Grazie dei commenti a Cla1969, Kecs, Dany Cornwell, Mary Silenciosa, MariaGpe22: cosa succederà prima? Li daranno per morti? Cadranno una fra le braccia dell'altro? Oppure accadrà qualcosa di grave e irreparabile? Una cosa è certa, nelle condizioni in cui si trovano può succedere davvero di tutto...

Attenzione: contenuti non idonei a un pubblico minorenne o sensibile a determinati argomenti.

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Voglio far con te
L'amore vero quello che
Che non abbiamo fatto mai
Quello dove alla fine
Si piange e si leccano le lacrime
Quello che adesso so
Di poter fare solo con te
Quello che ora posso dare
Solo e soltanto, solo a te
Buongiorno bell'anima
Buongiorno bell'anima
Tra me e te, fantasia
Giochi aperti e grandi idee
Che cos'è? Dillo tu
Cosa siamo insieme noi
Siamo tutto e di più

(Buongiorno bell'anima - Biagio Antonacci)

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Candy si svegliò con una sensazione di panico che scemò nel momento in cui fu conscia del corpo di Albert che la stringeva, abbracciandola da dietro: quella notte si era svegliata in preda a un incubo e aveva pianto a lungo fra le sue braccia. Avevano affrontato il discorso della zattera già da una settimana, specie dopo quello che era accaduto con la nave: i giorni immediatamente successivi erano stati un inferno.

Candy si spostò un poco nell'abbraccio di Albert, che doveva avere il ginocchio piegato contro la sua schiena, e ripensò ai lunghi silenzi che avevano seguito quel momento. Lui era stato tenero e protettivo nei suoi confronti e aveva cercato di rassicurarla, ma non le era sfuggito che qualcosa in lui era cambiato: persino l'ineffabile Albert era deluso e preoccupato. Molto preoccupato. Se dopo quasi tre mesi di permanenza sull'isola quella era la sola nave ad essere passata, e così lontana da non averli notati, la loro unica speranza di non affrontare l'autunno e poi l'inverno lì era davvero tentare il tutto per tutto.

Pensò a Chicago muovendosi, a disagio, nel tentativo di spostare la pressione del ginocchio di Albert dalla parte bassa della schiena e per tutta risposta lui la strinse più forte borbottando qualcosa nel sonno e sospirando. La Casa di Pony. Annie. Archie. Persino la zia Elroy e Georges dovevano averli dati per morti. Secondo Albert forse li avevano persino cercati, ma era probabile che l'isola fosse fuori dalle mappe, ben oltre Madeira, e avessero pensato tutti che non ci fosse più nulla da fare. Le lacrime le risalirono agli occhi quando ricordò l'incubo nel quale si vedeva in piedi davanti alla lapide di Anthony e una folla di persone senza volto piangeva intorno a lei. Nel sogno, Candy aveva compreso che lei era sepolta accanto al ragazzo che un giorno aveva amato di un amore tenero e acerbo e che nessuno poteva vederla.

Gli occhi. Non avevano gli occhi. Ma se solo li avessero avuti, mi avrebbero vista. E saprebbero che sono qui con Albert.

Albert, il suo prozio William e il suo caro Principe della Collina. Colui che l'abbracciava su quel giaciglio improvvisato di foglie accanto a un fuoco quasi estinto in una caverna vicina alla spiaggia. Colui che si era mostrato forte eppure debole, spaventato a tal punto all'idea che potesse accaderle qualcosa da arrabbiarsi con lei come non aveva mai fatto. Proprio come Anthony. Amava tanto quell'uomo e sapeva che se dovevano rimanere lì o rischiare di morire tra le onde non gli avrebbe negato nulla di sé: tuttavia Albert era un gentiluomo e lei aveva ricevuto un'educazione rigida, oltre ad avere principi morali piuttosto ferrei. Ma non erano forse stati loro a infrangere ogni benedetta regola vivendo insieme, seppure come fratello e sorella, in barba alla società?

Candy sospirò e lui si mosse nel sonno intrecciando i piedi ai propri in un gesto che la fece sorridere di tenerezza struggente: sembravano così grandi paragonati ai suoi! Inalò il suo profumo che sapeva di sale, di legna fresca e di sudore

I suoi piedi tra i miei

e si irrigidì, spalancando gli occhi con un brivido bollente lungo la schiena, al limitare della quale non c'era il suo ginocchio. Perché se Albert avesse avuto una gamba tanto piegata da sentire il ginocchio dietro di sé, non avrebbe certo avuto i piedi intrecciati ai propri.

Rimase immobile per interminabili istanti, il cuore che tamburellava nelle orecchie come un boato. Deglutì, ma non aveva saliva. Invece, sentì un languore sconosciuto eppure riconoscibile in ogni fibra del suo essere, a partire dal punto in cui Albert la stava toccando inconsapevolmente nel sonno. E la toccava con una parte del suo corpo che, pur sapendo che esisteva, per lei era lontana mille miglia, quasi non gli appartenesse. Il suo caro, dolce Albert che l'aveva sempre guardata con tenerezza era un uomo che la desiderava e Candy aveva appena avuto la dimostrazione di quanto lo facesse.

Nonostante il primo impulso di staccarsi da lui, il secondo fu opposto e, gettando via ogni retaggio di buona creanza, si beò di quel contatto rilasciando un sospiro languido. Portò le mani su quelle di lui, che l'avvolgevano con dolcezza intorno alla vita e volse il capo per incontrare il suo viso addormentato, cercando e trovando le sue labbra. Dovette allungare solo un poco il collo per baciarlo, soffocando qualcosa che doveva essere un gemito di compiacimento. Candy seppe che se lui l'avesse voluta lì e ora, lei gli avrebbe semplicemente detto di sì.

Di colpo, mentre era immersa in una bolla di puro piacere a metà tra l'ardore e la sensualità, Albert interruppe il bacio e il contatto da lei, guardandola stravolto, del tutto sveglio. Nelle iridi azzurre e nelle pupille un po' dilatate vide il desiderio mutare in panico e nel giro di pochi istanti lui era seduto con la schiena contro il muro, abbracciandosi le ginocchia e toccandosi la barba ispida di tre giorni.

"S... scusa, forse stavo sognando di baciarti", disse con una voce profonda e arrochita dal risveglio brusco.

"In realtà... ti ho baciato io", ammise senza riuscire a sostenere il suo sguardo.

Albert la guardò sbattendo le palpebre e si alzò in piedi: "Vado a controllare se abbiamo pescato qualcosa".

"Non è ancora sorto il sole, se non te ne fossi accorto".

"Magari i pesci saranno più sonnolenti e li prenderemo più facilmente", abbozzò con un mezzo sorriso.

"Ti prego, non andartene, non lasciarmi sola! Io... ho bisogno di te, non ho paura...". Non sapeva quello che stava dicendo, ma vide un lampo attraversare lo sguardo di Albert prima che lui si chinasse di nuovo di fronte a lei, allungando quasi con timidezza una mano per sfiorarle il viso.

"Non ti lascerò mai sola, Candy, mai. Ti proteggerò sempre", mormorò facendole quasi salire le lacrime agli occhi.

"Non voglio più ritrovarmi sola in questa grotta, desidero svegliarmi sempre fra le tue braccia. Te l'ho già detto l'altra volta...".

"Candy...".

"Io ti amo, Albert. E ogni giorno qui è un giorno regalato. Non voglio perderne neanche uno, non con te. Non stavolta". Anthony era morto prima ancora che il loro amore sbocciasse in un sentimento adulto e più consapevole; con Terence aveva vissuto più nel dolore delle separazioni che nell'amore vero e proprio. Ad Albert, che era l'uomo della sua vita, non era disposta a rinunciare. Anche se si trovavano su un'isola deserta con un futuro sempre più incerto. Anzi, soprattutto per quello.

E, finalmente, fu lui a baciarla. Lo fece con devozione, dedizione e con un'intensità tale che crebbe di colpo e le fece girare quasi la testa. Prima ancora che potesse formulare un pensiero coerente su quanto adorasse quel bacio, Candy si ritrovò sotto al corpo caldo e seminudo di Albert, portandogli le mani sulla schiena in una carezza che voleva essere un abbraccio, la ricerca quasi disperata di un contatto maggiore e più profondo. Che trovò, quando lo sentì muoversi su di lei riprendendo fiato in un rapido ansito e ricominciando a baciarla, unendosi a lei e facendole avvertire il suo bruciante desiderio laddove cominciava a pulsare il proprio, strappandole il primo, vero gemito di piacere. Perché alfine si erano sfiorati, l'uomo e la donna, e gli strati di biancheria non erano sufficienti a celare quell'evidenza.

Albert scelse proprio quel momento per allontanarsi bruscamente da lei, come se si fosse scottato. Si passò la mano tra i capelli, quasi inorridito da se stesso e corse fuori.

"Albert!". Lo chiamò, ma lui era già sulla spiaggia che lasciava le sue impronte fino alla riva e Candy all'entrata della grotta, a scrutare la sua sagoma scura che si immergeva in acqua e cominciava a nuotare in lunghe bracciate.

"Albert!", gridò più forte, una nota di fermo disappunto che non dovette essergli sfuggita. Sì, lui era un gentiluomo e voleva rispettarla, ricacciando indietro a forza il desiderio che lei stessa ricambiava. E lo apprezzava, davvero.

Ma era ora di scacciare ogni imbarazzo e parlargli chiaro.

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Secondo i suoi calcoli, la stagione delle piogge a quella latitudine doveva essere ancora lontana, ma il cielo non prometteva niente di buono e se n'era accorta anche Candy, che lanciava occhiate nervose all'orizzonte. Mentre ritiravano il pesce cotto che non avevano mangiato dal loro falò e organizzavano le scorte d'acqua da portare nella grotta, Albert provò a immaginare cosa avrebbero fatto se fossero stati al largo, su una zattera improvvisata. La pioggia, il freddo della notte, le onde. E nessun rifugio se non qualche copertura rudimentale su una base fatta di legna e bambù. Ma il rischio peggiore sarebbe stato quello di rovesciarsi e annegare.

"... l'acqua piovana?".

Albert si volse di scatto verso Candy, un ginocchio affondato nella sabbia: "Cosa? Scusa, ma ero distratto".

"Me ne sono accorta", sorrise lei. "Sembrava stessi facendo una sorta di meditazione per allontanare le nuvole! Ti ho chiesto se vuoi che predisponga i teli di salvataggio per raccogliere l'acqua piovana".

Ci pensò su qualche istante, in bilico tra una decisione e l'altra: "Forse è meglio se ne usiamo uno solo e teniamo gli altri due per coprirci: se la tempesta farà abbassare la temperatura, stanotte, staremo più al caldo. Abbiamo comunque altre scorte e confido che presto potremo tornare al fiume".

Candy annuì e cominciò a inserire il telo in una piccola buca fermandolo con due pietre che avevano usato per l'SOS. Una parte remota della sua mente gli aveva suggerito che avrebbero potuto portarne nella grotta uno solo e dividerlo, ma il rischio che ciò li avvicinasse troppo era tangibile. Tanto tangibile che persino Candy se n'era resa conto, alcune mattine prima. A dire il vero aveva colto in lei, e non certo per la prima volta, il consenso che era anche lo specchio del proprio desiderio. Ma semplicemente non poteva farle una cosa simile: non lì, su un'isola deserta, senza prima averla sposata...

...con un futuro così incerto che si tratterebbe solo di sfruttare il tempo a nostra disposizione mandando al diavolo ogni regola di buona creanza, amandoci senza filtri perché abbiamo solo il mare e il cielo a giudicarci.

"Che c'è?". Candy lo stava fissando con gli occhi sgranati e Albert si rese conto che la stava guardando con un'intensità tale che doveva averla spaventata, mentre tornava per raccogliere le loro tazze di fortuna con le iniziali impresse sopra.

Come quelle della Casa Magnolia, dove la considerava una sorellina da proteggere e accudire, almeno quanto lei voleva prendersi cura del suo amico smemorato. Non osando portare mai, neanche per un istante a livello cosciente qualcosa di più che non fosse un amore che non andava fatto sbocciare e che aveva davvero pensato di camuffare con l'affetto. E senza neanche un pensiero poco più che tenero. Ora, che Candy era più adulta e il loro amore svelato, immersi in una realtà che pareva fuori dal resto del mondo, Albert si rese conto di quanto struggente fosse il suo desiderio di Candy. Senza che se ne accorgesse, era cresciuto nel proprio cuore e nel proprio corpo fino a diventare un bisogno fisico da soddisfare contro ogni ragionamento logico. Voleva Candy, la voleva con tutto se stesso, la considerava già sua moglie.

"Niente, niente, andiamo dentro, sta già cominciando". La sua voce era arrochita e le prime gocce di pioggia gli trasmisero un brivido dalle spalle nude alla schiena, anche se non erano fredde.

Candy cominciò a sistemare i teli, l'acqua e il cibo in modo che fossero in ordine accanto a loro, improvvisando quasi una tovaglia con delle foglie larghe e Albert iniziò ad accendere il fuoco con i movimenti che già conosceva, usando la legna asciutta e le esche giuste, pregando in cuor suo che quella tempesta durasse solo un'ora o due e non li costringesse a stare per troppo tempo vicini dentro la grotta. Già una volta avevano parlato del motivo per il quale aveva quasi smesso di baciarla e non voleva che Candy pensasse che lui non volesse più farlo. Ma dominarsi stava diventando sempre più difficile e la disperazione, la disillusione, i timori, uniti al corpo sempre più evidente di Candy sotto al tessuto logoro della sottoveste non aiutavano di certo. Perché nonostante i buoni propositi e l'educazione, Albert non era un santo e amava quella donna da tanti, troppi anni.

Il fuoco levò le sue lingue in alto e Candy batté le mani, come una ragazzina felice. Le regalò un sorriso e insieme si concentrarono sullo spettacolo della natura che stava per avere inizio.

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Candy fissò gli alberi scossi dal vento e il rumore delle noci di cocco che venivano sbattute sulla spiaggia dal vento le evocò quello dell'unica palla che avessero avuto alla Casa di Pony quando lei aveva sei anni, poco prima di conoscere il suo Principe. Era stata donata da una famiglia della cittadina vicina e ci avevano giocato tanto che alla fine si era sgonfiata e non rimbalzava più. Eppure, soprattutto i maschietti avevano continuato a calciarla ancora e ancora.

"A cosa pensi con quel sorriso?", le chiese Albert aggiungendo alcune foglie secche al falò.

"Stavo ripensando alla palla. La palla rossa".

Lui inarcò un sopracciglio, la muta domanda impressa nei lineamenti del suo viso smagrito e sbarbato da poco: "La palla rossa?".

Candy annuì: "Sì, la palla della Casa di Pony. C'era un periodo, poco prima che c'incontrassimo sulla collina, in cui ci giocavamo quasi ogni giorno e una volta finì su un albero. Indovina chi si arrampicò per riprenderla?".

Albert ridacchiò: "Fammi pensare: una ragazzina dai grandi occhi verdi, il musetto pieno di lentiggini e due buffi codini biondi?".

"I miei codini non erano buffi!".

Lui rise più apertamente e le sfiorò le punte dei capelli che a malapena le toccavano le spalle, trasmettendole un brivido anche se non le aveva toccato la pelle: "Hai ragione, scusa, ma è così strano vederti con i capelli più corti, adesso... credo di averli più lunghi dei tuoi ormai".

Candy gli si avvicinò affondando piano le dita nella sua chioma, ancora un po' umida, sentendovi la sabbia sotto ai polpastrelli. "Direi che siamo quasi pari". Albert aveva chiuso gli occhi e deglutì prendendo un lungo sospirò, afferrandole con delicatezza una delle mani per baciarla.

"Grazie per avermi aiutato con la lametta, stamattina. Non voglio più sembrarti un pirata".

"Grazie a te per averla affilata, ieri. Altrimenti avrei assomigliato più a Cita che a Jane", rise lei trascinandolo nell'ilarità. "E tu saresti affascinante anche come pirata. Penso che la barba ti doni comunque", ammise arrossendo.

Albert parve imbarazzato da quella confessione e si affrettò ad alimentare ancora il fuoco, prima che una corrente fredda li investisse passando tra le due aperture, portando con sé una raffica di gocce di pioggia.

"Accidenti, così si spegnerà!". Candy si affrettò ad aiutarlo e per quasi mezzora si adoperarono per gettarvi dentro tutto ciò che avevano a disposizione perché non si estinguesse. Avrebbero dovuto avere qualcosa da utilizzare come porta, perché la tempesta di quel giorno fu così inclemente che fu per mero miracolo che non si spegnesse del tutto.

Esausti e infreddoliti, si rannicchiarono nei giubbotti di salvataggio mangiando in silenzio la loro cena mentre, misericordiosamente, la pioggia diminuiva d'intensità fino a smettere. Lasciando comunque un'aria fresca che la fece rabbrividire e avvicinare ad Albert d'istinto. Tremava anche lui e d'un tratto Candy non seppe più il motivo, perché nella loro stretta c'era qualcosa di diverso, di più intimo, che non era la mera esigenza di scaldarsi.

Albert la fissava quasi fosse combattuto, come se la lotta dentro di sé si stesse rivelando più impetuosa della tempesta appena terminata. Per loro stava iniziando in quel momento e recava gli ultimi scampoli della ragione, le grida del cuore, il profumo dei loro sensi pervasi da un amore puro e vero che li accompagnava da anni. E che ora esigeva, a gran voce, di essere completo perché non avevano che la vita da perdere. Quella vita che non era infinita, che talvolta pareva avere limiti ben precisi delimitati dal mare stesso che li circondava. Quella vita che volevano entrambi, ne era certa, vivere fino all'ultima stilla.

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"Stringimi, Albert... non lasciarmi". Albert cercò di recuperare un briciolo di autocontrollo e la guardò negli occhi. Fu un errore e una benedizione al contempo. Gli occhi di lei brillavano di una luce intensa, supplichevole. Le labbra socchiuse gli ricordavano le mele rosse che non mangiava da mesi e gli parvero la cosa più succulenta che potesse anelare: senza rendersene conto, si leccò le proprie.

"Candy, proverò ad alimentare il fuoco e...". In realtà, il fuoco dentro di sé si era già alimentato a sufficienza. Avevano vissuto alla Casa della Magnolia per più di due anni, ma lei era ancora piuttosto giovane e lui uno smemorato innamorato che aveva avuto la possibilità di mantenere un forte autocontrollo, perché la sola idea di nuocerle o avvicinarla mentre forse era ancora innamorata di Terence aveva portato ai massimi livelli i suoi freni inibitori.

Ora, a distanza di anni, dopo averle finalmente dichiarato i propri sentimenti e aver appurato che lei provava lo stesso, tutto era diventato più complicato. Sulla terraferma, forse, sarebbe stato più semplice: lì erano immersi nella natura selvaggia, sopravvivendo ogni giorno, seminudi per la maggior parte del tempo e spesso costretti ad abbracciarsi in quelle condizioni per scaldarsi. Era un uomo di grandi principi morali, lo era stato per tutta la vita. Ma non era una specie di santo o asceta ed era fatto di carne, sangue e ossa anche lui. E amava Candy da tanti di quegli anni che vederla così, arresa a lui, lo fece quasi capitolare. Forse era l'effetto della fame e della stanchezza, la lontananza dalla civiltà, ma quando lei parlò non poté fare a meno di seguire ciò che richiese.

"Se dobbiamo morire qui, voglio conoscere prima la dolcezza dell'amore completo. E voglio che me la insegni tu. Desidero che tu sia mio... marito. Ho rinunciato per troppo tempo a innamorarmi, dopo Terence, ma con te... con te non è più possibile. Tu hai rubato il mio cuore e io ti appartengo per l'eternità".

"Oh, Candy!". La strinse a sé e, senza più alcuna titubanza, le avvolse un braccio intorno alla schiena, suggellando quell'amore con l'ennesimo bacio. Toccare le labbra di lei, in quel momento così intenso, non fu come assaporare una mela, né un altro frutto proibito e succulento. Fu come consegnarle la propria anima e il proprio essere, fondendosi in lei senza ancora aver fatto l'amore.

La baciò, prese fiato e la baciò di nuovo, sempre con più urgenza, sempre con maggiore affanno, sentendola rispondere ed emularlo con incredibile ricettività. L'istinto sembrava essersi impossessato di loro e fu con un sollievo inspiegabile che la sdraiò sotto di sé stringendola come quando dormivano insieme ma senza smettere di catturare le sue labbra, rabbrividendo quando lei, appena glielo richiese con un gentile tocco della punta della lingua, aprì la bocca nella sua.

Erano passati da carezze e baci innocenti a qualcosa di tanto ardente che il suo corpo reagì in modo repentino e quasi doloroso, rivendicando Candy come sua e sua soltanto. La sentì sussultare, forse stupita, forse spaventata, e finalmente riuscì a connettere le cellule cerebrali in un pensiero coerente: non poteva averla finché non fosse stata davvero sua moglie.

"Scusami, io... forse sono solo un po' nervosa, ma va bene... puoi...".

Lui ridacchiò, a sua volta nervoso, riavviandole i capelli dalla fronte e ricacciando indietro a forza il desiderio che lo stava obnubilando: "Voglio fare le cose per bene. Voglio prima sposarti". Lo sguardo di Candy aveva una sfumatura oltraggiata che comprese perfettamente. Lui stesso non capiva come potesse interrompere un atto così legittimo e soprattutto già iniziato senza urlare per la frustrazione. "Lo faremo subito. Vieni".

Si alzò in piedi e la tirò su aiutandola con una mano, fino ad arrivare vicino a una delle palme da cui erano cadute alcune foglie verdi. Strappò una delle fibre, non troppo sottile, e la divise fino a farne due piccoli cerchi misurando la circonferenza dei rispettivi anulari. Quindi ne legò meglio che poté le estremità e le soppesò in una mano: erano così leggere che al primo soffio di vento sarebbero volate via, se non le avesse strette. Incredibile come qualcosa di così vulnerabile stesse per sancire un legame tanto forte.

Erano vestiti solo di biancheria e giubbotti di salvataggio, i capelli scompigliati e pieni di sabbia, soli, infreddoliti e affatto eleganti, ma non aveva alcuna importanza.

"Io, William Albert Ardlay", cominciò con voce forte e solo un po' tremante per l'emozione, quasi si trovassero in una chiesa gremita, "prendo te, Candice White, come mia legittima sposa e prometto di amarti e onorarti per tutti i giorni della mia vita". Senza mai interrompere il contatto visivo, notando le lacrime nascenti negli occhi sorridenti di lei, le infilò quell'anello improvvisato e mormorò: "Ora tocca a te".

Lei rise a metà del pianto, prendendo dalla sua mano la propria fede e ripeté i voti. Alla fine, fecero insieme il segno della croce. "Amen", disse lei, tremante di felicità.

"Ora può baciare la sposa", terminò Albert camuffando un po' la voce, facendola ridere.

E il bacio arrivò, ben più casto e dolce di quello di poco prima. Il bacio di due neosposi. Prima che Candy potesse dire altro, la sollevò e la riportò nella grotta, dove si dedicò anima e corpo a renderla davvero sua moglie.

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Bohemian National Cemetery di Chicago

"Polvere alla polvere". Polvere. Non v'era neanche quella. Georges sentì le parole del sacerdote riecheggiargli nella testa quasi fossero una bestemmia e non una preghiera e tentò disperatamente di allontanare le immagini di corpi decomposti sotto l'oceano Atlantico.

La signora Elroy era appoggiata al nipote Archie che la sorreggeva da un lato e dalla signorina Brighton che singhiozzava dall'altro. I membri del clan sembravano statue rigide e senza anima, mentre fissavano la lapide e persino i fratelli Lagan avevano lo sguardo sconvolto di chi non potesse credere ai propri occhi.

E lui, Georges Villers, stava vedendo morire gli ennesimi membri di quella che da sempre era stata la sua famiglia. Una catena di eventi impetuosa e spietata che sembrava volergli strappare senza pietà tutte le persone più care, anno dopo anno. Un giorno, anche il proprio cuore si sarebbe arreso. Ma non poteva farlo ora: Archibald Cornwell sarebbe diventato il nuovo patriarca e quando Neil Lagan si accostò a lui e a uno dei membri anziani nel salone della villa dove si era spostata la cerimonia funebre, capì che c'era un'altra battaglia che avrebbe dovuto combattere.

"Vorrei parlare con voi, per favore". Il tono gelido, gli occhi seri e qualcosa di inquietante che gli fece presagire subito quali sarebbero stati i toni di quella discussione.

"Bene, giovane Lagan, cosa c'è di così urgente da interrompere una commemorazione tanto triste e importante?", chiese mister Scott seduto al grande tavolo di mogano della piccola biblioteca, giocherellando con i lembi del cilindro nero.

"Voglio sapere perché non avete pensato a me quale successore. Ho gli stessi diritti di mio cugino".

"Diritti?!". Per fortuna, mister Clark era intervenuto mentre Georges s'imponeva di contare fino a dieci. "Figliolo, hai un giro di affari in Florida con tuo padre, sei l'erede di una catena di alberghi tra le più solide di quei luoghi e vorresti anche ereditare il titolo di patriarca?".

"Beh, perché no?", chiese lui alzando le spalle e inarcando un sopracciglio, costringendolo a mordersi la lingua per non ricordargli quanto poco tenesse alla famiglia e molto alle ricchezze.

E tuttavia, stavolta non poté impedirsi d'intervenire: "Il signorino Cornwell ha lavorato a lungo fianco a fianco con William, dopo la laurea, e conosce molto bene le esigenze e i progetti che stavamo portando avanti. Inoltre ha dimostrato di sapersi barcamenare in maniera eccellente sia con gli affari locali che con quelli all'estero".

"E pensate che io non ne sarei in grado?!". Neil aveva perso di colpo tutta la compostezza e si era alzato in piedi battendo i palmi delle mani sul tavolo. Georges si chiese se si sarebbe comportato allo stesso modo nel caso in cui Raymond fosse stato presente e non fosse rimasto nel salone principale.

"Non si tratta di essere in grado o meno", ribatté Scott in tono duro. "Ciò che ora rivendichi passerà naturalmente ad Archibald perché è stato quello più vicino al clan e agli affari di famiglia. Questa tua richiesta suona alquanto fuori tempo e persino opportunistica".

"Anche io faccio parte del clan Ardlay!".

"Il signorino William ha predisposto personalmente le cose affinché la famiglia Lagan avesse un'attività fiorente in un altro Stato, non credo proprio che nelle sue intenzioni ci fosse quella di coinvolgervi negli affari di Chicago o del Regno Unito", puntualizzò cercando di mantenere la calma.

"Lo zio William ce l'aveva con me perché volevo sposare la sua Candy! Ma ora non può più prendere decisioni e io esigo giustizia!". Georges sbatté le palpebre, allibito. Era così sconvolto per la recente perdita, che rimase quasi senza parole davanti a tanta arroganza.

"Pensa davvero di sapere cosa sia la giustizia, signorino Neil?", si sentì rispondere interrompendo le rimostranze indignate degli altri due membri. A quella domanda, pacata ma vibrante, tutti tacquero e lo fissarono.

"Cosa? Che vorresti insinuare?". L'istinto di colpire fisicamente il volto indignato del ragazzo fu tale che Georges non si riconobbe e ne fu quasi spaventato.

Ma fu grazie al suo vecchio autocontrollo che riuscì a esprimersi con voce ferma. O quasi. "Le ricordo che io ero presente quando la signorina Candice è stata adottata dalla famiglia Lagan e, anche se non ho mai osato intervenire nelle questioni private della famiglia, avevo occhi per guardare e orecchie per ascoltare".

"Ma come ti permetti...?!".

Georges alzò una mano per interromperlo, lanciandogli uno sguardo tanto gelido che pensò di averlo visto rabbrividire: "Ho sempre avuto un grande rispetto per tutte le famiglie del clan e non mi sono mai azzardato a muovermi dal mio posto. Ma William e io parlavamo di ogni aspetto che riguardasse i suoi cari e quando la signorina Candice è stata adottata dagli Ardlay non le nego che si è sentito molto più tranquillo".

"Non le abbiamo mai fatto nulla di male!", quasi gridò, e Georges incrociò gli sguardi degli altri due uomini. Anche loro sapevano. "Mia madre si è persino scusata pubblicamente per le accuse ingiuste che le abbiamo mosso io ed Eliza e ormai sono cose che appartengono al passato! Qui quello che conta sono le mie abilità che...".

"Le tue abilità, giovane Lagan", lo interruppe Clarck con tono accondiscendente, "le stai utilizzando in modo eccellente per la catena di alberghi che gestisci con tuo padre. C'è un vecchio detto che suggerisce di non tirare troppo una corda per evitare che si spezzi. Lascia che ti suggeriamo, visto che abbiamo maggiore esperienza, di godere di ciò che hai tra le mani senza pretendere altro che non ti spetta. La nostra decisione è stata già presa da tempo e ti domandiamo di rispettare questo giorno funesto occupandoti solo di consolare la tua povera zia, che a nostro avviso hai appena degnato di uno sguardo".

Georges fu lieto di vedere il viso di Neil arrossire violentemente mentre stringeva forte i pugni e la mascella e si congedava persino con un leggero inchino. Fece un sospiro di sollievo quando uscì dalla stanza e si preparò ad affrontare i giorni a venire. I lunghi, devastanti giorni a venire. Doveva adempiere ancora una volta ai suoi doveri e collaborare con Archibald per tenere in piedi quell'impero senza più un erede diretto: era la sua unica missione sulla Terra.

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Sull'isola

Quando Albert scivolò in lei per la seconda volta, Candy si irrigidì solo per un istante, temendo di provare di nuovo il dolore della prima. Invece, con suo sommo stupore, il fastidio fu davvero minimo e il piacere prese quasi subito il sopravvento. Come poche ore prima, Albert si mosse dapprima lentamente, continuando a baciarla e ad adorarla toccandola con languida gentilezza, facendole anelare di più. Facendole venire le lacrime agli occhi per l'emozione di averlo così vicino, fin dentro al suo essere. Quindi aumentò i movimenti, riempiendola di un amore accecante che non era solo fisico, ma la penetrava fin nei recessi dell'anima mentre fuori spuntava una timida alba.

Stavolta, Albert restò più a lungo nel proprio corpo facendo esplodere i suoi sensi mentre la possedeva e non prima, usando il semplice tocco delle sue belle mani. E non si scusò prima di uscire precipitosamente da lei ma, a differenza di allora, Candy non lasciò che si allontanasse troppo stringendola con un solo braccio mentre si riversava sul terreno. Mandando a farsi friggere ogni vergogna, abbassò la mano e fu lei a guidarlo alla gloria, beandosi dei suoi gemiti rochi e stupiti, avvertendo il suo calore lungo il fianco e adorando quell'unione quasi completa.

Mentre Albert si abbandonava con le labbra sul suo collo, dandole piccoli baci umidi attraverso il fiato bollente, Candy cercò di calcolare se avrebbero mai potuto amarsi in modo totale senza rischiare che lei restasse incinta su un'isola deserta. I suoi studi di infermieristica, in realtà, le davano delle indicazioni precise, tuttavia sapeva bene che il rischio era sempre presente persino in quel modo.

La verità era che lei per prima non ci aveva affatto pensato, neanche la prima volta. Quando Albert si era allontanato da lei, nel momento in cui lo aveva percepito irrigidirsi e trattenere il fiato in un ansito strozzato, aveva subito riconosciuto l'esplosione deliziosa nella quale lei stessa era rimasta coinvolta solo pochi minuti prima grazie alle sue carezze insistenti. E aveva compreso solo successivamente quanto Albert fosse stato molto più lungimirante e attento di lei, nonostante l'emozione che doveva aver provato.

"Stai bene?", le chiese di nuovo.

"Come non mai", gli rispose sorridendogli con gli occhi lucidi.

"Mi hai... sorpreso", disse ridacchiando e arrossendo un po', quasi fosse in imbarazzo.

"Anche io mi sono sorpresa, ma ho solo seguito... beh, il mio istinto e il mio desiderio", ammise abbassando le ciglia, certa di essere arrossita molto più di lui.

"Seguilo pure come e quando vuoi, moglie mia", rispose lui baciandole una tempia.

"Come lei desidera, marito mio". Fu lei a baciarlo, sentendosi di colpo sfinita e desiderando dormire contro il suo corpo nudo. Albert dovette percepirlo, perché prese uno dei due giubbotti e lo stese su di loro come una trapunta.

"Più tardi possiamo provare a uscire per raccogliere altra legna da asciugare, se il sole ci assiste. Ora riposiamo un po', vuoi?". L'alito caldo le carezzò l'orecchio e gli si rannicchiò addosso come una bambina.

"Sì...", disse con un grande sorriso.

"Candy, mi dispiace, non volevo che la prima volta fosse così... beh, diversa da come l'avevo immaginata".

I sensi, quasi addormentati, si risvegliarono di colpo e Candy lo fissò. Era forse arrossito ancora? Era senso di colpa quello che scorgeva nei lineamenti contratti?

"Perché, come l'avevi immaginata?".

"Beh, io speravo che fossimo in un altro luogo, in luna di miele, sposati sul serio. Ho immaginato di prendermi tutto il tempo per... credevo che avremmo avuto tutta la notte per...".

Candy sospirò, posandogli un dito sulle labbra: "Forse non ti sei reso conto di quanto ho adorato che tu ti sia preso cura di me come fossi un fiore delicato. Non hai nulla di cui scusarti e non eravamo su un comodo letto in qualche località esotica, ma siamo su un giaciglio improvvisato, dopo lunghe settimane nelle quali i nostri sentimenti sono cresciuti e maturati tanto. Non potevo desiderare nulla di più. Ti amo, Albert".

Lui la strinse forte, tanto forte che poté avvertire il suo cuore battere contro la guancia. Sentì le lacrime inondarle gli occhi, così come la stava inondando la gioia di aver condiviso davvero tutto con l'uomo della sua vita.

"Ti riporterò a casa, Candy, farò di tutto per riportarti a casa". E seppe, dalla sua voce spezzata e profonda, che anche lui stava piangendo in quell'abbraccio che non aveva più nulla di sensuale, ma era solo protettivo. Candy gli credette, seppe che Albert avrebbe fatto tutto per lei. E intendeva ricambiarlo, fino in fondo, finché avesse avuto la luce negli occhi e il sangue nelle vene.

- § -

Ponta Delgada, Portogallo

Luìs Costa si rigirò la pipa tra le mani fissando la bagnarola che doveva essere l'imbarcazione discreta che avrebbe dovuto portarlo alla gloria. Come potessero aver stipato sottocoperta tutte quelle bottiglie era un mistero, ma d'altronde non stava a lui soffermarsi su quei particolari: il suo compito era verificare che i mozzi facessero il loro lavoro e portare la poppa di quella barchetta fino a Capo Verde, da dove sembrava volessero attraversare l'oceano fino in sud America. Un giro tortuoso che doveva servire a eludere i controlli e confondere la Guardia Costiera?

"Ecco un altro mistero di cui non mi può importare meno", mormorò con voce roca soffiando una nuvola di fumo verso l'orizzonte. Ma allora perché tutti quegli interrogativi, di punto in bianco? Eppure era sfuggito per un soffio a una retata massiccia, corrompendo qualche poliziotto con quel che gli rimaneva dell'anticipo di quella bizzarra famiglia americana che aveva il patriarca disperso chissà dove. Non pensava di essere intoccabile, ma ormai aveva una certa esperienza in quel campo così come in mare: sarebbe diventato un corriere eccellente, ne era certo!

Gli occhi acquosi irritati dal fumo e dalla salsedine si posarono sul nome della barchetta: non che non ne avesse condotte di migliori, in passato, ma una che si chiamasse Marìa gli mancava. E come molti altri suoi colleghi, non poteva che essere in parte superstizioso e associarla alla Santa Marìa di Colombo che aveva avuto una pessima sorte qualche secolo prima, se non ricordava male i libri di storia, proprio nel giorno di Natale. Non che le somigliasse o avesse una fila di cannoni, quella che galleggiava nel porto somigliava più a una zattera a forma di barca perché non doveva dare nell'occhio. Tuttavia, proprio le sue dimensioni ridotte e il nome non gli evocavano nulla di buono.

Vibrazioni negative...

Luìs cercò di razionalizzare quel pensiero assurdo e comprese che, per come era costruita, un tratto di mare così lungo sarebbe stato pericoloso, quasi un suicidio se fossero incappati in qualche tempesta. Le tenute stagne che avrebbero dovuto impedirle di affondare sembravano affidabili, a una prima occhiata, ma chi gli diceva che erano state controllate fin nei minimi dettagli? Bastava una fessura per fare la fine del Titanic o di quella nave che aveva indotto quei riccastri degli americani a cercare il loro rampollo per tutto l'Atlantico orientale. O quasi, perché dubitava che qualcuno lo avesse cercato alacremente una volta avuti i duecento bigliettoni.

Ti stai facendo troppe paranoie, qui c'è da guadagnare anche di più se smetti di tremare come una femminuccia.

No, non si sarebbe lasciato impressionare da nomi o dimensioni, né da compartimenti stagni che aveva appena osservato. L'interesse che la barca reggesse era di tutti e non erano in molti a dividersi il malloppo. La vasca da bagno avrebbe retto, lo scambio sarebbe avvenuto e lui, forse, a breve avrebbe potuto godersi la sospirata pensione.

- § -

Sull'isola

Albert schioccò la lingua in un gesto di disappunto, cercando di concentrarsi sul compito di ritirare la loro rete improvvisata senza far scappare tutti i pesci e i granchi che erano riusciti a catturare. Da quando lui e Candy erano diventati marito e moglie, seppure in maniera decisamente poco ortodossa, ogni momento del giorno e della notte era buono per unirsi in una danza ardente e desiderata da entrambi.

D'altronde, essendosi trattenuti per tanto tempo, essendo soli e con l'unica incombenza di sopravvivere giorno dopo giorno, chi avrebbe avuto da ridire? Bastava guardarsi e trovarsi in una situazione di apparente calma per riempire qualunque ritaglio di tempo. Ed era passata solo una settimana.

Albert imprecò a bassa voce quando alcuni pesci guizzarono via e si affrettò e ritirare quelli rimasti, conscio che d'ora in avanti avrebbero dovuto prestare attenzione. Molta più attenzione. Era evidente a tutti e due quanto fosse frustrante e pericoloso quel gioco nel quale doveva evitare che Candy potesse restare in stato interessante. Solo la notte prima ne avevano parlato e lei aveva avanzato timidamente l'ipotesi di fare un calcolo dei giorni del mese: tuttavia, si erano trovati d'accordo sul fatto che si trattasse di un metodo ancor meno sicuro.

No, la cosa migliore sarebbe stata diradare i loro incontri e anche così le precauzioni non sarebbero state sufficienti. Ogni volta che il suo corpo era in procinto di arrendersi, Albert doveva fare uno sforzo titanico per allontanarsi da Candy, così accogliente e calda, così... sua. La prima volta era stata la peggiore, perché ci aveva davvero pensato solo all'ultimo istante e aveva compiuto un miracolo, ma anche una violenza contro se stesso. Non gli importava, il benessere di Candy era la priorità, ma anche lei sembrava scontenta. Neanche a lei bastava più.

Trascinando a riva i pesci per controllarli, Albert quasi rimpianse i giorni alla Casa della Magnolia, per paradossale che fosse. Ammise con se stesso di averla amata molto già all'epoca e sì, qualche volta anche desiderata. Ma era così facile controllarsi e seppellire l'istinto di stringerla a sé sapendo che lei era ancora molto giovane e soprattutto innamorata di un altro! Doveva essere impazzito: stava praticamente rimpiangendo Terence.

Erano lì, da soli, innamorati, quasi sposati, liberi eppure intrappolati.