Grazie dei commenti a Mia Brower Graham de Andrew, Ericka Larios, Mary silenciosa, Cla1969, MariaGpe22, Eydie Chong: alla fine il primo passo lo ha fatto Candy, ma Albert l'ha seguita in maniera piuttosto... appassionata! Vuole addirittura 5 eredi! Mi sa che il Clan dovrà arrendersi... E per tutte coloro che andranno in cerca di un vestito rosso: brave, fate benissimo, ma non assicuro che incontrerete uno come Albert XD! Pensate sia stato un sogno? Sono stata così cattiva in precedenza che ora non ci credete? Beh, posso capirvi...

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Attenzione alle date, perché sono determinanti per capire quando vado avanti o ritorno indietro nel tempo!


Noi...

20 Gennaio

Frank entrò nella stanza di Ethan e trovò la bambinaia intenta a cambiare il pannolino al neonato.

"Oh, dottor Stevenson! Mi perdoni, non è ancora pronto...".

"Non importa, miss Sanchez, lasci che lo rivesta io, per favore".

"Ma...".

"Dico davvero". Si avvicinò e con gesti esperti rimise la tutina di lana al bambino e il cappellino dello stesso colore. Era il completino che gli aveva comprato William Ardlay e ormai gli andava quasi stretto.

"Anche il signor Ardlay voleva farlo mangiare e cullarlo... mi permetta di dire che ho lavorato con molte madri, in passato, ma non ho mai trovato degli uomini così dediti a occuparsi di un bambino piccolo".

Frank sorrise e lo sollevò posando la testolina sul petto, prestando attenzione a sostenerla con la mano: non occupava l'intero palmo. "I bambini dovrebbero ricevere affetto da tutta famiglia e non solo dalle madri o dalle donne devote come lei. Mio nipote purtroppo non ha i genitori, ma io farò di tutto per farlo sentire amato e... accettato. Sono certo che anche William e sua moglie saranno d'accordo".

La bambinaia sbatté le palpebre, perplessa: "Il signor Ardlay... è sposato?".

Frank si morse la lingua, ma ormai la frittata era fatta e, passeggiando per la stanza col bambino in braccio, spiegò: "In effetti mi ha mandato un telegramma qualche giorno fa, però non ha ancora dato la notizia ai media. Confido nella sua discrezione".

"Oh, ma certo! Non farei nulla per nuocere al signor Ardlay. Con permesso, vado a vedere se la cuoca ha scaldato il latte".

Quando Ethan cominciò a piangere e a divincolarsi, si mosse più velocemente, cercando di calmarlo: "Andiamo, giovanotto, hai sentito la tua tata? Ha detto che andava a prendere il tuo pranzo! Solo un po' di pazienza".

Mentre lo cullava e gli parlava, Frank pensò a Lilian. Chissà se sarebbe stata felice di allattarlo, se l'amore materno l'avrebbe cambiata e intenerito il suo cuore! E ripensò a Margaret, che lo aveva amato così disperatamente. Cosa le aveva dato in cambio, se non un rapporto quasi sempre clandestino e la stessa Lilian? Ancora adesso, non sapeva se l'avesse mai amata davvero o se il loro rapporto fosse solo il prodotto di un'eterna solitudine. Quello che era certo era che nessuna delle due meritava di finire così, per colpa o per fato che fosse. Aveva vissuto accanto a loro e per loro così a lungo che se non avesse avuto quel bambino fra le braccia si sarebbe sentito perso.

Era stato disperato, si era sentito ricattato, usato, manovrato e le aveva davvero detestate, che Dio lo perdonasse. Ma le aveva amate più di quanto credesse possibile. Loro erano state le donne della sua vita, nel bene e nel male, ed Ethan era tutto ciò che gli rimaneva.

"Tu sei mio...".

"Papà...".

Le voci di Margaret e Lilian gli parvero reali nella sua testa e fu colto da un brivido. D'istinto, strinse il piccolo ancora di più, ma lui non sembrava affatto d'accordo e strillò più forte.

Il primo bacio di Margaret. Le sue mani sul mio corpo. La piccola Lilian che mi chiama zio. Il suo sangue che mi macchia i guanti mentre tento di salvarle la vita... l'ultimo respiro col nome di Ethan sulle labbra.

La porta si aprì all'improvviso e lui ebbe un sussulto, quasi stesse affondando in un baratro oscuro e fosse stato trascinato di nuovo in alto, nella luce.

"Signor Stevenson, aveva ragione! La notizia è uscita oggi sui giornali!", esclamò la bambinaia sventolando una testata locale in una mano e tenendo il biberon nell'altra.

Frank le consegnò il bambino perché lo allattasse e lui sedette su una poltrona per leggere l'articolo.

Il magnate William Albert Ardlay torna a far parlare di sé, ma stavolta con una lieta notizia. A seguito della decisione formale del giudice che ha dichiarato nullo il suo precedente matrimonio, contratto per grande spirito di amicizia e devozione con la defunta Lilian Rousseau, ha sposato in gran segreto l'ereditiera Candice White. La signorina White o, più precisamente, la nuova signora Ardlay, era stata per anni sotto la tutela della famiglia su espressa richiesta del signor William. Secondo le dichiarazioni rilasciate, i due erano innamorati da sempre, ma hanno agito con discrezione visti gli ultimi accadimenti. Ciononostante, il loro futuro è ricco di impegni che li porteranno a viaggiare tra la Francia e il Regno Unito: "Mia moglie ha contribuito ad arricchire un ospedale francese con un nuovo reparto di chirurgia, ma mi ha raccontato che ce ne sono molti altri che, dopo la guerra, hanno bisogno di aiuti per potenziare reparti operativi e di ricerca. D'altro canto, io quale patriarca di famiglia a breve dovrò seguire i miei affari fino in Scozia, la mia terra di origine, così abbiamo deciso che se dobbiamo viaggiare insieme lo faremo da marito e moglie, con tutte le carte in regola per non creare fraintendimenti. In questo caso, abbiamo agito alla luce del sole e ci siamo concessi un matrimonio molto intimo per rispetto alle persone che oggi non ci sono più". Così il signor Ardlay ha spiegato al nostro giornale la decisione di agire in maniera discreta, riferendosi di certo alla sua amica Lilian Rousseau e alla precedente matriarca, la signora Elroy Ardlay, che era sua zia...

Frank apprese che la coppia era andata in viaggio di nozze in una località che non era stata resa nota e augurò loro silenziosamente di essere felici. William aveva fatto molto per la sua Lilian e la stessa Candice aveva agito come un'infermiera impeccabile, nonostante si fosse ritrovata ad assistere una donna che poteva quasi considerare sua rivale. Erano due persone meravigliose e aveva avuto ragione quando aveva pensato di aver scorto nei loro occhi una luce speciale.

Quella luce speciale che solo l'amore vero, sano e disinteressato poteva conferire agli esseri umani.

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Terence sbatté le palpebre tre volte prima di rendersi conto che quello che era scritto sul giornale corrispondeva al vero.

Sposati in gran segreto il patriarca William Albert Ardley e l'ereditiera Candice White.

Le spalle sussultarono e la risatina nervosa divenne quasi subito una risata aperta, mentre Terence rovesciava la testa all'indietro accasciandosi su una poltrona.

"Cosa c'è di tanto divertente?", gli chiese Karen, passando davanti al suo camerino che aveva la porta accostata.

Ancora scosso, Terence si raddrizzò asciugandosi l'angolo dell'occhio: "Lo vuoi proprio sapere? Tarzan Tuttelentiggini e il mio amico giramondo risorto si sono sposati!".

La donna si accigliò come se stesse cercando di interpretare le sue parole, infine la comprensione calò su di lei: "Beh, direi che te lo aspettavi, no?", chiese allontanandosi, forse diretta al proprio camerino.

"Già... già, me lo aspettavo...", mormorò Terence lasciando ricadere il capo sullo schienale e chiudendo gli occhi. Aveva perso Candy anni prima e aveva passato assieme a lei momenti dolorosi ma anche di pura gioia quando Albert era tornato alla vita. Sì, le mancava terribilmente e sì, l'amava ancora. Tuttavia, era anche felice che entrambi avessero trovato la loro strada. Magari li avrebbe chiamati o avrebbe scritto, non sarebbe andato a trovarli subito dopo il viaggio di nozze e forse neanche entro l'anno. Avrebbe avuto bisogno di tempo per vederli insieme e leggere l'amore nei loro occhi.

Prima doveva lasciarsi alle spalle quel sentimento che non aveva più motivo di esistere. Allora, forse, sarebbe stato pronto a essere davvero uno degli amici più devoti di Albert e Candy Ardlay.

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15 Gennaio

Georges rispose al telefono dallo studio principale e fu sorpreso di sentire la voce di William: avrebbero dovuto vedersi il giorno dopo in banca e predisporre quindi le ultime suppellettili nella casa di periferia, visto che c'erano alcuni potenziali acquirenti che erano già in contatto con i loro avvocati.

"Annulla tutti gli impegni che ho e accetta qualunque offerta facciano per questa casa, mobili compresi".

Pensò di aver capito male e aggrottò le sopracciglia: "Mi perdoni, signor William, è per caso successo qualcosa?". C'era una vibrazione nella sua voce e poteva anche sbagliarsi, ma sembrava un'emozione a malapena contenuta che non gli aveva mai sentito. O forse sì.

"Sì, Georges. È successo che domani mi sposo. Mi sposo davvero. Oh, a proposito, a Lakewood c'è qualcuno?".

La gola si seccò e lui scattò in piedi dalla poltrona sulla quale si era seduto per rispondere come se scottasse: "Come ha detto, scusi?".

"Ti ho chiesto se a Lakewood...".

"No, non intendevo quello. Prima".

William ridacchiò: "Candy è appena tornata e ha accettato di sposarmi".

Quindi ci aveva visto giusto. "Ne sono immensamente felice, tuttavia... non crede che...".

"Georges", lo interruppe e lui tacque, certo che fosse un altro di quei momenti cruciali nella vita di William nei quali il suo consiglio sarebbe stato bellamente ignorato. E non poteva dargli torto. Tuttavia, mentre si predisponeva ad ascoltare parole di cui immaginava il tenore, la sua mente cominciò già ad andare alla fervida ricerca di un modo per nascondere la cosa ai membri anziani e proporgliela in modo che nessuno accusasse un malore. "Tu sai che mi sono preso sempre le mie responsabilità e, di recente, persino quando non mi competeva. Ho amato Candy in silenzio per tanti anni e anche questo devi averlo notato. Ora lei è qui, accanto a me, e non c'è forza al mondo che m'impedirà di stare con lei: sono disposto a lasciare tutto, anche a costo di farti arrabbiare. Mi dispiace, Georges, ma è l'unica cosa che voglio dalla vita e ho intenzione di prendere e dare a Candy questo amore senza curarmi di altro".

Era sconvolto, ma non tanto dal livello di decisione che superava persino la testardaggine mostrata quando aveva avuto la bizzarra idea di andarsene in Africa: a colpire Georges fu il tono appassionato che non aveva mai sentito in William, sempre attento a rispettare la famiglia e il clan persino quando cercava la propria libertà. Nulla contava per lui più della signorina Candice, in quel momento, e comprese che quel sentimento trascendeva le regole della società in primis. Ma anche le responsabilità, il lavoro, l'esigenza di mandare degli inviti e quella, più prosaica, di trovare degli abiti o dei testimoni. Poteva comprenderne la potenza, perché se anni prima avesse avuto anche solo una possibilità con Rosemary, forse si sarebbe comportato in maniera simile.

Ricordò i momenti di sconforto causati dalle macchinazioni della donna che aveva finito tristemente i suoi giorni solo un paio di mesi prima e non ebbe il cuore di sollevare altre questioni. Anche perché, nella migliore delle ipotesi, si sarebbe rivelato inutile.

"Bene, mi dica quello che devo fare e lo farò", rispose sorridendo, colmo di una gioia che cominciò a provare a sua volta, quasi trasudasse da quel telefono contagiandolo.

"Innanzitutto verifica subito che a Lakewood, in paese, ci sia ancora padre Thomas e avvisalo che domattina vorremmo che sposasse me e Candy; quindi chiama Archie e Annie e chiedi loro di raggiungerci entro le dieci di domani per farci da testimoni. Per quanto mi riguarda, sono liberissimi di sposarsi anche loro quando desiderano, persino dopodomani, se vogliono. Infine, vieni anche tu e porta due fedi e il mio kilt, per cortesia: accompagnerai Candy all'altare".

Quell'ultima richiesta lo stupì: "Come? Ma io...".

"Si tratta di una sua precisa richiesta e se vedessi come mi sta guardando in questo momento capiresti che non hai diritto di replica", aggiunse William con il riso trattenuto nella voce.

Da parte sua, Georges dovette invece trattenere le lacrime, commosso da quel gesto così affettuoso da parte di Candice: "Le dica che accetto con tutto il cuore, allora", rispose con voce rotta.

"Bene, allora è tutto a posto, mi pare. Se permetti, noi partiamo subito perché dobbiamo sistemarci in casa e trovare un abito per Candy. Tu pensi di venire stasera?".

Georges ci rifletté per qualche istante e, d'istinto, decise che non si sarebbe mosso insieme a loro e, anzi, avrebbe indotto anche il signorino Archibald e la fidanzata a fare lo stesso. Preferiva che si muovessero tutti all'alba con un po' di sacrificio, pur di non disturbare William e Candice, che di certo avevano molte cose da dirsi.

"No, preferisco organizzare le cose qui e partire domattina molto presto. Per la luna di miele...".

"La luna di miele?". Il tono allarmato di William gli suggerì che erano stati tanto concentrati sul momento che non ci avevano pensato affatto. "Beh, non lo so, ci penseremo, potremmo cominciarla a Lakewood e proseguirla... dove vorrà Candy. Immagino che ci sarà una tappa obbligata alla Casa di Pony e magari anche a Indianapolis, dove vorrei vedere Ethan almeno per una volta. La Florida?". Georges inarcò le sopracciglia: dal tono con cui aveva nominato quella località sembrava che stesse ripetendo qualcosa suggerito da Candice. Voleva andare per caso a trovare... i Lagan? Mentre William proseguiva, però, realizzò che lì non c'erano solo loro. "Oh, giusto, Patty ha avuto solo notizie frammentarie, forse è il caso che andiamo a rassicurarla di persona. Magari scriveremo anche a Terence".

Georges comprese che i due stavano discutendo di quegli aspetti solo in quel momento e che avevano pensato esclusivamente alle necessità più urgenti. La voce di William gli parve ovattata, quasi lui avesse posto una mano sulla cornetta mentre scambiava battute con quella che stava per diventare sua moglie. Anche se non coglieva il tenore della conversazione, il tono disteso e allegro di lui fu musica per le sue orecchie e attese con pazienza.

Finalmente, lo udì di nuovo forte e chiaro. Adesso era serio: "Georges, mi raccomando: anche in questi giorni ricordati di rimanere a disposizione di Frank Stevenson e di non interrompere mai i contatti con lui. Non so quanto durerà la nostra luna di miele, presumibilmente fino a marzo, quando...".

"Come, scusi?!". Con tutta la comprensione del mondo, Georges pensò che quasi due mesi di assenza dagli affari sarebbero stati un'enormità per il patriarca.

"...partiremo per la Scozia e poi per la Francia dove Candy vuole controllare delle cose. Sai benissimo che c'è Archie, quindi cercherò di suggerirgli di programmare il suo matrimonio non prima del nostro rientro, anche il giorno dopo".

"Quindi dopodomani non è più disponibile?", disse senza riuscire a impedirsi di usare una sfumatura di ironia. La verità era che gli veniva da sorridere.

"Oh, diamine, era un modo di dire! Georges, dammi tregua, sto cercando di ragionare per lasciare le cose in ordine visto che da stasera non sarò più reperibile per il mondo!". Il tono era esasperato, ma anche lui parve divertito.

"Non ne dubito, signor William, ha le idee molto chiare in merito. Immagino che per il clan dovrò espormi personalmente, quindi mi scuserà se chiamerò il notaio per stilare il mio testamento...".

William rise: "Georges, dai, non esagerare! Senti, mantieni il segreto per qualche giorno, prometto che la nostra prima tappa sarà alla sede del clan e darò di persona la notizia assieme a Candy".

"Le ricordo che l'abbiamo creduto morto già una volta...".

"Non mi ucciderà nessuno, stavolta, te lo assicuro. Se proveranno a storcere il naso sarò io quello che potrebbe diventare pericoloso...".

"William!".

"Nel senso che minaccerò di andarmene, cosa hai capito?".

La conversazione era arrivata alle ultime battute e Georges prese appunti prima di riagganciare: aveva una bella lista di cose da fare ma, per la prima volta in tanti mesi, erano così gradevoli che si sentì pieno di energie. Bene, avrebbe cominciato con il telegramma al dottor Stevenson o, meglio, con una telefonata urgente al signorino Cornwell e alla signorina Brighton.

Sì, avrebbe spostato anche le montagne per William e Candice.

"A proposito di montagne!".

La neve!

Ricordandosi di qualcosa di fondamentale, chiamò gli addetti che tenevano in ordine la villa e i giardini di Lakewood: quella sì che era davvero la prima cosa da fare.

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Candy si sentiva immersa in un mondo onirico e non smetteva di guardare Albert mentre guidava senza troppa fretta, vista la neve. A volte, lui si voltava e le sorrideva con la medesima espressione che doveva avere lei in viso, finché a un certo punto non accostò su una strada quasi deserta e mise il cambio in folle, senza spegnere il motore.

"Cosa c'è? La macchina ha problemi?", chiese.

"No, sono io che ho qualche problema di concentrazione. Mi sento i tuoi occhi addosso come fossero le tue mani", disse in un tono profondo che la trascinò di nuovo nel salottino della casa di Chicago.

Dio mio, da quando in qua sono così sfacciata?!

Deglutì, a disagio: "È solo per accertarmi che tu sia reale e non sparisca all'improvviso. Vuoi che smetta di guardarti?", propose in un sussurro.

"No, ho un'idea migliore per convincerti che sono reale", disse lui con un sorrisetto e, prima ancora che potesse reagire, si sporse su di lei per baciarla. Le catturò le labbra con dolcezza, delicatezza e devozione, portandole una mano sulla guancia. Le labbra di Albert erano fredde per la temperatura rigida, ma morbide e appena un po' screpolate. Reali proprio per quelle piccole imperfezioni. Desiderosa di ricambiare, ne emulò i movimenti toccandogli il viso a sua volta, adorando la sensazione della guancia leggermente ispida e dei capelli setosi.

Quando si staccò, sentì i loro respiri un po' affannati mescolarsi e le palpebre le parvero d'un tratto pesanti, mentre realizzava che non le bastava. Che ne voleva ancora. Che era dipendente dal suo sapore e dal suo tocco.

"Sono... quasi convinta", ansimò con gli occhi socchiusi, solo per cogliere quelli di Albert che sembravano brillare di fiamme.

"Quasi...?", ansimò lui riprendendo il possesso della sua bocca con un'intensità tale che gemette piano, soddisfatta e felice per quell'invasione che stava imparando ad adorare. Non aveva scoperto che da poco le gioie di un bacio profondo ed era già come se lo anelasse da sempre. Non era ancora sposata con lui, ma già si sentiva sua. Completamente sua. Come lo era da sempre, sin dalla più tenera età, quando ancora il signor Albert era solo il suo amico prezioso che la consolava e la salvava.

Le mani di lui la stringevano sulla schiena e le risalirono le spalle e lei ne imitò i gesti, la vibrazione leggera del motore che le mandava delle scariche elettriche lungo il corpo, tra le gambe, facendole desiderare qualcosa di più che non aveva mai desiderato in vita sua. E che non sapeva avrebbe voluto tanto di punto in bianco. Voleva tutto da Albert, realizzò vergognandosi, e fu quel pensiero a irrigidirla un po': dov'era finita la Candy cresciuta alla Casa di Pony con gli insegnamenti di Miss Pony e suor Lane che aveva anche studiato in un collegio di suore?

Davvero condividevo i loro princìpi?

"Albert", lo chiamò quando si staccarono per respirare, "cosa diamine ci succede? Non sono... non siamo mai stati così...".

Lui rise, riavviandole i capelli sulle tempie: "Benvenuta nel mio tormento interiore, Candy. Ma se posso azzardare un'ipotesi, beh...", inclinò un poco il capo, come pensando, "oserei dire che abbiamo aspettato, sofferto e desiderato tanto stare insieme che sposarci nel giro di ventiquattro ore non è l'unica tappa che stiamo bruciando. E ti assicuro... che se restiamo qui ancora un po' bruceremo persino la neve".

Candy rise, un po' rauca: "E magari consumeremo anche tutta la benzina. Va bene, Don Giovanni, sono convinta".

"Don Giovanni?", si risentì lui risistemandosi con le mani sul volante, lasciandole un senso di freddo e di vuoto nonostante il cappotto. "Pensi forse che io abbia mai toccato altre oltre te?".

"Ma no, stavo solo...". Il sorriso le morì sulle labbra quando capì le implicazioni dietro alle parole di Albert, che la guardava senza che il suo si affievolisse e con un sopracciglio inarcato.

Non era lei che desideravo, ma te.

Terminata quella che sembrava una muta conversazione, Albert manovrò il cambio e le parve che la sua mano tremasse. Anche lei tremava ma, in quel tremore, riconobbe gli echi di quello che molti chiamavano desiderio.

È davvero... solo mio...

Arrivarono a Lakewood in tarda serata e Candy fu sorpresa quando vide i lampioni accesi all'ingresso principale, quello dove aveva incontrato Anthony. Persino la neve sembrava essere stata spalata di recente.

"Georges deve aver avvisato i giardinieri del nostro arrivo", disse Albert spegnendo il motore e tirando il freno a mano con un gesto secco. "E se lo conosco bene devono anche aver riempito la dispensa". Uscì dalla portiera e fece il giro per aprirle.

C'era qualcosa di magico nell'entrare nella villa di Lakewood da soli, in piena notte e con la neve a fare da sfondo: le pareva davvero di essere caduta in una favola, dove la principessa stava per sposare il suo principe azzurro nel castello. A ricordarle che però la casa dove si trovavano non era un castello fu il freddo che c'era in cucina e che si attenuò solo quando accesero i fornelli per scaldare le provviste già cotte che qualcuno aveva lasciato per loro, proprio come immaginato da Albert.

Zuppa, arrosto e persino una torta al cioccolato furono i protagonisti della loro tavola intima, dove risero e accesero le candele quasi fosse la loro prima sera di nozze.

Luna di miele...

I bagliori delle candele trasmettevano sul viso di Albert e nei suoi occhi un riflesso più morbido e quasi dolce, mentre si alzava dalla tavola e le porgeva una mano: "Vieni", disse solo e seppe che lo avrebbe seguito ovunque.

Con sua grande sorpresa, la portò in una delle stanze al piano di sopra, che pareva disabitata da anni. Il letto era rifatto ma sembrava intatto da tempo e, soprattutto, l'odore di chiuso e la mancanza di una stufa le indicarono che aveva visto giusto.

Albert accese la luce e socchiuse un poco le ante per far cambiare l'aria, passandole uno scialle preso da un armadio perché si coprisse: non le sfuggì il suo rossore ogni volta che posava gli occhi sul vestito che aveva indossato e si appuntò mentalmente di ringraziare Annie fino allo sfinimento, perché le aveva davvero portato fortuna. Non che pensasse fosse stata la scollatura a far decidere così velocemente Albert, certo, tuttavia credeva che avesse contribuito a suo modo.

"Questa era la stanza di Rosemary e come vedi viene aperta di rado". Scoperchiò un baule posto in un angolo e vi scrutò dentro per qualche istante. "Guarda, Candy".

Lei si avvicinò, colta da una sorta di timore reverenziale: "Qui e nell'armadio ci sono alcuni degli abiti di Rosemary. Tu ne hai di nuovi nella tua stanza, ma voglio che ti senta libera di cercare quello che ti piace... ad esempio il suo vestito da sposa, che dovrebbe essere custodito qui. Non devi sentirti in dovere di indossarlo, se non te la senti, ma sappi che quello che era di mia sorella oggi è tuo. La zia Elroy ha lasciato a me questa casa e questo include ciò che... Candy?".

Le lacrime arrivarono senza che potesse fare nulla per fermarle e Candy le asciugò con discrezione: "Scusa...".

"Ti ho... offesa in qualche modo?", chiese lui sinceramente preoccupato.

"Oh, no, tutt'altro! Non mi sento affatto degna di prendere quello che è stato di tua sorella. Lei era una signora così... bella e di sicuro molto più elegante di me".

Albert sospirò e le pose le mani sulle spalle: "Candy, sai benissimo che tu non hai meno di quanto avesse lei. E ti dico un'altra cosa: ti ricordi quando ti ho salvato dalla cascata e ti ho portato alla capanna?".

"E come potrei dimenticarlo!", rise lei.

"Bene, la prima cosa che ho pensato è stata che le somigliassi molto. Quindi non porti limiti che non hai: sono certo che anche lei sarebbe felice che usassi i suoi abiti e i suoi gioielli. La tua stanza è sempre su questo piano ed è la solita di sempre. Penso che io andrò nella mia per fare una doccia calda. Tu sei a casa tua, d'accordo?".

Candy annuì e si alzò in punta di piedi per baciarlo e ringraziarlo. Albert la guardò con amore infinito e strofinò il naso col proprio: "Ci vediamo per la buonanotte?", chiese.

"Sì... la nostra ultima notte da fidanzati".

"E quando ci saremmo fidanzati?", scherzò lei.

"Ora", disse lui prendendole una mano e infilandole qualcosa al dito.

Sbatté le palpebre e abbassò gli occhi sulla mano sinistra: "Dove... quando lo hai preso?". Era un anello di brillanti piccolo e discreto, ma che sembrava attirare la luce dell'intero universo.

"Nel baule, mentre tu ti guardavi attorno. Fa parte dei gioielli che erano di Rose e... devi scusarmi, perché non ho avuto modo di sceglierlo meglio, viste le tempistiche".

"Ma Albert, vuoi scherzare? Non... non dovevi! Io... è bellissimo, ma...". Non sapeva più che dire e inciampò sulle parole, sentendosi di nuovo a un soffio dal pianto.

"Candy, che ti ho appena detto? Qui tutto ti appartiene ed è inutile che questi vestiti e questi preziosi restino qui a prendere polvere. Te ne comprerò di nuovi, ma intanto...".

Candy lo abbracciò di slancio, affondando il capo nel suo petto: "Grazie, piccolo Bert, sarà come avere accanto anche lei. Non potrei essere più felice e non mi servono altre cose nuove".

Albert le restituì l'abbracciò e la baciò sul capo, dicendole che si sarebbe accertato che nella sua camera ci fosse già il camino acceso, così che potesse cambiarsi.

Quando rimase sola, si ritrovò a provare una sensazione intensa, quasi Rosemary fosse lì con lei a consigliarla. Le sarebbe piaciuto davvero tanto conoscerla e parlarle, era certa che fosse meravigliosa come la immaginava. Fu con gesti delicati e devoti che sfiorò con le mani alcuni vestiti di seta nel baule e li scostò fino a trovare, ben piegato sul fondo, quello che sembrava davvero il suo abito da sposa.

Colma di emozione, lo tirò fuori e sorrise: sì, decisamente lo aveva scelto Rosemary. Nonostante le maniche a sbuffo e la gonna ampia, quell'abito era bello ma anche piuttosto semplice per l'epoca. Chissà quanto doveva aver discusso con la zia Elroy prima di convincerla che era proprio quello che desiderava! Lo appese su uno degli attaccapanni a muro e le fu subito chiaro che non avrebbe potuto indossarlo. Come sorella di Albert, Rose doveva essere di parecchi pollici più alta di lei e non c'era modo che potesse adattarlo quella notte. Poteva anche provare ad accorciare l'orlo della gonna e le maniche, ma non solo aveva bisogno di dormire se non voleva sposarsi con le occhiaie, temeva anche di rovinarlo. Così lo lasciò lì, in bella vista, quasi le evocasse ancora di più la presenza di lei.

Candy trovò degli abiti bellissimi, tuttavia nessuno, ovviamente, era della sua misura. Decise di recuperare comunque il velo e alcuni dei gioielli di Rosemary e richiuse la sua stanza ringraziandola mentalmente con le lacrime agli occhi.

Quando entrò nella propria realizzò che in effetti il caminetto era acceso e il fuoco scoppiettava allegro. Aprì l'armadio e cercò qualcosa di adatto: di sicuro non le sarebbe stato possibile trovare un abito del tutto bianco, però ne trovò uno da ballo avorio e oro che le parve davvero stupendo. Con il velo di Rosemary sarebbe stato perfetto e la differenza di tonalità non si sarebbe notata più di tanto.

Soddisfatta della propria scelta, sedette sul letto e si tolse gli stivali, prima di spogliarsi e fare un bagno caldo che la intorpidì, comunicandole quanto, nonostante l'eccitazione e la gioia, fosse stanca. Albert bussò alla porta nel momento in cui stava abbottonando la camicia da notte di flanella. "Solo un attimo!". Corse allo specchio e si spazzolò brevemente i capelli ancora umidi, nonostante li avesse tamponati a lungo con un asciugamano.

Aprì al suo fidanzato e si rese conto che anche lui aveva i capelli bagnati, seppur meno di lei: "Sono venuto per la mia buonanotte".

Candy non titubò oltre, lo tirò dentro prendendogli le mani e lasciò che l'abbracciasse e la baciasse. E che la stringesse ancora. E, prima ancora di capire cosa stesse accadendo, udì la propria voce implorarlo: "Baciami di nuovo".


Martedì prossimo ci sarà l'epilogo!