Seconda parte
L'inverno sta arrivando
Il caldo giugno dai verdi prati e dall'intenso e calmante profumo di fieno stava sfociando, morente, nell'infuocato luglio dalle bionde messi, quando Oscar e André festeggiarono, a Lille, il loro primo mese di matrimonio. Si erano sposati quasi subito, in una chiesetta di campagna, con una semplice cerimonia alla quale avevano preso parte soltanto il Conte di Canterbury e Sir Percy Blakenay, in veste di testimoni.
Lei aveva indossato la sua divisa color turchese ornata d'oro e aveva preteso l'eliminazione del giuramento di obbedienza dalla formula nuziale, asserendo che non avrebbe potuto iniziare la sua vita matrimoniale con una menzogna. Il prete, un vecchio mite e tranquillo, aveva accondisceso per quieto vivere mentre André, scherzando, aveva accusato Oscar di volersi precostituire un appiglio per impugnare il matrimonio alla Sacra Rota e sbarazzarsi di lui, guadagnandosi, per tutta risposta, uno dei più eloquenti sguardi infuriati di lei.
Oscar aveva inviato una missiva alla Casa Reale, con la quale aveva chiesto e ottenuto il congedo temporaneo dall'esercito. L'intenzione dei due sposi era di stabilirsi a Versailles dove Oscar avrebbe ripreso servizio mentre André avrebbe affidato l'amministrazione delle sue terre a una persona di fiducia, riservandosi di tornare periodicamente a Lille per mantenere il controllo della situazione. Prima, però, avrebbero trascorso alcune settimane nella Francia del nord, lontani da tutto e da tutti, per abituarsi alla vita coniugale nella riservatezza e nell'intimità della vita agreste.
Oscar accompagnava il marito che sovrintendeva alla falciatura dei prati, suscitando la curiosità e lo stupore dei braccianti e dei villici che non sapevano come comportarsi con quella strana Contessa. Queste titubanze erano condivise anche dai notabili di Lille che, essendo, però, meglio abituati a muoversi nel mondo, riuscivano a dissimulare più efficacemente. Al netto delle comprensibili perplessità di chi non era abituato alla peculiare situazione di lei, Oscar aveva, comunque, suscitato un'impressione favorevole in quasi tutti, conquistando popolani e ottimati con le sue grandi doti e la sua forte personalità.
Quando André non era impegnato nei campi, i due sposi facevano lunghe passeggiate a piedi o a cavallo, cercando di seminare il poetastro che spesso li pedinava, spuntando fuori dai luoghi più impensati per declamare i versi che aveva composto per celebrare le loro nozze. André aveva fatto visitare a Oscar gli angoli più suggestivi della regione e l'aveva portata a mangiare nei luoghi di ristorazione caratteristici, facendole assaggiare le specialità del posto.
In quella solitudine, aggirandosi per la campagna risvegliata o seduti all'ombra di un albero carico di gemme, i due facevano dei lunghi discorsi, confidandosi le rispettive paure, i dubbi e le aspettative. Entrambi avevano il timore che i lati più oscuri del loro carattere sarebbero potuti riemergere al punto da prendere il sopravvento. La genitorialità, invece, li divideva, perché entusiasmava André e suscitava non poche perplessità in Oscar.
Stavano prendendo confidenza con un mondo nuovo di sensazioni e con un torrente in piena di emozioni, tentando di appianare le spigolosità delle loro ritrosie e dei loro pudori. Si erano accorti che, per quanto avessero condiviso un'intera esistenza in complicità e simbiosi, il matrimonio era un'altra cosa, estremamente più complessa. La vita coniugale aveva messo in luce degli aspetti semi sconosciuti dei loro rispettivi caratteri con i quali stavano cercando di venire a patti.
Durante queste escursioni campestri, accarezzati dalla brezza di primavera che portava con sé la fragranza dei fiori e il fresco profumo dell'erba falciata, i due neosposi si chiedevano perdono per le mancanze del passato e facevano voti per il futuro.
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Diretta a passo rapido e nervoso verso Palazzo de Lille, la Marchesa d'Amiens era intenta a schivare le fessure del selciato e a rampognare la figlia:
– Ricordati che ho dovuto versare una fortuna allo speziale per queste erbe medicamentose, per cui, quando saremo al cospetto del Conte di Canterbury, mostrati premurosa e interessata alle condizioni della caviglia di lui. Se ti sforzerai di sembrare soltanto vagamente piacente, può darsi che riuscirai a sposare il Conte di Canterbury o Sir Percy Blakenay!
– Ma Madre….
– Ma Madre un accidenti! Ti rendi conto che hai gettato alle ortiche un altro buon partito? Se fossi stata meno difficile e schifiltosa, adesso, il Conte di Lille avrebbe sposato te e non…. quella cosa!
– Ma Madre….
– Senza contare – riprese, implacabile, la Marchesa – che ti sei fatta ridere dietro da tutti, quando, dall'alto dei merli del castello, decantavi la bellezza e l'ardimento del Generale de Jarjayes!
– Ma Madre, non avevo capito che si trattava di una donna….
– L'avevano capito tutti, Geneviève, l'avevano capito tutti!
Giunte al portone di Palazzo de Lille, si apprestarono a bussare, quando le ante di legno si aprirono, lasciando uscire Mademoiselle de Saint Quentin.
La giovane donna, malgrado avesse, quasi subito, intuito che il cuore di André non era libero, era rimasta ugualmente amareggiata per quell'improvviso matrimonio, ma si stava mettendo l'anima in pace, attendendo alle consuete occupazioni alle quali si erano aggiunte le quotidiane visite al Conte di Canterbury che si era slogato una caviglia durante l'assedio, per salvarla da una stoccata che le era stata proditoriamente sferrata alle spalle. La Marchesina Victoire Aurélie andava a trovare l'infortunato con dei panieri carichi di medicamenti e di specialità della regione che la cuoca di Palazzo Saint Quentin sapeva preparare molto bene.
– I miei ossequi, Signore – disse la Marchesina, immettendosi, subito dopo, con decisione e celerità, nella pubblica via, per evitare di intrattenersi con le sgradevoli concittadine.
– I miei ossequi a Voi, Mademoiselle – rispose, con volto teso e sorriso forzato, la Marchesa d'Amiens – Saluta, Geneviève.
– I miei ossequi, Mademoiselle – obbedì la giovane spilungona mentre zoppicava dietro alla madre.
Dopo essere entrate a palazzo, nel salotto dove erano state fatte accomodare in attesa di essere ricevute, la madre bisbigliò alla figlia:
– Ecco, quella strega ci ha precedute! La concorrenza è agguerritissima, per cui, vedi di darti da fare!
Aveva appena finito di sibilare, quando Oscar a André entrarono nel salone per salutarle.
– Signore, è un vero piacere averVi nostre ospiti – mentì André, timoroso per la scarsa simpatia che correva fra Oscar e la Marchesa.
– Se siete qui per visitare il Conte di Canterbury – si inserì, con voce cortese e, al tempo stesso, decisa, Oscar – Sappiate che, dopo il commiato da Mademoiselle de Saint Quentin, è andato a riposare.
– Non importa – miagolò la Marchesa, trattenendo per un braccio la figlia che già si stava alzando – Aspetteremo!
André fece un sorriso rassegnato e si sedette su una poltrona, imitato, subito dopo, da Oscar.
– E' un vero peccato – gemette la Marchesa – che abbiate optato per una cerimonia nuziale così spartana e priva di festeggiamenti.
– Mia moglie non ama la mondanità – si affrettò a rispondere André per chiudere la questione – Avendola sperimentata a sazietà sin dalla prima adolescenza.
– Capisco, ma, sposandoVi in sordina, avete tolto a noi la possibilità di partecipare alla Vostra gioia e a Maurice Le Barde il piacere di declamare i suoi versi – ridacchiò la Marchesa.
– Il nostro beneamato poeta si è riappropriato di questo piacere a più riprese – tagliò corto Oscar.
Erano impegnati in questi botta e risposta quando il Tenente della Guardia Metropolitana parigina Henri Beauregard entrò a passi rapidi in salotto prima ancora di essere annunciato.
– Ma è inaudito! – esclamò la Marchesa.
– I soldati parigini quasi mai rispettano l'etichetta, Madame e pensate che il Tenente Beauregard è anche uno dei più compiti – le rispose Oscar, con un sorriso.
– Comandante, devo parlarVi con la massima urgenza – proruppe Henri Beauregard, con voce concitata.
– Signore, perdonatemi – disse Oscar, alzandosi e congedandosi con un inchino.
– Bene, Signor Conte – sospirò la Marchesa – Visto che il nostro caro malato sta riposando, la nostra presenza, qui, è superflua – e, dopo essersi congedata da André, si diresse verso la porta, seguita dalla figlia.
– Madre, già ce ne andiamo? – bisbigliò Geneviève.
– Il Conte di Canterbury riposa, Sir Percy Blakenay non si è visto e quel soldato non è nobile e non ci interessa.
– Avete visto, Madre? La sposa si è congedata da noi inchinandosi come un uomo e non come una donna!
– Se soltanto fossi stata meno schizzinosa…. – ringhiò la Marchesa.
Mentre le due dame andavano via, Henri Beauregard raccontò a Oscar e ad André le ragioni del suo arrivo a Lille e di quella poco convenzionale irruzione a palazzo.
– Comandante, Alain e altri undici soldati della Guardia Metropolitana si trovano rinchiusi nella prigione dell'Abbazia e stanno per essere fucilati!
– Come?! – esclamò Oscar.
– Hanno commesso un grave atto di insubordinazione mentre erano di guardia agli Stati Generali. Io non ero presente, perché, dopo la laurea, presto servizio esclusivamente come Ufficiale Medico, ma mi è stato raccontato che si sono rifiutati di sbarrare l'acceso in aula ai rappresentanti del terzo stato e che Alain avrebbe addirittura percosso e buttato giù dalle scale un Ufficiale!
Oscar e André scrutavano Hanri Beauregard pallidi e costernati.
– I lavori degli Stati Generali erano impantanati in un'irreversibile situazione di stallo – proseguì Henri Beauregard – perché il primo e il secondo stato volevano che si votasse per ordini mentre il terzo reclamava il voto capitario. Così, dopo sei settimane di inutili discussioni, i rappresentanti del terzo stato si sono autoproclamati Assemblea Nazionale, attribuendosi per conto proprio la competenza a legiferare in materia fiscale. Il Re, a quel punto, ha fatto chiudere la sala dove si svolgevano le riunioni, con la motivazione che occorreva eseguirvi dei lavori di ristrutturazione…. Che fosse soltanto un pretesto o che si trattasse di un reale impedimento al quale, però, non si è creduto, sta di fatto che i rappresentanti del terzo stato hanno iniziato a protestare…. A quel punto, si è inserito l'atto di insubordinazione dei miei commilitoni….
Oscar e André erano basiti, perché, pur essendo giunta loro qualche frammentaria notizia dalla capitale, non avevano idea della gravità della situazione.
– Adesso, saranno fucilati! Alain, per avere percosso e scaraventato giù dalle scale un Ufficiale, sarà addirittura fucilato nella schiena…. E pensare che tutto è avvenuto per niente, perché i rappresentanti del terzo stato, alla fine, si sono comunque riuniti in una vicina sala adibita al gioco della pallacorda e hanno giurato che non si sarebbero mai separati finché non avessero dato una costituzione alla Francia! A essi si sono aggiunti alcuni rappresentanti della nobiltà e del clero…. A Parigi, i disordini non si contano e si respira un clima da guerriglia urbana…. Le cose sono molto cambiate in poche settimane!
Oscar e André si guardarono, vergognandosi per essersi ritirati nella pace fittizia di Lille mentre, a Versailles e nella capitale, il mondo cadeva in frantumi.
– Tenente Beauregard, aspettateci qui – gli ingiunse Oscar, dopo avere scambiato un'occhiata di intesa con André – Torneremo nella capitale insieme a Voi, libereremo Alain e gli altri e valuteremo il da farsi.
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Tornarono a Versailles e a Palazzo Jarjayes, cavalcando come due furie, senza porre del tempo in mezzo, spinti dalla vergogna per essersi appartati in un'egoistica felicità e dall'ardente desiderio di smuovere il mondo pur di risolvere la situazione. Oscar era ben consapevole di essere stata liberata dagli sgherri del Duca d'Orléans anche grazie al contributo di Alain e degli altri soldati e non voleva lasciare alcunché di intentato per salvare le loro vite.
Il Generale li accolse pieno di felicità per il loro matrimonio, ma anche di preoccupazione per la piega presa dagli eventi. Non lo avevano mai visto così pessimista, ma, nonostante tutto, constatarono che il vecchio militare conservava inalterato il suo piglio altero e autorevole. Con poche, ma esaustive frasi, li informò dell'attività di spia svolta, negli ultimi mesi, dal Conte di Compiègne e dell'inqualificabile e ignominioso ricatto da questi perpetrato ai danni di Madame de Girodel che aveva portato al duello e al proditorio ferimento del Colonnello.
– Di conseguenza, Padre, con me a Lille e con il Colonnello de Girodel in convalescenza, chi comanda attualmente le Guardie Reali?
– Il Maggiore de Limours – rispose l'anziano Ufficiale.
– Quell'uomo non mi è mai piaciuto. Non mi fido di lui…. Ha un atteggiamento sfuggente ed è molto vicino al Duca d'Orléans…. Spero soltanto che il Capitano de Valmy sia riuscito ad arginare eventuali danni.
– Il Capitano de Valmy finisce oggi di scontare trenta giorni di arresti domiciliari per avere fatto da padrino nel duello – fece notare il Generale.
Oscar e André si guardarono sopraffatti dall'ansia.
– André, andiamo alla reggia – disse Oscar con voce sorda, dopo essere stata raggiunta da un violento attacco di tosse nervosa, come non le accadeva più da diverse settimane.
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Maria Antonietta guardava Oscar con disperazione muta, temperata soltanto dalla gioia procuratale dal riaverla accanto. Le ultime settimane, che per Oscar erano state fonte di gioia, a lei avevano portato un dolore atroce, scavandole il viso e indurendole l'anima. Con i lineamenti affilati dallo scalpello della magrezza, appariva, adesso, altera e teutonica, una sfinge silenziosa, percossa dai venti e dalle sabbie del deserto.
Nel riprendere servizio, Oscar si era recata negli appartamenti delle Sovrana per porgerle le condoglianze per la morte del Delfino che, il quattro di giugno, aveva smesso di soffrire ed era stato sepolto nell'indifferenza generale, con il denaro ricavato della vendita dell'argenteria di palazzo, tanto erano compromesse le finanze dello Stato. Maria Antonietta, di rimando, si era congratulata con Oscar per le recenti nozze e lei si era sentita profondamente in colpa, perché la gioia che provava contrastava con lo strazio dell'amica.
Malgrado tutto, la Sovrana non aveva perso la delicatezza d'animo che l'aveva sempre contraddistinta e aveva fatto servire a Oscar un'ottima cioccolata con una stecca di cannella da squagliarci dentro, perché sapeva che a lei piaceva tanto.
Oscar guardò la Regina e provò una profonda tristezza nel constatare quanto quelle poche settimane l'avessero cambiata. Era vestita a lutto e alcuni fili d'argento oltraggiavano prepotenti le chiome che, un tempo, erano state simili a un manto d'oro, venato di sfumature rosso fragola. Delle profonde occhiaie le solcavano il volto che, in gioventù, era stato sorridente e allegro e che, adesso, era smunto mentre lo sguardo era inquieto e, a tratti, duro. Anche la voce, per quanto fosse spesso rotta dalla commozione, era attraversata da un'intonazione di durezza asburgica che Oscar non le aveva mai notato prima. Ad acuirne lo stato di affaticamento, ci si era messa anche la depressione in cui era caduto il Re che aveva finito per spostare su di lei il peso non gradito di molte decisioni politiche. Mai come allora, la frivola e viziata Maria Antonietta le era apparsa simile ai ritratti dell'austera e inflessibile Maria Teresa. Non si vedevano da poco più di un mese, ma sembrava che fossero trascorsi dei secoli dal loro ultimo incontro.
La Regina rispose allo sguardo di Oscar con un sorriso carico di grazia straziata e, poggiando sul tavolino di legno smaltato la tazzina di porcellana di Sèvres decorata d'oro, le domandò:
– A cosa devo la Vostra visita, Madame Oscar? Non credo che Voi e il Conte di Lille abbiate interrotto la Vostra parentesi agreste al solo fine di formularmi le condoglianze.
– Il popolo è stremato dalla miseria, Maestà. Anni di crisi economica, di calamità naturali e di carestie hanno prostrato il regno, infliggendo privazioni e sofferenze ai soggetti più esposti e indifesi. Bisogna porre un rimedio a questa situazione prima che l'ordigno ci esploda in mano – disse Oscar, con voce accorata ed espressione decisa – Alcuni esponenti della borghesia e della stessa nobiltà stanno approfittando del malcontento e delle attuali difficoltà per mettersi in luce e cogliere le opportunità insite in tutti i rivolgimenti.
– Sono a conoscenza di tutto questo affannarsi intorno agli Stati Generali e dei maneggi di certi politicanti, desiderosi soltanto di emergere. Mio figlio è morto e pare che non importi a nessuno! – esclamò la Regina con un tono di voce disperato che nulla più aveva di duro.
– Maestà – rispose Oscar, con il cuore che le si stringeva nel petto – In tempi bui come questi, diminuisce anche il tempo per piangere i propri cari. Io so che il Vostro dolore è molto profondo, ma non siete l'unica ad avere delle pene atroci da soffocare. Vi rimangono altri due figli, nell'interesse dei quali dovete mantenere in pace il regno e ricondurlo alla prosperità. Voi siete, anzi, la madre di tutti i francesi e dovete alleviare le loro sofferenze! Il Principe Luigi Giuseppe avrebbe voluto questo…. Malgrado la malattia e la tenera età, aveva un forte senso dello Stato e avvertiva tutto il peso delle sue responsabilità!
A sentire nominare il figlio, gli occhi della Regina si riempirono di lacrime.
– Cosa mi consigliate di fare, Madame Oscar?
– In primo luogo, Maestà, dovete ritirare le milizie straniere o, perlomeno, ordinare loro di non puntare le armi sulla folla.
– Quello che mi chiedete è impossibile. Non si ritira l'esercito da una città sotto assedio. Il potere assoluto del Re deve essere ribadito con forza, perché gli proviene direttamente da Dio.
– Maestà, c'è un'altra cosa molto urgente che vorrei chiederVi. Dodici soldati della Guardia Metropolitana parigina, che, in passato, ebbi l'incarico di comandare, sono detenuti nella prigione dell'Abbazia e, presto, saranno giustiziati. Si sono ribellati all'ordine di non fare entrare i rappresentanti del terzo stato nella sala delle riunioni e sono stati arrestati. Hanno ecceduto nei modi, ma non meritano di morire! Sarebbe un grande atto di clemenza, da parte di Sua Maestà il Re, graziarli. Questo gesto apparirebbe come un importante segnale di distensione agli occhi del popolo.
– So quanto tenete ai Vostri uomini, Madame Oscar e, per questa faccenda, cercherò di aiutarVi, parlandone col Re. Compiere un atto di clemenza è cosa ben diversa dal cedere le armi e dal ritirare le truppe. Ogni buon Sovrano deve essere misericordioso.
– Vi ringrazio infinitamente, Maestà – disse Oscar, appoggiando, a sua volta, la tazzina sul tavolo.
Le due donne si guardarono. Erano entrambe molto diverse dalle due adolescenti caparbie e sole che si erano conosciute, diciannove anni prima, sull'isola davanti a Strasburgo al centro del Reno, ma l'affetto e la stima erano rimasti immutati.
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Nella sala degli appartamenti privati di Maria Antonietta antistante il boudoir, sedeva André, aspettando che Oscar terminasse la visita alla Sovrana. D'un tratto, l'uomo si alzò di scatto in piedi e si inchinò, perché vide entrare Luigi XVI.
Il Re, a seguito della morte del figlio e dell'aggravarsi della situazione politica, era caduto in un profondo stato di prostrazione emotiva e si recava spesso dalla moglie per cercarne il consiglio e il conforto. Aveva l'aspetto stanco e inquieto e i movimenti di lui erano nervosi e incerti.
Alcuni istanti dopo il suo arrivo, si accorse di non essere solo, si ricompose e, rivolgendosi ad André, gli disse:
– State comodo, Conte di Lille, alzateVi pure. In fin dei conti, sono soltanto il Vostro Re – e sorrise amaramente.
– Vi porgo le mie più sentite condoglianze, Maestà – rispose André, con espressione contrita.
– Vi ringrazio, Conte. Avreste fatto meglio a rimanere a Lille. Tristi giorni ci attendono qui.
– E' nel momento di maggiore difficoltà che occorre riscoprire tutta la nostra determinazione, Maestà – rispose accoratamente André.
– Siete nel giusto, Conte. Voi sareste dovuto nascere Re e io orologiaio.
– Voi avete governato per tanti anni con saggezza e giustizia, Maestà e, in questi giorni di grave pericolo, dovete fare appello anche alla forza.
– Può trovare la forza soltanto chi già ce l'ha – rispose il Re che, a causa dello stato di confusione e stanchezza in cui versava, si lasciava andare a confidenze che, normalmente, avrebbe evitato – Non sono un Monarca per il tempo di guerra.
– Le virtù si affinano e si corroborano nel tempo, Maestà. E' in questi frangenti che troviamo, dentro di noi, risorse inimmaginabili. Potreste fare grandi cose…. Io ho salvato la vita alla Regina ed ero un semplice popolano….
– Situazione che ho, infine, corretto, dandoVi anche la possibilità di sposare Oscar François de Jarjayes.
– E di questo non finirò mai di ringraziarVi e Vi sarò debitore in eterno…. Andate a Parigi, Maestà, parlate col Vostro popolo che Vi rispetta e Vi ama. Mostrate la Vostra tempra!
– E' tardi, ormai…. E' tardi…. Mio nonno non avrebbe fallito…. Ci sarebbe dovuto essere lui al mio posto… Lui o Luigi XIV…. Mio fratello maggiore non sarebbe mai dovuto morire…. Era un Delfino da tutti amato…. Avrebbe regnato con saggezza e magnificenza, avrebbe riportato la Francia ai fasti dell'antico splendore….
– Loro non ci sono, Maestà, ma Voi sì. Non Vi erano superiori. Semplicemente, sono morti e non possono più sbagliare né scontentare. Parlate al Vostro popolo, Maestà, non è troppo tardi!
Il Re guardò con gratitudine quell'uomo che, dai documenti della Parrocchia dove era stato battezzato, da lui consultati in occasione dell'assegnazione della Contea di Lille, risultava essere nato due giorni dopo di lui.
– Vi ringrazio, Conte di Lille. In altre circostanze, saremmo stati degli ottimi amici.
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Oscar e André erano seduti nell'ufficio di lei, intenti a scambiarsi le impressioni suscitate dalle rispettive conversazioni regali intrattenute quella mattina.
D'un tratto, Jean, l'attendente quattordicenne di Oscar, entrò nella stanza e annunciò la presenza del Colonnello de Girodel.
Quando il ragazzo fu uscito, André celiò:
– Oscar, sei incorreggibile, non hai perso tempo a sostituirmi!
– Volevi che ti riassumessi come attendente, nonostante tu sia un Conte e, particolare appena trascurabile, anche mio marito?
– Certamente! Rinuncio soltanto per non togliere il lavoro a Jean!
– Ah, ecco!
I due iniziarono a ridere allegramente e così li trovò Girodel, quando entrò.
– Comandante, Conte di Lille, ho un'ottima notizia! Il Re, persuaso dalle accorate parole pronunciate dalla Regina, ha concesso la grazia ai dodici soldati della Guardia Metropolitana parigina che erano stati condannati a morte! Un messo è già partito alla volta del carcere dell'Abbazia per ordinarne la scarcerazione!
– Ma è meraviglioso! – esclamarono, all'unisono, Oscar e André, guardandosi e sorridendo per la felicità.
Subito dopo, Oscar si rivolse al suo secondo e gli chiese:
– Voi come state, Colonnello?
– Adesso, sto bene, Comandante, Vi ringrazio. Ieri, ho tolto le bende e ho subito ripreso servizio. La spalla mi duole ancora un po', ma l'Archiatra ha detto che è normale. Mi biasimo molto per la mia avventatezza e ringrazio Dio per avermi protetto. Con una moglie e un figlio in arrivo, sarei dovuto essere più avveduto. Sapete, mio figlio nascerà a novembre!
Pronunciò queste ultime parole con un caloroso sorriso e con gli occhi che gli brillavano di gioia.
– Vi porgo le mie congratulazioni, Colonnello.
– Vi ringrazio, Comandante.
– Tornando nel mio ufficio dagli appartamenti della Regina, mi sono imbattuta in una Guardia Reale che non avevo mai visto prima. Si tratta di un uomo sui venti anni, coi capelli rossi e gli occhi castani.
– Deve essere Charles de Valenciennes, la nuova recluta arruolata sotto la supplenza del Maggiore de Limours.
– Quella nuova Guardia non mi è piaciuta. Ci ho scambiato poche parole, ma ha uno sguardo infido e mi è parso che ci sia dell'ostilità nel contegno di lui.
– Concordo con ogni Vostra parola, Comandante.
– Dobbiamo tenerlo d'occhio.
E' passato un mese dall'assedio del castello di Lille e dal duello che vide protagonisti il Colonnello de Girodel e il Conte di Compiègne e, come dice anche il titolo, Winter is coming….
Cosa accadrà, adesso?
La frase: "Mio figlio è morto e pare che non importi a nessuno!" fu realmente pronunciata da Maria Antonietta.
La frase: "Io so che il Vostro dolore è molto profondo, ma non siete l'unica ad avere delle pene atroci da soffocare", nella storia originale, fu rivolta da Alain a Oscar, dopo la morte di André.
La frase: "Non sono un Monarca per il tempo di guerra" è una parafrasi di un dialogo de "Il Padrino", quando Michael Corleone disse a Tom Hagen che non era un consigliere per il tempo di guerra.
