Siria amara

Il 5 febbraio 1799, un esercito di tredicimila uomini lasciò l'Egitto alla volta della Siria.

Oscar si unì ai soldati, fedele ai suoi propositi di portare a termine la missione, affidatale dalla Regina, di pedinare Bonaparte e di capire, una volta per tutte, cosa fosse successo ad André.

L'umore degli uomini, da quando, sei mesi prima, erano sbarcati in Egitto, era altalenante. Le lunghe marce nel deserto, inasprite dal clima torrido e funestate dalle sortite omicide dei combattenti nemici, avevano spesso portato alla disperazione i soldati, spingendoli, più di una volta, sull'orlo dell'ammutinamento. Le battaglie vinte, da cui erano conseguiti i bottini e le prospettive di futuri, ulteriori saccheggi, li avevano, invece, esaltati. Napoleone fronteggiava quegli opposti stati d'animo minacciando – e, talvolta, mettendo in atto – punizioni esemplari per scoraggiare i tentativi di ribellione e infervorando i cuori, con spirito patriotico e miraggi di arricchimento e di scalata sociale, quando le cose volgevano al meglio.

La marcia in Sinai e in Siria si rivelò subito foriera di patimenti e di difficoltà. Il caldo torrido fiaccava la resistenza di quei nordeuropei avvezzi a climi molto più miti. Il sole bruciava la pelle e abbacinava la vista mentre la sabbia irritava gli occhi di quei disgraziati e si insinuava nelle loro gole già riarse dalla sete, graffiandole crudelmente. L'acqua, così come i rifornimenti, scarseggiava e gli ufficiali superiori imponevano di usare le scorte con parsimonia. Il terreno sabbioso, nel quale affondavano gli stivali dei soldati, offriva una resistenza molto maggiore delle normali strade europee e le cose non miglioravano nelle rare occasioni in cui cadeva la pioggia, perché la sabbia si tramutava in fango, facendo sprofondare carriaggi e cammelli.

Napoleone si rese ben presto conto dell'impossibilità di trasportare l'artiglieria pesante per quei sentieri, dato che, con la sabbia o col fango, i cannoni sarebbero inesorabilmente affondati. Diede, quindi, ordine di imbarcarla, in modo da farla arrivare in Siria via mare.

Le truppe di Ahmad al-Jazzār, tristemente noto per la sua efferatezza (Jazzār, in arabo, vuol dire macellaio), compivano dei frequenti blitz, durante i quali mutilavano e uccidevano i soldati esausti che rimanevano indietro.

Oscar, in tutto ciò, si manteneva stoicamente in sella al cavallo, ma, data la sua costituzione esile, soffriva le avversità climatiche in modo molto accentuato. Ora, poi, che non viaggiava più in barca, ma via terra insieme all'Armata d'Oriente, avvertiva tutto il peso della campagna militare. Anni prima, aveva proclamato a gran voce di voler vivere da uomo, come un vero soldato e, finalmente, era stata esaudita. A sorreggerla, c'erano la naturale fierezza, il sollievo di sapere i figli e Bernadette al sicuro, in viaggio verso la Francia insieme al Conte di Fersen e la ferma determinazione di setacciare ogni singolo granello di sabbia finché non avesse ritrovato André, l'amore della sua vita. Malgrado il dolore fisico, la spossatezza, gli occhi che le bruciavano, la gola riarsa e l'incessante tormento psicologico dato dall'incertezza sulle sorti di André, trovava ancora la forza di compatire i soldati di fanteria che, a differenza di lei, neppure avevano un cavallo. Coglieva ogni occasione utile per indagare su ciò che era successo al marito, avvicinando i soldati e ponendo loro frequenti domande. Si era accorta che uno degli attendenti di Napoleone, lo stesso che aveva inseguito André ad Alessandria con l'ordine di farlo uccidere, era sempre molto a disagio quando lei gli si avvicinava e tentava di evitarla più che poteva. Si era riproposta, quindi, di approfondire la questione.

La maggior parte dei soldati non accettava la presenza di Oscar. Non sopportavano che fosse nobile, donna ed eccentrica. Si sentivano a disagio perché era diversa da tutte le altre persone e per le continue domande che poneva loro. Mal tolleravano che quella quarantenne balzana giocasse a fare la guerra, consumando le loro scorte di cibo e di acqua mentre loro pativano e crepavano per davvero in quella fornace di sabbia e di morte. Quando la vedevano, blateravano di giorno in giorno più forte e Alain, che si era accorto di tutto, tentava di distrarli e di spostare i loro discorsi su altri argomenti.

Il Generale Bonaparte era cupo e nervoso. L'annientamento della flotta francese nella baia di Abukir ad opera della Royal Navy, comandata dal Contrammiraglio Sir Horatio Nelson, aveva acceso una pesante ipoteca sulla buona riuscita della Campagna d'Egitto mentre il tradimento di Joséphine de Beauharnais gli straziava l'anima, rendendolo insicuro e disilluso sull'umanità e sul valore stesso della gloria. Al giovane ufficiale ambizioso e idealista, stava subentrando un tiranno dispotico, cinico e spietato.

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Versailles, febbraio 1799

La berlina tiro a quattro proveniente dal porto di Marsiglia oltrepassò i cancelli di Palazzo Jarjayes e si fermò di fronte all'ingresso principale.

– Signor Generale, sono arrivati! – avvisò Rosalie – Oh! Bernadette! Oh! Oh! Monsieur Honoré! Madamigella Antigone!

– Avete visto, Rosalie? – esclamò, sorridente, il Conte di Fersen, scendendo dalla carrozza – Ve la ho riportata sana e salva a casa, alla fine, Vostra figlia e anche i Signorini!

– Conte di Fersen, quanto Vi sono grata! – gemette Rosalie, con le mani a coppa davanti alla bocca – Vi sarò debitrice in eterno! Oh!

La donna salì le scale di marmo poste davanti al portone d'ingresso, portando all'interno i tre bambini.

Subito dopo, da quello stesso portone, salutato festosamente dai ragazzi, uscì il Generale de Jarjayes, sorridendo, raggiante, al Conte di Fesren.

– Conte di Fersen, Vi sono infinitamente grato per avere riportato a casa i miei nipoti! Ditemi, come sta mia figlia?

– Quando l'ho lasciata ad Alessandria, lo scorso gennaio, stava bene ed era in procinto di seguire il Generale Bonaparte in Siria.

– In Siria? – domandò, perplesso, il Generale de Jarjayes.

– In Siria, Signore – confermò il Conte di Fersen – Voleva continuare a pedinare il Generale Bonaparte per conto della Regina Maria Antonietta e anche raccogliere informazioni sulla sorte del marito.

– Cosa c'entra mio genero con la Siria? – chiese, sorpreso, il Generale de Jarjayes mentre i due uomini entravano a palazzo.

Dal salotto nel quale si erano accomodati, il Conte di Fersen raccontò, con dovizia di particolari, della sparizione di André, del ruolo in essa presumibilmente giocato da Napoleone, delle bugie e delle mezze verità di quest'ultimo, di come Oscar fosse stata mandata in giro, a vuoto, nell'Alto Egitto, per cinque mesi e tutte le altre cose apprese dai racconti della donna.

– Per farla breve – commentò, accigliato, il Generale de Jarjayes – Mio genero è sparito nel nulla e non si sa dove sia mentre mia figlia è in giro per la Siria appresso a un parvenu spietato e ambizioso. L'ho sempre detto che quell'uomo non mi piaceva!

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Tre giorni dopo la partenza, l'esercito arrivò ad al Arish, in Sinai, dove sorgeva una fortezza dalla quale il nemico teneva sotto tiro l'Armata d'Oriente, rendendo pericolosa e insicura la prosecuzione della marcia.

Napoleone capì subito che ci sarebbe stato uno scontro a fuoco. Quello che, invece, non comprese immediatamente fu che la vittoria non sarebbe stata rapida e, infatti, l'assedio si protrasse per undici giorni, dato che l'artiglieria pesante era stata imbarcata e i pochi cannoni che si era riusciti a trasportare via terra avevano una potenza di fuoco molto limitata. L'unico risultato fu quello di sprecare preziose munizioni e molta polvere da sparo. Fu necessario aspettare l'arrivo dei rinforzi per porre fine alle ostilità e, malgrado il forte fosse stato espugnato dai francesi, i turchi conseguirono il significativo vantaggio di rallentare l'invasione e di guadagnare tempo prezioso per rafforzare le loro difese.

Napoleone fece prigionieri duemila artiglieri nemici che rilasciò sulla parola, dopo aver fatto loro giurare che non avrebbero impugnato le armi contro i francesi per almeno due anni.

Il 3 marzo 1799, le truppe giunsero a Jaffa, una bella città sulle coste della Siria, circondata da alte torri e mura possenti. Trattandosi di uno dei centri mercantili più importanti della regione, la conquista del borgo era una tappa obbligata per il buon esito della campagna, senza contare che il porto avrebbe potuto dare rifugio alle navi francesi.

Napoleone inviò un soldato a parlamentare col Governatore della città, ma questi lo fece decapitare e, poi, ordinò che la testa del disgraziato fosse issata su una picca e sventolata sopra le mura.

In occasione di questo secondo assedio, la potenza di fuoco dell'esercito francese fu da subito maggiore, tanto che, dopo soli quattro giorni di cannoneggiamento, una delle torri crollò.

I messaggeri francesi che portarono in città l'ultimatum di Bonaparte furono arrestati, torturati, evirati e decapitati e le loro teste finirono impalate sulle mura. La reazione francese non tardò ad arrivare e fu spietata.

– Il Governatore della città sarà giustiziato e, per rappresaglia, concederò agli uomini due giorni e due notti di saccheggio illimitato! – tuonò Napoleone, con occhi dardeggianti e voce irosa.

– La gente comune non è responsabile delle decisioni criminali del Governatore – protestò Oscar – Gli abitanti di Jaffa non meritano di essere fatti a pezzi!

– E' la legge della guerra – ribatté, velenoso e sarcastico, Napoleone – e Voi che dite di essere un soldato, Generale de Jarjayes, ben dovreste saperlo.

– I soldati, più di chiunque altro, devono osservare un rigido codice d'onore – insistette Oscar, con lo sguardo fiammeggiante e il volto collerico.

– Nei giardini di Versailles, probabilmente – rispose, sprezzantemente, Bonaparte – ma, qui, si fa sul serio, Generale de Jarjayes.

L'alterco fu interrotto dal Capitano Eugène de Beauharnais, il sedicenne figlio del Visconte Alexandre e di Joséphine, che giunse sul posto, portando con sé centinaia di prigionieri musulmani.

– Si sono arresi a me, Signore e io ho dato loro la mia parola d'onore che sarebbero stati risparmiati.

– Merda, ragazzo, chi ti ha autorizzato? Hai dato qualcosa che non era nella tua disponibilità concedere!

– Ma Signore, ho promesso!

Napoleone passò in rassegna i prigionieri e, a un certo punto, trasalì dallo sdegno: la memoria prodigiosa di cui era dotato gli aveva fatto riconoscere, in quei volti, i prigionieri di al Arish che egli aveva rilasciato qualche giorno prima dietro giuramento di deporre le armi.

– Che siano giustiziati tutti, militari e civili!

– Ma Signore – supplicò Eugène de Beauharnais – Fra di loro, ci sono anche donne e bambini e io ho dato la mia parola!

– Non potevi farlo, Eugène e, affinché impari la lezione, sarai tu a comandare il plotone d'esecuzione!

– Generale Bonaparte – intervenne Oscar – Non potete fucilare i soldati prigionieri né, tantomeno, dei civili inermi! Tutto ciò è disumano e disonorevole!

– Hanno mancato alla parola data, Generale de Jarjayes! Sono loro che hanno macchiato il proprio onore e non certo io!

– Volete trucidare dei militari che hanno combattuto con fierezza e coraggio e che si sono legittimamente arresi a Voi! – insistette Oscar – Volete fucilare anche le loro mogli e i loro figli!

– Se lo meritano per le atrocità compiute contro i nostri messaggeri! Oltretutto, non so cosa farne. Non possiamo sfamarli, perché i viveri scarseggiano pure per noi. Non possiamo portarceli dietro, perché rallenterebbero la marcia e non possiamo destinare un distaccamento a trasferirli in Egitto, perché questo esercito è già esiguo e io non posso ridurlo ulteriormente. Se li lasciassi andare, riprenderebbero le armi contro di noi, come hanno già fatto una volta. Ucciderli è l'unica cosa logica da fare.

– Protesto! – urlò Oscar.

– E io me ne frego! – rispose, astioso, Napoleone – Qui, comando io, Generale de Jarjayes mentre Voi non avete alcuna autorità! Di più, neppure dovreste essere qui!

Con passo rapido e nervoso, Bonaparte si ritirò nella sua tenda.

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I prigionieri, in gran parte ottomani e albanesi, furono subito trasferiti sulla costa per essere giustiziati.

Il lugubre corteo serpeggiò lentamente fra le sabbie, scortato al macello dal plotone comandato da Eugène de Beauharnais che era pallido quasi quanto loro. Malgrado la moltitudine di persone – le fonti riportano un numero variabile fra i duemila e i quattromila prigionieri – sul posto, incombeva un silenzio innaturale, di quando in quando interrotto da singhiozzi strozzati, gemiti e qualche urlo. Uomini, donne e bambini furono ammassati vicino alla costa.

Il primo gruppo di condannati fu schierato davanti alla battigia, finché il silenzio fu interrotto dal sedicenne Eugène de Beauharnais che, con voce marziale, lievemente incrinata dalla commozione, squarciò l'aria gridando:

– Caricate, puntate, fuoco!

Il cigolio delle armi fu seguito dalla salva dei moschetti e il primo gruppo di condannati cadde a terra, accompagnato dal pianto soffocato di quelli che, ammassati, attendevano la loro ora.

L'operazione fu ripetuta più e più volte, con Eugène de Beauharnais sempre più pallido e Oscar, che aveva seguito il tragico convoglio, svuotata e impietrita.

Alain faceva parte del plotone d'esecuzione. Calde lacrime iniziarono a rigargli il volto senza che neanche se ne fosse accorto. Quello era l'ordine impartito dall'uomo che tanto ammirava? La guerra è guerra, continuava a ripetere a se stesso, non c'erano alternative, quella era l'unica cosa sensata da fare. Intanto, però, le lacrime, quasi munite di volontà propria, continuavano a colargli sulle gote, a sottolineare le ferite di una coscienza dilaniata.

Ben presto, il mare si tinse di rosso e sempre più corpi senza vita furono percossi dalle onde.

Alcuni disgraziati cercarono la salvezza fuggendo nel deserto, ma furono falciati dalla cavalleria, fatti a pezzi, trafitti e sventrati dalle baionette. Altri si gettarono in acqua e si allontanarono a nuoto, ma quelli che riuscirono a sfuggire agli spari cedettero alle onde e annegarono. I pochi vigorosi che raggiunsero gli scogli a largo furono riacciuffati dalle barche e finiti sul posto.

A un certo punto, giunse, correndo, un messaggero.

– Il Generale Bonaparte vi ordina di smettere di consumare proiettili e polvere da sparo! Scarseggiano e non potete sprecarli per loro!

– E come dovremmo fare, di grazia? – protestarono i soldati del plotone d'esecuzione.

– Arrangiatevi! – tagliò corto il messaggero.

– Montate le baionette sui moschetti! – ordinò, con voce sorda e arrochita, Eugène de Beauharnais.

I soldati smisero di sparare e iniziarono a caricare e a sventrare quei poveri infelici che istintivamente portavano avanti le mani per proteggersi e contorcevano i volti in spasimi di dolore.

L'aria assunse l'odore acre e dolciastro del sangue e le acque si riempirono di budella e di arti amputati.

Alain, a un cero punto, lasciò il suo posto, corse qualche passo più in là, si chinò in avanti e iniziò a vomitare. Oscar avrebbe voluto raggiungerlo, mettergli una mano su una spalla, sussurrargli una mezza parola di conforto, ma le gambe le rimasero conficcate nella rena, incapaci di rispondere agli ordini.

Dalla sua tenda, Napoleone ascoltò la salva dei moschetti, prima e le grida terribili dei condannati straziati dalle baionette, poi, ma nessun moto di pietà gli ammorbidì il cuore. Quella era l'unica cosa logica da fare, l'unica. Mentre udiva quei rumori di morte, la mente di lui era attraversata dalle immagini di Joséphine fra le braccia del suo amante, quel maledetto Hippolyte Charles, un Tenente degli Ussari bello, prestante, gioviale e dannatamente stupido. Gli occhi gli divennero spietati, il cuore assunse la consistenza di una pietra e iniziò a fantasticare che quelle urla provenissero dai due fedifraghi.

Contemporaneamente, dalla città di Jaffa, nella direzione opposta a quella della spiaggia, giungevano le urla disperate degli inermi cittadini derubati, stuprati e trucidati dai soldati, nel corso dei due giorni e delle due notti di saccheggio selvaggio.

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Ricevimento a Parigi, marzo 1799

Il gruppetto delle ragazze Bonaparte si animò di spensierata e giovanile crudeltà nel vedere la Viscontessa de Beauharnais incedere con grazia nel salone, circondata dai suoi amici, fra i quali spiccava il bel Tenente degli Ussari Hippolyte Charles.

– Questa è la volta che ci togliamo la vecchia di torno! – esclamò, gioiosa, Elisa, guardando ora Joséphine, ora Hippolyte Charles.

– Ma sì, che se ne vada lontana da nostro fratello quella svergognata! In un postribolo della Martinica, dovrebbe stare!

– Se ti sentisse nostra madre, Paolina! – intervenne, falsamente scandalizzata, Carolina.

– Perché, che ho detto? – protestò, imbronciata, Paolina che criticava gli altri, pur non essendo certo un modello di virtù – Non appena Napoleone avrà le prove del tradimento della vecchia con quel bellimbusto, la rispedirà difilato da quel cornuto del marito!

Joséphine de Beauharnais vide le tre sorelle Bonaparte e gli occhi le si accesero di fastidio. Si sforzò, tuttavia, di ignorarle e di passare oltre.

Non vi riuscì, perché le tre giovani si avvicinarono e, mentre un valletto passava accanto alla Viscontessa con un vassoio, Carolina lo urtò, facendo finire lo champagne contenuto nei calici sull'abito di Madame de Beauharnais.

– Oh!, Madame, sono desolata! – gemette Carolina, con voce lamentosa e sguardo trionfante.

– Lo avete fatto di proposito! – sbottò Joséphine de Beauharnais.

– Io? – rispose Carolina – Ma no!

– Forse, si può rimediare – cinguettò Paolina e, accostandosi, calpestò l'orlo dello strascico della Viscontessa che, nel muoversi, lo strappò.

Esasperata, la donna, la cui spontaneità creola, nei momenti di maggiore tensione, riaffiorava sempre, tirò uno schiaffo a Paolina, per, poi, pentirsene immediatamente.

Paolina Bonaparte corse via piangendo mentre i presenti si lasciavano andare a esclamazioni soffocate e Joséphine de Beauharnais si mordeva il labbro, consapevole di essere caduta nella trappola malgrado la sua pluriennale esperienza mondana.

Giuseppe e Luciano Bonaparte sogghignarono, felicissimi di avere rimediato dei nuovi argomenti per coprire di fango quella donna nelle missive da scrivere al fratello.

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Dopo la mattanza di Jaffa, l'Armata d'Oriente riprese la sua marcia verso San Giovanni d'Acri, una città costiera con un porto strategico per il controllo del Mediterraneo orientale. La conquista del borgo avrebbe rappresentato una pietra miliare nella prosecuzione della campagna alle volte di Gerusalemme e, in un secondo momento, dell'India.

All'inizio dell'assedio, Napoleone commise il suo secondo errore di valutazione, pronosticando che due settimane sarebbero state sufficienti a far capitolare la città. Ahmad al-Jazzār, però, aveva radunato nel borgo le sue migliori forze e tutti gli assediati, dal primo dei Generali all'ultimo dei civili, erano bene edotti della sorte degli abitanti di Jaffa, col risultato che la resistenza che opposero fu fra le più agguerrite.

I turchi, inoltre, ricevettero rinforzi dagli inglesi e il Commodoro Sir William Sidney Smith, con due navi della Royal Navy, la HMS Tiger e la HMS Teseo, riuscì a bloccare gli approvvigionamenti delle truppe francesi che rimasero a corto di viveri. Come se ciò non bastasse, le due navi intercettarono quelle francesi che trasportavano l'artiglieria pesante imbarcata in Egitto che, quindi, cambiò padrone.

Gli artiglieri inglesi disposero i cannoni catturati in posizione strategica sulla HMS Tiger e sulla HMS Teseo, in modo da bombardare la strada costiera che portava a Jaffa e le milizie francesi. L'Armata d'Oriente si trovò, così, non soltanto privata dell'artiglieria pesante, ma addirittura presa di mira dalla stessa, passata in mani nemiche, con la conseguenza che le vie dei rifornimenti furono ulteriormente tagliate e che molti attacchi francesi furono respinti.

Nonostante tutto, il Generale Bonaparte conservava intatta la speranza di aprire una breccia nelle possenti mura di San Giovanni d'Acri e di chiudere l'assedio.

Le disgrazie, però, non avevano cessato di flagellare le truppe francesi e una piaga orribile giunse presto, col volto della Nemesi delle vittime dell'assedio di Jaffa.

Sempre più soldati francesi caddero malati finché, un giorno, il Dottor Desgenettes, capo dei medici della spedizione, chiese a Napoleone di recarsi nell'ospedale di un vicino monastero armeno dove gli infermi erano stati trasportati.

– Guardate qui, Generale – disse il Dottor Desgenettes, indicando i bubboni lividi che spuntavano dal collo, dall'inguine e dalle ascelle dei malati.

– Ebbene? – domandò Napoleone, il cui volto si era, d'improvviso, rabbuiato.

– Peste.

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India del sud, Mysore, davanti alla città di Seringapatam, 4 maggio 1799

Arthur Wellesley, Colonnello del trentatreesimo fanteria dell'esercito di Sua Maestà Giorgio III, Re di Gran Bretagna e di Irlanda, scrutò pensieroso le mura diSeringapatam, la città fortezza del Sultano Fateḥ ʿAlī Tīpū, la Tigre del Mysore.

Dopo un mese esatto dall'inizio dell'assedio, era giunto il momento di sferrare l'assalto decisivo alla fortezza del Sultano. Se l'esito fosse stato favorevole, la capitale del Mysore sarebbe stata espugnata e Tipu, la più grossa spina nel fianco degli inglesi in India nonché fiero alleato dei francesi, sarebbe stato catturato o ucciso, ma, comunque, detronizzato e ridotto all'irrilevanza. In caso contrario, quello sarebbe stato il loro ultimo giorno sulla terra.

Arthur Wellesley non poteva nascondere una forte delusione. Il Generale George Harris, capo dell'esercito inglese in India nella quarta guerra anglo – mysore, non gli aveva affidato un ruolo di primo piano, ma soltanto il comando di una colonna di riserva. Le spiegazioni che il Generale Harris gli aveva dato – opportunità di mettere a capo della colonna di riserva un uomo equilibrato che tamponasse gli eventuali eccessi del Maggior Generale David Baird, valoroso soldato adatto a guidare l'assalto, ma, a volte, troppo avventato – erano convincenti e testimoniavano la grande stima che l'ufficiale aveva di lui, ma lo consolavano fino a un certo punto.

Non sarebbe stato certo comandando una colonna di riserva che avrebbe servito con onore la sua patria e conquistato prestigio e gloria.

Non sarebbe stato certo comandando una colonna di riserva che avrebbe convinto Lord Thomas Pakenham, secondo Conte di Longford, a dargli in sposa sua sorella Catherine.

Per Thomas Pakenham, egli era soltanto il figlio cadetto di un Conte irlandese morto pieno di debiti, il poco promettente fratello minore del secondo Conte di Mornington, Governatore dell'India nonché uno squattrinato Colonnello di fanteria. In poche parole, era il peggior partito che Thomas Pakenham potesse desiderare per sua sorella.

Sarebbe giunto il momento giusto anche per lui, quello in cui avrebbe servito il suo paese, coprendosi di gloria. Quello in cui sarebbe diventato degno di Kitty Pakenham.

Mentre era immerso in questi pensieri, la squadra dei disperati, guidata dal Sergente Grahm, giunse sotto le mura della città. Il Sergente conficcò il vessillo nelle zolle erbose e morì subito dopo, fulminato dalla salva dei proiettili nemici.

L'assedio diSeringapatam era iniziato.

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I soldati che avevano massacrato gli abitanti di Jaffa, nel corso dei due giorni e delle due notti di saccheggio, erano rimasti infettati dalle loro vittime e avevano contratto la peste.

Malgrado la stanchezza e la fame, Oscar aiutava gli ammalati come poteva e anche Alain, che, non avendo partecipato al saccheggio, non si era infettato, dedicava il poco tempo libero al trasporto e alla cura degli infermi, stando bene attento a non venire a contatto con gli umori purulenti che fuoriuscivano dai bubboni scoppiati.

Lo stesso Napoleone, che, fra i suoi difetti, non annoverava la vigliaccheria, trasportò la barella di un malato e si mise a fare visita agli infermi, assistendoli e confortandoli. Egli era convinto che vincere la peste, come ogni altra malattia, era questione di forza di volontà e che chi combatteva con il fermo proposito di guarire sopravviveva mentre chi si lasciava andare allo sconforto soccombeva.

Dopo la vittoria francese nella battaglia del Monte Tabor del 16 aprile 1799, ai primi di maggio, arrivarono rinforzi, viveri e cannoni sia via terra sia via mare e l'Armata d'Oriente poté tirare un sospiro di sollievo. Grazie a quegli aiuti, fu finalmente aperta una breccia nelle mura della città e Napoleone esultò, pensando di avere la vittoria in pugno.

Grande fu la delusione quando i francesi oltrepassarono la breccia e si avvidero che gli abitanti di San Giovanni d'Acri avevano innalzato una seconda cinta muraria più alta e massiccia della prima.

Fu chiaro, quindi, a Napoleone che le truppe, ormai stanche, affamate, lacere e decimate dalla peste, non avrebbero potuto proseguire oltre e, dopo due mesi, il 21 maggio 1799, l'assedio fu levato.

– Dobbiamo rientrare in Egitto al più presto, Dottor Desgennettes e non possiamo portare i malati di peste con noi. Molti di loro sono intrasportabili, quelli che possono camminare rallenterebbero la marcia e gli uni e gli altri infetterebbero i sani. Abbandonarli qui alla mercé dei turchi e della loro spietata vendetta sarebbe, d'altronde, pura crudeltà.

– E, quindi, Generale Bonaparte, cosa suggerite di fare?

– L'unica cosa umana e compassionevole.

– Cioè?

– Somministrate loro una dose massiccia di laudano e fateli morire senza sofferenze.

– Io sono un medico, Generale Bonaparte e le vite le salvo e non le spengo!

– Si tratterebbe dell'unico atto di misericordia possibile.

– E' fuori questione!

Fu così che Napoleone diede ordine di abbandonare gli appestati e i feriti nell'ospedale, dove subirono le sevizie dei turchi. Quelli che si reggevano in piedi seguirono i commilitoni come poterono, ma, chi prima chi dopo, caddero stremati a terra e i compagni, in lontananza, udirono le loro urla strazianti.

Quando si era, ormai, a due giorni di marcia da Alessandria, sull'imbrunire e le truppe erano accampate per la notte, Alain entrò nella tenda di Oscar.

– Comandante, dovete venire con me, una persona chiede di Voi.

Alain portò la donna di fronte al giaciglio dell'attendente di Napoleone che aveva seguito André ad Alessandria con l'ordine di ucciderlo e che, ora, era in punto di morte a causa della peste. Oscar si accorse subito delle condizioni disperate dell'uomo e, dubitando che fosse ancora cosciente, si rivolse ad Alain con aria interrogativa.

– Cosa vuole quest'uomo da me?

– Non lo so, Comandante, mi ha chiesto soltanto di mandarVi a chiamare.

L'uomo, udite le voci, aprì gli occhi e, non potendo emettere più di un sussurro, fece cenno a Oscar di accostarsi.

– Comandante, fate attenzione – disse Alain.

Oscar annuì.

– Generale de Jarjayes… – bisbigliò il moribondo – Ne ho fatte di cose discutibili nella vita, ma non voglio morire con questo peso sulla coscienza… Ho inseguito il Conte di Lille ad Alessandria con l'ordine di farlo assassinare… Ho dato l'incarico a un sicario del luogo…

– Come si chiama il sicario? – urlò Oscar mentre Alain le posava una mano sull'avambraccio per evitare che strattonasse il malato, infettandosi.

– Mohamed ibn Omar… aahh… aaahhh…

– Su ordine di chi? Parla! Su ordine di chi?

– Comandante, non respira, è morto.

– Appena giunti ad Alessandria, dovremo trovare questo Mohamed ibn Omar, a costo di mettere sotto sopra l'intera città!

– Sarà fatto, Comandante.

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India del sud, Mysore, città di Seringapatam, maggio 1799

Il Colonnello Arthur Wellesley guardava cupo le strade di Seringapatam, l'ex città fortezza del Sultano Fateḥ ʿAlī Tīpū, ora dominio inglese di cui era stato, quel giorno stesso, nominato Governatore.

La città era stata espugnata, Tipu era morto, combattendo oppure tradito da uno dei suoi e la Francia aveva perso il suo più potente alleato in India.

Doveva essere il giorno del trionfo, ma Arthur Wellesley non poteva nascondere sdegno e raccapriccio per lo spettacolo orribile e inverecondo che le vie della città gli offrivano.

Da uomo d'onore, alla fine dell'assedio, aveva comandato ai suoi soldati di circondare il palazzo del Sultano, al fine di evitare eventuali razzie inglesi. La stessa fortuna non era, invece, capitata alla gente comune, perché il Maggior Generale David Baird, ufficiale più alto in grado di lui che aveva guidato l'assedio della città, aveva concesso ai suoi uomini facoltà di saccheggio illimitate. "E' la legge della guerra", aveva opposto alle proteste del ventinovenne Colonnello Wellesley. David Baird, del resto, era un capacissimo, ma ruvido ufficiale scozzese e aveva un conto in sospeso con Tipu, essendo stato tenuto prigioniero, per due anni, nelle segrete di Seringapatam.

– D'ora in poi, chi sarà sorpreso a saccheggiare, uccidere o stuprare, qui o altrove, sarà impiccato sul posto – stabilì Arthur Wellesley – Sono stato chiaro?

– Sì, Signore – rispose l'ufficiale subalterno.

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L'ometto basso, col volto scavato da furetto e due baffoni scuri, camminava guardingo, mezz'ora dopo il tramonto, per i vicoli più poveri di Alessandria. D'un tratto, una mano lo afferrò con violenza per la tunica e lo sbatté, di spalle, contro il muro esterno di una casa. D'istinto, l'egiziano tirò fuori un pugnale dalla cintura e lo avrebbe di certo usato, se il suo aggressore non gli avesse torto il braccio, provocando la caduta a terra dell'arma.

– Abbiamo qualcosa da chiederti e tu ci risponderai – ingiunse Alain – O io ti romperò la testa!

Mohamed ibn Omar iniziò a balbettare frasi sconnesse nella sua lingua. Un soldato amico di Alain, che masticava qualche parola di arabo, si mise a fare da interprete.

– Dov'è il Conte di Lille? – tuonò Oscar mentre il soldato traduceva.

– Chi? – biascicò, atterrito, Mohamed.

– Il gentiluomo francese che dovevi assassinare a fine luglio dell'anno scorso! – replicò Oscar.

La mente di Mohamed fu attraversata da un lampo chiarificatore.

– Non l'ho ucciso, non l'ho ucciso! Giuro che non gli ho torto un capello!

– E allora che cosa ne hai fatto, miserabile! – lo incalzò Oscar.

– L'ho venduto allo Sfregiato del Mediterraneo…

– E chi è questo Sfregiato del Mediterraneo? – ringhiò Alain, col viso di un demonio – Parla, sciacallo rognoso, o ti farò a pezzi!

– Un contrabbandiere… Un contrabbandiere molto rispettabile e dabbene… Un vero principe misericordioso… Aahh! Aaahh! Pietà, nobili signori, pieta!

– E cosa ne ha fatto del Conte di Lille questo principe misericordioso? – ruggì Oscar.

– Non lo so, giuro che non lo so! Lui, di solito, fa la spola fra l'Europa e l'Africa per contrabbandare la sua merce…

– Credo che dica la verità, Alain – gemette Oscar – In Francia, però, André non è mai arrivato, perché il Conte di Fersen, a gennaio, non sapeva dove fosse. La cosa più logica, contattare mio padre per chiedere il riscatto, non è stata fatta… André potrebbe essere morto durante la traversata…

– Parla, stronzo! – lo incalzò Alain – L'hanno ucciso?!

– Giuro che non lo so, nobile signore, giuro che non lo so!

– E' sincero – sospirò Oscar, sconsolata – Nulla più sapremo da lui…

Alain spinse per la schiena Mohamed, gli assestò un calcio nel sedere e urlò:

– Vattene, sacco di vermi, ma sappi che, se ci hai nascosto anche una sola cosa, ti verrò a cercare!

L'egiziano si dileguò velocemente come un ratto nelle fogne mentre i membri di quella spedizione si guardavano fra loro.

– Non mi resta che tornare subito a Versailles, Alain. Tramite mio padre e le conoscenze che ho in marina, in polizia e nei servizi segreti, tenterò di saperne qualcosa di più su questo Sfregiato del Mediterraneo. Ora come ora, è l'unica cosa che posso fare.