Grazie dei commenti a: Cla1969, Dany Cornwell, MariaGpe22. Di imprevisti e pericoli già ce ne sono stati a sufficienza, ma pare che occorra stare sempre con gli occhi ben aperti. Il tempo passa e non si sa se e quando arriveranno i soccorsi. Ma Candy avrà imparato la lezione e smetterà di mettersi nei guai?
- § -
- § -
- § -
Albert strizzò la camicia, ormai priva di quasi tutti i bottoni, che aveva lavato nel fiume e la appese su una sorta di filo di fortuna che avevano teso usando due rami e la lunga striscia fibrosa dalla foglia di una palma. Stare sulla spiaggia non aveva portato ad alcun risultato e quel giorno si erano stabiliti all'interno dopo aver fatto scorta di pesce da cuocere, se non altro per stare più freschi. Candy si diresse a sua volta verso il fiume a un suo cenno del capo per lavare il proprio abito intriso di salsedine: avere l'acqua dolce a portata di mano era una vera e propria benedizione, non c'era dubbio.
A dire il vero, quella mattina si era svegliato nella loro grotta facendo l'ennesimo segno sul calendario e si era reso conto che erano passate quattro settimane e un giorno. Non che non se ne rendesse conto e che non pensasse che anche Candy non se ne fosse accorta, ma quella era la conferma ulteriore che le loro tracce non erano così ovvie da seguire come aveva sperato. Che l'isola fosse deserta era evidente, che fosse così nascosta nelle cartine da non meritare l'attenzione di Georges era preoccupante. Una parte meno ottimista di sé gli aveva anche suggerito che forse non li stava neanche cercando e che li avessero dati per morti: supponeva fosse stata stilata almeno una lista di superstiti e di certo loro non erano fra quelli, visto che erano dispersi. Ma lui era pur sempre il patriarca degli Ardlay e prima di celebrare un funerale avrebbero certo fatto di tutto.
Pensando e ripensando al loro destino, Albert era infine arrivato alla grotta dove Candy era caduta tempo prima: si era spaventato a morte, tanto che per molti giorni si era ritrovato a dormire abbracciato a lei, quasi temesse che potesse sfuggirgli. Anche se si trovavano in una situazione di emergenza, dormire con il suo corpo fra le braccia gli dava un senso di sicurezza enorme, che derivava dalla certezza di poterla proteggere persino quando la coscienza veniva meno. Una notte l'aveva udita invocare Anthony e aveva asciugato le sue lacrime sussurrandole che andava tutto bene: non credeva si fosse svegliata davvero, ma era certo che le sue parole e la sua voce le fossero arrivate.
Albert entrò nella grotta per alcuni passi e si chiese se spostare il loro riposo lì dentro, perlomeno durante il giorno. Nonostante il fiume, il caldo nelle ore più centrali era opprimente, anche se lui era abituato al sole africano. Candy sopportava bene, a dirla tutta, però si vedeva che era meno abituata di lui a quelle temperature estreme e farlo in quelle condizioni, senza neanche un nutrimento adeguato, non era la condizione migliore. Avevano perso peso entrambi, anche se il pesce e la frutta abbondavano, ma non mangiavano carne da un mese e gli unici carboidrati che consumavano si trovavano in parte in quest'ultima. Anche in questo caso lui si sentiva avvantaggiato, pur se in Africa era più la carne ad abbondare che non il pesce. Aveva perso il conto delle volte in cui si era dovuto tirare su i pantaloni, temendo uno sgradito incidente davanti a lei: la cinta era arrivata all'ultimo foro una settimana prima e quando aveva tentato di praticarne un altro, forse complici il sole e la salsedine, si era spezzata tra le sue mani. L'aveva messa da parte, pensando che gli sarebbe potuta servire in futuro, e aveva usato una striscia di foglia di palma come quella per il loro stendi-bucato improvvisato come cinta.
Ormai Candy doveva aver finito di lavare l'abito, così Albert si risolse a tornare indietro per pranzare insieme. Il pesce doveva ormai essere cotto a puntino e lui era abbastanza affamato. Quando la trovò in lacrime, con l'abito tra le mani, in sottoveste, fu diviso dal desiderio di consolarla e quello di non metterla in imbarazzo. Lei si volse e Albert non seppe davvero come comportarsi.
Fu lei a trarlo d'impaccio: "Oh, Albert! Il mio vestito si è strappato tutto, appena ho cercato di strizzarlo il tessuto si è strappato e io... io...!". Singhiozzava così forte che resistette a malapena all'impulso di chiuderla fra le sue braccia.
"Candy, se ti può consolare anche i miei vestiti sono sul punto di disintegrarsi", disse indicando la camicia logora e i pantaloni arrangiati con la foglia di palma.
Probabilmente la situazione dovette apparirle comica, perché Candy si mise a ridere tra le lacrime, asciugandosi gli occhi con il braccio. Con i capelli corti fino alle spalle e quello che sembrava un bizzarro costume da bagno, era così bella che non poteva pensare ad altro che a baciarla.
"Scusami, lo so che sono una sciocca. E non dovrei provare tanta vergogna obbligando anche te a indossare quegli stracci... ormai è passato più di un mese e non potevo certo essere convinta che i vestiti sarebbero rimasti intatti per sempre con la vita che facciamo!".
Albert azzardò un passo verso di lei, cercando di guardarla negli occhi e non in altre parti
scoperte
del corpo.
"Sono disposto ad avvolgermi nelle foglie di palma pur di non procurare imbarazzo a questa donzella", disse in modo pomposo inchinandosi con un braccio dietro alla schiena, deciso a stemperare la tensione.
Lei rise più forte e Albert fu felice di udire quel suono. "Sono certa che ti starebbero bene anche quelle", disse facendogli inarcare un sopracciglio. "Voglio dire... uhm... mettiti comodo, io tanto sono indecente".
Sospirò, togliendosi la camicia rotta e ponendogliela sulle spalle: "Non sei indecente, Candy. Ma se ti fa stare meglio puoi coprirti con questa, finché durerà. Io terrò i miei pantaloni, ma temo che prima o poi li perderò da qualche parte".
Candy abbassò gli occhi sulla cintura arrangiata, arrossendo: "Non importa. Insomma, ci sono cose più importanti degli stupidi tabù".
"Ho pensato che se vuoi possiamo passare la giornata nella tua grotta, visto che da qualche giorno non ci sono scosse sismiche". In realtà, Albert aveva solo bisogno di cambiare argomento: quell'isola deserta e quella convivenza quasi primitiva stavano avendo uno strano effetto su di lui e non era più tanto certo di poter dormire abbracciato a Candy, sapendo che non aveva indosso nulla di più della biancheria. Il che, a ben vedere, era un po' assurdo, visto che l'abito era già quasi a brandelli. Eppure, per lui rappresentava una sorta di baluardo che gli aveva consentito di mantenere la sanità mentale e di illudersi che Candy fosse vestita di tutto punto. Ora non era più possibile e, peggio che mai, anche lui si trovava meno coperto di prima.
"...un rischio, l'hai detto tu!".
"Eh?". Un rischio? Starle vicino stava diventando un rischio?! No, non le avrebbe mai mancato di rispetto!
"Candy, puoi stare tranquilla, io sono prima di tutto un gentiluomo". Sperava che dicendolo ad alta voce sarebbe riuscito a crederci persino lui.
Quando lei lo guardò con gli occhi sgranati e pieni d'interrogativi, capì che non l'aveva ascoltata con sufficiente attenzione e fu sul punto di mordersi la lingua: "Albert, lo so che sei un gentiluomo, cosa c'entra?". Si era stretta sulle spalle la sua camicia. "Cosa c'entra questo con la grotta che potrebbe franare?".
Albert sbatté le palpebre, confuso: "Sì, è vero, ma basterebbe uscire subito se avvertiamo qualche scossa. Comincia a fare molto caldo". Ovviamente si riferiva solo al mese estivo. Non avrebbe lasciato che pensieri meno che casti sfiorassero le aree primitive del suo cervello.
"Uhm, bene, possiamo andare dopo pranzo, allora, che ne pensi?".
"Direi che è un'ottima idea!", concordò avvicinandosi al fuoco e notando che Candy aveva avvolto il pesce in alcune foglie verdi che emanavano un odore piuttosto aromatico. "Cosa sono?", le chiese incuriosito.
"Oh, le ho trovate dietro quei cespugli: il profumo ricorda la salvia, ma ho pensato che mangiarla non andasse bene. Però potevano dare sapore al pesce".
Albert tolse uno dei bastoncini con il pesce dal fuoco e annusò la foglia. In effetti il profumo non era sgradevole, tuttavia sapeva che, proprio come aveva detto Candy, non era consigliabile usare piante di origine sconosciuta su un'isola deserta. Magari bastava metterle da parte e non sarebbero state di certo dannose.
Mentre mangiavano, però, il sapore di quella sorta di spezia tropicale fu una vera gioia per le papille gustative. E Albert poté dire che sì, il pesce cotto con la finta salvia valeva bene una bistecca.
- § -
Il suo corpo era premuto contro quello di Albert in un abbraccio stretto che non avevano mai condiviso: poteva sentire tutto di lui. Il torace nudo definito, i muscoli saldi delle braccia, persino le gambe a contatto con le proprie. Era così inebriante! E cosa stava facendo Albert con la lingua? Le stava carezzando il labbro! E l'unica cosa che riuscì a pensare Candy è che voleva, doveva ricambiarlo. Aprì la bocca con gioioso abbandono quando lui si staccò, guardandola con gli occhi spalancati nella penombra della grotta.
"Scusa".
"E di cosa?", ridacchiò lei. "Adoravo quel bacio!".
"Davvero?". Rise anche Albert e nel giro di pochi istanti ridevano entrambi tenendosi la pancia.
"Speravi forse di sentire il sapore di quelle foglie aromatiche sulle mie labbra?", domandò Candy indicandosi la bocca e mordendosi il labbro inferiore.
Lui la guardò con occhi concentrati: "Non mi sarebbe dispiaciuto, ma devo fermarmi perché potrei fare l'amore con te qui, adesso". Fu come risvegliarsi da un sogno. Il suo corpo tremò di desiderio e timore al contempo e una fitta sottile di paura le si insinuò nelle viscere. O era eccitazione? Candy non lo sapeva, ma seppe che Albert si stava portando una mano alla testa quasi fosse di nuovo smemorato. "Oddio, non so più quello che dico...".
Fu davvero strano, ma vedere Albert così vulnerabile e sentirsi così immersa in sentimenti contrastanti servì solo a farle venire più da ridere. Tentò di contenersi, perché non voleva ferirlo, né fargli credere che lo stesse prendendo in giro, cosa che non era affatto nelle sue intenzioni. Ma non ci riuscì e l'unica cosa che disse fu: "Quella roccia non sembra una stalattite?".
Albert sbatté le palpebre, confuso, voltandosi con gesti lenti verso dove lei indicava: "Oh, quella! Beh, visto che si trova sul pavimento della grotta direi piuttosto una stalagmite".
"Una che?!". Al suo grido acuto, alcuni pipistrelli si levarono in volo squittendo come topi con le ali intorno a loro e questo scatenò ancor di più la sua ilarità.
Albert si portò un dito sulle labbra: "Stiamo disturbando questi cortesi uccellini! Sai che sono come i vampiri?".
Candy spalancò gli occhi, sfarfallando le dita delle mani: "Succhiano via il sangue, vero?".
Lui restrinse le palpebre, con fare minaccioso: "Esatto, e poi diventi come loro: ti spuntano le ali e...". S'interruppe, quasi sconvolto. "Candy, abbiamo bevuto dell'alcool?".
"A meno che l'acqua del fiume bollita non sia diventata vino, direi di no", disse arricciando il naso come se ci stesse pensando davvero.
"E allora perché siamo così... così...?".
"Così come?", gli chiese alzandosi in piedi e inciampando su un'irregolarità del terreno, bilanciandosi a malapena con le braccia. "Siamo spersi nell'oceano e rischiamo di invecchiare qui nutrendoci di pesce e frutta. Cosa abbiamo da perdere? Divertiamoci, no?".
Albert si alzò a sua volta e le fece un inchino: "Allora balli con me?".
Fu il suo turno di essere stupita: "Ballare? Qui? Ma non c'è neanche la musica!". Si guardò intorno: magari si sarebbe materializzato un grammofono, chissà. Al momento, si sentiva come Alice nel suo paese delle meraviglie, dove tutto poteva succedere.
"Canterò per te, mia bella Candy. Ricordi la gita a Lakewood?".
"Sì, mio principe. La ricordo. Canta per me come allora".
E Albert cantò, cullandola fra le braccia. Ammaliata dalla sua voce e dal suo calore, si lasciò trasportare finché non divenne tutto confuso: una corsa a perdifiato, piedi che calpestavano l'erba ed entravano in acqua. Le risate, il solletico, il rumore del fiume. Le canzoni gridate nel cielo estivo cui lei si unì, un po' divertita e un po' stonata.
E, infine, la consapevolezza, le sue braccia che la tenevano stretta ai piedi di un albero.
- § -
La prima cosa che Albert controllò furono i vestiti. Aveva completamente perso la cognizione del tempo e gran parte dei ricordi, ma ricordava il sapore delle labbra di Candy sulle proprie quasi le stesse baciando in quel momento. Per fortuna, quel poco che era rimasto dei loro abiti era al proprio posto. Tirò un sospiro di sollievo e si guardò attorno: il fuoco era spento e il loro piccolo riparo fatto di tronchi aveva impedito che prendessero un'insolazione. Ma con la sera e la volta stellata era calato anche il freddo. Individuò i giubbotti di salvataggio e lasciò delicatamente la presa su Candy per andarli a prendere, drappeggiandone uno su di lei a mo' di coperta e indossandone un altro a sua volta.
"... potrei fare l'amore con te qui, adesso".
Dio, le aveva davvero detto una cosa del genere?! E tutti quei vaneggiamenti sui pipistrelli? In nome del cielo, avevano nuotato nel fiume nudi o con gli abiti addosso? Confuso, Albert ricordò una cosa che mise in allerta tutti i propri sensi: il pesce e le foglie di finto alloro con cui Candy le aveva avvolte. Dovevano essercene ancora, da qualche parte. Tornò con passi controllati al falò spento, grato che la luna rischiarasse un po' quel paesaggio tropicale quasi soprannaturale, e trovò i resti del loro pranzo. Una foglia bruciacchiata quasi gli si sbriciolò in mano e la annusò con circospezione: in effetti il profumo ricordava l'erba aromatica, tuttavia era certo che non fosse quello che sembrava.
"Sei tu la causa di questa specie di viaggio nell'allucinazione?", domandò stringendola e disintegrandola definitivamente. Sospirò, decidendo di contravvenire alla sua recente decisione e dormire di nuovo abbracciato a Candy: le notti non erano più tanto fredde e il mese di luglio era alle porte, ma non voleva rischiare che uno dei due si ammalasse. Avevano già rischiato fin troppo, in poco più di un mese.
Con gesti calcolati per non svegliarla, si rannicchiò accanto a lei e guardò il viso arrossato dal sole su cui spiccavano ancora parecchie lentiggini; il naso un po' a patata, ma delicato e delizioso nonostante ciò; le lunghe ciglia che celavano gli smeraldi custoditi sotto le palpebre come gioielli preziosi; i riccioli ora corti ma sempre un po' ribelli: ne scostò uno dalla fronte ampia; il collo la cui linea terminava misericordiosamente sotto al tessuto spesso e arancione del giubbotto di salvataggio.
"Ti proteggerò sempre, Candy. Anche a costo di non lasciarti più cucinare quello che peschiamo". Non seppe se a farlo ridacchiare in modo quasi isterico fosse stata la sua stessa battuta, i residui di ciò che avevano mangiato o la situazione assurda. Ma dovette mordersi forte il labbro per non svegliarla.
Certe cose non sarebbero mai cambiate e tra quelle c'erano le abilità culinarie di Candy.
- § -
Chicago, commissariato di polizia
"Signor Villers, comprendo che lei desideri ritrovare il patriarca della famiglia Ardlay, ma non c'è nulla che la sua presenza possa aggiungere ai nostri contatti che stanno setacciando tutte le isole di Madeira".
Georges si mosse sulla sedia come se stesse per scattare in piedi, ma il suo proverbiale autocontrollo ebbe la meglio: "E le Azzorre? Avete pensato a controllare le Azzorre?".
"Signor Villers...".
"Sì, lo so che non sono nella rotta, ma la tempesta che c'è stata poco tempo dopo potrebbe aver spinto la loro scialuppa verso ovest e...".
"Signor Villers, se ci fosse stata una scialuppa ci sarebbero stati altri sopravvissuti a mettersi in contatto con voi".
Sì, lo sapeva Georges, e chiuse gli occhi per un istante. Un singolo, brevissimo istante per riprendere il controllo delle proprie emozioni in caduta libera. Perché voleva essere irrazionale. Voleva credere nell'impossibile. E non poteva proprio rassegnarsi al fatto che William e Candice fossero morti: preferiva saperli senza memoria, fuggiti insieme... diamine, persino feriti e impossibilitati a comunicare. Ma non poteva rassegnarsi a due corpi rubati dall'oceano, spersi nei fondali, trascinati dalla corrente.
"Le cartine potrebbero non riportare tutte le isole presenti in quel tratto", disse con voce soffocata.
Il commissario Smith si alzò poggiando i pugni sulla scrivania, quasi a voler supportare la sua imponente stazza, e cominciò a passeggiare per la stanza: "Stiamo interrogando i pescatori locali, ci siamo spinti fin sulle coste africane e portoghesi, ma nessuno è a conoscenza di isole fuori dalle rotte canoniche".
"Allora organizzerò una spedizione".
Il viso rubicondo dell'uomo si contrasse in un cipiglio che gli fece pensare a una prugna rinsecchita nonostante la stazza: "Se questo è il vostro desiderio potremmo anche farlo, ma ci vorranno settimane. Dobbiamo cercare uomini e mezzi e...".
"Finanzierò il necessario. La signora Ardlay non bada a spese, se si tratta di trovare suo nipote". Georges si alzò in piedi, ricordando il volto pallido ed emaciato di quella che era stata la matriarca integerrima di un tempo e che ora era solo l'ombra di se stessa.
L'uomo lo fissò per momenti che gli parvero eterni: chissà se stava pensando che era tutto inutile; che non stava facendo altro che rimandare l'inevitabile per non cadere nella disperazione; o forse, solo che i ricchi erano pazzi.
"Faremo il possibile", disse infine, allungando una mano che Georges strinse con gratitudine e speranza.
- § -
Elroy Ardlay guardò dalla finestra Annie Brighton che si gettava fra le braccia di suo nipote Archibald, singhiozzando come se le fosse caduto il mondo addosso. Stizzita, pensò che di certo piangeva per quella Candice, mentre lei aveva perso il patriarca della famiglia e l'unico figlio ancora in vita dell'adorato fratello.
Perché era certa che il suo caro William, che entro qualche giorno avrebbe compiuto trentadue anni, fosse ancora vivo.
Ciononostante, sul viso rugoso e granitico, una lacrima scese mentre lei mordeva con discrezione il fazzoletto, risolvendosi infine a sdraiarsi a letto come una vecchina indifesa e stanca. Crollava sempre più spesso, come le era capitato solo ai funerali di Anthony e Alistair e, anni prima, di suo fratello e di Rosemary.
Non avrebbe celebrato un altro funerale e non avrebbe dato al clan un sostituto definitivo finché William non fosse tornato a prendere il posto che gli spettava di diritto! Archibald lo stava sostituendo più che degnamente.
Quando nel pomeriggio Georges le aveva comunicato che avrebbero intrapreso a breve la spedizione per setacciare le miglia d'oceano circostanti Madeira, aveva annuito soddisfatta, impedendosi di mostrare in maniera più palese la sua somma gioia. D'altronde, quell'incosciente del nipote era stato anche in Africa e sarebbe benissimo potuto sopravvivere su un'isola deserta per settimane.
Elroy si girò su un fianco cercando di riposare e si concentrò su qualcosa che non fosse la disperazione: non doveva lasciare che avanzasse come un fuoco minaccioso, bruciando tutte le speranze che stavano costruendo con quella spedizione.
Candice! Sì, doveva pensare a lei! Oh, se davvero William era naufragato aveva di certo fatto in modo che si mettesse in salvo anche lei, solo così avrebbe avuto un motivo più che valido per sopravvivere in condizioni anche proibitive. Non che lo immaginasse lasciarsi morire se la ragazza avesse avuto la peggio: anche così, dopo il primo momento di disperazione, era sicura che William si sarebbe comportato da uomo.
Ma se si fossero trovati spersi chissà dove da soli?! Odiava ammetterlo, ma Candice era una ragazza molto bella e non le erano certo sfuggiti gli atteggiamenti di complicità che avevano quei due quando non fingevano davanti a lei. E a un uomo e una donna che si trovino isolati per tanto tempo non può che accadere di perdere il senno e la decenza. Si era sempre fidata di William e dei suoi principi, ma se aveva letto bene nei suoi occhi, poteva anche darsi che cedesse al fascino di Candice compromettendola.
Oh, se solo immaginava che quei due sarebbero tornati di lì a breve con la pretesa di sposarsi e magari anche con un erede in arrivo, pensava che si sarebbe messa a urlare!
Invece, suo malgrado, nella semioscurità della propria stanza, Elroy sentì le labbra distendersi in un sorriso, senza potersi impedire di farlo. Perché avrebbe significato riavere William a casa. Poterlo rimproverare e discutere animatamente con lui. E infine... sì, infine accettare persino quell'unione.
Qualunque cosa, mio Dio, purché lo possa avere qui sano e salvo. Sono persino disposta a fingere di essere d'accordo con il loro matrimonio.
Tutto, purché fosse vita. Tutto, fuorché l'ineluttabile morte.
- § -
Candy guardò i segni dei numeri incisi sul muro della grotta con il bastoncino affilato e si rese conto che l'indomani sarebbe stato il compleanno di Albert. Si morse il labbro inferiore, domandandosi cosa avrebbe potuto regalargli, visto che non aveva a disposizione negozi o materiali per confezionare qualcosa, né tantomeno una cucina con un moltitudine di ingredienti. Anche perché, nella migliore delle ipotesi, avrebbe combinato comunque qualche disastro.
Frustrata, sbuffò pensando a cosa avrebbe potuto desiderare Albert in un posto come quello, a parte ovviamente tornare a casa, come lei. In realtà era molto raro che Albert si lamentasse per la mancanza di qualcosa. A dirla tutta non credeva fosse mai capitato: era stata lei a fare storie per l'imbarazzo di restare senza vestiti, tanto che ora indossava la sua camicia quasi fatta a pezzi e una volta... beh, una volta aveva detto che avrebbe ucciso per una fetta di torta al cioccolato di miss Pony. Quando aveva cominciato a piangere grosse lacrime, Albert l'aveva stretta e le aveva persino giurato che si sarebbe messo a cercare piante di cacao, pur di accontentarla. Poi le aveva ripetuto la frase magica: "Sei più carina quando ridi che quando piangi" e lei aveva confessato di sentire più che altro la mancanza dei suoi amici, anche se era lieta di avere lui al suo fianco.
Amava Albert ogni giorno di più e stare soli, in una situazione di emergenza, aveva accelerato il processo in una maniera impressionante. Sì, era da tempo che le cose stavano cambiando, ma era anche sicura che a Chicago avrebbe avuto mille problematiche da affrontare: la zia Elroy in primis, ma anche i suoi impegni da infermiera, nonché quelli di lavoro di Albert che spesso impedivano loro di vedersi per lunghi periodi. Per molto tempo avevano fatto tesoro di ogni singolo minuto, parlando e scrivendosi lettere, facendo sbocciare poco a poco quel sentimento prezioso come un bocciolo pronto a risplendere di luce propria.
Ma lì, soli e con tanto tempo per parlare, si ritrovavano spesso a guardarsi, a sfiorarsi, anche a baciarsi mentre organizzavano il cibo o bollivano l'acqua, in una quotidianità così diversa eppure simile a quella condivisa alla Casa Magnolia, che il loro rapporto era evoluto di colpo. Quando aveva cucinato il pesce con quelle foglie risultate allucinogene, era accaduto qualcosa che aveva abbassato ulteriormente le loro difese: aveva ricordato in particolare una frase che Albert le aveva sussurrato nell'altra grotta e tutti i colori le erano saliti al viso.
"Candy... perdonami se ti ho mancato di rispetto in qualche modo. Non ero in me". Non era stato esplicito, ma lei aveva capito, aveva ricordato.
"Non preoccuparti", lo aveva liquidato non volendosi addentrare nell'argomento.
Perché, accidenti, rammentava benissimo la sensazione gradevole e bruciante che aveva provato alle sue parole, seppur esacerbata dalla sostanza assunta involontariamente. A ripensarci ora si vergognava, certo, eppure...
"Candy ho visto delle nuvole in lontananza, credo sia meglio...".
Gridò, sorpresa come se avesse sbirciato nei suoi pensieri e, in un movimento goffo, cadde così vicina al fuoco che il lembo della camicia che indossava prese fuoco.
Ho preso fuoco davvero...
Si affrettò a toglierla cercando di spegnerlo mentre Albert correva da lei chiamandola a gran voce e, quando alla fine tutto fu finito, la camicia era diventata inservibile.
"Perdonami, mi dispiace!".
"Stai bene?!". Era allarmato e le sue mani erano sulle spalle nude. Ma lei era sull'orlo delle lacrime.
"Sì, sto bene... scusami...".
Albert sospirò, crollando la testa in avanti: "Non devi scusarti, quel pezzo di stoffa serviva più a te che a me. L'importante è che tu non ti sia fatta male".
Candy guardò in basso, costernata: "Ti creo solo problemi".
"Non dirlo neanche per scherzo. Ti ricordo che io mi sono fatto mordere da un ragno velenoso e mi sono ustionato al sole almeno un paio di volte".
"E io sono precipitata in una grotta e ho rischiato di avvelenarci!".
"L'altro giorno ho rotto una noce di cocco invece di aprirla correttamente".
"E io non sono capace di pescare con un bastone a punta!".
Le labbra di Albert tremarono e capì che quell'assurda gara a chi l'avesse fatta più grossa si era trasformata in un gioco divertente. Lei stessa si morse l'interno delle guance per non scoppiare a ridere.
"E va bene, direi che forse in quanto a disastri mi hai decisamente battuto", disse con voce calma, rilassando le spalle e abbassando le mani.
"Albert!". Era quasi indignata.
"Però ti adoro così come sei e non ti cambierei per nulla al mondo, neanche per la Jane più esperta!".
"Oh, ha parlato il Tarzan dei tropici!", ribatté dandogli due piccoli pugni sul petto abbronzato.
"No, cara mia, secondo Terence dei due sei tu Tarzan", rise facendole l'occhiolino.
"Stai diventando odioso come lui!".
Prima che potessero dire altro, scoppiarono a ridere insieme e lui la strinse a sé. "Lo sai che ti amo, vero?".
"Lo so. Anche io". Baciarsi fu inevitabile e Candy pensò che le lingue del fuoco l'avessero di nuovo raggiunta. Ma no, erano solo le mani di Albert che la stavano stringendo e ora che non aveva più altro indosso che la sottoveste e la biancheria, stare così stretta al suo torace nudo le incendiò i sensi.
Fu lui a rompere il bacio, anche se pareva riluttante, e lei cercò di concentrarsi su quello cui stava pensando prima e non sul suo pollice che le tracciava le labbra quasi stesse saggiando la consistenza di un frutto dopo averlo assaggiato.
E Candy fu certa che dopo un mese e mezzo su quell'isola Albert la desiderasse, forse per la prima volta in vita sua, come donna. E per lei le cose non erano molto diverse.
No, non era sui nostri sentimenti esacerbati dalla vicinanza che mi dovevo concentrare, ma sul regalo che voglio fare ad Albert domani!
Ma cosa poteva donare ad Albert se non...
...me stessa?
Con un gridolino, si allontanò da lui spaventata da quel pensiero che l'aveva appena trafitta.
"Candy...?". Albert la guardava stupito, gli occhi sgranati. "Ho fatto qualcosa che non dovevo?".
"No!", si affrettò a rispondere. Era lei ad aver pensato a qualcosa cui non doveva pensare. Nella maniera più assoluta. Accidenti alla sua fervida immaginazione e a quell'isola!
"Forse non volevi che ti baciassi così? Scu...".
"Non è il bacio, sono io!", proruppe prima di poterselo impedire.
Albert restrinse le palpebre, inclinando il capo: "Tu?".
"Sì, io... credo... forse ho mangiato un cocco andato a male". Se avesse potuto si sarebbe schiaffeggiata da sola. Che scusa sciocca e imbarazzante! Eppure, fu il pretesto giusto che le consentì di uscire di corsa senza essere seguita, anche se sentiva gli occhi preoccupati di Albert incollati alla schiena.
Quando fu fuori, invece di dirigersi nel suo angolo privato che avevano destinato a latrina, Candy si ritrovò a camminare verso il lato della spiaggia da cui partiva il sentiero per lo sperone di roccia, dove due bastoncini incrociati segnavano il punto in cui avevano seppellito lo sconosciuto poco dopo il loro arrivo. Gli disse una breve preghiera, cercando di elevare il proprio spirito a pensieri più puri, ma il sole dei tropici doveva aver bruciato i suoi neuroni, perché le labbra di Albert erano sempre nei suoi pensieri. E le sue braccia. E il torace che, nonostante il peso perso, risultava ancora tonico e muscoloso.
Candy nascose il viso tra le mani e fu allora che se lo ricordò: una sera, Albert aveva nominato delle uova. Spalancò gli occhi, guardando davanti a sé, cercando con lo sguardo le nuvole menzionate da lui. A quanto pareva, il vento teso di poco prima stava cadendo e si stavano dirigendo altrove. Immaginò per un brevissimo istante, mentre si alzava e prendeva la direzione opposta, di essere una nuvola a sua volta, per viaggiare attraverso il cielo e capire finalmente dove si trovassero di preciso.
Ma in quel momento aveva una missione: raggiungere la zona alberata dell'isola e cercare qualche nido di uccelli. Non conosceva le specie che popolavano l'isola, ma confidava che le uova, una volta cotte, fossero commestibili. Sperava solo che Albert non la cercasse troppo presto e la immaginasse impegnata con un'intossicazione alimentare, per quanto si vergognasse.
Era ora di cercare il suo regalo per Albert!
- § -
Un'ora e mezza. Un'ora e mezza nella quale i suoi nervi stavano cominciando ad andare letteralmente in pezzi. Era dall'episodio della grotta che non si preoccupava così per lei, tuttavia aveva cercato di essere razionale. Dopo i primi cinque minuti aveva lanciato uno sguardo fuori per vedere le nuvole allontanarsi: quindi, per fortuna, non avrebbe piovuto a breve. Quando dovevano esserne passati venti aveva osato uscire e fare alcuni passi dove immaginava che fosse Candy, ma non volendo disturbare la sua privacy l'aveva solo chiamata chiedendole se andasse tutto bene.
Nessuna risposta.
Si era imposto la calma, prendendo un respiro profondo e aveva fatto un altro tentativo. Era stato immaginarla priva di sensi e bisognosa d'aiuto che lo aveva convinto a contravvenire a ogni regola di buona creanza. Non erano alla Casa Magnolia dove lei andava a lavarsi i denti con la porta aperta e lui le parlava attraverso l'immagine dello specchio, ma non gli importava più di rischiare di trovarla in una condizione poco consona. Raggiunse la zona destinata a Candy e non la trovò.
Frenetico, voltò il capo in direzione delle onde, poi guardò in su verso le rocce e iniziò persino ad arrampicarsi, chiamandola. Sentendosi sciocco a farsi prendere dal panico, ridiscese con gesti calcolati, ripetendosi che era ridicolo pensare che Candy fosse annegata o caduta in qualche altro luogo a lui sconosciuto. Se si era allontanata aveva di certo i suoi validi motivi, molto banalmente desiderava cercare altre erbe medicinali.
Così, si era inoltrato nella vegetazione con passi lenti ignorando paura, ansia e persino rabbia. Oh, ma quando l'avesse trovata le avrebbe ricordato che dovevano avvisarsi a vicenda quando se ne andavano da qualche parte! Non era per essere possessivi, ma dopo mezz'ora senza una traccia che fosse una, chiunque si sarebbe impensierito, visto che non si trovavano a Lakewood o a Chicago, no?
Raggiunse il loro secondo rifugio, il tratto di fiume dove si accampavano e tornò alla grotta dove era caduta Candy, chiamandola e sentendo la sua voce rimbombare: persino i pipistrelli, infastiditi dal suo richiamo, cominciarono a volare costringendolo a proteggersi il capo con le braccia, imprecando tra i denti.
"Accidenti, ma dove sei finita?!", disse frustrato, quando uscì fuori dalla caverna.
Ora, mentre vedeva chiaramente il sole avviarsi sulla via del tramonto, poteva dire di sentirsi quasi disperato. Perdendo quasi del tutto il controllo, iniziò a chiamarla più forte, mettendo le mani ai lati del viso, urlando con quanto fiato aveva in gola. Il raziocinio gli stava scivolando via in una nube di panico che gli fece venire in mente i peggiori scenari. Solo un'ora e mezza prima stavano scherzando su chi l'avesse combinata più grossa e adesso non aveva dubbi nel confermare che sì, era lei quella che si rivelava la combina guai per eccellenza.
Trovandosi proiettato in uno sgradevole dejà-vù, Albert si arrampicò su un albero e cominciò a guardarsi attorno, chiamandola, quasi sull'orlo delle lacrime al solo pensiero di averla persa quando infine la vide, in cima a un albero anche lei, che si voltava. Dovevano essere quasi alla stessa altezza, a poco più di cinque piedi di distanza e avrebbe solo voluto averla più vicina per abbracciarla subito e accertarsi che stesse bene.
Colse il suo sguardo spaventato e si affrettò a ridiscendere correndo verso di lei, la ragione che si offuscava rapidamente a ogni passo. Non era più Albert, ma un uomo delle caverne che rivendicava la compagna che si era allontanata dal focolare facendolo morire di preoccupazione. E non servì neanche concentrarsi sui suoi occhi spalancati e sull'espressione contrita: e cosa stringeva al petto con tanta veemenza, quasi non volesse mostrarglielo? Cosa era andata a cercare in cima a quel dannato albero di così importante per sparire dalla sua vista e non rispondere ai suoi richiami per quasi due ore?
"Spero che tu abbia una spiegazione plausibile a questo!". Le palpebre di Candy, contro ogni sua previsione, si aprirono ancora di più e lui seppe che aveva varcato un limite che non credeva avrebbe mai superato. Ma non poteva trattenersi, pensava che sarebbe morto se le fosse accaduto qualcosa. Così proseguì: "Hai idea da quanto tempo io ti stia cercando, come un idiota disperato, nel timore che tu fossi in difficoltà, o ferita o... annegata?!".
"Albert...". Il pigolio della sua voce, in netto contrasto con la sua baritonale e potente, lo irritò di più e quasi si sorprese di provare quei sentimenti di rabbia proprio verso di lei. Il timore di perderla aveva cancellato, spazzato via ogni accenno di tenerezza.
Le pose le mani sulle spalle con una certa rudezza, sentendo un fuoco arderlo vivo: "Non farlo mai più Candy, non allontanarti mai, MAI più così tanto senza avvisarmi, siamo intesi?! Non stiamo più scherzando come prima, non sono disposto a rischiare di prendere un colpo perché tu te ne vai in giro per le grotte o il bosco come se fossimo in vacanza!".
"Stavo solo cercando... un regalo per il tuo compleanno... non gridare così, ti prego!".
Candy sembrava sull'orlo delle lacrime, ma Albert poté solo alzare la voce di un'altra ottava: "Un regalo, Candy?! Sai che regalo potresti farmi?", disse scuotendola. "Smetterla di farmi morire di paura! Ti è chiaro o no che se ti dovesse succedere qualcosa io potrei... potrei...". E si sgonfiò la rabbia, di colpo. Le energie di pochi istanti prima ricaddero come un ramo spezzato dal vento e una mano invisibile gli strinse la gola soffocandolo in un mare di improvvise lacrime. "Potrei morire con te", concluse in un singulto soffocato, la tensione che svaniva nei lunghi respiri che cercava di prendere.
Chinò il capo, strinse i pugni e portò i polsi alla fronte, singhiozzando pietosamente quasi come gli era accaduto quando aveva ritrovato Candy mezza annegata sulla spiaggia. Lei si allontanò e si chinò come se stesse posando qualcosa a terra, quindi gli avvolse le braccia intorno, spingendo il palmo della mano contro la sua nuca per indurlo ad affondare il viso nell'incavo della sua spalla. Stava piangendo anche lei.
"Scusami. Perdonami, Albert, giuro che non lo farò mai più Mai, mai più!". E, mentre la stringeva forte sfogando del tutto la tensione delle ultime due ore, sperò che stavolta dicesse sul serio.
- § -
La frittata di mezzanotte, cotta su una pietra piatta al loro fuoco della grotta, era stata una vera e propria delizia. Candy avrebbe voluto che Albert, visto che tecnicamente era già il suo compleanno, ne mangiasse più di metà, ma aveva insistito affinché anche lei consumasse la propria parte. E non se la sentì di contraddirlo. Conosceva il lato tenero e quello deciso di Albert, ma non l'aveva mai visto perdere il controllo a tal punto, se non quando si era risvegliata sull'isola rigettando acqua di mare.
In lui, rivide Anthony che la schiaffeggiava per aver passato la notte chissà dove mentre, con Archie e Stair, la cercava senza sosta. Albert non l'aveva schiaffeggiata, ma l'aveva afferrata e scossa facendole comprendere la gravità di ciò che aveva fatto in quel gesto così desueto e opposto al suo carattere.
"Grazie, Candy, al di là di quello che è successo devo dire che hai avuto un'ottima idea a cercare delle uova. Da domani ci organizzeremo per procurarcene più spesso. Sai di che tipo di uccello sono?". Albert aveva la schiena appoggiata alla parete della grotta e il fuoco si rifletteva nei suoi occhi azzurri rendendoli quasi arancioni.
"Mi sembrava come una sorta di piccione dal piumaggio scuro, ma non so se fosse la stessa specie. Il motivo per cui ci ho messo tanto è che volevo essere sicura di riconoscere le fattezze del volatile da cui provenivano e quando ho visto quel nido... lì per lì mi dispiaceva rubargli le uova, però ho ricordato quello che mi hai detto una volta e...". La voce le tremò mentre si spiegava, quasi stesse di nuovo commettendo l'imprudenza che aveva trasformato il gentile Albert in un uomo furioso e disperato.
"Va bene, calmati, Candy. Ti sono davvero grato per aver pensato a un regalo di compleanno per me e ti chiedo di nuovo scusa per come ti ho trattata". La sua mano che le carezzava una guancia, sfiorandola come fosse di cristallo, la commosse nel profondo.
"Credo di avercelo nel sangue, questo vizio di far preoccupare le persone che mi amano". Albert inarcò un sopracciglio, in una muta domanda. "Quando ero piccola penso di aver fatto venire più di una volta i capelli bianchi a miss Pony e a suor Lane e quando ero dai Lagan...". Si morse il labbro, incerta se parlargliene e rischiare di aprire una ferita che avevano cicatrizzato solo poco tempo prima. "Albert, ti ricordi la sera in cui mi hai salvata dalla cascata?".
Lui sgranò gli occhi, abbassando la mano: "E come potrei dimenticarla? Credo fosse stata la prima volta in cui mi sono preoccupato seriamente io, per te".
"Beh, non eri l'unico. Ricordi che Anthony e gli altri mi cercavano?". Lui annuì. "Bene, Anthony era così infuriato con me che mi ha dato uno schiaffo".
Albert sbatté le palpebre, scuotendo un poco la testa come se non ci credesse: "Davvero?".
"Sì. Non lo avevo mai visto così arrabbiato, ma aveva ragione. Proprio come te oggi. Ma nel suo schiaffo di allora e nelle tue urla e nelle tue lacrime di oggi... beh, ho letto ciò che provavate per me. Sono stata proprio una stupida, ma desideravo tanto farti una sorpresa che...". Candy scoppiò a piangere, il senso di colpa la stava lacerando.
Le braccia di Albert l'accolsero subito e le sue dita si insinuarono tra i capelli in una carezza struggente: "Ssst, basta piangere, Candy. Va bene, abbiamo sbagliato entrambi, l'importante è imparare dai propri errori e non ripeterli. Ricorda sempre che siamo su un'isola deserta e che anche se ci sembra che non ci siano pericoli evidenti non abbiamo mai vissuto in condizioni così estreme. Terremoti e animali velenosi possono sorprenderci sempre".
"Avevo immaginato che non mi avresti cercata per un po' e speravo di fare presto. Ma poi ho seguito i gabbiani che invece si sono diretti verso il mare aperto e...".
"Candy, ho capito", disse con voce ferma. "Ma sappi che se accadrà di nuovo non esiterò a seguirti anche quando non dovrei, dimenticando che sei una signora".
Candy alzò il viso per guardarlo, frastornata: "Non oseresti!".
"Mettimi alla prova". Candy aveva solo un modo per cancellare quel sorrisetto compiaciuto e al contempo suggellare il suo compleanno con un dolce che non fosse una torta.
Gli pose le mani sul viso, notando a malapena il suo stupore e premette le labbra sulle sue, baciandolo forte come se non volesse più lasciarlo andare.
