Grazie dei commenti a: MariaGpe22, Kecs, Dany Cornwell. Lo spirito d'iniziativa a questi due non manca e non si fanno certo abbattere dalle difficoltà dell'isola (pensate se fossero stati Neal ed Eliza, ahahaahhah, neanche li avrebbero cercati forse XD). Ma l'imprevisto è sempre in agguato...
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Chicago, Villa Ardlay
Dieci giorni. Dieci giorni dal naufragio e solo una notizia, lapidaria e drammatica, che dava William Ardlay e la sua pupilla Candice White dispersi nell'Oceano Atlantico. I loro nomi non erano nella lista dei superstiti che Georges aveva voluto farsi recapitare con un telegramma urgente, per poterla leggere con i propri occhi. Occhi che, assieme a quelli di Archibald, avevano letto e riletto il maledetto foglio con l'assurda illusione che le lettere si materializzassero come per un sortilegio, magari messe assieme in modo sbagliato da qualcuno che avesse trascritto male i nomi.
Ma no, non c'era nulla che vi somigliasse, a parte quel William Smith su cui aveva indagato subito e che aveva scoperto non essere altri che un medico volontario diretto in Africa, il quale aveva già raggiunto le coste del Marocco e stava cercando di riprendersi dalla funesta traversata.
Georges si prese la testa fra le mani, comprendendo che fare ricerche sarebbe stato il prossimo passo, ma rendendosi anche conto che se davvero fossero stati vivi, avrebbero già avvisato. Dieci giorni. Forse erano entrambi feriti e non potevano comunicare. Forse William aveva di nuovo perso la memoria. Ma la signorina Candice? Possibile che avesse avuto una sorte peggiore e ora giacesse priva di sensi in un letto di ospedale o peggio? Nessuno dei due era in grado di comunicare?
I morti non mandano telegrammi...
Vide una goccia cadere sul foglio con l'inutile lista dei sopravvissuti e, stupito, si portò una mano al viso, dove grosse lacrime avevano preso a scendere senza che nemmeno se ne accorgesse. Si appoggiò allo schienale della poltrona, prendendo un respiro profondo. I membri del clan spingevano per avere notizie e nel caso riorganizzare le cose: si dicevano sconvolti, annichiliti, ma la vita andava avanti e occorreva rivoluzionare l'intero organigramma.
Georges aveva battuto un pugno sul tavolo, discretamente, ma con il primo gesto di rabbia della sua vita. Lo avevano guardato come se fosse impazzito e magari era proprio così. "Non abbiamo ancora la certezza che William sia morto e voi già pensate a un successore? Che differenza vi fa attendere qualche altra settimana?".
Aveva lanciato uno sguardo ad Archibald, che stava in un angolo con il capo chino. Si stava facendo carico di molte responsabilità in quel periodo e, sconvolto com'era, era davvero ammirevole quanta lucidità avesse mantenuto. Lui stesso l'aveva appena perduta.
"Villers, ragiona: William è fuggito in Africa per la seconda volta con la scusa degli affari e con la sua ex protetta maggiorenne, per giunta. La prima volta abbiamo pensato che fosse morto in quell'incidente ferroviario. Possiamo essere altrettanto fortunati dopo un naufragio? Pensi forse che tornerà fra un paio d'anni, con la barba lunga, raccontandoci che è stato su un'isola deserta e magari con prole al seguito?".
Georges aveva guardato Mc Callahan, inorridito. Pensavano davvero di arrendersi così facilmente? E se davvero William e Candice fossero approdati su un'isola deserta? Non avrebbe lasciato nulla d'intentato, non li avrebbe dati per morti fino a che non avesse davvero ritrovato i corpi. Con una punta d'amarezza, però, ricordò che per Stair avevano predisposto solo delle ricerche a distanza e il corpo non era comunque stato ritrovato, essendo disperso in mare.
Con gesti stanchi, si alzò dalla poltrona e andò alla finestra, guardando il verde brillante dell'estate piena che avvolgeva il giardino: lì, molte volte William e Candice si erano messi a passeggiare e a chiacchierare, con una complicità che non lasciava dubbi su quanto il loro rapporto stesse alfine evolvendo. Ci sarebbe mai stata la felicità nella famiglia Ardlay? O erano destinati a veder morire uno ad uno tutti i componenti più giovani e promettenti finché non fosse rimasto solo lui con gli anziani? Georges aveva attraversato molti momenti cupi nella propria vita, ma il dejà-vù di William disperso e con la meravigliosa signorina Candice, per giunta, lo stava prostrando oltre ogni sua più nera aspettativa.
Sì, avrebbe continuato a cercarli, anche dalla base operativa di Chicago. E se non fosse bastato, sarebbe partito personalmente per setacciare tutte le isole vicine e le coste.
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Una dea. Non aveva altri appellativi più adeguati. Una dea del mare, una sirena, una driade. Eppure era la stessa Candy di sempre, bella certo, ma in quel momento gli parve quasi un miraggio. Lì, seduta su uno scoglio, lisciando i lunghi capelli biondi che sembravano un manto sontuoso fatto d'oro che brillava al sole. Albert deglutì a secco e si chiese se fosse stato troppo lì sotto al sole a guardarla di nascosto e non fosse ora di bere un po' d'acqua.
D'improvviso, Candy sbuffò, frustrata, e gettò indietro il capo facendo ondeggiare la chioma. Il movimento, seppur veloce, Albert lo vide a rallentatore e toccò corde del suo essere e del suo corpo che non credeva nemmeno potessero vibrare con un semplice gesto: amava da tanto tempo Candy e il loro livello di complicità aveva di recente raggiunto vette inimmaginabili. Forse fu quello a fargli desiderare di affondare le mani in quei capelli, a dispetto del caldo, della fame e della sete e del futuro incerto che avevano.
"Albert! Puoi venire ad aiutarmi, per favore?". Stava sognando, ne era quasi certo. La voce di Candy gli parve invitante e sensuale anche se aveva parlato con il tono imbronciato di una bambina.
"Oh, sei qui!", disse fingendo di non essere rimasto impalato a guardarla per cinque minuti buoni.
"Vorrei tagliare i capelli, ma non so come fare!", disse quando la ebbe raggiunta.
Albert non resistette all'impulso di toccarli: lo anelava da troppo tempo. "E perché vorresti farlo?".
"Perché sono tutti annodati e non ho nulla per pettinarli! Magari con il rasoio e dei rami affilati... non so... potrei eliminare il problema accorciandoli. Non sono molto pratici e legarli diventa sempre più difficile".
Lui la guardò: comprendeva il suo disagio, non c'era dubbio. Di certo avere dei capelli così lunghi era impegnativo quando si deve sopravvivere su un'isola. "Lasciami controllare", disse a voce bassa e un po' roca. Lentamente, infilò le dita tra le ciocche ricce e cominciò a far scendere la mano finché non trovò resistenza. Allora, con l'altra, si adoperò a sbrogliare la piccola matassa cercando di non tirarli. Candy rimase a guardarlo, l'espressione sempre più rilassata e lui andò avanti, procedendo fino alle punte e ricominciando da un altro lato. Non seppe dire quanto tempo passò sciogliendo i nodi di Candy, ma si rese conto che lei respirava sempre più velocemente e stava protendendo il viso verso il proprio. E non attese oltre per chiudere la distanza.
Baciare Candy con le mani affondate tra i suoi capelli ribelli gli trasmise sensazioni ed emozioni che avrebbe solo potuto paragonare al mare impetuoso, alle onde che s'infrangevano sul bagnasciuga e al vento che piegava le cime degli alberi. Non sapeva cosa gli stesse succedendo, ma capì che non aveva mai desiderato una donna come Candy. Perché l'amava. Perché adorava il suo modo di essere da tutta la vita e voleva che fosse sua, completamente sua. Le sue braccia si mossero per stringerla di più e l'ansito quasi sensuale di lei lo bloccò in quell'atto.
Cosa diavolo sto facendo, per l'amor di Dio?!
Erano lì da meno di due settimane e già stava perdendo la testa? Lui, che era sempre stato l'autocontrollo personificato e che era convinto di aver sempre rispettato Candy. La sua dolce, ingenua Candy, che gli stava chiedendo perché si era fermato.
"Voglio provare a costruire delle forbici o qualcosa di affilato. Può esserci utile anche per aprire meglio le noci di cocco", disse con voce affannata, allontanandosi da lei.
"Oh... pensavo che ti saresti offerto di sbrogliarli tu ogni mattina", disse ridacchiando.
Non sai quanto mi piacerebbe, Candy, ma forse non è una buona idea...
"Posso anche farlo, ma poi perderemmo ore a baciarci invece di procacciarci il cibo". Le fece l'occhiolino e colse lo sguardo imbarazzato di lei.
"Comunque l'idea di pescare con dei tronchi affilati è buona, ma devo dire che preferivo l'altro metodo", aggiunse lei seguendolo nei pressi delle palme e degli alberi.
"Non ti sorride l'idea di doverli infilzare prima che siano da cuocere, vero? Riconosco che è un metodo barbaro che disperde molte energie, ma una volta che riesci nell'intento funziona".
"Funziona soprattutto con il granchi che sono più lenti. E li adoro, davvero! Ma li mangiamo da tre giorni e non mi dispiacerebbe qualche altra specie". La vide staccare un ramo secco particolarmente affilato. "Oh, va bene, odio uccidere i pesci in quel modo!", ammise battendo un piede sulla sabbia e alzando una piccola nuvola.
Albert scoppiò a ridere: "Lo sapevo! Allora faremo così: io mi metto a cacciare come un rozzo uomo primitivo e tu continuerai con il metodo classico della rete, che te ne pare?".
"Mi pare una buona idea. E un'altra cosa: non perdiamo tempo a cercare di capire come costruire delle forbici o cose simili". La vide afferrare un cocco, infilzarlo con precisione col ramo appena colto e bere dal foro che aveva praticato. "Mi armerò di santa pazienza e lo farò con il rasoio, sperando solo di non rovinare la lama".
Lui sospirò, accettando la noce di cocco per bere: "Prima o poi dovrò farlo anche io con i miei capelli e se trovo una pietra adeguata posso sempre affilarla. Però ti aiuterò, non credo che tu possa arrivare facilmente alla schiena".
Candy annuì: "Occupiamoci delle provviste, ora. Lo faremo quando la nostra sopravvivenza sarà garantita", disse in tono pratico.
Albert le sorrise: "Sei incredibile, Candy".
"Cosa? Perché...?", chiese smarrita.
"Perché riesci davvero ad adattarti a qualunque situazione. È uno dei lati del tuo carattere che amo di più, perché in questo sei molto simile a me: non ti preoccupi del superfluo, ma ti adegui a quello che c'è godendo delle piccole cose".
"Per questo volevo seguirti in Africa, per vivere con te come facevano alla Casa Magnolia o come quando abbiamo fatto quella specie di piccola gita nella tua capanna, dopo che c'è stata la tua presentazione. Voglio condividere con te questi momenti semplici, perché rappresentano la parte più vera di noi".
"Magari ci saremmo accontentati dell'Africa ed evitato il naufragio...".
"...magari sì", convenne lei con un risolino affettato.
"Ti amo, Candy, non mi stancherò mai di dirtelo". Le pose una mano sulla guancia, pronto a baciarla di nuovo. Fu in quel momento che il proprio terremoto interiore parve trasmettersi al terreno, facendolo tremare e inducendoli a guardarsi intorno, stupiti.
"Una scossa! Una scossa di terremoto!", esclamò Candy con gli occhi spalancati.
Senza ulteriori indugi, la portò lontana dagli alberi, nell'area più vicina alla riva, dove nulla poteva cadere sulle loro teste. Restarono accovacciati lì, abbracciandosi mentre le palme ondeggiavano e gli uccelli volavano via lanciando il loro grido. Alcune noci di cocco caddero sulla sabbia con tonfi sordi e il mare parve decisamente più agitato. Fu come sentir sospirare forte l'intera isola.
Quando il movimento diminuì, Albert osò allentare la presa su Candy, che tremava come una bambina. "Ora ci sarà un maremoto, vero? Ho letto che se c'è un terremoto su un'isola poi arriva una forte ondata...".
Albert, che amava leggere libri sulla natura e sui suoi fenomeni, mormorò una parola che gli era salita alle labbra quasi senza che se ne rendesse conto: "Tsunami".
"Cosa?!". Candy sembrava ancora più spaventata e lui scosse la testa.
"Scusami, mi sembra che i giapponesi lo chiamino così. Però, Candy, non è detto che al un sisma corrisponda per forza un maremoto. Per sicurezza, però, per oggi ci sposteremo all'interno. Voglio controllare che non ci siano spaccature nel terreno, oltretutto".
"È perché siamo su un'isola vulcanica, vero? Può dipendere da questo!". Candy si era messa a camminare con prudenza dove erano cadute le noci di cocco e aveva cominciato a raccoglierne.
Albert sospirò e la seguì: "Non è detto: il vulcano potrebbe essere sopito da secoli o persino da millenni. Il terremoto che abbiamo sentito potrebbe derivare da uno scorrimento tra placche tettoniche". Lei lo osservò, accigliata. "Sì, insomma, parlo di movimenti della crosta terrestre. Non farci caso, credo di aver letto anche libri che in teoria non mi sarebbero mai serviti. In pratica, ora sono utili eccome".
"Ti immagino, mentre i tuoi precettori cercavano di farti studiare economia e tu aprivi volumi sulla natura e sugli eventi naturali", rise lei, immaginò per scaricare la tensione di poco prima. Ammirò il suo coraggio e sperava davvero fosse ben ripagato. Se il vulcano di quell'isolotto fosse stato ancora attivo, ogni momento poteva essere buono per allarmarsi sul serio.
"Sappi che studiavo entrambe le cose", disse con orgoglio. "Ora andiamo a vedere se riusciamo a pescare qualcosa al volo, poi torniamo nella nostra seconda casa piena di cocco e maracuja".
Avrebbero dovuto riaccendere il fuoco in sicurezza e sostare lì sperando che il livello del mare non si alzasse. E, per un po' di tempo, non avrebbero potuto scrutare l'orizzonte pronti ad alimentare il falò sulla spiaggia nella speranza che qualcuno li vedesse. Eppure, nonostante tutto, avere Candy al suo fianco era tutto ciò di cui aveva bisogno al momento.
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Albert corse nell'acqua e lanciò il bastone con un gesto secco per infilzare il grosso pesce che nuotava nel fiume. Il letto era abbastanza ghiaioso, tuttavia Candy fu sorpresa che non scivolasse nonostante il movimento rapido. Ricadde però con le braccia avanti sotto al suo stesso slancio, in tempo per afferrare la sua preda che si muoveva a scatti, perfettamente infilata nel pezzo di legno affilato.
"Nulla di personale, ma stasera il menù prevede pesce d'acqua dolce!".
Lei scosse la testa e rise: con i pantaloni arrotolati fin sotto alle ginocchia e la camicia parzialmente sbottonata sembrava davvero una sorta di uomo primitivo. Inoltre non si radeva da almeno due giorni e i capelli avevano già cominciato a toccargli le spalle. Candy raccolse i propri sulla spalla in una sorta di goffa treccia e sbuffò: era come avere una sciarpa di lana addosso e non vedeva l'ora di avere un po' di tempo per provare a tagliarli.
Scoccò un'occhiata al fuoco che aveva acceso e notò che occorreva strappare altra erba per scongiurare il pericolo d'incendio. Albert era ancora impegnato con i pesci e lei si mise di buona lena con un bastone lungo a creare un'ampia striscia di terra intorno al falò perché la vegetazione non ne fosse raggiunta. Quando terminò era in un bagno di sudore e, senza pensarci sue volte, tirò un po' su la gonna e si gettò in acqua dove c'era Albert.
"Ci hai ripensato?", chiese lui porgendole il bastone. I pesci pescati giacevano su una grossa pietra e Candy si rese conto che erano solo due: uno sbatteva ancora debolmente la coda.
"No, ma avevo bisogno di rinfrescarmi", gli rispose inginocchiandosi nell'acqua bassa e gettandosene sul capo. "Quei pesci...".
"...sono troppo piccoli per una cena, lo so. Ma quelli di mare oggi sembravano avere altri piani che finire nelle nostre reti e se possiamo aggiungere un po' di proteine alla frutta non mi dispiacerebbe".
"Magari si sono spaventati per il terremoto e se ne sono andati al largo".
Albert si strinse nelle spalle: "Tutto è possibile. Candy, non muoverti!". Le passò vicino, piegò il braccio destro e lanciò con una specie di grido di guerra. Stavolta finì persino con la faccia nel fiume e lei accorse subito: se ci fosse stato un sasso si sarebbe potuto fare male seriamente.
"Ehi, tutto bene?".
Lui riemerse gettando indietro la testa e i capelli tracciarono scie di acqua e di luce dai riflessi dorati. Candy arrossì di riflesso, ora certa che i lineamenti di Albert fossero integri.
"Sì, è solo il mio orgoglio a essere ferito".
Ridacchiò con lui: "Dai, non fa nulla. Male che vada mangeremo quello che c'è, ti ho mai detto che volevo mettermi a dieta?".
Lui scosse la testa: "Voglio provare ancora".
Candy sospirò e usci dal fiume, strizzando il lembo del vestito e andando a prendere il secchio per sterilizzare altra acqua. Lo pose accanto al fuoco e si guardò intorno. "Ehi, Albert!".
"Cosa?".
"Vorrei andare in esplorazione da quel lato", gli disse indicando il punto dove gli alberi si diradavano un po'. "Non abbiamo mai guardato da quella parte o sbaglio?".
Lui si accigliò: "Non mi piace l'idea che tu te ne vada in giro da sola".
Candy guardò in aria: "Ha parlato il maschio alfa che se ne va da solo sulle rocce lasciandomi a dormire. Pensavo che tra noi non ci fossero certi limiti".
"Andiamo, lo sai che non si tratta di questo: siamo su un'isola deserta chissà dove nell'Atlantico e non abbiamo idea di che animali vivano qui".
Lei si guardò attorno, allargando le braccia: "Di sicuro non mammiferi, né rettili pericolosi, a parte il ragno velenoso che ti ha morso. Terrò gli occhi aperti: ti ricordo che sono cresciuta in campagna".
"Una campagna americana, non nei tropici", puntualizzò lui, ma sembrava già arreso.
"Non sono una sprovveduta".
Albert alzò le mani in un gesto di resa: "Va bene, ma se fra mezz'ora non ti vedo vengo a cercarti".
"Albert!".
"Va bene, facciamo tre quarti d'ora".
Di nuovo, lei volse lo sguardo al cielo e si congedò con un lieve cenno della mano, quasi fosse un normale giorno a Chicago e non l'ennesimo su una striscia di terra spersa in un punto indefinito fra America e Africa. A dire il vero, Albert era stato molto preciso nel creare quella sorta di cartina e lei stessa era convinta di non essere troppo lontana dall'arcipelago portoghese. Ma il calendario rudimentale che avevano creato aveva raggiunto sufficienti segni di spunta per farle comprendere che non li stavano cercando nel posto giusto. O forse non lo stavano facendo affatto. Candy si era impedita a lungo di ripensare a casa e ai suoi cari, soprattutto perché la presenza confortante di Albert, nonché la necessità di sopravvivenza, la tenevano tutto sommato impegnata.
E se non ci trovassero mai? Se ci avessero già dati per morti?
Mentre superava la fila di alberi e s'inoltrava in una zona più rocciosa, Candy seppe che era una possibilità più che concreta e che non avrebbero lasciato nulla d'intentato. Albert aveva già individuato legna e bambù per costruire una zattera, ma si trattava di un tentativo disperato che poteva portarli persino più velocemente alla morte, se avessero sbagliato strada. E se ci fosse stata un'altra tempesta e fossero annegati? E se avessero vagato per giorni fino a morire di sete e di fame? Non avevano affrontato mai con troppa convinzione l'argomento, perché la speranza di una salvezza dal mare era ancora vivida.
Candy stava per tornare indietro, bollando come inospitale quel tratto dell'isola che era lontano dal mare, dall'acqua dolce e senza alcun riparo dal sole, quando intravide quella che sembrava una grotta. Titubante, tornò sui suoi passi e si affacciò all'entrata: a una prima occhiata era molto, molto più profonda di quella vicino alla spiaggia e non vedeva che un antro buio e scuro. Fece un paio di passi, dicendosi che non sarebbe andata certo oltre, e fu raggiunta da una sorta di corrente fresca che la fece sospirare di sollievo. Forse, se si fossero trattenuti vicini all'entrata, di giorno avrebbero potuto godere di un riparo persino più gradevole dell'ombra degli alberi, senza contare che un fuoco acceso lì non aveva vegetazione con il quale alimentarsi per sbaglio.
I pochi passi diventarono molteplici e Candy si ritrovò al buio, voltandosi per guardare l'entrata che era una sorta di luminoso arco sbilenco. Doveva tornare indietro, si era inoltrata fin troppo e si diede dell'idiota: meno male che aveva quasi preso in giro Albert per non fidarsi di lei! Inoltre, il terreno sotto ai suoi piedi non era forse leggermente in discesa?
Si avviò sulla via del ritorno quando un'altra scossa di terremoto la destabilizzò tanto che cadde a sedere in maniera scomposta, gridando quando quello che sembrava un gruppo di pipistrelli le volò sulla testa. Candy urlò e annaspò nel buio cercando di tornare alla luce, che non era lontana, ma le parve ondeggiare al ritmo della scossa che non sembrava arrestarsi.
E la terra le franò sotto i piedi.
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Albert rimase fermo per interminabili istanti, guardandosi attorno e cercando di rimanere in piedi mentre la terra tremava sotto di lui. Guardò in aria gli uccelli che volavano come impazziti dalle fronde degli alberi, quindi spostò gli occhi sul fuoco che mandò le sue lingue tutto attorno. Si avvicinò: l'acqua era ormai bollente e scostò il secchio da dove lo aveva lasciato Candy. Tutto tornò fermo e immoto, si udivano solo i richiami di qualche gabbiano. Sospirò e mise i tre pesci che aveva pescato puntellati sul terreno vicino al falò.
Candy non era ancora tornata e lui aveva perso la cognizione del tempo, maledizione! Una cosa era tenere la conta dei giorni e delle settimane, un'altra avere la percezione precisa delle ore. Aveva tentato, con le ombre e la posizione del sole, di creare una sorta di orologio, ma era impossibile essere certi di aver colto il momento reale della giornata.
Erano passati i tre quarti d'ora? Aveva perso la conta delle volte in cui aveva cercato di pescare in quel fiume e ormai i suoi vestiti erano zuppi: non voleva toglierli rischiando di mettere in imbarazzo Candy se fosse tornata, ma si disse che avrebbe potuto camminare nella direzione presa da lei mentre il pesce cuoceva e l'acqua si raffreddava un poco.
La vegetazione scomparve poco a poco e sotto ai piedi ormai callosi avvertiva solo la durezza della terra e della ghiaia: quel lato era così inospitale, oltre che lontano dall'acqua, che Candy non poteva essersi addentrata da quella parte. Così, tornò indietro e prese a costeggiare il fiume inoltrandosi nella parte più verde: probabilmente anche lei aveva deciso di fare altrettanto e lui non se n'era accorto.
Tuttavia, quando arrivò nei pressi di quella che sembrava una vera e propria foresta, cominciò a chiamarla e, non ricevendo risposta, iniziò ad avvertire le prime avvisaglie di panico. Candy non era affatto una sprovveduta e aveva attraversato un oceano come clandestina quando era solo una ragazzina, oltre a tutta una serie di altri pericoli su cui non voleva soffermarsi. Ma lì, nella natura selvaggia e a tratti sconosciuta, il pericolo poteva essere dietro l'angolo. E c'era stata un'altra scossa di terremoto neanche troppo lieve.
Albert tornò all'accampamento, superò il loro rifugio sotto agli alberi e cominciò a guardarsi attorno quasi con frenesia, chiamandola ancora e ancora a gran voce. Ma fu sempre e solo il richiamo degli uccelli a rispondergli. Si arrampicò persino su un albero, da dove controllò tutta l'area, prima di ricordarsi che se fosse stato colto da un sisma lì sopra avrebbe potuto perdere facilmente l'equilibrio. Ridiscese e decise di riprendere il sentiero più brullo, perché c'era qualcosa che d'istinto lo riportava lì. Aveva visto quella che sembrava l'imboccatura di una grotta e poteva darsi che Candy fosse entrata per dare un'occhiata. Il suo cervello, però, aveva registrato i segni di uno sgretolamento recente e aveva allontanato da sé l'idea.
Fu proprio quello a farlo cominciare a correre: che stupido, perché aveva ignorato l'istinto, poco prima?
"Candy! Candy, sei lì dentro?".
"Albert!".
Perché la sua voce risuonava così lontana e soprattutto in basso? Imprecando tra i denti, entrò cauto, desiderando aver portato del fuoco per fare luce,
"Dove sei?!".
"Non lo so! Qui sotto!".
Albert emise un sospiro frustrato, cercando di non inciampare dove le rocce erano franate: "Continua a parlare! Come diamine hai fatto ad arrivare così lontana? Non si vede niente!".
"Avevo la luce alle spalle prima della scossa, ma poi devo essere caduta di sotto e non sono riuscita a risalire".
Un brivido gli attraversò la schiena: "Sei ferita?".
"Io... non penso sia grave, solo un graffio".
"Santo cielo, Candy!".
"Stavo per uscire quando è arrivata la scossa! Era così fresco qui dentro che ho pensato potesse rappresentare un buon rifugio nelle ore più calde, ma non è stata una buona idea".
"Decisamente no", disse a voce più bassa, cercando di mettere a fuoco qualcosa nel buio e notando solo delle sagome scure in alto. Di certo pipistrelli. "Ascolta, devo tornare all'accampamento per prendere un falò, non vedo nulla e non sarò in grado di aiutarti! Ce la fai a resistere ancora un po'?".
"Se qualche altro pipistrello non decide di attaccarsi ai miei capelli direi di sì".
"Stasera, dopo cena, li taglieremo", promise, cercando di infondere ottimismo anche a se stesso. "Vedo di recuperare anche una liana o qualcosa del genere nel caso in cui serva una corda. Hai idea di quanto ti trovi in basso?".
"Io... io non lo so! È tutto buio!".
Albert strinse i denti, cercando di mantenere la calma e la lucidità, ma sapere che Candy era in pericolo non lo faceva ragionare come avrebbe voluto. "Tornerò prima possibile. Cerca di proteggere la testa se dovesse arrivare un'altra scossa, farò in un lampo!".
E corse, Albert, come non aveva mai corso in vita sua. Recuperò un ciocco di legno robusto dal falò e lo mise da parte, quindi raccolse quante più piante fibrose potesse, oltre a parti di corteccia qualora si fosse trovato nella necessità di creare una corda: ricordava di averlo fatto mentre viveva nei boschi di Lakewood ed era stato proprio così che era riuscito ad assicurarsi a un albero mentre entrava in acqua per salvare una ragazzina di tredici anni precipitata giù dalla cascata.
Ti salverò anche stavolta, Candy, non dubitarne!
Mentre correva di nuovo verso la grotta, lo sorprese un'altra scossa, ma non si fermò, cercando di mantenersi in piedi e gridando il suo nome, evitando per un pelo una serie di piccole pietre che si staccarono dall'entrata come una grandinata asciutta.
"Albert!". La voce di Candy era pregna di panico e lui individuò il punto in cui il terreno degradava mostrando una falla nella quale doveva essere caduta lei. "Albert, mi dispiace, perdonami!".
"Non è il momento di scusarsi!", la interruppe posando il materiale per la corda e inginocchiandosi per guardare dentro.
E Candy era maledettamente troppo lontana.
La vide alzare su di lui il viso spaurito e fare qualche passo. Con orrore, si rese conto che zoppicava. E non era sangue quello che le colava lungo la gamba? Candy aveva legato sul ginocchio un lembo del vestito, che si era ridotto a una gonna corta, e pregò che la ferita non s'infettasse.
"Ho provato a risalire, però...".
Albert posò la torcia accanto a sé e si sporse nell'apertura, sdraiandosi per non rischiare di finire dentro con lei mettendo fine alle loro speranze. Magari ci sarebbe stata un'altra uscita, passando per le viscere di quella grotta, ma poteva averne la certezza?
"Afferra la mia mano!".
Candy cercò di arrampicarsi e di allungare un braccio, ma si vedeva che il ginocchio le faceva male e la sofferenza che le vide disegnata in viso lo frustrò in modo insopportabile.
"Non ci arrivo, non...".
Albert si allungò ancora di più, chiedendosi se non dovesse davvero realizzare una corda per tirarla su o calarsi lui: ma aveva tempo? La roccia poteva di nuovo franare e non sapeva se ci sarebbero state altre scosse di terremoto.
"Coraggio, riprova!".
Candy aggrottò le sopracciglia, concentrata, e riprovò ad arrampicarsi fin dove la parete glielo permetteva, allungando il braccio fin quasi a sfiorargli le dita. Fu allora che la terra tremò di nuovo. E lei cadde, gli occhi spalancati piedi di terrore, la bocca aperta in un urlo muto.
"CANDYYYYY!".
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Il calore del fuoco era confortante nella notte più fresca. Ma quello che apprezzava di più proveniva dalle braccia protettive dell'uomo che la stava stringendo a sé nel sonno, di certo sfinito quanto lei. Tuttavia, fu sicura che se solo si fosse mossa troppo, lui si sarebbe svegliato di colpo chiedendole se stesse bene: e lei non voleva interrompere quel contatto, né svegliare quello che sembrava un angelo addormentato.
Un angelo con l'ombra scura della barba, i capelli arruffati e i vestiti quasi a brandelli, ma di una bellezza accecante che veniva dalla sua anima, oltre che dall'aspetto fisico. Candy ne fu commossa fino alle lacrime, anche se il ginocchio le pulsava di un dolore sordo sotto alla fasciatura che avevano rifatto insieme. Albert le aveva lavato personalmente la ferita, trasmettendole brividi lungo tutta la gamba e sulla schiena nonostante il dolore, le aveva dato da bere e da mangiare impedendole di alzarsi e la stava letteralmente proteggendo col proprio corpo, sotto al loro piccolo tetto di rami. Non credeva che sarebbe mai uscita così velocemente da quella sorta di buca nella caverna, ma lui aveva compiuto una sorta di miracolo, intrecciando in pochi minuti una corda piuttosto resistente con delle foglie fibrose e della corteccia, raccontandole che lo aveva già fatto in passato. Candy sospettò che volesse farla parlare dopo lo shock della caduta, che l'aveva lasciata priva di sensi per alcuni momenti: erano state le urla piene di urgenza e di dolore di Albert a farla riavere e si era accorta, con enorme sollievo, che non aveva battuto la testa forte come temevano. Di certo lo svenimento era stato dovuto a un mix di stanchezza e paura.
Candy aveva afferrato la corda improvvisata, ancorata a uno sperone di roccia, che si era rivelata piuttosto resistente, pur cercando di usare soprattutto la forza delle gambe e delle braccia. Ma era stata determinante per farle raggiungere la mano di Albert. L'aveva tirata a sé con forza, gli era caduta addosso e lo aveva sentito tremare mentre la stringeva.
Il terreno si mosse di nuovo e Candy spalancò gli occhi guardandosi attorno. Albert borbottò qualcosa nel sonno e la abbracciò ancora più forte, facendole dimenticare la scossa sismica e trasmettendole qualcosa di molto simile nel corpo. Si rannicchiò contro di lui, in attesa che finisse, e aspirò il profumo muschiato che proveniva dal suo petto. Sarebbe rimasta così per sempre.
Così, cullata dal respiro di Albert e della natura, Candy si addormentò.
