Grazie dei commenti a: MariaGpe22, firstmorningdew, Dany Cornwell. Chissà se è più pericolosa l'isola o il comportamento di Candy che rischia di uccidere Albert XD! Forse entrambi, Georges deve proprio sbrigarsi a trovarli, ma... sarà sulla strada giusta? Che altro aspetta i nostri eroi? E soprattutto, il loro amore rimarrà platonico in queste condizioni?
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Vila Do Porto, Portogallo
"E quand'è che dovremmo partire?", chiese il marinaio aggrottando le grosse sopracciglia grigie e dando un lungo tiro dalla pipa, mentre scrutava l'orizzonte.
José rilesse la comunicazione urgente che aveva ricevuto dal suo contatto sulla terraferma: "Ieri".
Luìs si voltò di scatto a guardarlo: "Mi prendi per i fondelli?!".
"Senti, qui si stanno mobilitando tutti e anche nelle isole vicine. In palio ci sono mille dollari!".
José vide il collega impallidire, allentare la presa sulla pipa e lasciarla cadere nell'oceano: "Ora sono certo che mi stai prendendo per il...!".
"No! Te lo giuro!", lo interruppe indietreggiando, perché nel frattempo Luìs aveva cominciato a marciare minaccioso verso di lui, con le mani protese come se volesse strangolarlo lì, sulla banchina dove s'incontravano ogni giorno per lavorare insieme.
"Chi cavolo dobbiamo cercare?! Il Papa?!".
"Sai chi sono gli Ardlay?", gli chiese sperando di coinvolgerlo nella conversazione per indurlo a credere alle sue parole.
"Mai sentiti in vita mia". Ora l'altro sembrava impaziente ma molto più controllato.
"Si tratta di una famiglia molto ricca di origini scozzesi che si è instaurata qualche generazione fa negli Stati Uniti. La storia è questa: il patriarca, unico erede universale della famiglia e capo del clan, assieme alla sua compagna, si è perso nell'Oceano Atlantico quando la loro nave è affondata quasi due mesi fa e dall'America hanno cominciato a fare ricerche sperando di trovarli vivi su qualche isola fuori dalle cartine. Hanno iniziato con cinquecento dollari, ma visto che nessuno li trovava e qualcuno dava notizie false sperando di fregarli, hanno alzato la posta in gioco pretendendo una prova inconfutabile del ritrovamento".
Mentre parlava, si accorse che le espressioni di Luìs mutavano in un cipiglio concentrato: "Quel naufragio di cui parli non è avvenuto intorno a Madeira? Cosa c'entriamo noi?!".
José cominciò a spazientirsi: "Te l'ho detto che hanno cercato ovunque! Si sono spinti persino fino a Tenerife, ma non hanno cavato un ragno dal buco e ora stanno procedendo verso ovest".
Il viso impassibile del collega lo mandò quasi su tutte le furie: "Allora sono cibo per pesci già da un bel pezzo. Non ci sono altre isole sulle rotte conosciute".
L'uomo fece un respiro profondo, pensando a sua moglie e ai suoi tre figli da sfamare. Avrebbe potuto muoversi da solo, ma aveva bisogno di una barca e la barca era del grande imbecille che aveva davanti: "Ci sono duecento dollari sul piatto per chiunque s'impegni almeno a cominciare le ricerche. Gli altri ottocento arriveranno quando a Chicago sentiranno la voce del patriarca a un dannato telefono".
"Perché diavolo non me l'hai detto subito?!", proruppe Luìs d'improvviso a un pollice della sua faccia, sputandogli letteralmente in faccia le parole.
Già, perché non glielo aveva detto subito? José alzò gli occhi al cielo e fu almeno felice di aver convinto il collega a partire.
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Sull'isola
Alla fine era successo veramente e non per un cocco andato a male, che avrebbe riconosciuto dall'odore. Candy intrecciò le braccia al ventre, piegandosi letteralmente in due e chiedendosi come stesse il povero Albert, che aveva avuto persino la febbre. Come avevano potuto ammalarsi entrambi?! Erano stati così attenti a bollire l'acqua, non avevano mangiato bacche sconosciute e il pesce era sempre cotto a puntino, inoltre lei non si era più azzardata a provare spezie strane.
Il suo istinto di infermiera, però, pensava a un virus causato dall'impossibilità di lavare adeguatamente le mani con detergenti appositi dopo aver pulito il pesce. Lavare le mani nel fiume o con acqua sterilizzata non sempre poteva risultare efficace. Fatto stava che i crampi addominali e il senso di leggera febbricola erano mutati in un malessere piuttosto fastidioso che li svegliava persino di notte.
"Tutto bene laggiù?". La voce di Albert, lontana ma tutto sommato udibile sotto le stelle, le indicò che stava affrontando di nuovo l'ennesimo problema cui si trovava a far fronte lei. Una volta, forse, sarebbe morta per l'imbarazzo: ora dovette trattenersi dal ridere istericamente.
"Non dovresti uscire di notte con la febbre", lo ammonì cercando di limitare la sofferenza nella sua voce. Le sembrava che un animale le stesse mordicchiando il ventre.
"Non ho potuto fare altrimenti". E, nella sua voce, riconobbe la risata a malapena trattenuta.
Respirò a fondo, ripetendosi che i virus intestinali di solito non dovevano durare più di due o tre giorni, e si ricompose per tornare nella grotta solo nel momento in cui fu certa che gli spasmi non l'aggredissero più come una grossa mano implacabile.
"Posso tornare nella grotta tranquilla?", gridò in direzione di Albert, incontrando la luna nella sua maestosità. Era incredibile che stessero vivendo un momento tanto mortificante con un cielo così bello, sotto al quale avrebbero solo dovuto baciarsi come innamorati.
Quando lui non rispose, Candy cercò di non preoccuparsi e le parole arrivarono quasi in un lamento: "Vai pure, io credo che mi tratterrò ancora un po' a guardare il panorama". Povero Albert, era certa che stesse soffrendo in modo atroce e non poteva fare nulla per lui.
"Ti aspetto sveglia", gli annunciò incamminandosi.
"Non credo ti convenga", ribatté quasi stizzito.
Candy rientrò curandosi di controllare che ci fosse sufficiente acqua per reintegrare i liquidi persi e ne bevve lasciandone di più per Albert, osservando le semisfere di cocco su cui aveva inciso le loro iniziali come sulle tazze della Casa Magnolia. Non le fu facile aspettare il suo ritorno con pazienza, impedendosi di raggiungerlo invocando il suo diploma d'infermiera, ma quando rientrò gli corse incontro e lo sostenne. Era debole e avrebbe avuto bisogno di una flebo o comunque di mangiare qualcosa di più sostanzioso.
"Siediti e bevi". Lui obbedì, troppo provato per protestare.
"Neanche in Africa mi è mai capitata una cosa simile", borbottò. Candy gli sentì la fronte e si rese conto che scottava.
"Domani mi occupo io della pesca", disse ponendogli una striscia di stoffa umida sulla fronte.
"Anche tu stai male e domani la febbre mi sarà passata".
"Tu stai peggio".
"E tu non sai pescare".
"Oh, devi ricordarmelo adesso?! Getterò la nostra rete di fortuna o uno dei giubbotti di salvataggio". Evitò di ricordare ad alta voce che, da qualche giorno, i pesci avevano deciso di scioperare e che già da un po' si accontentavano quasi solo della frutta.
"Dovremmo cacciare qualche uccello, ma non saprei come fare", mormorò Albert facendo una smorfia che riconobbe come di dolore.
Candy sospirò, ravvivando il fuoco e chiedendosi se l'applicazione di una pezza calda sul ventre avrebbe lenito il fastidio a entrambi. "Potremmo pensare a qualche trappola, anche se l'idea non mi sorride".
"Neanche io ho mai amato la caccia, ma dobbiamo sopravvivere e non abbiamo molta alternativa", le ricordò prendendo un sospiro profondo e portandosi una mano al ventre.
"Devo preparare qualcosa di caldo da applicare, magari può essere di sollievo. Ma non voglio usare l'acqua dolce". Afferrò la bottiglia di vetro per andare a riempirla di acqua di mare da scaldare. La mano di Albert la bloccò per il polso.
"Vado io".
"È fuori discussione!", protestò.
"Devo comunque uscire di nuovo", disse imbarazzato, un rivolo di sudore che gli colava lungo la tempia.
"Vengo con te e non accetto...".
"Candy, per favore, lasciami almeno la dignità!", disse tra i denti, sospettò in bilico tra sofferenza e rabbia.
Lo guardo per brevi istanti, nei quali lui le tolse la bottiglia dalle mani. "Se non ti vedo tornare entro un quarto d'ora vengo da te in barba alla dignità. Sono un'infermiera e non mi lascio impressionare da nulla".
Albert ridacchiò, rialzandosi a fatica: "Non eri tu quella che mi voleva più vestito possibile perché si vergognava?".
"Quello era... all'inizio", ammise arrossendo.
"Ci vediamo tra una mezz'ora. Spero". Albert alzò la mano a mo' di saluto e solo quando fu uscito Candy si rese conto che aveva raddoppiato il tempo suggerito da lei.
"Imbroglione", mormorò nella grotta vuota, sentendo il torpore coglierla. Anche se non stava male quanto lui, anche lei era debole e doveva aver perso parecchio peso in quei due giorni. Fu con estrema fatica che tentò di rimanere sveglia in attesa del ritorno di Albert.
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Il piccolo pesce che aveva trovato assieme ai granchi di quella mattina si era rivelato provvidenziale. Non certo per riempire i loro stomaci, ma perlomeno avrebbe costituito un'ottima trappola per gli uccelli di passaggio. Albert aveva individuato il nido proprio sull'albero sotto al quale stava lavorando in quel momento, ma non aveva preso le grandi uova che vi erano dentro. Non per il momento, almeno. Sistemò con cura i due rametti simili a piccole fionde che fungevano da supporti laterali e vi sistemò un rametto in orizzontale, sostenuto dal meccanismo grezzo che aveva creato poco di lato. Intrecciando lunghe foglie fibrose, aveva ottenuto un cordino cui aveva legato un bastoncino sul quale aveva infilzato il pesce. Ricontrollò che il cordino fosse ben fissato, all'altra estremità, dal ramo flessibile quasi fosse una piccola canna da pesca e che ci fosse abbastanza gioco per far scattare la trappola, quindi si dedicò al cappio che costituiva la continuazione dello spago improvvisato: lo fece passare intorno all'esca e si alzò in piedi, guardando la trappola con occhio critico.
Alzò quindi lo sguardo verso l'albero su cui aveva trovato le due uova bianche e ricordò quanto gli aveva detto Candy quando aveva visto l'uccello che secondo lei le aveva deposte, il giorno del suo compleanno. Una specie di piccione dal piumaggio scuro.
Albert rifletté strofinandosi la fronte con due dita, cercando di ignorare la debolezza che lo avrebbe indotto solo a sedersi e riposare. Il virus di cui erano stati vittima lo aveva colpito più duramente di Candy e aveva dovuto rinunciare ai pantaloni, almeno finché non avesse riacquistato abbastanza peso da tenerli su senza sembrare una specie di pagliaccio dei tropici. Per fortuna, al quarto giorno la dissenteria lo aveva abbandonato e gli aveva restituito parte della dignità: non avrebbe mai dimenticato la notte in cui, mentre andava a prendere dell'acqua da scaldare per creare degli impacchi, Candy lo aveva trovato mezzo svenuto a pochi passi dalla grotta. Pur avendo vissuto per anni in mezzo alla natura e persino in Africa, era la prima volta che contraeva un virus così aggressivo e sperò che fosse anche l'ultima.
E di colpo, arrivò l'illuminazione: se davvero quella specie era una sorta di piccione tropicale, forse il pesce non faceva parte della sua dieta, se ricordava bene i libri letti su quelle peculiari specie. Imprecando, tornò al loro secondo rifugio per prendere un pezzo di maracuja che avevano messo da parte per il pranzo e lo sostituì al pesce.
Ora non restava che attendere.
I passi dietro di sé gli indicarono che Candy era tornata con la legna e si mise ad accendere il fuoco insieme a lei, spiegandole come aveva realizzato la trappola secondo ciò che aveva imparato in Africa da alcuni indigeni. Quando fu il momento di tornare a visionare il risultato, però, le chiese di attenderlo accanto al falò: sapeva che avrebbe potuto impressionarsi nel vedere un piccione praticamente impiccato e magari ancora agonizzante. Lui stesso sperava di avere abbastanza coraggio da occuparsi di un compito così ingrato, abituato com'era solo alla pesca.
Scuotendo la testa mentre si inoltrava nel punto più fitto della boscaglia, Albert si disse che era molto più facile che la trappola non avesse funzionato e che avrebbe dovuto provare e riprovare accontentandosi di attirare ancora pesci riluttanti nelle lenzuola logore o di arpionarne altri in mare o nel fiume. Invece l'uccello era lì, che sbatteva le ali con il collo stretto nel cordino improvvisato, che emetteva suoni strozzati. E più di dibatteva, più il meccanismo lo stringeva.
Albert deglutì, colto dall'impulso irresistibile di liberarlo e lasciarlo volare via, sentendosi incapace di porre fine alla vita di una creatura così bella.
Non fare lo sciocco, comportati da uomo, William!
Persino la sua voce mentale lo chiamava con il nome amato dalla zia Elroy e ne aveva persino la sfumatura. Sarebbe stato sgradevole o persino straziante, sì, ma si trattava della loro vita in cambio di quella del piccione. Soprattutto della salute di Candy, che aveva grandi occhiaie viola perché aveva riservato la maggior parte del nutrimento a lui che era malato.
Fu con quel pensiero nella mente che si avvicinò al volatile, ricacciando indietro le lacrime e scusandosi in un mormorio sommesso mentre lo afferrava con decisione per il collo. E torceva.
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Albert era tornato con un volatile già pulito tra le mani, ma Candy aveva notato le macchie di sangue sui pantaloncini di Albert, che ormai era rimasto solo in biancheria intima da quando i pantaloni gli erano rimasti troppo larghi. E lei, nonostante l'imbarazzo iniziale, aveva immaginato che fosse in costume da bagno, oppure che si trattasse di un paziente come un altro: avrebbe funzionato se, pur provato e dimagrito, Albert non fosse stato comunque diabolicamente attraente. E loro non fossero stati così innamorati. Lei stessa ormai non aveva che biancheria e sottoveste e poteva solo sperare che quei capi resistessero più a lungo o sarebbe morta per l'imbarazzo.
Mentre il piccione cuoceva, aveva visto lo sguardo assente di Albert e si era resa conto che parlava a monosillabi. "È stato così brutto farlo?", chiese sentendosi stupida subito dopo.
Albert sospirò rumorosamente, fissando gli occhi sull'uccello infilzato nel bastone: "Pensavo che sarebbe stato come pulire un pesce, ma posso dirti che non è la stessa cosa. A questo punto non so se la mancanza di mammiferi in questo posto sia un male o un bene". La voce era roca, velata.
"Avrei dovuto aiutarti", mormorò.
Lui scosse la testa: "Candy, non dico che sia stata una passeggiata di salute fare... quello che ho fatto a questo povero volatile, ma la priorità qui è la nostra vita. Se ci sono compiti sgradevoli me li sobbarcherò senza problemi e se posso renderti il soggiorno forzato meno gravoso lo farò con ogni fibra del mio essere".
Candy aggrottò le sopracciglia: "Però non è giusto: tu sei quello che procaccia quasi tutto il cibo, inoltre riesci ad accendere il fuoco molto più velocemente di me".
"È solo perché sono un uomo e ho più forza fisica. Anche tu accendi bene il fuoco e riesci a organizzare la cena o il pranzo con i pesci o le uova, quando le abbiamo. Una volta avresti bruciato tutto", le ricordò con un sorriso forzato.
"Potrebbe ancora accadere", lo avvertì allontanando per un attimo la carne dal fuoco e verificando che aveva bisogno di cuocere ancora. Nonostante tutto, il profumo che emanava era delizioso e dopo più di due mesi senza mangiare carne ebbe l'acquolina in bocca.
Fu il silenzio ad accompagnare quella cena, assieme a poche frasi di circostanza. E non era solo a causa del compito sgradevole di uccidere un uccello e cucinarlo: era perché ogni evento che accadeva era legato al fatto che nessuno li aveva ancora trovati. Il loro SOS sulla spiaggia difficilmente sarebbe stato notato da qualche intrepido su un aereo, mentre i fuochi non avevano fatto avvicinare alcuna nave: non che ne avessero mai avvistata una all'orizzonte.
In quel silenzio che li accompagnò fino al rifugio, stanchi ma rinfrancati dal pasto sostanzioso, Candy lesse la consapevolezza reciproca che forse a Chicago avevano perso le speranze e magari già celebrato dei funerali. Immaginò le lacrime di miss Pony, di suor Lane, di Annie, persino della zia Elroy sapendo che il suo adorato nipote era morto. L'ennesimo.
E pianse in silenzio Candy, quando fu certa che Albert dormisse profondamente, uscendo dalla piccola tettoia e respirando l'aria notturna per dominarsi. Non avevano che l'uno il sostegno dell'altra e forse, a breve, avrebbero dovuto prendere la decisione di costruire una zattera.
"Non so di preciso in che direzione dovremmo andare, perché non so dove diavolo siamo con esattezza", le aveva detto Albert frustrato, un giorno in cui avevano affrontato l'argomento. "Ma so che potremmo rischiare anche di più andando in mare aperto. Squali. Disidratazione. Fame. Sono solo le cose principali che potrebbero accaderci se non ci coglie una tempesta e distrugge la zattera".
Ecco perché aveva rimandato così a lungo, ora lo capiva ancora meglio. Finché erano lì avevano più possibilità di sopravvivenza. Tentare la fuga sarebbe stato un salto nel vuoto che non necessariamente li avrebbe portati a incrociare una nave o la terraferma continentale.
Tornò nel piccolo rifugio accoccolandosi accanto ad Albert, cullata dal suo respiro ritmico, ammirandone la figura più esile, le ossa del costato che sporgevano e il viso scavato. I capelli così biondi che sembrava il sole li avesse ulteriormente schiariti.
Se dobbiamo morire qui voglio prima donarmi a lui e conoscere la dolcezza dell'amore fra le sue braccia.
E quel pensiero così audace, nel mezzo della loro ennesima notte d'isolamento, per la prima volta non la imbarazzò più di tanto.
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Oceano Atlantico: tra Madeira e Tenerife
José trovò Luìs che contava i centocinquanta dollari con estrema attenzione: ne avevano già spesi cinquanta per rifornirsi di provviste, pagare i marinai e sistemare la vecchia vela. Non fu certo di quello che passava per la mente del suo superiore finché non parlò.
"Quel carico di alcool a Funchal... quanto chiedevano per entrare nel giro?". Aveva ragione: quando fare il pescatore diventava troppo poco remunerativo, il contrabbando di alcoolici stava diventando l'alternativa di molti, che si stavano trasformando in corrieri fuorilegge sfidando le leggi. Se gli americani pagavano fino a mille dollari per un patriarca disperso, di certo erano disposti a investire la stessa cifra, se non di più, per importazioni di quel tipo persino oltreoceano.
"Si tratta di un lavoro pericoloso che potrebbe non durare a lungo. Il commercio clandestino avviene soprattutto con l'America del sud che è più vicina agli USA".
"Credi forse che non lo sappia?!". La voce di Luìs si era alzata di due ottave mentre scattava in piedi. "Però mille dollari, anzi, ottocento diviso tutti noi quanto fa a testa? Sì, oggi sembra un'enormità. Ma se fossimo solo io e te e tenessimo all'oscuro gli altri, potremmo divenire ricchi da fare schifo come i tizi che ci hanno commissionato questo lavoro assurdo!".
"Sarebbero comunque un sacco di soldi e io mi accontento...".
"Ti accontenti?". Il collega si era alzato e stava camminando verso di lui, minaccioso. "Ebbene, ho visto uno dei miei ex marinai metter radici a Casablanca con pochi carichi. Tu dici che non è un lavoro continuativo? E io ti dico che quei mille dollari se ne andranno via come nulla. Anzi, credo proprio che non li vedremo mai e fra poco se ne andranno anche questi", disse sventolando i dollari sul tavolo. "Prima o poi quegli Hardy, o come cavolo si chiamano, si rassegneranno al fatto che dopo due mesi dovranno cercarsi un altro capofamiglia perché qui non ci sono isole nel raggio di miglia. Ma noi abbiamo centocinquanta dollari per avviare un'attività molto redditizia".
José restò in silenzio per lunghi istanti, riflettendo: sapeva che Luìs se si metteva in testa una cosa era irremovibile e non voleva certo rischiare di diventare cibo per pesci contrariandolo troppo! Inoltre, doveva dire che l'idea solleticava non poco il suo interesse: poteva lasciare quello sputo di isola con la sua famiglia e andarsene davvero in Marocco a fare il riccastro. Un sorriso gli incurvò le labbra, pensando che forse non erano stati gli unici a fare quel pensiero.
"Quanto manca per Funchal?", chiese.
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Chicago, villa Ardlay
Georges strinse la cornetta certo che l'avrebbe rotta con la sola forza della sua mano destra. Eppure, non ne aveva più di forze. Lanciò un'occhiata al calendario sulla parete e vide che mancavano una decina di giorni al terzo mese di ricerche infruttuose: sarebbe stato troppo per chiunque, ferito o smemorato che fosse, con o senza i documenti di identità.
"Nel tratto di mare indicato non ci sono isole minori e dalla capitaneria di porto delle varie prefetture ci fanno sapere che hanno denunciato numerosi tentativi di contrabbando: veri e propri corrieri del mare che sospettano possano persino aver usato ciò che avevate anticipato per entrare nel giro, una volta compreso che non c'era nessun patriarca da ritrovare".
Doveva rispondere qualcosa al commissario di polizia. Sapeva che doveva, eppure le parole rimasero intrappolate in gola. La gola che era un'enorme, marcescente massa pulsante. "Capisco. La ringrazio molto per ciò che ha fatto finora". Strano che, nonostante quello fosse l'epilogo tragico che aveva rifuggito per settimane, la voce gli uscisse composta e ferma.
"Mi dispiace, mister Villers. Abbiamo fatto di tutto, ma non c'è davvero altro...".
"Lo comprendo perfettamente. Grazie ancora... per tutto". La mano ricadde priva di forze sulla forcella e la cornetta chiuse la comunicazione. Georges stesso ricadde sulla poltrona, esaurì il respiro e pianse. Pianse lacrime silenziose ma amare come non gli capitava dai funerali di Alistair.
Non aveva la più pallida idea di come dire al clan che dovevano nominare un nuovo patriarca. E soprattutto non sapeva come lo avrebbe comunicato alla signora Elroy.
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Sull'isola
Albert aprì gli occhi immerso nel profumo leggermente salino dei capelli di Candy. Durante la notte, Candy doveva essersi stretta di più a lui e dormivano abbracciati come due bambini. Lei era rannicchiata sul suo petto, persino le loro gambe si erano intrecciate durante la notte.
Non c'era neanche un pollice che li separasse e Albert dovette ammettere che non sentiva più freddo come avveniva nelle ore antelucane, anzi, cominciava ad avvertire un calore delizioso provenire dall'esterno della grotta. O forse proveniva dal corpo di Candy premuto contro il suo. Il corpo seminudo di Candy, le cui forme di donna aderivano contro il proprio petto in un contatto morbido e quanto mai gradevole.
La temperatura doveva essersi alzata parecchio, perché un rivolo di sudore prese a colargli lungo una tempia e Albert, forse per la prima volta in vita sua, sentì il bisogno di allontanarsi da Candy per respirare meglio. Eppure non voleva farlo. Il proprio, di corpo, gli urlava che invece quel contatto era ancora troppo poco e di colpo si ritrovò a desiderare di più. Molto di più.
Il petto di Candy si alzava e si abbassava nel sonno, diminuendo e approfondendo la loro vicinanza e i fianchi di lei erano premuti contro i propri tanto che indovinò la linea gentile delle natiche sotto la mano che... accidenti! Senza che se ne accorgesse aveva cominciato a scendere sulla schiena, fermandosi proprio lì dove nascevano.
Il respiro divenne così affannoso che dovette socchiudere le labbra per avere più ossigeno e Albert si accorse, con orrore, che la parte meno nobile del proprio corpo si stava risvegliando alla velocità della luce. O forse lo era già da prima e lui l'aveva semplicemente ignorata. Tuttavia, seppe che doveva uscire di lì e subito, prima di commettere qualche sciocchezza irreparabile. O che Candy lo sorprendesse in quelle condizioni incresciose.
Con molta lentezza, prese il braccio di Candy e lo scostò dal busto, quindi sciolse anche le gambe dalle sue e si allontanò da lei soffocando un gemito di disappunto. Stava facendo l'opposto di ciò che desiderava davvero e, mentre guadagnava l'uscita della grotta, si ritrovò a sperare che l'acqua del mare fosse ancora fredda. Parecchio fredda.
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Candy allungò il braccio per trovare l'appoggio confortante del corpo di Albert, ma a quanto pareva lui era già uscito e lei, come al solito, aveva dormito troppo. Sbuffando, uscì fuori schermandosi dal sole con una mano e lo vide, in piedi tra i flutti, che in apparenza faceva un bagno mattutino. Decise di raggiungerlo senza farsi sentire e si sorprese a rallentare i passi per ammirare la sua schiena: diamine, poteva essere perfetta persino quella?! Beh, non solo quella, certo, anche...
"Candy!". Albert si volse facendola avvampare. Sperava solo che non stesse seguendo il suo sguardo, che si affrettò comunque a portare al suo viso.
"Mi dispiace, ho dormito troppo! C'è qualcosa nella nostra rete?", chiese cercando di apparire naturale e sentendosi solo un po' sciocca.
Lui si strinse nelle spalle, cominciando ad avanzare verso riva: "Non ci ho ancora guardato, ma possiamo andarci insieme".
Camminarono fianco a fianco, in un silenzio complice che era carico anche di qualcosa che Candy non riusciva o non voleva definire. Era conscia dell'attrazione che cresceva tra loro giorno dopo giorno, complici la mancanza quasi totale di abiti e la situazione che ormai era chiara come il sole di quella mattina: avrebbero dovuto cavarsela da soli o sperare in una nave di passaggio. Ed era come se con l'affievolirsi delle speranze di essere salvati aumentasse il desiderio di unirsi di più, mandando a benedire le regole che non valevano come sulla terraferma.
"Oggi il menù prevede tre grossi pesci e una zuppa di granchio", stava dicendo Albert controllando il lenzuolo. "Non male per la tendenza delle ultime settimane".
"Sì, è vero. Penso che con questi e la frutta potremo mangiare oggi e persino domani", disse il tono piuttosto piatto.
E ad Albert questo non sfuggì: "Che hai, Candy, ti senti male?".
Lei si perse per un attimo nell'azzurro dei suoi occhi seri. "Albert, tu... tu mi ami?".
E quegli occhi si spalancarono a dismisura: "Che domande fai, Candy?! Certo che ti amo! Perché me lo chiedi?".
"E allora perché anche stamattina mi sono svegliata da sola?". Aveva fatto una domanda diretta, quasi sfacciata, ma non se ne pentì. Beh, forse un po', e dovette abbassare gli occhi sentendosi arrossire.
Si morse il labbro sentendolo esitare: "Ma... Candy, non volevo svegliarti e sono venuto qui per controllare il tempo e i pesci...".
"La notte non mi abbracci più! Devo farlo io e quando mi risveglio non sei accanto a me!". Lo guardò di nuovo, quasi disperata. Possibile che Albert stesse rifuggendo da quell'attrazione che le pareva di cogliere in lui solo per rispettarla? E da quanti giorni non la baciava?
Lui strinse la mascella, cominciando a ripiegare il lenzuolo con i pesci ancora vivi dentro: "Aiutami, per favore". Il tono era quasi gelido e a lei vennero le lacrime agli occhi. Senza più fiatare, lo aiutò a portare i pesci fin dove di solito accendevano il falò e cominciò a passargli la legna che avevano raccolto il giorno prima, guardandolo di sottecchi mentre procedeva con il movimento secco su una tavola piatta per innescare la scintilla.
"Scusami", disse con voce così bassa che temette non l'avrebbe sentita. Stava cercando di non piangere, ma la visione offuscata le indicò che era troppo tardi. Sentì il rumore della legna che veniva posata e il rumore dei suoi passi morbidi sulla sabbia mentre si avvicinava e la stringeva in un abbraccio.
"Sei tu che devi perdonarmi, Candy. Ma sono preoccupato, capisci? Fino a oggi non l'abbiamo fatto, ma prima o poi dovremmo parlarne seriamente".
Candy sentì che era lei a prendere fuoco. E non c'era ancora nessun falò. "P...però, Albert, io credo che non ci sia nulla di male... voglio dire, possiamo parlarne, ma...".
"Vuol dire che sei d'accordo?". Le lacrime sparirono di colpo e Candy fu costretta a tapparsi la bocca spalancata con una mano per non urlare: glielo aveva chiesto così, all'improvviso e fuori dai denti se era d'accordo?!
Imbarazzata, cominciò a balbettare: "Io... io... non voglio che tu pensi che sia sfacciata o... qualcosa del genere, ma ti amo e... mi fido di te". Voleva spiegarsi meglio, ma al momento il suo cervello era in tilt completo.
"Sfacciata?", Albert sembrava perplesso. "No, veramente non lo penso affatto! Anzi, credo che tu sia molto coraggiosa. Ma dovremo pianificarlo bene o rischiamo che vada tutto storto". Pianificare? E cosa sarebbe potuto andare storto?! Possibile che Albert non avesse mai... "Ci servirà della legna leggera, come il bambù. E delle foglie fibrose per creare corde, tante corde. Dovremo sacrificare uno dei lenzuoli per fare una vela, inoltre ci servirà anche una copertura...".
Candy voleva sotterrarsi. Aveva frainteso tutto, per l'amor di Dio! Albert stava parlando di una zattera e lei aveva pensato a tutt'altro! Oh, era davvero, davvero la donna più indecente di tutti gli arcipelaghi del mondo!
"Te l'ho detto, mi fido di te. E comunque possiamo anche... uhm... riparlarne in un altro momento. Ora accendiamo questo fuoco o non faremo colazione". Aveva tagliato bruscamente il discorso e non sapeva se esserne pentita o sollevata.
"Allora non sei più arrabbiata con me?", le chiese avvicinandosi per scostarle una ciocca di capelli dal viso.
"N..no".
"Prometto che ti bacerò più spesso. A cominciare da ora". E lo fece Albert, lasciandola senza fiato.
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Chicago
Elroy Ardlay era sicura di essere morta. D'altronde, aveva visto uno ad uno tutti i suoi antenati, a cominciare da suo nonno per finire con il povero Alistair, l'ultimo nipote a lasciare la Terra in modo così atroce.
No, non è l'ultimo...
Quel pensiero la catapultò nella realtà con un dolore tale che boccheggiò, senza aria. E si rese conto di essere viva, suo malgrado, stesa su un letto scomodo e con qualcosa infilato in un braccio. E sentiva delle voci. Delle voci vere.
"Dottore, la paziente è in fibrillazione".
"Somministriamo la terapia e chiamate suo nipote qui fuori".
Mio nipote...?
Elroy sentì qualcuno armeggiare intorno a lei, la voce femminile di un'infermiera che le ricordò Candice le disse di stare tranquilla, che tutto sarebbe andato bene. Candice. Candice che era morta assieme a William. Ma se era lì, forse poteva chiederle di lui! Era già nell'aldilà?
"Wi...". Prese un respiro profondo, d'improvviso a corto d'aria. "William... William". Aveva chiuso gli occhi solo per un istante, tuttavia quando li riaprì gli parve di vederlo, con i lunghi e indisciplinati capelli biondi che gli ricadevano sul viso, gli occhi spalancati.
"Zia Elroy, ti prego, non farci scherzi!". La voce, la voce era sbagliata. E quella donna accanto a lui non era Candice, che doveva invece avere la divisa da infermiera. Sbatté le palpebre e riconobbe la signorina Brighton.
Allora non sono morta. E neanche loro! Oh, grazie al cielo!
Allungò una mano, sentendo il braccio pesante come fosse fatto di piombo e toccò il viso di quel ragazzo con la voce melodiosa ma più sottile di quanto la ricordasse. "William, caro...".
Le sopracciglia si aggrottarono sugli occhi di colore diverso e la chioma biondo scuro ricadde ai lati del volto: "Mi spiace, zia, non sono William. Sono Archie".
Ora si spiegava come mai i suoi lineamenti fossero così diversi e la signorina Brighton fosse al suo fianco! Come aveva potuto scambiarli? La realtà le piombò addosso, implacabile come un cavallo imbizzarrito e lei chiuse gli occhi lasciando cadere le lacrime, conscia di trovarsi nell'ennesimo momento della propria vita nel quale l'autocontrollo e le regole della società non valevano più nulla. Quello era di nuovo il momento della perdita e del dolore, dell'essere umano spogliato di ogni dignità che si lascia andare alla sofferenza del lutto.
Come avrebbe fatto ad affrontare tutto ciò? Non poteva semplicemente morire ora e raggiungere l'unico figlio di suo fratello? Il clan sarebbe di certo andato avanti anche senza di lei, Archibald sarebbe stato di sicuro in grado...
C'è ancora bisogno di te.
Di chi era quella voce che le aveva fatto spalancare gli occhi all'improvviso, allarmando il giovane nipote e inducendolo a chiamare l'infermiera che non era Candice quasi gridando? Forse era la propria, che la auto ammoniva; forse era quella dello stesso William; o magari era quella di suo fratello, che le ricordava che aveva un clan che necessitava di un patriarca.
Con sommo dolore, mentre le voci intorno a lei disquisivano di terapie e tranquillità, Elroy si rese conto che aveva una missione, ancora una prima di morire. E non era neanche certa che le sarebbe stata concessa una tale liberazione. Ma sapeva che doveva riprendere le redini come negli anni in cui si era ritrovata da sola mentre il patriarca cresceva e studiava per prendere il suo posto.
Con l'unica differenza che stavolta William non sarebbe tornato. Mai più.
- § -
Sull'isola
Albert scrutò l'orizzonte quasi distrattamente, come aveva fatto decine di altre volte in quegli oltre due mesi e mezzo. Certo di essere vittima di un'allucinazione, strizzò le palpebre sentendosi quasi miope e si rese conto che no, non stava sognando: la sagoma era proprio quella di una nave.
"Candy!", chiamò sperando che non fosse su qualche albero in cerca di cocco.
"Albert! Che succede?". Arrivò da lui correndo, spargendo la sabbia intorno a sé a ogni passo.
"Guarda, la vedi?!", le disse trafelato, indicando l'orizzonte. E, come aveva fatto lui poco prima, Candy allungò il collo e strizzò gli occhi, schermandosi con una mano sulla fronte.
"Oh mio Dio! Oddio, una nave! È una nave!". Senza che lui le dicesse nulla, corse al fuoco e Albert la seguì. Cominciarono a gettarvi dentro tutta la legna asciutta che avevano raccolto e persino le foglie e ogni cosa a portata di mano che potesse alimentarlo e fare fumo.
Mentre Candy era ancora impegnata in quell'operazione, lui corse di nuovo verso riva e iniziò a sbracciarsi e a urlare come non aveva mai urlato in vita sua. L'istinto di sopravvivenza, puro e semplice, rese la sua voce forte e potente.
"Ehi siamo qui! Siamo quiiiii!".
Persino i gabbiani che si stavano attardando sui resti del loro pesce volarono via, spaventati dalle grida. Candy lo raggiunse e unì alla propria la sua voce più squillante, quasi perforandogli un timpano. D'istinto, si scostò senza smettere di agitare le braccia in alto gridando, riuscendo a vedere il fumo che si alzava dietro di loro seguito da lunghe lingue di fuoco se solo si voltava un poco.
La sagoma della nave e della vela erano più vicine o più lontane? Colto da un istinto primordiale, Albert prese Candy per le spalle e le disse, quasi rauco per le urla: "Tu continua a gridare da qui, io vado sulle rocce".
"No, ti prego, potresti...!".
"Fallo!", le intimò con una veemenza che non aveva mai usato con lei, esclusa la volta in cui era quasi morto di paura credendola dispersa o ferita.
Nei suoi occhi colse la scintilla della rassegnazione e corse fino alle rocce, pregando di non cadere o farsi del male proprio quel giorno. Il tempo gli apparve come la sabbia che scorreva tra le dita, sfuggente quasi si trovasse lui stesso in una gigantesca clessidra, tuttavia quando fu in cima poté scorgerla, la nave, che mostrava la poppa come una signora maleducata che desse le spalle senza neanche un cenno di saluto.
Albert ringhiò di frustrazione e gridò: "Tornate indietro, dannazione, siete forse ciechi?! Siamo qui! SIAMO QUIIII!".
Anche Candy stava urlando qualcosa e dalla voce spezzata si rese conto che stava piangendo. Frustrato e colmo di una rabbia mai provata, Albert dovette asciugarsi gli occhi a sua volta, gridando ancora e ancora, finché fu senza voce e dovette semplicemente smettere, la gola che bruciava al pari degli occhi.
"Al diavolo!", imprecò battendo un pugno nella roccia, singhiozzando piano e passandosi il polso sulle palpebre serrate. "C'eravamo andati così vicini... così... maledettamente vicini...", mormorò decidendosi infine a scendere per consolare Candy.
Quella notte avrebbe dovuto abbracciarla a lungo e fu certo che anche a lui avrebbe fatto bene un po' del suo calore. L'ultima speranza poteva essersene appena andata.
