Grazie dei commenti a Charlotte, Ericka Larios, MariaGpe22, Charlotte, Eydie Chong: forse Albert è stato troppo compassionevole, forse no, ma questa è la sua indole e Candy, seppure con la morte nel cuore, l'accetta e la rispetta. A quanto pare, per il momento i due sono lontani senza soluzioni immediate. In tutto questo, Ethan ha un futuro assicurato, almeno dal punto di vista emozionale, perché sono stati redenti tutti i membri della sua famiglia, anche quelli che lo meritavano meno e la stessa Margaret, che è vigliaccamente fuggita da una vita in carcere ma è stata abbastanza coraggiosa (o sciocca?) da togliersela.

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Uno strano Natale

Miss Pony fece scorrere lo sguardo sulla stanza che avevano allestito per festeggiare il Natale e il cuore si riempì di gioia. Suor Lane era impegnata con i più grandicelli a scartare i regali davanti al fuoco, mentre il signor Ardlay, che aveva contribuito a rendere quel giorno memorabile, era a terra, a quattro zampe e aveva sulla schiena due piccoli urlanti di due e tre anni. Accanto a lui, il signor Georges sedeva a gambe incrociate e stava leggendo una storia che teneva i bambini a bocca aperta: era la prima volta che lo vedeva in abiti informali, cosa che con mister William era invece piuttosto frequente.

Prese le tazze di cioccolata vuote e chiese con un grande sorriso: "Chi ne vuole ancora?".

"Io!", fecero una ventina di vocine urlanti, cui si aggiunsero quelle dei due uomini adulti, il che la fece scoppiare a ridere di cuore. Miss Pony servì altra cioccolata e vi aggiunse una generosa dose di marshmallow, riservandone anche una per sé e suor Lane.

Quando tutto fu più tranquillo e i bambini più piccoli furono andati a dormire, insieme a suor Lane si predispose a convincere i grandi a fare altrettanto, perché la mattina dopo avrebbero trovato altri doni sotto il grande albero di Natale.

Tra carta colorata, nastri e tazze di cioccolata vuote, rimasero solo in quattro, davanti a un fuoco che, nonostante la legna, sembrava volersi arrendere a sua volta all'ora tarda. I vetri erano appannati e la neve preannunciava pupazzi e lotte vivaci per il giorno dopo.

"Non sappiamo davvero come ringraziarvi per quello che avete fatto oggi, è più... di quanto avessimo potuto sperare", disse commossa, lanciando un'occhiata a suor Lane che annuiva con vigore.

"Non lo dica neanche per scherzo: siamo noi a ringraziarvi. Credo che Georges non si divertisse così da almeno trent'anni", ribatté il signor William, mentre si adoperava a spegnere le candele sul grande pino al centro della stanza.

"Si tratta di un modo sottile per sottolineare la mia età, signore, oppure sono caduto in errore?", domandò l'altro aiutando suor Lane con l'attizzatoio.

L'ex tutore di Candy gli fece l'occhiolino e, con malinconia, si ritrovò a pensare che mancava proprio lei all'appello. Candy, in Francia da più di un mese ma che intratteneva con loro una fitta corrispondenza, raccontando dei miglioramenti che era riuscita ad apportare all'ospedale dove prestava volontariato, aggiungendo persino un reparto chirurgico nuovo di zecca. Le avevano dato una targhetta di riconoscimento e ne era stata commossa, ma c'era ancora tanto da fare, da quel che diceva!

Come se suor Lane le avesse letto nel pensiero, cercò il suo sguardo e disse: "Miss Pony, perché non va a prendere l'ultima lettera di Candy? Quella in cui parla dei miglioramenti che ha fatto in ospedale?".

Lei annuì e portò nella stanza il foglio, porgendolo al signor Ardlay. Con gli occhi brillanti come quelli di un bambino che avesse appena ricevuto il regalo più bello della serata, William lesse ad alta voce con il suo tono impostato, imprimendo la giusta ironia dove serviva e la serietà ove necessario. Attraverso di lui era come sentire davvero il racconto di Candy dal vivo.

La vita era stata dura con quei due giovani, anche se in modi diversi. Non le sfuggirono la sua emozione e gli sguardi pieni di affetto e comprensione che gli lanciava il signor Villers il quale, comprese, lo considerava più un figlio che un superiore.

L'uomo abbassò la lettera e gliela restituì: "Candy mi ha raccontato cosa stava facendo nella missiva che mi ha inviato un paio di settimane fa, ma non è stata così dettagliata", spiegò.

"A proposito, signor Ardlay...".

"Albert, chiamatemi Albert, per favore. È così che mi chiama sempre Candy".

Suor Lane sembrava in imbarazzo, ma lo assecondò: "Bene... mister Albert, ha avuto notizie del piccolo Ethan?".

Miss Pony ascoltò con molto interesse il racconto di come, solo il giorno prima, lui e il signor Villers si trovassero proprio a Indianapolis, dove il piccolo viveva con il nonno. Da quel che aveva appreso, il signor Stevenson, dopo averlo adottato, aveva ottenuto da poco un incarico in un ospedale del luogo e l'aveva accettato.

"Frank ha lasciato la clinica privata in mano a un suo collega, qui a Chicago, rinunciando a trasferirla. Pare che lì dove si trova ora abbia la possibilità di specializzarsi ulteriormente in pediatria", spiegò Albert. "In poche settimane Ethan è cresciuto in modo incredibile, abbiamo rischiato che i vestitini che gli abbiamo comprato non gli entrassero affatto, vero Georges?", ridacchiò mentre l'altro annuiva.

Lo squillo lontano del telefono nell'altra stanza mise fine alle risate e, d'istinto, Miss Pony scattò in piedi. "Vado io!", propose suor Lane. Chi poteva essere quasi a mezzanotte? In realtà, le opzioni non erano molte e lei si ritrovò a pregare alacremente che fosse chi sperava. E, a quanto pareva, un piccolo angelo biondo voleva solo fare gli auguri di buon Natale.

Quando raggiunse il telefono, con le lacrime agli occhi, Candy le fece i suoi auguri più sinceri, prima di scusarsi per aver sbagliato a calcolare il fuso orario: "Non ho svegliato i bambini, vero?".

"No, tesoro, stai tranquilla. Sai che l'ufficio è dalla parte opposta rispetto alle camere dei piccoli. Suor Lane ti avrà detto della gradevole visita che abbiamo ricevuto questo pomeriggio", chiese sorridendo alla donna di fronte a sé.

"Sì, in effetti... beh, ho chiamato a casa di Annie che era insieme ad Archie e alle loro famiglie e me l'ha detto. Quindi... ehm... Albert è lì?".

Il sorriso sul volto si allargò: "Sì, cara, vuoi che te lo passi?". Non aveva neanche finito di dirlo che suor Lane era uscita dalla stanza. Stava quasi per richiamarla indietro, perché non sapeva se lei volesse sentire la sua voce, anche se gli scriveva: non gli aveva ancora chiesto se si erano già sentiti per telefono.

"Sì, la prego, voglio... voglio fare i miei auguri anche a lui".

"Ma certo, te lo chiamo subito". Lui era già lì, con lo sguardo pieno di emozione, che sembrava un ragazzino. Non era la prima volta che gli vedeva quella luce negli occhi ed era persino più luminosa di quando aveva toccato la sua lettera.

Oh, Signore, guida le loro strade affinché s'incrocino di nuovo...

Uscì con discrezione dalla stanza, mentre il signor Albert le ringraziava. E si ritrovò a ridere sommessamente insieme a suor Lane come erano soliti fare i bambini dopo aver commesso una marachella.

- § -

Quanto era che non sentiva la sua voce? Una settimana? Un giorno? Non lo sapeva, perché era come fosse la prima volta in un anno.

"Buon Natale, piccolo Bert".

"Buon Natale a te, piccola Candy. Lo festeggerai tutta sola, laggiù?".

Lei ridacchiò, una risata un po' roca, da donna adulta

seducente

che non le aveva mai sentito.

"Alcuni dei miei colleghi hanno organizzato una piccola festa per il reparto pediatrico dell'ospedale. Da come si sono messe le cose, però, credo che sarà estesa anche ai reparti degli adulti, quindi sarà una specie di ricevimento".

Un ricevimento. Come quello nel quale la sua vita era cambiata; o come quello in maschera, in cui aveva potuto stringerla fra le braccia.

"Bene, sono sicuro che i pazienti saranno felici di festeggiare nonostante tutto. Candy, ma tu...".

"Come stai, Bert? Dormi abbastanza? Mangi bene? Ti riposi? Non lavori troppo, vero? Non dirmi che dopo questa breve parentesi alla Casa di Pony te ne andrai in uno di quei viaggi lunghi che durano mesi interi!".

Albert rimase interdetto e non tanto per l'interruzione, ma per la mole di domande poste tutte assieme, come una valanga. Senza poterselo impedire, scoppiò a ridere di cuore: "Cos'è, un interrogatorio? Mi avvalgo della facoltà di rispondere a una domanda alla volta, Vostro Onore!", scherzò.

"Oh, Albert, sei impossibile!". Ma rideva anche lei.

"Sto bene e dormo come un ghiro,

a parte quando mi sveglio almeno una volta nel cuore della notte, credendo di essere ancora chiuso in una bara.

la mia cuoca sta tentando di costringermi a cambiare vestiti facendomi aumentare di peso con i suoi manicaretti e Georges e Archie mi aiutano molto nel lavoro. E no, fino all'anno prossimo non sono previsti lunghi viaggi. Dimentico qualcosa?".

"Mmhhh no, mi pare di no".

Il momento era delizioso, pervaso da una complicità che poteva avvertire a miglia di distanza. Forse fu per quello o forse perché non poteva più trattenere a lungo la verità nel suo cuore, che Albert strinse più forte la cornetta e mormorò: "Mi manchi".

Ecco, l'aveva detta la frase da fidanzato adolescente che mai, mai in vita sua aveva pronunciato, se non nei recessi della propria mente un giorno nevoso di tanti anni prima, mentre la sua giovane infermiera partiva per New York.

E il momento si spezzò, come si spezzò il respiro di Candy: lo sentì nell'ansito stupito. E come mai poco prima lo aveva interrotto? Aveva capito che stava per domandarle se fosse felice?

"Devo andare", rispose Candy e fu una doccia fredda. Anzi, gelida. "Mi aspettano per finire di approntare le ultime cose per la festa di questa sera. Qui è l'alba del giorno di Natale, sai?".

"Sì, lo so", disse in un sospiro. "Qui invece è la notte del venticinque e domattina i bambini scarteranno altri regali. Divertiti alla tua festa".

"Albert...".

"Perdonami. A presto, Candy".

Il suono della cornetta che si riagganciava sul telefono fu il suono più definitivo che avesse mai sentito. Qualcosa si era incrinato tra loro, lo sapeva. Ed era tutta colpa sua.

Se solo non fosse stato tanto sconvolto e intimorito da tentare di allontanarla da sé, se le avesse permesso di stargli accanto come un tempo... e al diavolo le supposizioni dei giornalisti, la stampa e gli scandali. Il suo matrimonio era nullo, non c'era mai stato nemmeno l'amore, ma solo un sentimento di pietà e di umana comprensione, nati dal disprezzo iniziale.

E c'era Ethan, che viveva a miglia di distanza con suo nonno e la bambinaia. Non gli era rimasto niente.

Andiamo, William Albert Ardlay! Da quando in qua ti vittimizzi in questo modo? Sei stato da solo per anni, vagabondando da un lato all'altro di mezzo pianeta!

Albert uscì dal piccolo ufficio cercando di convincersi che un giorno Candy sarebbe tornata e lui le avrebbe finalmente aperto il proprio cuore, ribadendole quell'amore che

chissà se ancora prova per me

lo consumava come una sete inestinguibile. Ogni giorno di più. Perché la verità, nuda e cruda, era che aveva bisogno di lei, come non ne aveva mai avuto bisogno in vita sua.

"Signor William?". Nel corridoio incrociò Georges.

"Diamo la buonanotte a Miss Pony e suor Lane e andiamo a dormire, amico mio. Domattina ci aspetta un nuovo tour de force con i piccoli", disse facendogli l'occhiolino. Dalla sua espressione, però, capì che non si era bevuto la sua finta spensieratezza. Neanche un po'.

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Candy si tolse il cappellino da Babbo Natale e la barbetta finta che avevano fatto tanto ridere i bambini e cominciò a riordinare i vassoi con i dolci e le bevande.

"Miss Candy, posso dormire con la mia bambola nuova?", le chiese in francese una bambina con due codini biondi che le ricordarono tanto i propri di quando era una ragazzina.

"Ma certo, Connie, non trovi che ti somigli?", ridacchiò.

La piccola rise a sua volta, guardandola e abbracciandola, e a Candy si riempì il cuore.

Nonostante la festa fosse ormai terminata da più di un'ora, i bambini non sembravano intenzionati a fare il loro riposino quotidiano e le chiesero di raccontare loro una storia. Lei sbatté le palpebre e d'istinto guardò in direzione della porta: la sua collega che faceva da interprete per le favole era in un altro reparto e lei, che se la cavava con le frasi brevi, non era sicura di poter parlare in francese troppo a lungo.

"Va bene, ma una storia breve, d'accordo? Dovete riposare, soprattutto tu", disse a un ragazzino che aveva avuto la febbre alta fino al giorno prima.

Loro annuirono, obbedienti, prima di mettersi sotto le coperte in attesa della loro storia.

Titubante, schiarendosi la voce e cercando di non sbagliare la pronuncia come al solito, Candy iniziò: "C'era una volta una bambina".

"Come noi?".

Sorrise: "Sì, proprio come voi, Cécile. Lei aveva lunghi codini biondi come Connie e la sua bambola e si muoveva a bordo di un'automobile come quella che ha ricevuto in dono Patrick".

"Ma la mia automobilina è piccola!".

"E i bambini non guidano!".

Candy mosse le mani sfarfallando le dita: "Oh, ma la bambina era una specie di fata e la sua automobile era magica!".

"Ohhh!", fecero i piccoli a una voce.

"Un giorno, arrivò una strega cattiva che decise di fare un incantesimo alla macchina della bambina e lei rimase in panne in mezzo a un bosco".

"Come Biancaneve?", chiese una ragazzina poggiandosi un dito sulla bocca.

"Biancaneve non aveva un'automobile", la corresse il suo giovane vicino di letto.

"Terrorizzata perché stava per fare buio, scese dalla vettura e cominciò a correre tra gli alberi cercando un punto alto... come una collina. Da lì, avrebbe potuto vedere la strada di casa! E quando trovò la collina...".

S'interruppe, sopraffatta dalla sua stessa fantasia che l'aveva riportata dove non avrebbe dovuto.

"... trovò anche il suo principe azzurro! Un bel principe biondo e con gli occhi blu!". Sussultò, voltandosi verso Ivette, che aveva nove anni ed era la più grande. Non che fosse tanto strano che un principe fosse biondo e con gli occhi azzurri, in tutte le favole era così!

Il mio, però, aveva un kilt e suonava la cornamusa. E mi ha baciato una volta sola, con disperazione.

Annuì lentamente, conscia che tutti si aspettavano che continuasse: "Il principe le indicò la strada e si ripromisero di incontrarsi di nuovo quando lei fosse tornata a casa sana e salva. Tuttavia alla bambina, che ora si trovava a piedi, ci volle molto, molto tempo prima di ritrovare la sua casetta".

"Mi manchi". La voce, calda come una carezza, sincera, con una nota di supplica e velata di tristezza.

Mi hai chiesto tu di allontanarmi e ho dovuto farlo. Per te, che sembravi ancora così confuso e sopraffatto. E per me, che avrei perso la mia sanità mentale se avessi ancora dovuto starti accanto senza poterti abbracciare e sentire il suono della tua voce.

"Signorina Candy, perché piangi?".

"Non sto...". Si passò due dita sul viso e si rese conto che Connie aveva ragione.

"Sei molto più carina quando ridi, che quando piangi".

"Perdonatemi, bambini, sono solo un po' stanca", spiegò asciugandosi gli occhi con un fazzoletto.

"Oppure stai pensando al tuo fidanzato lontano!". Sobbalzò alle parole di Ivette: per quanto fosse sveglia e matura quella ragazzina, non se l'aspettava proprio.

"E chi vi ha detto che ho un fidanzato lontano?", chiese facendo una piccola linguaccia.

"Perché spesso ti vedo mentre guardi fuori e sospiri! Tutte le dame innamorate fanno così nelle fiabe!". Il suo ragionamento non faceva una piega.

Tuttavia, lei decise di soprassedere e terminò la sua favola: "Raggiunta la sua casetta, la bambina cominciò a fare le pulizie e quando finalmente il principe bussò alla sua porta, trovò tutto pulito e in ordine. Inoltre, le fece una grossa sorpresa: riparò la sua automobilina e insieme fecero tantissime gite nel bosco".

Cécile cominciò a saltellare con le ginocchia sul letto: "E poi si sposarono, ebbero tanti figli e vissero per sempre felici e contenti!", gridò battendo le mani.

Candy rise e alzò gli occhi al soffitto: "Oh, ma allora la prossima volta puoi raccontarla tu! Avanti, piccole pesti, è ora della nanna pomeridiana: all'ora di cena termometro per tutti...".

"Noooo!", fu il verso deluso e corale.

"...e qualcuno dei dolcetti avanzati dal pranzo per chi lo mette senza fare storie!", concluse guadagnandosi urla eccitate e altre manine che battevano.

Quando fu certa che tutti fossero sotto le coperte, chiuse la porta del reparto e uscì nel corridoio con un sospiro, il sorriso che si affievoliva fino a sparire.

"Candy, in chirurgia vogliono ringraziarti, potresti venire?". Le chiese Francine passandole accanto con delle cartelline in mano.

"Vi raggiungo più tardi, va bene? Devo sistemare delle cose nell'armadietto dei medicinali", spiegò sperando che la scusa fosse plausibile. La verità era che non aveva alcuna voglia di mostrarsi di nuovo forte e sorridente, desiderava solo starsene un po' da sola a riflettere sulla telefonata di quella mattina. "Tu hai bisogno di aiuto con quelle?".

Francine sorrise. "No, grazie, Candy. Vai pure, ci vediamo più tardi".

Doveva aver capito il suo stato d'animo e lei gliene fu davvero grata. Si chiuse nella stanza e sedette allo scrittoio sotto la finestra, appoggiandovi i gomiti e con il mento sulle mani intrecciate.

Albert le aveva detto che gli mancava: sarebbe dovuto bastarle quello per saltare sulla prima nave e tornare a Chicago, no? Lì aveva fatto tutto quello che poteva e avrebbe continuato a seguire a distanza l'ospedale, viste le risorse di cui disponeva. Inoltre, doveva controllare i lavori alla clinica americana che sarebbero ripresi dopo capodanno.

Tuttavia, la sua mente temporeggiò. Ogni volta che la felicità le sembrava a un soffio dall'essere raggiunta, ecco che svaniva. Era accaduto con Anthony, con Terence e ora anche con Albert. Nella sua voce aveva colto molto bene gli strascichi che tutta quella situazione gli avevano lasciato addosso e aveva taciuto sui propri: così come sospettava che lui avesse ancora incubi legati al suo seppellimento, lei stessa si risvegliava urlando e con la ferma decisione di tornare da Albert, certa che fosse ancora lì sotto e dovesse tirarlo fuori.

Qualche notte prima si era persino vestita e aveva aperto la porta, prima di rendersi conto che erano le tre del mattino e non aveva un biglietto per la nave.

L'unica soluzione sarebbe dormire accanto a lui. Sentire che è vivo, che respira... e che mi ama.

Arrossì a quei pensieri persino audaci e la mente tornò ancora agli ultimi avvenimenti. Non appena sbarcata in Francia, aveva subito cercato un'edicola, prima ancora di trovare una carrozza che la portasse in stazione.

Era rimasta gelata dalla notizia che vi era pubblicata: Margaret Rousseau era morta. A quanto pareva la polizia l'aveva trovata con le vene tagliate nella vasca da bagno. Candy aveva trattenuto a malapena un grido di orrore, portandosi una mano davanti alla bocca e crollando su una panchina del porto.

Per fortuna in quell'articolo, oltre a una serie di digressioni legate al sospetto che avesse attentato alla vita del patriarca e quindi fosse indagata, era riportata anche la dichiarazione di Albert di qualche giorno prima. Candy aveva letto con commozione l'intento nobile di redimere Lilian per preservare il futuro del bambino: ormai, la verità nella cerchia famigliare era venuta a galla, ma per il mondo il giovane spacciatore di droga che era il padre di Ethan era un uomo che lavorava onestamente; e Lilian una vittima del fato; e lei e Albert... legati da un profondo senso di rispetto.

Il matrimonio era nullo, Albert non l'aveva mai toccata, né la sera del ballo di beneficienza, né dopo sposata.

Più di tutte le confessioni e delle notizie sconvolgenti che aveva ricevuto nel giro di pochi giorni, quella era l'unica cosa che le risuonasse nella mente come una campana, anche se già lo sapeva. Si sentiva un po' sciocca, a dire il vero, ma non poteva fare a meno di pensare che Albert fosse suo. Solo suo. Anche se ancora non...

Candy seppellì il volto tra le mani: perché i suoi pensieri la riportavano sempre a considerazioni che la imbarazzavano tanto? Non era certo quello l'aspetto più importante!

Non l'amava, l'ha rifiutata...

E comunque Albert aveva già più di trent'anni e questo la ricondusse ai ragionamenti che l'avevano afflitta il giorno in cui era fuggita disperata alla Casa di Pony, dopo aver saputo che doveva assumersi le sue responsabilità con Lilian. A che serviva interrogarsi sul passato di Albert adesso? E, soprattutto, lei ci sarebbe stata nel suo futuro?

Non voleva fare il primo passo, non solo per timore di importunarlo, nonostante di fatto non fosse in lutto. Aveva così paura di un suo ennesimo rifiuto, per chissà quale motivazione, che non avrebbe retto al dolore. Sarebbe stato come perderlo di nuovo.

"Candy, che paragone stupido! Quando credevi che fosse morto è stato molto peggio!", disse a se stessa ad alta voce, alzandosi di scatto.

"Chi è morto?", chiese qualcuno alle sue spalle, in un inglese quasi perfetto. Era Francine.

"Oh, nessuno, scusa, erano... miei pensieri. Vengo subito in chirurgia!". La collega le sorrise.

Mentre le passava vicino per uscire dalla stanza, le disse: "Il tuo posto è in America, Candy. Averti qui è stata una benedizione, ma non rinunciare alla tua felicità".

La guardò, confusa. Le aveva raccontato molto vagamente di un uomo di cui si era innamorata ma che aveva lasciato indietro e non credeva che la donna sarebbe stata così perspicace.

"Francine, io, veramente...".

"Credimi, Candy, le incomprensioni e i dubbi sono nulla rispetto a un futuro di rimpianti. Chiaritevi, se c'è ancora modo di farlo. Per la mia testardaggine ho perso una persona che avrebbe potuto rendermi felice". Con quelle parole, aprì l'armadietto e cominciò a mettere a posto alcune provette.

Candy rimase ancora qualche istante sulla soglia, riflettendo sulle sue parole. Fece un lieve sorriso e la ringraziò in un sussurro. No, non avrebbe fatto il primo passo. Sarebbe stata discreta. Ma non poteva più stargli così lontana.

D'altronde, in Francia, la sua piccola missione era finita.

- § -

Walker uscì dalla stazione di polizia con il cuore più leggero.

Finalmente, l'ultimo tassello di quella storia era andato al suo posto e uno dei barboni della zona est aveva confermato il legame tra Ethan e 'dita magiche'.

"Il mio amico che chiede l'elemosina è stato ammazzato, sicuro come il pane! Lui era amico di quell'Ethan, di certo è stato lui! Io gliel'avevo detto che era pericoloso! Mi ha chiesto se conoscevo Henry 'dita magiche' perché gli avevano chiesto di fare le pulizie". Non era stato facile seguire le parole sconclusionate di quel tipo, che doveva avere in corpo più alcool che sangue, e il caffè che l'agente di guardia continuava a versargli sembrava del tutto inutile. In compenso, alla fine non solo aveva confermato i suoi sospetti, ma aveva anche trovato un ulteriore collegamento.

In una cella proprio lì vicino c'era Ronald Lee, che era stato arrestato per furto di auto e altri crimini minori. In realtà, lui stesso era stato accusato di essere una sorta di autista della malavita e, incrociando racconti e testimonianze, era uscito fuori che aveva prestato i suoi 'servizi' anche al cecchino. Forse lo aveva persino ucciso dopo che aveva sbagliato mira.

Ma lo avrebbero fatto parlare, a costo di metterlo sotto torchio fino alla primavera!

Walker non aveva atteso e aveva telefonato a Georges Villers, confermandogli che l'attentatore altri non era che il defunto Ethan, anche se non in maniera diretta. Adesso poteva considerare davvero concluso il caso, anche se avrebbe preferito che Margaret Moore marcisse in galera invece di venire a sapere che li aveva beffati tutti fuggendo per sempre.

Calcandosi il cappello in testa e fermandosi davanti a una vetrina dove vendevano giocattoli, Walker si disse che doveva cercare di essere meno cinico, almeno con le persone che non erano più in vita.

Una bambola con grandi occhi verdi e capelli biondi sorrideva con le labbra eternamente incurvate all'insù. Però doveva dire che era meno inquietante di altre che aveva già visto, così si risolse a entrare per acquistarla.

"Un regalo di Natale tardivo per sua figlia?", chiese la commessa mentre la incartava e vi apponeva un fiocco rosa.

"Non ho figli". L'occhiata che le scoccò la donna era interrogativa e leggermente inquieta. "Ma ho una... nipote", spiegò cercando di essere convincente.

Con il suo acquisto sottobraccio, arrivò alla fine dell'isolato e bussò all'orfanotrofio dalla porta principale. Quando la proprietaria lo riconobbe, gli fece un grosso sorriso: "Detective Walker, che sorpresa! Non so come ringraziarla per la donazione che ci ha fatto pervenire il giorno di Natale, i bambini...".

Lui la liquidò con un gesto: "Non lo dica neanche per scherzo. Ho dimenticato il regalo per la piccola Emily, posso vederla?".

"Certo, entri, non stia sulla porta! Ha imparato a fare la cioccolata e deve assolutamente assaggiarne una tazza anche lei. Non ha idea di quanto ci sia d'aiuto con i più piccoli, è davvero un angelo!".

Walker sorrise e quando lo vide lei fece lo stesso. I capelli erano puliti, ordinatamente legati in una coda alta e il suo vestito nuovo, che aveva scelto personalmente assieme a un cappotto di lana, le teneva di sicuro caldo.

"Il mio amico poliziotto!", esclamò alzando le mani che aveva affondato in un impasto. La farina emise uno sbuffo e la bambina starnutì, facendolo ridere.

"Bene, per qualunque cosa sono nella stanza accanto alla cucina", disse la direttrice lasciandoli soli.

Emily si stava lavando le mani e si stupì di come quella che sembrava solo una piccola stracciona, che gli aveva dato informazioni preziose sul barbone che era stato assassinato nello scantinato di Ethan, oggi sembrasse una ragazzina sana e ben nutrita.

Certo, il compenso ricevuto dalla famiglia Ardlay aveva rimpinguato il suo misero conto in banca, ma dentro di sé Walker sapeva che avrebbe desiderato fare qualcosa per lei anche se avesse dovuto tirare la cinghia. Di base c'era la gratitudine perché, nonostante la giovane età, era l'unica che gli avesse dato una grande mano. Ma aveva sviluppato per lei un'empatia speciale, che poteva dipendere da molti fattori diversi.

"Per me?", esclamò stupita, spalancando i suoi incredibili occhi verdi.

Mentre annuiva e Emily cominciava a strappare la carta, Walker capì che una vita da scapolo piena di solitudine non gli aveva impedito, in più di un'occasione, di chiedersi come sarebbe stato avere una famiglia. E magari dei figli. Una volta, quando era poco più grande della ragazzina che lanciava un urletto di gioia alla vista della bambola, si era innamorato di una donna più vecchia di lui che aveva gli stessi capelli e i medesimi occhi.

Potrebbe quasi essere nostra figlia, se solo lei mi avesse degnato di un solo sguardo. O se io avessi avuto gli attributi per parlarle chiaramente prima che si fidanzasse con un altro...

"Grazie, grazie, è bellissima!". Sorprendendolo e quasi sbilanciandolo, Emily gli saltò al collo e lui si sentì pervaso da un profondo sentimento di tenerezza che lo commosse fino al midollo. Se non l'avesse portata a vivere lì, probabilmente sarebbe morta di freddo e di stenti per strada.

Prima di emozionarsi fino alle lacrime, Walker le batté goffamente sulla schiena: "Oh, andiamo, se ci vedesse il tuo fidanzatino potrebbe essere geloso", scherzò.

Lei si staccò guardandolo sconvolta: "Non ho un fidanzatino!", disse oltraggiata, arrossendo persino.

"Magari un giorno lo avrai". L'importante era che fosse sempre felice e che mantenesse il sorriso.

Emily guardò meglio la bambola: "Mi somiglia".

"Già, ho pensato che poteste diventare... non so, sorelle?".

Lei ridacchiò: "Perché no? Un amico poliziotto e una sorella bambola!".

Walker rise di cuore. Quando lo aveva fatto l'ultima volta? Non se lo ricordava, davvero: "Ehi, un uccellino mi ha detto che sai fare una cioccolata squisita. Pensi che potrei averne una tazza?".

"Certo!", cinguettò lei correndo ai fornelli. Si volse a guardare fuori dalla finestra: si stava annuvolando e a breve avrebbe nevicato di nuovo. Chissà quanti altri bambini c'erano, lì fuori, che rischiavano di morire di freddo!

Nella mente di Walker cominciò a farsi strada un'idea: nei periodi in cui non aveva clienti e casi su cui investigare, poteva cercare di fare la sua piccola parte per togliere dalle strade altri sfortunati come Emily. Non che volesse salvare il mondo o diventare una sorta di eroe per le vie di Chicago, ma era meglio che starsene chiuso in casa a leggere libri sui crimini passati e bere brandy.

Sì, forse non avrebbe mai avuto figli, ma poteva fare qualcosa per quelli che non avevano genitori e avevano bisogno che qualcuno tendesse loro una mano.