intrecciare una relazione discutibile con mia cugina, ma mi sono spesso reso conto che... semplicemente non potevo farne a meno".

Chiuse gli occhi, cercando di placare il proprio cuore agitato, quindi li riportò su William, che lo guardava con attenzione e senza alcun segno di giudizio.

"Quando si è fidanzata con Alain Rousseau ho capito che dovevo porre fine a questo rapporto clandestino che diventava sempre più pericoloso e che rischiava... di mettere in pericolo il suo stesso matrimonio, se capisce cosa intendo", continuò arrossendo. L'uomo annuì leggermente. "Ma il destino ha voluto che le nostre strade si intrecciassero di nuovo e... ed è accaduto l'irreparabile".

Frank scosse la testa, crollandola in avanti, piegando la schiena e poggiando i gomiti sulle ginocchia. Sospirò e riprese in mano il bicchiere, fissandone il contenuto rimasto. "Alain era spesso in viaggio e Margaret... entrambi abbiamo commesso un errore. Un singolo errore che ha cambiato le nostre vite per sempre. Non so come Alain abbia fatto a credere che Lilian fosse sua, ma immagino che l'amore paterno possa superare ogni ostacolo, come mi ha detto la stessa Margaret qualche tempo fa". Fissò William con sguardo significativo e vide la comprensione nel suo.

Lui si sporse e si versò un dito di whisky nel bicchiere: "Ho pensato fin dall'inizio che questo bambino potesse non essere mio. Tuttavia, il suo benessere mi stava a cuore ancor più della mia reputazione e di quella della famiglia. Ho immaginato come sarebbe stato vivere nascendo da una madre che cerca di mantenere la propria posizione con ogni mezzo e da un padre... beh, ignoto. E non potevo accettarlo. Ho avuto modo di conoscere tanti bambini orfani, in questi anni, e se era destino che fossi io ad allevarlo... ebbene, lo avrei fatto, anche se avrei dovuto trovare il giusto compromesso per la mia famiglia".

"Per Alain è stato più facile, perché i tratti somatici di Lilian sono del tutto riferibili a sua madre e nulla ha mai lasciato presupporre che lui non ne fosse il padre. Ma per il piccolo Ethan...".

"Troverò una soluzione, ma volevo parlarne con lei, Frank, e presumibilmente anche con Margaret che comunque era sua madre. Salvare la reputazione del bambino significa anche farlo con quella di Lilian".

Frank si concesse un sorso di whisky: "Davvero racconterà che Ethan era un uomo perbene che è morto sul lavoro?".

William fece un grosso sospiro e posò il bicchiere sul tavolino: "Mi sto rigirando in testa la cosa da giorni e non trovo altra soluzione. Di solito sono contrario alle bugie, ma tra raccontare un giorno al bambino che il suo papà era un trafficante di droga morto per mano di sua nonna e questo... beh...". Si strinse nelle spalle, con fare ovvio.

"Ha ragione... sono d'accordo con lei. Sa, Walker mi ha detto che nella cassaforte dove hanno cercato invano la pistola di Alain c'era l'atto di nascita di Lilian. Gli ho chiesto di conservarlo e credo che prima o poi potrà tornarmi utile per risalire al collega... che dichiarò il falso. Anche Alain avrà avuto a che fare con la nascita di una figlia che aveva immaginato prematura e invece è nata a termine". Dentro di sé, stava prendendo forma un altro motivo per il quale voleva rendere pubblica quella verità, ma capì che non era il momento di parlargliene ora.

William era un uomo tranquillo che, anche in quel momento delicato, irradiava una pace che non sapeva se fosse reale o solo il risultato di un'educazione rigida. Tuttavia, comprese che aveva di certo bisogno di conoscere tutti i particolari della sera in cui si era ritrovato incastrato da Lilian tanto quanto lui aveva necessità di scaricarsi la coscienza.

"Quando Lilian è rimasta incinta di quel ragazzo che incontrava clandestinamente, Margaret sembrava impazzita. Non so i dettagli, ma credo litigassero ogni giorno. In quel periodo stavo aprendo la mia clinica privata e mi barcamenavo tra quella e l'ospedale, così le vedevo poco. Un giorno Margaret mi chiese di parlare e mi spiegò... il piano che aveva ideato Lilian".

Se prima William Ardlay sembrava attento al suo racconto, ora poté leggere nei suoi occhi una scintilla che era un misto di nervosismo e sollievo. Il dubbio doveva averlo roso per mesi.

Senza esitare, andò dritto al punto: "Mi hanno chiesto di andare al ballo di beneficenza con loro e di tenermi pronto in caso lei si fosse sentito poco bene. Quell'Ethan... aveva dato a Lilian una droga che addormenta il soggetto e causa perdita di memoria e l'ha usata su di lei, per ingannarla e farle credere che aveste passato la notte insieme".

L'uomo perse in un istante tutta la propria compostezza, quasi gli avesse appena tolto dalle spalle l'ultimo macigno. Si piegò a sua volta in avanti e nascose il viso fra le mani, cercando di controllare il respiro.

"Si sente bene?", gli domandò alzandosi di scatto.

Lui annuì e alzò il volto verso la finestra, sbattendo le palpebre come se stesse cercando di ricacciare indietro le lacrime: "Sì, tutto bene", si schiarì la voce. "Qualche anno fa ho perso la memoria a seguito dell'esplosione di un treno, in Italia. Quando l'ho recuperata, il mio medico mi ha detto che avrei potuto di nuovo soffrire di amnesia e temevo... temevo che fosse davvero accaduto".

Frank avvertì il senso di colpa artigliarlo ancora e ancora, mentre diceva: "Mi dispiace, so bene che non mi basterà tutta la vita per farmi perdonare. E se vorrà denunciarmi sono pronto ad assumermi le mie responsabilità. Margaret e Lilian volevano che datassi fin da subito la gravidanza in maniera errata, ma sapevo che alla nascita le cose sarebbero precipitate. Poi un giorno Lilian ha scoperto la relazione tra me e sua madre e ha troncato quasi del tutto i rapporti con entrambi".

William batté un dito sul bicchiere di whisky e ne bevve un sorso prima di posarlo e alzarsi. Sembrava combattuto, quasi volesse chiedergli qualcosa e non trovasse il coraggio. Andò alla finestra, mostrandogli solo il suo profilo, le mani intrecciate dietro la schiena: "Non ho intenzione di denunciarla e non solo perché lei è il nonno del piccolo Ethan, ma anche perché immagino che abbia sofferto molto e si sia sinceramente pentito. Lo dimostra il fatto che si è trovato ad accusare la stessa Margaret senza remore. Però mi preme farle una domanda e so che la accetterà da uomo". Si volse, per guardarlo negli occhi e lui si alzò a sua volta per sostenere l'occhiata gentile ma risoluta. "Cosa ha indotto un medico affermato come lei a prestarsi un simile inganno? Lo ha fatto per amore di Margaret e Lilian?".

Cercando di non abbassare lo sguardo, rispose: "Margaret ha minacciato di rendere pubblica la nostra relazione... e anche... di confessare che quando Alain era malato le ho lasciato in casa una dose di morfina per alleviare le sue sofferenze".

William impallidì e Frank non comprese quella reazione. Restò per un attimo lì, con le sopracciglia aggrottate, apparendogli ancora una volta in bilico tra dire o non dire qualcosa. Si passò una mano tra i capelli e si voltò di nuovo a guardare fuori: "Capisco", disse semplicemente. "Frank, ha idea di come... quella droga funzionasse?".

Fu il turno di Frank di accigliarsi: "Come le ho spiegato, da quel che mi hanno riferito ha causato un collasso e una perdita di...".

"Voglio dire...". Deglutì, sembrando a disagio, e il viso si arrossò un poco. "È proprio la perdita di memoria ad avermi tormentato per mesi, anche se non è stata a causa mia. Non è facile per me parlarne con lei, ma quando ho deciso di sposarla non era solo la paternità il mio dubbio maggiore. Io... ho pensato davvero di averla... compromessa".

E Frank comprese. Comprese che quell'uomo aveva bisogno di scagionarsi completamente per venire a patti con la realtà. Non voleva certo entrare nel dettaglio di ciò che gli aveva raccontato sua figlia per convincerlo che fosse il padre del bambino, tuttavia doveva essere stata molto persuasiva per essersi fatta sposare da lui e provò a sua volta un forte imbarazzo.

"La verità è che non lo so, mister Ardlay, ma le prometto che parlerò con Margaret e mi farò riferire tutto ciò che sa. Prima di discutere, erano molto legate e sono certo che parlassero... di tutto".

"Grazie", disse lui tornando a sedersi. "Ora vuole incontrare suo nipote?". Quella domanda gli scaldò il cuore e annuì con un nodo in gola.

Mentre William andava a chiamare la cameriera perché la bambinaia portasse il neonato, Frank comprese che non sarebbe stato facile fare il passo successivo: quell'uomo sembrava adorare quel bambino. Tuttavia, voleva almeno tentare. Dubitava che la vita gli avrebbe di nuovo concesso la possibilità di avere qualcosa di suo da amare e accudire.