Grazie dei commenti a: Charlotte, Mary Silenciosa, MariaGpe22, Kecs, Dany Cornwell: Nonostante le difficoltà anche tragiche, alla fine Candy e Albert si sono dichiarati, ma ora bisogna che lottino per la sopravvivenza, perché non sanno quanto dovranno restare sull'isola.

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Le mani di Candy scivolavano gentilmente da un lato all'altro del viso mentre, con estrema cura, lo radeva. Si erano svegliati di buon'ora e avevano cercato pietre per buona parte della mattinata al fine di creare un gigante SOS, interrompendosi solo per bere e mangiare dalle noci di cocco raccolte la sera prima. Sapeva che sarebbe stato molto difficile che un aereo sorvolasse l'Atlantico per puro piacere, ma dopo le gesta dei due aviatori britannici di pochi anni prima, nulla poteva essere detto con certezza. Per fortuna, il sole alto stava già asciugando la legna e le foglie per accendere un nuovo fuoco e Albert pensò che forse sarebbe stato il caso di costruire un secondo riparo vicino all'acqua dolce, oltre che fare una scorta di esche per i nuovi falò.

"Fatto", mormorò Candy staccandosi da lui con un sorriso. Albert avvertì un senso di perdita che lo fece sospirare piano e trattenne Candy per le mani, fissandola con intensità: il suo tocco era stato rilassante, tuttavia gli aveva trasmesso un languore struggente di cui non pensava sarebbe più riuscito a fare a meno. Senza pensare, visto che già si erano chiariti e l'aveva anche baciata, ripeté quel gesto in maniera diversa. Più decisa, facendo una pressione sempre maggiore sulle labbra di Candy che sapevano di cocco, anelando qualcosa di più a una velocità vertiginosa. Nonostante l'impulso di aprire quelle labbra, si concesse solo tocchi lenti rispettando i suoi tempi, sentendola rispondere ed emulare i suoi gesti, chiedendosi come sarebbe stato, ora che erano a una nuova fase del loro rapporto, vivere insieme su un'isola deserta.

Albert interruppe il bacio quando gli echi lontani del desiderio cominciarono a diventare allarmanti: aveva sempre rispettato Candy, tuttavia le cose erano cambiate alla velocità della luce, in quella situazione anomala, e lui sentiva risvegliare impulsi che credeva di aver seppellito in fondo al suo essere tanti anni prima.

Candy sorrise, arrossendo, e abbassò il volto. Le pose due dita sotto al mento inducendola a guardarlo: "Da quando in qua ti vergogni di me?", le chiese.

Lei si leccò le labbra, come per cercare le parole e Albert resistette a malapena all'impulso di prenderle ancora e ancora: "È che... non siamo mai stati così... così...".

"Così vicini? Così innamorati? Beh, in questo momento siamo piuttosto indaffarati e abbiamo delle faccende urgenti da risolvere, ma questo non significa che ogni tanto non possiamo concederci di vivere, oltre che di sopravvivere. Possiamo essere fidanzati dispersi su un'isola che cercano la salvezza", concluse con tono pomposo, facendola ridere.

"Oddio, Albert", disse portandosi le mani sul viso. "Che avventura romantica! Ci si potrebbe scrivere un libro!".

"Non è detto che non lo facciamo, una volta tornati", disse risciacquando il rasoio nel torrente e cominciando a guardarsi intorno per individuare i rami più adatti per costruire un riparo di emergenza.

"Quindi ne sei convinto".

Si volse per guardarla, confuso: "A che ti riferisci? Al libro?".

Candy scosse la testa. "Sei convinto che torneremo a casa...?".

No, non lo era al cento per cento, ma si sentiva cautamente ottimista. "Certo che lo sono. Tu no, per caso?", le domandò alzando un sopracciglio.

"Certo, certo che lo sono!". Sembrava quasi voler convincere se stessa e d'altronde, lui non stava facendo forse la stessa cosa mostrandosi così sicuro?

"Bene, allora occupiamoci della nostra seconda casa in riva al fiume, vuoi?". Le fece l'occhiolino e la vide titubare.

"Potresti solo... prestarmi il tuo rasoio? Intanto potresti cominciare a cercare dei rami caduti e io ti raggiungerò in men che non si dica!".

Albert sbatté le palpebre, cercando di capire cosa volesse farsene del rasoio, quindi la mente gli suggerì che una donna, seppur non avesse la barba, poteva averne bisogno per altre parti del corpo. Senza neanche rendersene conto, il suo sguardo andò automaticamente alle gambe di Candy, in parte scoperte dal suo abito consunto e si costrinse a guardarla negli occhi, porgendoglielo.

"Ma certo, sarò dietro quella fila di alberi laggiù. Attenta a non tagliarti".

"Sono riuscita a non tagliare te, posso farcela a non tagliare me", disse strizzandogli l'occhio.

Allontanandosi da lei, Albert si rese conto che, nonostante i buoni propositi, la sua mente lavorava a pieno regime per rendere la permanenza sull'isola il più sicura possibile. Il rifugio, la raccolta di acqua dolce, il fuoco, le provviste. Un tarlo, piccolo e insistente, non faceva che ripetergli che se davvero quell'isola era deserta, avrebbero anche potuto non trovarli mai.

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Chicago, villa Ardlay

Georges Villers riattaccò il telefono proprio mentre Archibald Cornwell entrava nella stanza, con l'espressione interrogativa e persino un poco spaurita. Non attese che gli ponesse la domanda ben impressa sul suo volto.

"Ho predisposto una squadra di ricerca perché controlli le isole vicine, nell'arcipelago di Madeira. L'affondamento a quanto pare è avvenuto lì e le liste dei sopravvissuti e dei dispersi non sono ancora disponibili. Partirei io stesso, ma...".

"Non possiamo lasciare gli affari di Albert... e la zia Elroy", concluse lui avvicinandosi a brevi passi, pallido e provato come non lo aveva mai visto.

"Come sta la signora?", chiese ricordando l'urlo di dolore che gli aveva evocato, in maniera troppo netta, quello che aveva udito alla morte del giovane Anthony.

"Il dottor Leonard le ha dato un calmante e ora Annie si sta prendendo cura di lei".

Georges annuì, crollando sulla poltrona, sfinito. L'incubo si stava ripetendo e stavolta sembrava davvero volersi far beffe di un futuro che poteva essere luminoso: non gli era sfuggito quanto William e la signorina Candy si fossero avvicinati e in cuor suo aveva sperato che quel viaggio, in teoria legato agli affari, li unisse in maniera definitiva.

Con un sussulto, si rese conto che era stato tanto impegnato con i contatti e le ricerche in quei due giorni, che non aveva avvisato le proprietarie della Casa di Pony, né nessun altro.

"A cosa stai pensando?". Archibald sembrava allarmato. Sembrava sulle spine o sui carboni ardenti, quasi temesse che in ogni istante arrivassero notizie nefaste. Toccava a lui mantenere la calma e l'ordine, in assenza del suo principale e lo avrebbe fatto come sempre. In paziente attesa che tornasse.

"Stavo solo riflettendo che dovremmo avvertire l'orfanotrofio. Tuttavia, credo sia meglio farlo quando avremo notizie della signorina e di William, per non preoccuparle oltremodo".

"La notizia del naufragio è uscita sui giornali di stamani".

Georges impallidì, mentre il ragazzo usciva dalla stanza facendogli cenno di attendere. Non aveva pensato ai giornali. Era immerso in una sorta di bolla onirica nella quale gli avevano comunicato l'affondamento della nave ed era cominciato un bailamme infinito di telefonate e telegrammi con il cuore in gola e le viscere annodate. Non ricordava nemmeno di aver mangiato o dormito.

Archibald rientrò tenendo il giornale in mano e, man mano che leggeva, si sentiva sprofondare: il giornalista riportava a piena pagina la foto del natante, intorno al quale erano state disposte, quasi come in un macabro collage, alcune immagini dei passeggeri più in vista che vi si trovavano. Quelle di Candice e William erano in alto a destra. Con frenesia, cercò i loro nomi nel corpo dell'articolo e si mise a leggere.

"William Ardlay e la sua protetta stavano intraprendendo un viaggio che avrebbe dovuto portarli a Casablanca, dove il magnate più in vista degli Stati Uniti si doveva recare per occuparsi di nuovi investimenti. I due viaggiavano in prima classe e sono stati in molti a sussurrare di un possibile coinvolgimento sentimentale, con toni che vanno dal grido allo scandalo fino all'approvazione. Ora, in queste ore frenetiche, l'unica speranza è che i loro nomi siano nella lista dei superstiti. Le scialuppe di salvataggio sono state calate immediatamente, tuttavia l'affondamento pare essere avvenuto in maniera tanto repentina che si teme possa aver coinvolto anche le imbarcazioni circostanti. La tempesta avvenuta quella notte, inoltre, lascia ben poche speranze...".

Georges smise di leggere, portandosi due dita agli occhi, strofinandoli in un gesto stanco, ricacciando indietro le lacrime che stavano per tradirlo. Piangere avrebbe significato portare a livello cosciente i suoi timori, rendendoli reali. E lui non voleva, o sarebbe stata la fine.

"Sono sicuro che si metteranno in contatto con noi non appena troveranno il modo di telegrafare". Archibald era ritto in piedi, con i pugni stretti e appariva vulnerabile dietro la maschera forte che si era imposto.

"Ne sono certo anch'io. Ma visto quello che hanno scritto sui giornali occorre parlare subito con miss Pony e suor Lane della Casa di Pony".

"Darò il cambio ad Annie e le chiederò di recarsi lì con la sua dama di compagnia...".

Qualcuno bussò alla porta e trasalirono entrambi. "Avanti!", disse Georges con voce forte.

La cameriera s'inchinò, contrita. Anche lei pareva sofferente: e come poteva essere altrimenti, visto che lavorava nella loro famiglia da decenni?

"Vi chiedo scusa, c'è la signorina Patricia O'Brien al telefono. Vorrebbe... parlare con qualcuno".

Archibald sospirò, quasi fosse sollevato che si trattasse di qualcuno che chiedeva notizie e non di altri che ne portavano di sgradevoli: "Ci parlo io, prendo la telefonata dal mio ufficio".

Quando rimase solo, Georges si ritrovò a fare qualcosa che aveva smesso di fare da almeno vent'anni. Pregò.

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Candy si posizionò su un ramo robusto e ne afferrò altri più piccoli con una mano per lanciarli ad Albert. Si erano alternati così tutta la mattina e ormai ne avevano a sufficienza sia per il fuoco che per il riparo che avrebbero costruito vicino al fiume.

Stava afferrando un ultimo ramo che le pareva particolarmente adatto al rifugio, quando udì l'esclamazione di dolore e sorpresa di Albert. Senza pensarci, abbassò lo sguardo e cominciò a scendere, vedendolo accovacciato vicino alle rocce, non lontano dall'argine del fiume.

"Albert, cosa ti è successo?!". Si rese conto che aveva le mani strette sul piede, la mascella contratta e pensò che si fosse fatto male proprio contro le rocce, magari spostandosi senza prestare attenzione perché guardava in alto.

"Qualcosa... mi ha morso. Temo proprio fosse un ragno velenoso".

Il sangue le defluì dal volto e Candy, scendendo dall'albero, cercò con frenesia qualche accenno ai suoi studi di infermeria, ma la sua testa era tabula rasa, un enorme buco nero. Sapeva solo che molti ragni e tarantole erano velenosi e già questo bastava a farle suonare mille campanelli di allarme in testa.

"Dobbiamo innanzitutto lavare la ferita. Fammi vedere". Il piede presentava solo un leggero arrossamento, ma lei temeva che potesse peggiorare. Facendolo appoggiare a sé, lo aiutò a sedersi a riva per immergerlo in acqua.

"Il veleno non dovrebbe essere particolarmente pericoloso per l'uomo, perlomeno nelle specie africane che ho avuto modo di studiare. Però fa un male del diavolo". E gli credeva, Candy. Si rendeva conto di come serrasse la mascella cercando di trattenere i gemiti di dolore e le tempie erano già madide di sudore.

Candy si accucciò fino a entrare in acqua, tirando su il piede di Albert per strofinare la ferita con le mani e far uscire quanto più veleno possibile. Si chiese se dovesse inciderlo, ma il lamento di lui quando lo sfiorò la fece desistere e mollare la presa.

"Scusami".

"Non scusarti. Avremmo bisogno di erbe disinfettanti, possono sempre tornare utili, ma non credo ce ne siano".

"Raccoglierò un po' di quelle che abbiamo usato per le scottature", disse cominciando a cercarle nei dintorni. Ogni tanto, con la coda dell'occhio, osservava le reazioni di Albert e comprese che stava cercando di non lamentarsi per non farla preoccupare. "Puoi gridare se ti fa stare meglio. Non mi impressiono tanto facilmente", gli disse.

"Cosa?". La fissò e il volto era arrossato, una vena pulsava sul collo. La camicia mezzo sbottonata metteva in evidenza un'abbronzatura che gli avrebbe garantito protezione da ogni futura scottatura, cosa che cominciava ad accadere anche a lei. Doveva essere impazzita per mettersi a pensare a quei dettagli

e al bacio, non dimentichiamo il bacio

mentre lui soffriva e rischiava i sintomi di un avvelenamento.

"Non fare l'uomo invincibile e lamentati quanto vuoi. Immagino che faccia molto male", si spiegò raccogliendo alcune foglie che le parvero adatte.

Con sua sorpresa, Albert invece ridacchiò: "Non ho intenzione di farlo, Candy. Non ora, perlomeno. Il dolore è ancora sopportabile, dopotutto".

"Certo e io sono Jane e tu Tarzan", sbuffò avvicinandosi e chiedendogli di togliere il piede dall'acqua.

Lo fece con gesti lenti e poté notare che il gonfiore si era accentuato. "Posso fare da solo", disse allungando una mano. Candy gli porse le foglie raccolte, guardandolo mentre le portava al piede poggiandole sopra con un sussulto.

"Dovresti strofinarle sopra per far penetrare meglio il principio attivo", suggerì ben sapendo che la minima pressione avrebbe fatto solo più male. Avrebbe avuto bisogno di un po' di ghiaccio, ma persino l'acqua del fiume era tiepida.

Vide Albert titubare, combattuto come non lo era mai stato. Chiuse forte gli occhi, prese un respiro e fece come gli aveva detto. A quel punto urlò. Urlò davvero.

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Candy gli stava ponendo una mano sulla fronte e di nuovo Albert si sentì vulnerabile al suo tocco. Il piede, sul quale avevano praticato una fasciatura di emergenza con felci e fogliame, pulsava come un enorme dente cariato: non sapeva come fosse, perché per fortuna non gli era mai capitato di averne uno, ma suppose che il dolore dovesse essere molto simile.

"Non hai febbre, ma non puoi certo metterti a costruire rifugi. Hai qualche malessere? Mal di testa o nausea? Non so bene quali debbano essere i sintomi di un morso di ragno, ma...".

"Sto bene, a parte che vorrei tagliarmi via il piede destro. E costruiremo quel rifugio, ma prima bisogna capire se possiamo accendere un fuoco". Aveva cercato di usare un tono tranquillo, ma ogni parola suonava come un ringhio annebbiato dal dolore.

"La cosa migliore è che prendiamo un po' di questa legna e torniamo sulla spiaggia: lì possiamo accenderne uno e disinfettare l'acqua". Come se si fosse ricordata qualcosa, sussultò. "Il fuoco! Una pietra ben calda potrebbe disinfettare anche il morso!".

La sola idea di mettere qualcosa di rovente a contatto con il piede gli fece venir voglia di urlare di nuovo, ma non era quello il problema maggiore: "Candy, sinceramente non so se sarei in grado di camminare fino alla spiaggia. Posso muovermi zoppicando qui nei paraggi, non arrivare sin lì".

"Bene, allora mi darai istruzioni e costruirò il rifugio. Anzi, no, prima metterò in sicurezza un'area qui intorno per accendere il fuoco".

Albert la osservò mentre si affaccendava per strappare erba e arbusti da una zona in cui la vegetazione era meno fitta, creando una sorta di cerchio nel terreno che non facesse fuggire il fuoco. Usò le mani con movimenti lenti e circolari, evocandogli i momenti in cui gli toccava il viso con gentilezza e d'istinto si leccò le labbra, desiderando di nuovo le sue carezze. E un suo bacio. Dio, anelava un bacio da Candy, ne aveva una sete che gli parve d'un tratto inestinguibile.

Sete.

Sete...

Di colpo, Candy era davanti a lui e, senza più titubanze, la prese tra le braccia. La strinse forte e lei lo guardò con occhi pieni d'amore. Finalmente, incontrò le labbra fresche di lei, le assaporò, sapevano di acqua di cocco, di ambrosia, di miele e di rose. Come aveva sognato, approfondì quel bacio beandosi del sapore umido della bocca amata, ripetendo il suo nome per averne ancora. E ancora.

Ed era in piedi, di fronte a lei, e si rendeva conto che aveva qualcosa in tasca. Mise una mano dentro e ne trasse un mucchio di alghe, tra le quali qualcosa brillava: lo ripulì e si rese conto che era un anello. Poteva metterlo al dito di Candy e chiederle formalmente di essere la sua fidanzata! Colmo di emozione, le si inginocchiò davanti e lei cominciò a piangere di gioia.

Con un gesto lento, lo infilò all'anulare sinistro e si alzò per baciarla. Ma quando lo fece, con sommo orrore, vide le sue guance diventare scavate, la pelle raggrinzirsi, i capelli biondi ingrigire e staccarsi a ciocche, fino a lasciare un teschio con un sorriso eternamente congelato. Inorridito, emise un verso di costernazione e fece un passo indietro, gridando il suo nome, vedendola ridursi a un mucchio di ossa e poi di polvere e sabbia.

"Candy... Candy...no!". E capì il suo errore: l'anello, che giaceva a terra tra i resti che erano stati la sua Candy, era quello che aveva con sé il ragazzo morto per la donna che non avrebbe mai sposato. Perché, perché glielo aveva messo al dito? L'aveva uccisa, aveva appena ucciso la donna della sua vita e urlò pietosamente, piangendo e invocandola in lunghi singhiozzi, rendendosi conto che qualcuno gli stava carezzando il capo.

Alzò il viso e incontrò un paio d'occhi simili ai propri: "Rose... Rosemary?".

Sua sorella lo guardava con infinita tristezza, senza smettere di accarezzarlo, come quando era bambino. "Mi dispiace, piccolo Bert. Mi dispiace, papà è morto, ora ce la dovremo cavare da soli. Ma io avrò cura di te, te lo prometto".

No, non è papà a essere morto, è Candy e la colpa è solo mia! E tu... oh, anche tu, adorata sorella...! Cercò di dirlo, dando voce ai suoi pensieri, ma le parole rimasero impigliate nella gola chiusa. Arida. Cocente di lacrime.

"Bert... Bert... Albert, ti prego, non farmi questo! Non lasciarmi da sola, io ho bisogno di te! Io... ti amo!". Cosa stava dicendo Rosemary? Non era lui che la stava lasciando, stava sopravvivendo suo malgrado. Come avrebbe fatto a continuare senza Candy? Si lamentò, pronunciandone ancora una volta il nome. "Sono qui, amore mio, ti prego, apri gli occhi!".

Aprire gli occhi?

Con uno sforzo che gli parve titanico, Albert sollevò le palpebre e la vide. Bella come la ricordava. Con il viso pieno di lacrime illuminato da quello che pareva un fuoco notturno, facendola apparire come una vera allucinazione. Allungò una mano tremante e le sfiorò il volto, sentendolo tangibile e umido: "Candy...?", disse con voce soffocata, temendo che scomparisse da un momento all'altro.

"Oh, Albert, Dio sia lodato, ero così spaventata!". Gli afferrò la mano, la strinse e la baciò e lui si rese conto di essere appoggiato con la schiena a un albero e che sopra di loro c'era un piccolo tetto di rami inclinati e tenuti assieme da alcuni filamenti di foglie di palma. "A un certo punto del pomeriggio mi sono resa conto che ti stava salendo la febbre e non sapevo più cosa fare! Ti ho dato da bere dell'acqua di cocco ma non reagivi quasi più. Allora ho bagnato una striscia di tessuto e ti ho coperto il capo mentre tentavo di accendere il fuoco... non sai quanto ci ho provato! Ogni tanto venivo a controllarti e sentivo che ti lamentavi nel sonno, forse per il dolore. Ti ho trascinato qui all'ombra e ti ho bagnato la fronte per far scendere la febbre, ma tu continuavi a dire cose senza senso, così mi sono affrettata con il fuoco e ho cominciato a legare i rami tra loro per fare un piccolo riparo... non so se reggerà, l'ho costruito di fretta e tu...". Candy interruppe quel fiume di parole per singhiozzare. "Tu hai cominciato a chiamarmi e a piangere, però non ti svegliavi! Ho temuto che il veleno ti stesse uccidendo, Albert".

Gli si gettò al petto e lui l'abbracciò più forte che poté, considerando che si sentiva debole e il piede era un unico fascio di dolore. Ma nulla era più rigenerante di sentirla, viva e vera, contro di sé e lui lasciò fluire le lacrime tra i suoi capelli, senza poter dire altro. Quando fu in grado di parlare si scusò per averla fatta preoccupare tanto.

"Sei stata bravissima a fare tutto da sola, Candy".

"I rami sono tutti storti e i supporti verticali che mi avevi detto di mettere non reggeranno. Fra poco ci crollerà tutto in testa", piagnucolò asciugandosi gli occhi come una bambina.

"Non importa, lo sistemerò io. Adesso però è ora della mia medicina". Candy lo guardò, stranita. "La febbre non mi pare scesa del tutto e il piede mi fa ancora molto, molto male".

"Posso vedere se le piante...".

"Voglio solo un bacio".

- § -

Candy si svegliò con il canto di un gabbiano particolarmente insistente che aveva deciso di sorvolare proprio quel tratto dell'isola. Forse erano uno stormo. I gabbiani volavano in stormi? Sbatté le palpebre e si tirò a sedere con tanta veemenza che sbatté la testa contro il legno.

Il mio piccolo rifugio di fortuna.

Sbadigliò platealmente e si rese conto che era sola. Di nuovo. Doveva fare un discorsetto ad Albert, che ogni volta...

"Albert!". Sconvolta, si rese conto che poteva essersi sentito male e lei dormiva! Bella infermiera che era! Il primo luogo in cui cercò fu proprio il fiume e si rese conto troppo tardi che avrebbe dovuto essere più prudente e discreta: il suo amico di sempre, il principe che sognava fin da bambina e che la sera prima le aveva chiesto baci morbidi come medicina, si stava alzando in piedi emergendo dalle acque del fiume come una sorta di tritone statuario dei fiumi.

La mente gli gridò di non spalancare le palpebre, ma di coprirsi subito gli occhi. E di voltarsi, per l'amor di Dio, visto che Albert aveva deciso di farsi una nuotata completamente nudo. Invece, le sue retine rischiarono di bruciare tra le fiamme dell'inferno, perché titubò un istante di troppo, nel quale poté ammirare il giovane e avvenente prozio William nella sua gloriosa interezza.

Si volse di spalle con un gridolino, avvertendo quelle stesse fiamme avvolgere l'intero viso. E se lo meritava per essere stata tanto sconsiderata! Suor Lane l'avrebbe sculacciata, se fosse stata più piccola, e miss Pony le avrebbe fatto una bella ramanzina per non essersi voltata subito! Eppure, una parte di certo intaccata dal sole tropicale, le suggerì che non c'era nulla di male, che non l'aveva fatto apposta e che comunque era un'infermiera e non era certo un uomo nudo a metterla in imbarazzo.

A parte Albert, che amava con tutto il cuore e i cui baci la mandavano dritta in Paradiso facendole dimenticare che erano dispersi su un'isola a tempo indeterminato.

"Candy? Aspetta... mi vesto e arrivo da te". Oddio, l'aveva vista! Si era accorto che lo stava spiando!

Non lo stavo spiando, sono venuta a cercarlo e l'ho trovato così. E non ho indugiato apposta con gli occhi, volevo solo essere certa che stesse bene!

"Fai con calma e asciugati! Come ti senti?". Il tono era un po' troppo alto, come se lui si trovasse a mezzo miglio e non praticamente lì davanti a lei.

"Mi sento molto meglio, grazie, ma quando la febbre è scesa ho sudato molto e ho dovuto lavare i miei vestiti. Credo che siano già asciutti". Era la seconda volta in due giorni che si trovavano nudi a pochi passi uno dall'altra e Candy si domandò come avrebbero fatto ad andare avanti così. D'altronde, non avevano vestiti di ricambio e il caldo era davvero troppo opprimente per non indugiare in acqua.

"E... il tuo piede?". Il tono era un po' tremolante, ma già più controllato.

"Ho lavato la ferita ma è ancora un po' gonfio. Però il dolore è più sordo e in qualche modo sopportabile. Possiamo fare il pieno d'acqua e tornare sulla spiaggia".

"Bene, io... ti aspetto a casa. Cioè, nella capanna. Volevo dire... al... rifugio". Era persa, non sapeva più cosa stava dicendo e tutto perché continuava a tornarle in mente l'immagine di poco prima. Pensava che l'avrebbe sognata persino di notte e che non avrebbe più osato dormirgli vicino.

"Mi dispiace, Candy. Non era mia intenzione metterti in imbarazzo. Pensavo dormissi ancora e non ho proprio avuto modo di lasciarti un messaggio. Ma pensavo che avessi visto i miei vestiti".

Candy osò spostare appena le pupille verso destra ed eccoli, i vestiti di Albert, stesi ad asciugare sull'erba. Stupida. Distratta. Aveva ragione miss Mary Jane a ripeterle che era sbadata! "Non fa nulla, non... non è colpa tua".

La colpa è mia, non so cosa mi sta succedendo. Da quando ci siamo confessati i nostri sentimenti tutto sta andando troppo veloce. E la situazione è quantomeno anomala.

Corse verso il rifugio e si portò una mano al petto, dove il cuore aveva preso a batterle forte. Solo ora si rendeva conto che in un angolo, ben protetti dal sole dalle fronde degli alberi, c'erano alcuni datteri e le loro ciotole-cocco piene d'acqua. Candy bevve la sua in pochi sorsi e attese che lui tornasse per mangiare assieme. Quando le fece, riuscì a malapena a guardarlo negli occhi.

"Ho intenzione di sistemare la struttura del rifugio e salire di nuovo sullo sperone di roccia dall'altro lato", cominciò a fare conversazione come se niente fosse. "L'ideale sarebbe usare un binocolo, ma non si può avere tutto, no?".

Candy prese un altro morso dal suo dattero. "Possiamo sempre controllare che la marea ci restituisca altri tesori. Non hai forse trovato un giubbotto di salvataggio in più col quale raccogliamo l'acqua e ci copriamo se fa freddo? E il lenzuolo, la bottiglia... persino un rasoio! Magari provengono dalla nave".

"Sì, è probabile. Controlleremo di sicuro".

Finirono di mangiare, raccolsero la legna e tutto ciò che poteva essere loro utile e legarono le fasce di stoffa ai piedi, coprendo il capo con altre. Ormai i loro abiti erano quasi a brandelli e Candy non sapeva più come legare i lunghi capelli. Si chiese se avrebbe potuto tagliarli con il rasoio di Albert. Lo vide zoppicare un po' e si fermarono perché aveva dimenticato di dare personalmente un'occhiata al morso del ragno: aveva ragione lui, la ferita era lungi dall'essere guarita, ma sembrava decisamente meno gonfia.

Sulla spiaggia le pietre dell'SOS erano ancora al loro posto e Albert alzò subito il capo verso le rocce, schermandosi dal sole con una mano: "Pensi di riuscire a pescare con le nostre reti improvvisate come ti ho fatto vedere? Intanto io...".

"Scordatelo", disse lapidaria.

"Cosa?".

"Ho detto: scordatelo. Non ti lascerò fare una cosa tanto pericolosa con il piede in quelle condizioni e con il febbrone che hai avuto".

"Candy!". Il tono era di nuovo imbronciato e supplichevole.

"Non te lo ripeterò due volte, William Albert Ardlay", lo ammonì agitando minacciosamente un dito. "Non osare andartene lì sopra oggi, guarderemo l'orizzonte insieme e accenderemo un bel fuoco per farci vedere, quindi andremo a pesca insieme e...".

Si stava avvicinando a lei, lo sguardo serio che da un lato la intimorì, dall'altro la magnetizzò spegnendo di colpo le sue parole. Le mani le salirono al viso e lei si trovò a trattenere il respiro: "Grazie per preoccuparti per me. Ieri non te l'ho detto, perché avevo la mente annebbiata e non distinguevo il sogno dalla realtà: ma ho adorato che tu mi abbia chiamato 'amore mio'. E ho adorato il tuo antidolorifico. Credo di averne di nuovo bisogno".

I respiri si mescolarono, un po' affannati, e Candy spense la ragione. Chiuse semplicemente la distanza premendo le labbra sulle sue, muovendole in baci lenti e pieni del suo cuore. Gli stava dando il suo cuore a fior di labbra.

"Ti amo, Albert".

"Anche io. Amore mio". Sentirselo dire da lui fu quasi catartico e l'abbraccio e i baci che seguirono le fecero perdere la nozione del tempo, commuovendola fin nell'anima.

"Non andare lassù".

"Devo. E hai ragione sul fuoco, accendi prima quello, visto che sei diventata così brava. Metteremo a cuocere il pesce insieme quando tornerò".

"Io...".

Le chiuse la bocca con un altro bacio. E un altro ancora. "Potrei diventare dipendente da questa medicina, infermiera", mormorò strofinando il naso col proprio. E lei si ritrovò con le braccia vuote, lui che si allontanava mezzo girato.

L'aveva gabbata per bene, confusa, ammaliata. Il languore che le aveva lasciato le formicolava sulle labbra, scendeva fin nel petto e si trasmetteva persino alla pancia. Candy prese un sospiro tremante e si predispose ad accendere il fuoco come lui le aveva fatto vedere, strofinando il bastoncino sulla tavola di legno, aggiungendo esca perché prendesse bene e aiutandosi con il vetro per veicolare i raggi del sole. Che aveva ricominciato a picchiare a tutta forza.

- § -

Albert abbassò un ginocchio per riposare il piede destro e piegò l'altro appoggiandovi sopra i gomiti. La scalata non gli aveva fatto certo bene e il dolore aveva iniziato a ottenebrargli tanto il cervello che aveva avuto l'impulso di tornare giù. Tuttavia, non voleva far preoccupare Candy e voleva capire se quell'isola fosse di origine vulcanica come temeva. Cercò di ricordare i suoi studi principalmente orientati sull'Africa e seppe che la presenza di acque dolci e sabbia scura in alcuni tratti poteva ricondurre proprio all'arcipelago di Madeira, vulcanico ma pressoché innocuo. Ma si trovavano davvero a quella latitudine? Allora perché l'isola era disabitata? Possibile che fossero approdati su un isolotto non ancora scoperto dall'uomo?

L'alternarsi di costa con sabbia e rari ciottoli, strutture rocciose e verde lussureggiante gli suggeriva che il luogo era piuttosto ospitale, ma l'isola forse era davvero troppo piccola per rientrare nelle cartine. Si accigliò, sospirando e stringendosi la caviglia con una mano, nel vano tentativo di impedire alle pulsazioni dolorose di raggiungere il piede. Candy aveva appena acceso il fuoco sulla sabbia e la vide sussultare con gioia, forse aveva appena emesso un gridolino, se non proveniva dagli uccelli. Sorrise e pensò a Georges.

Ti prego, ti prego non arrenderti. Cerca, cerca nell'area intorno alla nave affondata!

Quanto erano stati spinti lontano dalla tempesta? Quanto erano forti le correnti? E se l'isola era sconosciuta, quante probabilità c'erano che li ritrovassero? L'orizzonte gli restituì una linea piatta e calma, dove il mare azzurro brillava quasi vi fossero cadute sopra migliaia di stelle. Era un panorama da sogno, persino romantico a modo suo e ancora non gli sembrava vero che, dopo tanti anni di attesa, Candy fosse finalmente innamorata di lui.

Ma, come capitava sempre più spesso nella sua vita, il destino ci metteva poco a farsi beffe di una situazione in apparenza tranquilla. Se non fossero riusciti a tornare sulla terraferma, le possibilità di sopravvivenza loro due da soli, senza abiti, materie prime, medicinali e assistenza medica erano ridotte al minimo. Albert sedette in una posizione più comoda, senza staccare gli occhi dall'orizzonte, e cominciò a comprendere le preoccupazioni di Candy: il giorno prima era stato molto fortunato: se il veleno del ragno gli avesse provocato uno shock anafilattico o peggio, lei sarebbe rimasta sola. Se lui fosse scivolato sulle rocce sarebbe stato lo stesso. Bastava una ferita profonda che andasse in suppurazione per ucciderli e non sarebbe stata certo della semplice acqua salata o qualche pianta medicamentosa a salvare le loro vite.

D'ora in avanti sarebbe stato molto più attento, però non si sarebbe risparmiato. Quel giorno stesso avrebbe parlato con Candy e avrebbero disegnato una sorta di calendario sulla sabbia o sulle rocce: che giorno era, a proposito? Si stava già perdendo. Era lì sopra da circa mezz'ora e Candy non era più vicino al fuoco: forse era andata a prendere il pesce, così Albert spostò lo sguardo per individuarla e non la vide. Una punta di panico cominciò a impossessarsi di lui e iniziò a girare la testa da una parte all'altra, freneticamente.

Finché non la sentì urlare.

- § -

Candy aveva ritirato il 'lenzuolo da pesca' con un verso di disappunto: a quanto pareva, pesci e granchi avevano parlato tra loro e capito che non era il caso di tuffarsi lì dentro. Lo stomaco le brontolò, quasi sapesse che quel giorno non avrebbero avuto il pranzo.

Forse devo solo spostarmi in un altro lato dell'isola.

Alzò gli occhi e vide la figura di Albert sopra le rocce, lo sguardo perso in lontananza. Il rossore le raggiunse le guance quasi come un riflesso condizionato e, ancora una volta, s'impose di smetterla di comportarsi come una ragazzina infatuata

una donna innamorata

e pensare al cibo, piuttosto!

Ritirò del tutto il pezzo di lenzuolo e si guardò attorno, mordicchiandosi un'unghia. Forse poteva unire l'utile al dilettevole e raggiungere Albert ai piedi delle rocce provando a pescare lì il loro pranzo, così non avrebbero dovuto fare altro che trasportarlo vicino al fuoco e cuocerlo insieme. Come una coppia, come alla Casa Magnolia, dove non erano una vera famiglia perché fingevano ancora di essere fratelli, amici. Ora erano innamorati e quello era il loro spazio esclusivo. Fin troppo esclusivo. Di nuovo, mentre camminava, Candy ripensò alla Casa di Pony e a tutti coloro che erano rimasti in America: li avevano dati per morti o dispersi? Li stavano cercando o si erano arresi?

Candy si asciugò due lacrime traditrici e scese nell'acqua bassa, dove la sabbia digradava appena formando una sorta di piccola fossa: vide distintamente dei piccoli pesci nuotare. Fin troppo piccoli. Schioccò la lingua con un verso di disappunto e si deterse il sudore dalla fronte, tirando indietro i capelli.

Qualcosa sbucava dalla sabbia e si gelò dentro, perché non sembrava affatto un pesce. Poteva paragonarlo a una stella marina, ma il suo cervello aveva capito prima del ragionamento che si trattava di una mano. Bianca, raggrinzita, che galleggiava nell'acqua bassa quasi volesse fuggire via ma non potesse perché era di certo attaccata a un corpo.

Sì, era un'infermiera, ma non aveva mai visto un cadavere sepolto nella sabbia e l'immagine fu così macabra che l'urlo le risalì le viscere prima ancora che potesse pensare di trattenerlo. Si allontanò come se quelle dita flosce potessero afferrarla e portarla fin negli inferi e cadde in acqua scompostamente, un'onda le inzuppò i capelli e lei bevve acqua salata, tossendo e scuotendo il capo.

Cercò di tirarsi su, ma le gambe non le rispondevano e lei ebbe la visione di come sarebbero potuti finire lei e Albert solo pochi giorni prima. Cosa sarebbe ancora potuto accadere. Era assurdo che solo fino a un'ora prima si preoccupasse e si imbarazzasse per aver visto lui nudo, avvertendo le farfalle nello stomaco ai suoi baci, e ora si sentisse tanto vicina alla morte. La mano si alzò all'ennesima ondata e a Candy parve che la salutasse. Distolse lo sguardo, singhiozzando pietosamente, cercando di mantenere sotto controllo il respiro, chiedendosi a chi appartenesse. Un naufrago? Qualcuno che era stato trascinato lì dalla corrente da una scialuppa?

"Candy!". Spalancò gli occhi, che aveva chiuso, e fu sicura che fosse quel corpo, uscito dalle viscere dell'isola, che la chiamava, che la stringeva, che voleva portarla con sé. Era irrazionale, folle, ma si ritrovò a combattere e a divincolarsi. "Candy, calmati, sono io! Mi dispiace, perdonami... avrei dovuto dirtelo, ma non ho trovato il coraggio. Non volevo sconvolgerti!".

Albert? Era lui che l'abbracciava nell'acqua? E perché si scusava?

"Ho cercato di seppellirlo, ma a mani nude era impossibile scavare più a fondo. L'alta marea deve averlo trascinato fuori".

Finalmente, Candy si focalizzò su di lui e incontrò gli occhi azzurri che tanto amava e la rassicuravano: "Chi... chi è?", singhiozzò tremando.

"Il proprietario del terzo giubbotto di salvataggio".

- § -

Albert aveva appena terminato di raccontare a Candy la storia dello sfortunato naufrago che, disperato e confuso, aveva bevuto acqua di mare mentre la corrente lo trascinava a riva. Mentre parlava, aveva cominciato a scavare in un punto ancora più lontano dal mare, dandosi dell'idiota per non averci pensato prima. Certo, se la marea si fosse alzata molto c'era ancora la probabilità che lo raggiungesse, tuttavia grazie all'aiuto di Candy e con più tempo a disposizione avevano potuto perlomeno arrivare più a fondo: non c'era molto di meglio che potessero fare.

Candy si asciugò le ultime lacrime con la parte del braccio che non era lorda di sabbia e si volse dove il corpo era ormai quasi completamente esposto: era gonfio e aveva assunto una sfumatura verdognola che non lasciava dubbi sullo stato di decomposizione in cui si trovava. E loro avrebbero dovuto spostarlo in quella che, sperava, sarebbe stata la sua ultima dimora. Per fortuna la giacca sembrava ancora al suo posto.

Albert si tolse la striscia di tessuto dal capo e la avvolse sul viso, avendo cura di coprire il naso e la bocca quasi fosse una di quelle mascherine che si usavano negli ospedali quando c'era stata l'epidemia di influenza spagnola.

"Ti voglio aiutare". Si volse a guardarla e il viso di Candy era teso ma determinato, le lentiggini persino più evidenti con il sole tropicale. Stava per trasportare un cadavere nella sua tomba, eppure Albert non riusciva a pensare ad altro che baciarle una ad una, fino a rimanere senza respiro.

"Potrebbe essere... sgradevole", l'avvisò.

"Lo so", disse lei semplicemente, facendo la stessa cosa con il suo pezzo di stoffa.

Lo spettacolo era pietoso e Albert s'impose di non soffermarsi sui lineamenti quasi impossibili da riconoscere e sul fetore che attraversava il tessuto, permeandogli le narici e la gola. "Io lo solleverò sotto le braccia e tu puoi prenderlo dalle gambe". Avrebbe potuto anche trascinarlo da solo, ma la parte razionale gli rimandò l'immagine macabra di un corpo che si sarebbe disfatto sotto ai suoi stessi succhi di putrefazione.

Cercò di trattenere il respiro per tutta l'operazione, ma evidentemente Candy non fece altrettanto, perché quando furono in prossimità della buca che avevano preparato trotterellò in un angolo, si abbassò il tessuto dal viso e vomitò.

Albert le fu subito vicino, afferrandole i capelli e ponendole una mano sulla fronte: "Sc... scusami, non ho resistito... era...".

"Tranquilla, va tutto bene. È normale. Io ho trattenuto il respiro, forse avrei dovuto dirti di farlo". Candy fu scossa da un nuovo conato e lui la sostenne finché non fu di nuovo padrona di se stessa. "Vai a darti una rinfrescata, lo calo io nella buca".

"Ma...".

"Niente ma, Candy. Respira un po', riprenditi, torna dall'altra parte e bevi un po', se vuoi. Qui posso cavarmela da solo".

Invece Candy tornò dopo pochi minuti e lo aiutò a riempire la buca finché non fu compatta. Recuperarono due rametti e costruirono una piccola, rudimentale croce. Dissero una preghiera assieme e lei gli comunicò che non avevano pesce per pranzo con una vocina così contrita che la strinse fra le braccia per consolarla: "Non importa, non ho molta fame".

Ed era vero. Nonostante la mascherina improvvisata, pensò che quell'odore lo avrebbe perseguitato fin negli incubi.