Grazie dei commentia Ericka Larios, Dany Cornwell, MariaGpe22, Mary silenciosa, Lili, Eydie Chong: Alla fine tutti i nodi sono venuti al pettine, Walker ha svolto il suo lavoro fino in fondo e Frank desidera riscattarsi come uomo e come... nonno! Sarebbe il meglio per il bambino? Avete ragione: Albert e Candy meritano la loro felicità, ma lui come al solito è... esasperante. Perlomeno si sente scagionato nei confronti di Lilian, sapendo di non averla messa incinta, ma non gli è sufficiente e vuole sapere di più...

Grazie di cuore per tutte le vostre parole di incoraggiamento, grazie a voi ho avuto il coraggio di continuare a postare questa storia. E ora vi lascio al capitolo!

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Una lettera

La sera era ormai scesa nel salottino del primo piano e lui non aveva neanche voluto accendere la luce. I lampioni nel cortile riflettevano alcuni pigri fiocchi di neve che cadevano dal cielo, aggiungendosi al manto che ricopriva il prato e le fronde degli alberi. Non credeva che avrebbe nevicato di nuovo, ma le nubi erano tornate nel tardo pomeriggio, proprio mentre Frank teneva finalmente in braccio suo nipote, grato e commosso.

Albert finì il suo whisky e posò il bicchiere sul tavolino, risolvendosi infine ad accendere la lampada sullo scrittoio. Sul piano c'era una piccola pila di fogli puliti e una penna d'oca già intinta nel calamaio, pronta per essere usata. Fissò a lungo quegli oggetti e si disse che non poteva fare male scrivere: che poi inviasse quella lettera era tutta un'altra questione.

Sedette sulla poltrona, domandandosi vagamente se non dovesse dare disposizioni per la cena, e posò la penna sul foglio. Rimase per un attimo con la punta che macchiava l'angolo in alto a sinistra, quindi tirò giù una linea verticale cominciando a scrivere:

Mia carissima Candy,

durante questi mesi avevo cominciato a tenere un diario, proprio come facesti tu a Londra. Avevo scritto i miei pensieri, le mie frustrazioni, i miei desideri e i miei sogni infranti, come se racchiuderli dentro a quelle pagine servisse anche a tenerli lontano da me e a concentrarmi meglio sulla mia nuova vita.

Oggi mi rendo conto che è stato tutto vano, perché ogni singola emozione fa parte del mio essere, come e anche più di prima.

Tuttavia, a queste emozioni se ne sono aggiunte altre e non sono gradevoli, mia piccola Candy. Quel diario è finito nelle mani di Lilian, che lo ha letto e strappato prima di sentirsi male: so che ciò che le è accaduto le sarebbe successo comunque, ma non ho potuto fare a meno di avvertire una fitta di senso di colpa.

Già, i sensi di colpa.

Quelli che mi hanno fatto portare un peso sul cuore dalla morte di Anthony fino alla nostra gita a Lakewood, quando ho scoperto che li condividevamo e insieme li abbiamo fugati. Quelli che forse hanno contribuito a fare di me l'uomo che, pur desiderando la fuga in luoghi remoti, ha cercato di aiutare le comunità africane come poteva.

Quando Lilian ha preteso che la sposassi facendomi credere di aspettare un figlio da me, ho provato un senso di ribellione tale che credevo non sarei mai riuscito ad abituarmi all'idea. Inoltre, vivevo nel costante dubbio che potesse davvero essere così: oggi so che non è vero e il dottor Stevenson mi ha confermato che la droga che Lilian mi ha somministrato induce anche la perdita di memoria. Non era la mia mente ad essere difettosa, è stata una sostanza a cancellare tutto...

E un'altra sostanza mi ha avvelenato, inducendo forse una morte apparente che ha ingannato persino i medici e su cui la polizia sta indagando. Margaret Moore è la sospettata principale, come ti ho detto in ospedale. Oh, Candy, ci sono tante cose che dovrei spiegarti su questa storia! Ma non è per questo che ti sto scrivendo.

In questa lettera è della nostra storia che voglio parlarti. Del perché ho deciso di tenerti lontana nonostante ti desiderassi più di ogni altra cosa al mondo.

Non ho mai amato Lilian, anzi, ho provato per lei qualcosa di così simile all'odio che riconoscevo a malapena me stesso. Tuttavia, ci sono stati dei momenti in cui ho visto in lei la donna che poteva e forse desiderava essere. Una donna che ha perso il padre in tenera età, forse in circostanze più tragiche di quelle che conoscevo; una donna che si è legata a qualcuno che non era al suo stesso livello sociale e soprattutto che si guadagnava da vivere in maniera affatto pulita; una donna che, nonostante si sia sentita in diritto di attribuirmi una paternità non mia, aveva un bisogno smodato di essere amata.

Io l'ho rinchiusa in casa con me, senza darle nulla se non un tetto e le cure necessarie perché portasse a termine la gravidanza. Una volta mi ha confessato di amarmi e ancora oggi non so se sia vero. Lilian aveva molte colpe, però ho provato pena per lei. Non mi hai riferito tu stessa che il suo ultimo pensiero è stato per il bambino? Per il piccolo Ethan che, cara Candy, è lo stesso nome di suo padre, colui che ha procurato a Lilian e forse indirettamente anche a Margaret le droghe con cui sono stato colpito per ben due volte.

A volte mi vergogno di me stesso e della mia ingenuità, perché ho sempre pensato che nessun essere umano potesse arrivare a livelli simili, specie se si tratta di una donna perbene. Ebbene, mi sbagliavo. In un essere umano possono convivere sofferenza, dolore, desiderio di vendetta e odio tutto allo stesso tempo. La mia visione del mondo, nonostante io abbia viaggiato per molto tempo, era principalmente divisa in persone che non andavano giudicate dal proprio aspetto ma che andavano comprese e altre che avevano bisogno gli si tendesse una mano perché tornassero sulla retta via.

Io quella mano a Lilian non l'ho mai tesa, o ci ho provato in modo maldestro, preoccupandomi soprattutto per la creatura che aveva in grembo e non per colei che mi aveva, di fatto, diviso da te. Immagino che la mia reazione sia normale e riferibile alla maggior parte degli uomini di questo mondo, ma questo non mi fa sentire meglio.

Non amavo Lilian ma ho vissuto come una profonda ingiustizia la sua morte, in età così giovane, con un bambino che non ha potuto neanche allattare. Avrei voluto parlarle, chiederle spiegazioni, capire cosa il suo cuore celasse di così grande per renderla tanto furiosa con la vita, anche se ho qualche sospetto di cui un giorno, forse, ti parlerò a voce. Che fosse un trauma o un desiderio di redimersi, io non l'ho ascoltata, troppo preso dal ricordo struggente di ciò che non abbiamo mai condiviso e dal futuro per un bambino innocente.

Devo elaborare tutto questo, Candy, ritrovare me stesso occupandomi di Ethan, innanzitutto, e poi cercare di capire che tipo d'uomo sono diventato. Posso avvicinarmi a te chiedendoti di amarmi se sono io il primo a non farlo? Non ti chiedo di aspettarmi, ma di andare avanti con la tua vita e, sì, ho parlato anche con Terence. Volevo sapere se avessi rivalutato le cose con lui, ma la sua risposta non mi ha lasciato alcun dubbio e non so se lo merito, dopo averti fatta soffrire tanto.

E in nome di questo amore che custodisco gelosamente voglio essere migliore, prima di tornare da te col capo cosparso di cenere, se ancora mi vorrai.

Albert rilesse la sua lettera prima di firmarsi e rimase perplesso. Davvero sarebbe stato necessario dire a Candy tutto ciò? In realtà, sarebbe stato sufficiente comunicarle che doveva occuparsi di sistemare ufficialmente le cose, visto che di fatto era appena rimasto vedovo e con un figlio. Non poteva certo farsi vedere con quella che era stata la sua protetta fino a poco tempo prima annunciando, di punto in bianco, che la stava corteggiando o fosse persino diventata la sua fidanzata.

Era così semplice.

Eppure non lo era. No, a Candy avrebbe dovuto parlare chiaro, ma era così stanco e provato che aveva bisogno di concentrarsi su una cosa alla volta. Desiderò fuggire da quella finestra seduta stante per andarsene a Lakewood o magari sino in Africa, ma fino a che non avessero dichiarato che con la morte di Ethan e 'dita magiche' non correva più alcun pericolo, non poteva esporsi.

Incastrato. Rinchiuso. Dall'inizio alla fine. Morto in vita.

Da quando era nato era stato così, rifletté chiudendo il cassetto in cui aveva posto il foglio, e la sensazione di libertà durante i suoi vagabondaggi era sempre stata fittizia. Era il patriarca degli Ardlay e qualunque sua decisione, da un eventuale matrimonio con Candy a una sua fuga verso terre ignote, si sarebbe ripercossa su tutti i membri del clan.

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"So che Albert oggi usciva dall'ospedale e doveva incontrarsi con quel detective, chissà se hanno fatto luce sulla questione". Terence alzò lo guardo su Candy, seduta di fronte a lui accanto ad Annie e la vide smettere di tagliare il boccone di carne.

Per tutta la sera era rimasto a controllare le sue reazioni e non ci volevano poteri soprannaturali per capire che stava soffrendo ma cercava di nasconderlo.

"Me lo auguro di cuore, figliolo", ribatté il signor Cornwell al suo lato prendendo un sorso di vino rosso. "Chiunque abbia osato attentare alla vita del patriarca deve marcire in galera per il resto dei suoi giorni, anche se si tratta di una nobildonna".

"Caro, per favore, non facciamo discorsi così impegnativi mentre siamo a tavola e preoccupiamoci piuttosto per la salute del povero William. Una di queste sere dovremmo invitare anche lui...".

Terence prestò a malapena attenzione allo scambio di battute tra i genitori di Archie e quelli di Annie che s'intromisero nel discorso e continuò a guardare Candy. Il giorno dopo sarebbe dovuto ripartire per New York e si rese conto che non aveva più molto tempo per lei, né per rivedere il suo amico e scoprire dove fosse il bandolo della matassa.

Sperava solo che le cose si sistemassero davvero e che l'espressione triste di Candy mutasse presto in un sorriso. Non sopportava proprio di vederla così. Quando la cena finì, rifiutò persino il dolce e si ritirò con Annie nella sala del pianoforte mentre gli uomini più anziani si recarono nel salottino per bere whisky e parlare di affari.

Rimase solo con Archie e andò verso la finestra, alzandosi dalla tavola che i servitori stavano sparecchiando. Il suo ex compagno di scuola lo affiancò e gli chiese se voleva qualcosa da bere anche lui.

"No, grazie. E ti ringrazio anche per l'invito di stasera: so che l'hai fatto soprattutto per Candy".

Archie si mise le mani nelle tasche e gli voltò le spalle: "Volevo darle una parvenza di serenità dopo tanto orrore e forse... anche io avevo bisogno di seppellire l'ascia di guerra e ricominciare una vita normale".

"Senti, quello che ho detto a te e ai tuoi genitori prima che cominciassimo la cena era vero: sono davvero addolorato per quello che è successo a tuo fratello e sono in colpevole ritardo per le mie sincere condoglianze. Era un ragazzo speciale e non lo dico tanto per dire. Poteva fare... grandi cose". Terence aveva pensato spesso che Stair fosse molto diverso da Archie, con la sua creatività e il suo spirito libero persino affine a quello di Albert.

"Ti ringrazio, so che sei sincero".

Lui annuì e, quando le prime note della Sonata al chiaro di luna di Beethoven lo raggiunsero, avvertì un brivido lungo la schiena: quella melodia così struggente, che Annie suonava con tanta bravura e sentimento, gli fecero comprendere che aveva bisogno di parlare da solo con Candy un'ultima volta prima di darle l'ennesimo addio.

"Non credo proprio che sia il brano più adatto a lei, questa sera", mormorò incamminandosi verso la sala del pianoforte.

"Dove vai?". Archie sembrava quasi allarmato.

"Devo parlarle", disse semplicemente, avviandosi con le mani nelle tasche.

Nella stanza, dietro ad Annie che suonava, c'erano anche la signora Cornwell, che pareva rapita, e la signora Brighton, che aveva il cipiglio di chi valutasse con attenzione i progressi fatti. Erano sedute vicino su un divanetto, mentre Candy sembrava avere lo sguardo perso verso la finestra, quasi cercasse di vederla e perdersi in quella luna cui erano dedicate le note.

Attese con pazienza che incontrasse i suoi occhi e le fece un leggero cenno col capo. Lei si avvicinò come uscendo da una trance e Archie indicò loro un salottino attiguo dove sarebbero stati tranquilli.

Terence si accorse che l'opulenza di quelle quattro mura rischiava di sommergerlo e non era solo per lo stile palesemente barocco della mobilia, ma anche per quel lampadario di cristallo che doveva pesare come il piombo. Con una smorfia, cercò la poltrona meno pretenziosa e vi si accomodò, chiedendo a Candy di fare altrettanto vicino a lui.

"Ripartirai domattina?", gli chiese giocando con il merletto sulla gonna.

"Nel pomeriggio. Purtroppo i biglietti erano finiti e io li ho acquistati solo ieri, quando ho saputo che Albert sarebbe stato dimesso oggi".

Lei annuì senza aggiungere altro e Terence provò un insieme di sentimenti in contrasto fra loro: desiderio di scuoterla e di abbracciarla; una voglia insana di andare da Albert e fare a pugni con lui prima di trascinarlo a forza da Candy e al contempo quella di portare lontano la sua signorina Tuttelentiggini e baciarla finché non lo avesse di nuovo preso a schiaffi.

Perché Candy si piegava ma non si spezzava. Tuttavia, il punto di rottura lo aveva davvero sfiorato quando aveva creduto che Albert fosse morto.

"Candy, posso partire tranquillo? Ultimamente mi stai facendo preoccupare più del solito. E non parliamo di quell'incosciente di Albert...", disse cercando di mantenere un tono scherzoso.

Lei sospirò: "Io me la sono sempre cavata e continuerò a cavarmela. Ti confesso che qualche giorno fa credevo che non mi sarei più ripresa, ma ora che so che lui sta bene... posso affrontare tutto".

"Davvero? Non lo stai dicendo solo per non farmi preoccupare?".

Scosse la testa, facendo ondeggiare i ricci lungo il viso e facendogli desiderare di sfiorarli. "Dimmi la verità, Terence, Albert ti ha chiesto se fossimo tornati insieme?".

Non si aspettava quella domanda e sbatté le palpebre. Si sistemò sulla poltrona, a disagio, chiedendosi se dovesse dirle la stessa verità che aveva confessato ad Archie e ad Annie al bar dell'ospedale. E decise che non poteva fare male: "Sì e si è... impensierito quando gli ho detto di no".

Candy sussultò e strinse più forte il tessuto della gonna: "Che cosa ti ha detto?".

Terence fece un lungo sospiro: "Mi ha confessato che vorrebbe vederti lontana da tutto questo e serena, perché lui deve riportare a uno stato normale tutte le faccende familiari e non vuole che tu sia implicata".

Con sua sorpresa, la vide scuotere la testa, quasi se lo aspettasse: "È la stessa cosa che ha detto a me. So che è sincero quando dice di volere solo la mia serenità e so anche che... nulla può essere come prima, visto che lui è appena rimasto vedovo. Le nostre strade continueranno a essere separate. Tuttavia, speravo che almeno mi concedesse di sostenerlo come amica, visto che avevamo promesso di condividere tutto".

Nuovamente colto da sentimenti ambivalenti, Terence cercò, con gesti nervosi, una sigaretta nella tasca del panciotto e, sotto gli occhi perplessi di Candy, se l'accese. Non era possibile che la storia si ripetesse di nuovo e che lui si ritrovasse impigliato di riflesso in una sorta di karma beffardo.

"Accidenti, Candy, io...". Sorprendendolo di nuovo, lei si accigliò, marciò verso di lui e Terence si ritrovò catapultato sulla finta Collina di Pony dietro al collegio di Londra, mentre una ragazza con i capelli raccolti in due code e la divisa della scuola gli strappava dalle dita la sigaretta e la pestava sotto al tacco dello stivale.

Ora Candy si limitò a toglierla dalla sua mano e, dopo essersi guardata attorno, la schiacciò in un posacenere, anch'esso di cristallo come quell'assurdo lampadario, posto su una consolle che doveva valere come l'intera casa. "Quante volte devo ripeterti...?".

Mandando al diavolo ogni buon proposito e persino contraddicendo quello che aveva detto ad Albert, Terence la imprigionò tra le sue braccia, interrompendola, cercò le sue labbra e, come alla Festa di Maggio di sette anni prima, la baciò.

Lei si divincolò e fu certo che, proprio come aveva immaginato poc'anzi, lo avrebbe preso a schiaffi. Invece Candy si calmò poco a poco, lasciando che accarezzasse le sue labbra e lui non poté interrompere quel contatto che anelava da sempre. Quel contatto che aveva sognato anche mentre Susanna si spegneva, facendolo sentire in colpa. Quel contatto che desiderò approfondire ma, non avendone il coraggio, si accontentò di prolungare il più possibile.

Si accorse a malapena che Candy stava piangendo.

Uscendo dal suo sogno, Terence si allontanò e la guardò: aveva il naso arrossato e le lacrime le bagnavano le guance. "Sei soddisfatto, adesso, Terry? Mi hai rubato un altro bacio".

Se avesse potuto si sarebbe preso a pugni da solo: "Perdonami, Candy, non ho potuto proprio farne a meno. Colpiscimi pure, me lo merito". Chiuse gli occhi in attesa di un colpo che non arrivò e vide che lei si stava asciugando gli occhi con il polso, come una bambina.

Mia dolce, dolcissima Candy...

"Quello che ti ho detto alla Casa di Pony resta valido. Se credi di non poter rimanere semplicemente mio amico, allora anche tu devi allontanarti da me: mi dispiace, ma preferisco restare sola che ingannarti". Candy sedette di nuovo, come se fosse molto stanca, e ricominciò a giocare con la gonna.

Terence riprese posto di fronte a lei, stringendo forte i braccioli della poltrona: "Invece non farlo, Candy, non arrenderti. Non rimanere sola. Se davvero lo ami, lotta per lui quando sarà il momento di farlo, perché non meriti di perdere di nuovo qualcuno che per te è importante".

"Terence...?". Sembrava sconvolta e gli occhi ancora brillanti per le recenti lacrime sembravano due laghi verdi pieni di luce.

"Hai perso Anthony e ti sei rialzata, perché sapevi che lui non sarebbe mai tornato. E ci siamo persi io e te, Candy, per una donna che è morta, proprio come LIlian. Sai a cosa ho pensato, dopo che lei se n'è andata?". Lei scosse la testa, ascoltandolo con attenzione. "Che la vita ci aveva dato un'altra possibilità, maledizione!". Si alzò in piedi, camminando per la stanza, incapace di restare fermo. "Ma avevo subodorato che fra te e Albert le cose stessero cambiando e ne ho avuto conferma il giorno del tuo compleanno".

"Ormai non ha più importanza. Lui... non può stare con me, non so neanche se mi voglia ancora".

"Ma certo che ti vuole ancora, si vede da come ti guarda!", sbottò senza riuscire a sopportare il suo tono rassegnato e deluso. "Candy, io stesso gli ho ribadito che tu non saresti certo stata felice lontana da lui e non dico che dobbiate sposarvi domani o fra un mese o fra un anno. Però non fate lo stesso errore che abbiamo commesso io e te. Non c'è nulla che vi divida e anche se dovrete lasciar trascorrere il tempo opportuno, datevi questa possibilità!".

Si era fermato davanti a lei, che sembrava una cosina tremante e con gli occhi enormi sulla poltrona di broccato. Chinò il capo, piegandolo di lato: "Certo che sei strano, tu. Prima mi baci e poi mi getti fra le braccia di un altro uomo". Il sorriso era lieve e appena accennato, ma lo fece rilassare e tornare a sedere.

Desiderò poterle prendere le mani, ma capì che se l'avesse toccata ancora l'avrebbe pregata di restare con lui anche se non l'amava. "Lo so, mi sono lasciato trasportare dall'impulso, Candy. Nonostante tutto, questo cuore ribelle ti appartiene ancora... no, lasciami finire, ti prego. Forse suona tragico come uno di quei monologhi che recito sul palcoscenico, ma sono disposto a sanguinare dentro vedendoti tra le braccia di chi desideri davvero piuttosto che veder spegnersi il tuo sorriso".

E glielo regalò, quel sorriso, timido e impacciato: "Sei una persona meravigliosa, Terence, anche se a volte sei un po' impulsivo. Non dimenticherò mai quanto tu mi sia stato vicino in questi giorni e spero che la nostra amicizia non finisca mai. Ti prometto di nuovo che troverò la mia felicità e che farò tutto ciò che è in mio potere per non lasciare nulla d'intentato con Albert. Credo... che abbia bisogno di tempo anche per assimilare tutto quello che gli è successo e non voglio interferire. Forse tornerò davvero in Francia".

"Ma... Candy!". Il panico lo colse assieme a una sorta di sollievo e Terence si diede dello stupido per aver consentito, ancora una volta, a delle speranze inutili di affiorare.

"Non voglio rimanere, ma devo chiudere un cerchio, forse. Magari deciderò di scrivere semplicemente all'ospedale che ho lasciato, predisponendo una donazione, e tornerò alla Casa di Pony per Natale quando i lavori della clinica s'interromperanno. Andrò avanti come mi ha chiesto Albert ma resterò sempre la presenza discreta al suo fianco. Forse potrei davvero fargli visita, un giorno di questi, per accertarmi che mangi e riposi abbastanza".

Terence la scrutò con attenzione, cercando di capire se gli stesse mentendo o fosse sincera, ma la verità era che poteva solo confidare nell'estrema resilienza di quella piccola Tarzan Tuttelentiggini e nel giudizio di Albert.

"Bene, ora posso salutarti con un abbraccio? Giuro che sarà fraterno", promise.

Candy lo guardò di sottecchi: "Se riprovi a baciarmi, stavolta ti schiaffeggio davvero", disse seria.

E, mentre la stringeva a sé cercando di lasciarla andare nel proprio cuore e le prometteva a sua volta che sarebbe stato felice, Terence giurò a se stesso che anche lui l'avrebbe osservata da lontano. E sarebbe tornato a fare giustizia se Albert l'avesse fatta soffrire ancora. Era disposto persino a ucciderlo di nuovo.

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Frank sapeva che sarebbe stata questione di giorni o forse di ore, prima che dai domiciliari Margaret fosse trasferita in carcere in attesa del processo. Tuttavia, era stato abbastanza semplice ottenere dal giudice il consenso di recarsi a trovarla, visto che era stato lui il primo a testimoniare contro di lei.

Visti i capi di accusa, però, la guardia lo scortò fin dentro casa, dove chiese e ottenne di vederla da solo, perché si trattava di una questione privata.

"Ho controllato di persona la camera della signora e posso assicurarle che non ci sono armi né droghe. Ma non esiti a chiamarmi se dovesse...".

"Stia tranquillo, me la caverò".

"Sono qui fuori".

Frank annuì, riflettendo che solo pochi mesi prima era entrato in quella stanza per fare l'amore con lei e ora si trovava quasi a disprezzarla.

Ed eccola, la donna che gli aveva dato una figlia tacendogli la verità, che forse aveva ucciso un uomo ed era stata a un soffio dal farne fuori un altro, ben più potente e in vista. Sembrava così fragile e smunta, nel suo abito da lutto, che si chiese come fosse possibile. Per un solo, fugace istante, ebbe la visione di Margaret da giovane, che gli si avvinghiava al collo e lo baciava, che percorreva il suo corpo con mani avide e che gli sussurrava che era suo, solo suo.

"Vattene". Il gelo di quella parola lo sommerse, tuttavia non si lasciò intimidire e sedette su una poltrona di fronte al letto, dove lei era stesa.

"Devo chiederti una cosa". Margaret non diede segno di averlo udito e restò mezzo girata verso la porta, fissando un punto oltre la parete.

"Stanotte ho sognato Lilian". Si mise a sedere, quasi la vedesse, e protese le braccia di fronte a sé come per accoglierla. Sorrise, persino. "Mi chiamava mamma e mi correva incontro! Lo faceva davvero da piccola, sai? Perché non l'hai salvata, Frank, perché?! Tu eri suo padre!".

Lasciò cadere la testa in avanti, stringendo le mani tra loro, impotente e disperato. Ogni dannato giorno si era fatto la medesima domanda e ancora non ne era venuto a capo. E non sarebbe stato comunque così che Lilian si sarebbe rialzata dalla sua fredda tomba come invece aveva fatto suo marito.

"Se potessi darei la mia vita in cambio della sua", disse roco, cercando di contenere le sue emozioni. "Ma devo fare ancora qualcosa per lei e per chi è rimasto in vita. Per questo sono venuto qui...".

"Non puoi fare più niente per lei!", gridò di punto in bianco, facendolo quasi sussultare. "Io volevo fare qualcosa e tu me l'hai impedito!".

Frank non sapeva se fosse una sorta di confessione indiretta, ma ne aveva tutte le caratteristiche. "E come, uccidendo l'uomo che l'ha amata e quello che le ha dato asilo nonostante sia stato ingannato?!".

"Tu non sai niente, niente!", strepitò piangendo e stringendo le coperte.

"So solo che qualunque cosa facciamo non possiamo riportarla in vita, ma redimere la sua memoria sì", ribatté in tono calmo, sperando si placasse anche lei.

"La sua memoria sarà infangata non appena William Ardlay mostrerà il figlio bastardo che gli ha affibbiato la mia Lilian".

"Non osare!". Fu il suo turno di gridare, mentre si alzava in piedi con gli occhi fuori dalle orbite, il respiro corto: "Non osare parlare così di quella creatura innocente! Tu sei sua nonna e dovresti amarlo! Invece proprio quell'uomo che hai rischiato di ammazzare lo ama molto più di te e intende proteggerlo!".

Lei parve interdetta, poi fece una smorfia: "E come vuole proteggerlo?! Parlando di come sia stato ingannato da sua moglie e fingendo di prendersi cura di una creatura innocente?".

Frank sospirò. "Margaret, la giustizia farà il suo corso in ogni caso, ma voglio capire cosa diavolo pensassi di ottenere: credevi che uccidendolo avresti impedito alla sua famiglia di parlare? Beh, allora mi spiace deluderti, ma se vuoi che nessuno accusi Lilian dovrai fare fuori uno a uno tutti i membri del clan Ardlay che vivono in questa città".

"Non capisci, non capisci nulla, come tutti gli uomini! Siete della medesima razza! Tu, Ethan, Alain, quel William!".

L'uomo comprese che Margaret era fuori di sé e che stava riversandogli addosso anni di frustrazioni e delusioni, sentimenti che forse aveva condiviso con la stessa Lilian e che le avevano entrambe portate ad amare uomini che non potevano avere. Credendo che fosse loro dovuto anche l'affetto. Non sarebbe certo stato così che avrebbe ottenuto l'informazione che voleva e sapeva che doveva ottenerla a ogni costo. Lo doveva a William.

"Il patriarca ha fatto per lei tutto quello che un marito devoto avrebbe fatto, sposandola anche se aveva il dubbio che il piccolo Ethan non fosse suo figlio. E quando ne ha avuto la conferma non si è tirato indietro. Sono certo... che a modo suo teneva anche a Lilian". In parte era vero e non gli dispiaceva usare il ricordo di lei per arrivare alla verità, soprattutto considerando che il pover'uomo aveva avuto persino qualche senso di colpa.

La risata roca e beffarda di Margaret lo convinse di essere sulla buona strada. "Secondo te, quindi, durante la prima sera della sua luna di miele, quando Lilian ci ha scoperti, è venuta qui per farci una visita?! Non ti rendi conto di quanto William la disprezzasse, pur avendola sposata? Il dubbio di averla messa incinta non lo ha affatto intenerito! La mia bambina mi ha detto che quel matrimonio era una farsa!".

Frank chiuse gli occhi, diviso tra il dolore e la consapevolezza che Lilian avesse scelto la vita che aveva vissuto fino all'ultimo istante. Forse, se avesse saputo prima di essere suo padre, le avrebbe impedito con tutte le sue forze di commettere un errore simile. "Credevo che... dopo quella notte in cui lei... Dio, non riesco nemmeno a dirlo!".

Una parte di lui non osava davvero immaginare sua figlia fra le braccia di un uomo per ingannarlo, l'altra cercò di rimanere vigile per capire se quell'espediente sarebbe stato sufficiente a farla parlare.

"Puoi dormire sonni sereni, Frank", disse lei con tono spento. "Lilian era talmente innamorata di quello spacciatore mulatto che gli è rimasta fedele persino quando avrebbe potuto incastrare davvero William Ardlay. Quella notte, dopo il ballo, si è limitata a dormire accanto a lui e a macchiare le lenzuola con del sangue di animale. E se quello che ho capito è vero... lui si è sempre rifiutato di toccarla quando voleva essere davvero sua moglie".

Senza bisogno di simularlo, Frank la guardò con stupore: "Vuoi dire che... che il loro matrimonio è nullo?!".

"È probabile. Non solo forse non è affatto vedovo, ma se volesse potrebbe abbandonare quel bambino e tornare sotto le gonne di quell'infermiera! A lui sì che le cose sono andate bene!".

Frank ne aveva abbastanza e si alzò dalla poltrona. Era disgustato, persino nauseato e non voleva più sentirla parlare di Lilian in quei termini, quasi rifiutarla fosse stato il torto maggiore che avesse potuto farle un uomo. In realtà, il danno più grosso lo aveva fatto lei, sua madre, che non l'aveva mai messa in guardia su cosa potesse comportare darsi a un uomo della strada.

E dovette dirglielo. "Sai una cosa, Margaret? Mi hai accusato di non aver salvato Lilian... beh, in realtà forse potevi farlo tu".

"Cosa?". Sembrava davvero confusa, mentre lo guardava, la sua bellezza sfiorita nel pallore pauroso del viso e nelle occhiaie pronunciate.

Sapeva che un'eventualità come il distacco della placenta che l'aveva uccisa avrebbe potuto verificarsi anche se si fosse sposata con un uomo che amava, vivendo felicemente la sua relazione in una bella casa e non per strada. Tuttavia, sentì il bisogno di colpirla: "Se tu fossi stata più presente e attenta, forse non si sarebbe innamorata di quell'Ethan! E se mi avessi detto prima che era mia figlia, lo avrei assicurato alla giustizia non appena avessi avuto sentore che si vedevano di nascosto! Sai qual è la verità?", le domandò chinandosi su di lei. "Per quanto ne so, potresti averla uccisa tu perché non sei stata una brava madre!".

Margaret urlò e tentò di picchiarlo, piangendo e gridando come se avesse perso il senno, dicendogli che lo odiava e che non avrebbe mai voluto incontrarlo. Mentre lui la spingeva fino a farla ricadere sul letto, uscendo fuori per incontrare lo sguardo allarmato della guardia, rifletté che forse, su quell'ultimo punto, erano d'accordo come mai lo erano stati in vita loro.