Il fuoco dell'ambizione

Grenoble, inizio dell'estate del 1800

– Napoleone, la città di Avignone è capitolata! E' arrivato un corriere di Murat a comunicarcelo!

Giuseppe Bonaparte fece un'entusiastica irruzione nella camera da letto del fratello e grande fu lo stupore dell'uomo nel constatare che questi non era solo.

– Madame de Beauharnais, cosa fate Voi qui? – domandò il maggiore dei fratelli Bonaparte, con volto teso e voce divenuta improvvisamente stridula – E, poi, non siete in condizioni di decoro! – aggiunse, scrutando con disapprovazione la bella Viscontessa avvolta, con finto imbarazzo, nel lenzuolo del letto del Generale.

Il tentativo disperato di riconciliazione, esperito da Joséphine de Beauharnais la sera prima, era andato a buon fine e, adesso, Napoleone era nuovamente soggiogato dal fascino della seducente creola.

– Giuseppe, rivolgiti con maggiore rispetto alla Viscontessa e non startene lì impalato a fissarci! Un gentiluomo non dovrebbe accrescere l'imbarazzo di una Signora! – ribatté Napoleone, in piedi a fianco del letto, con indosso una veste da camera verde scuro.

Giuseppe Bonaparte avrebbe voluto ribattere che non scorgeva imbarazzo né vedeva signore, ma si trattenne per quieto vivere e per non smorzare l'euforia della vittoria. Gli bruciava, però, che, dopo tutti gli sforzi che la famiglia aveva compiuto per fare pedinare quella donna, raccogliere le prove della vita dissipata e peccaminosa che conduceva e distruggerla agli occhi di Napoleone, le fosse bastata una manciata di ore per riconquistare il vantaggio e nullificare il lavoro svolto.

– Suvvia – insistette Napoleone – spostiamoci nello studio e diamo modo alla Viscontessa di rinfrescarsi.

Napoleone fece entrare il fratello in una stanza esagonale di medie dimensioni, molto ben illuminata e si sistemò davanti alla finestra che si apriva sul lato opposto alla porta. La sfuriata del maggiore dei Bonaparte non tardò ad arrivare.

– Napoleone! – sbottò Giuseppe, non riuscendo più a trattenersi malgrado i buoni propositi di poco prima – Quella donna è una cortigiana, una poco di buono e te l'abbiamo ampiamente dimostrato. Mentre tu combattevi e pativi innumerevoli privazioni in Egitto per innalzare il nome dei Bonaparte e colmarlo di gloria, lei si trastullava a Parigi, concedendosi a Charles Hippolyte, a Barras e a molti altri!

– E' acqua passata, Giuseppe, ci siamo chiariti – rispose Napoleone, guardando, con aria indecifrabile, il giardino oltre la finestra – Nessuno dei due è esente da colpe, ma lei mi ha giurato fedeltà incondizionata da questo momento in poi e io intendo crederle.

– Ma è sposata! Stai investendo le tue aspettative in una storia senza futuro!

– I matrimoni si possono annullare.

– E intenderesti far sedere quella donna accanto a nostra madre e alle nostre sorelle?!

– Se mi amano, ameranno anche lei e smettila di chiamarla "quella donna"!

– E' più vecchia di te, non può darti dei figli…

– Non vedo perché no, dato che ne ha già avuti due in buona salute, ma questo è un discorso prematuro ed è inutile affrontarlo. Accennavi alla presa di Avignone.

– Sì – disse Giuseppe Bonaparte, mutando espressione e tono di voce – La città è caduta alle prime luci dell'alba e, adesso, è nelle nostre mani. I soldati del Re nulla hanno potuto contro l'Armata d'Oriente. I civili sono rimasti chiusi nelle loro case e sono stati risparmiati. Non ci sono stati saccheggi e violenze e le perdite hanno colpito soltanto i soldati.

– Bene! – esclamò Napoleone – E' fondamentale che i francesi non ci percepiscano come dei nemici, ma come liberatori dal giogo dei Borboni. Ora che il Re è stato rapito, la reggenza della madre non durerà in eterno e io intendo colmare questo vuoto di potere, ma, per farlo, avrò bisogno del consenso popolare e, di conseguenza, di una reputazione immacolata. Chiunque sarà sorpreso nell'atto di uccidere, stuprare o saccheggiare sarà impiccato sul posto. Sottolineo "impiccato", perché le munizioni costano e i proiettili non vanno sprecati per fucilare la feccia.

– Sarà fatto – assicurò Giuseppe – A proposito, Murat ha segnalato l'ottimo operato del sottotenente de Soisson. Grazie a lui, l'assedio si è concluso in poco tempo e con pochissimo spargimento di sangue. Il sottotenente si sta anche prodigando affinché i civili e le loro proprietà siano salvaguardati.

– Da questo momento in poi, il sottotenente de Soisson è promosso Tenente e molta altra strada farà, se si comporterà come si deve.

Sollevò le mani dal davanzale e si voltò di scatto, inchiodando il fratello coi suoi occhi saettanti e indagatori.

– Tolone e Marsiglia erano già nostre e, ora, abbiamo anche Avignone. Seguiranno Nimes, Montpellier, Tolosa… Il sud della Francia ha un'importanza strategica fondamentale per controllare il Mediterraneo e per invadere la Spagna… Attaccare subito la Francia del nord, invece, sarebbe un errore, dopo la sconfitta subita a Versailles. Mi sposterò in Italia, dove ho già combattuto per il Re. Questa volta, però, conquisterò terre per me e per me soltanto. Conoscendo i luoghi, gli usi e il clima, sarà facile vincere una seconda volta. Con il sud della Francia, la Spagna e il Regno di Sardegna nelle mie mani, la Francia del nord sarà accerchiata e capitolerà. Contemporaneamente, dal nord dell'Italia, potrò mettere in scacco l'Austria, il Papato e il Regno delle due Sicilie.

– Sono dei progetti molto ambiziosi, ma sicuramente alla tua portata! – esclamò Giuseppe Bonaparte, mosso da sincera ammirazione e da grande affetto per il fratello minore.

– Il Re è stato tradotto nel luogo della sua detenzione? – chiese Napoleone, felice dell'elogio, ma sforzandosi di darsi un contegno.

– Certamente!

– Bene, Giuseppe, vai ad avvisare lo Stato Maggiore dell'esercito della seconda Campagna d'Italia.

Dopo che il fratello ebbe lasciato lo studio, Napoleone fece ritorno in camera da letto, dove lo attendeva Joséphine che, nel frattempo, si era vestita e acconciata. La donna sembrava allegra e felice, per nulla turbata o in collera per le parole di Giuseppe Bonaparte.

– Cara Joséphine, ti comunico che partirò presto per l'Italia.

– Splendido, Bonaparte, mi porterai con te?

– E' fuori questione – rispose lui con allegria, contento come un bambino che lei avesse espresso il desiderio di seguirlo – Una donna distrarrebbe le truppe, una bella donna le distrarrebbe mille volte di più e tu le ubriacheresti, ma ti prometto sin da ora che, quando avrò conquistato il Regno d'Italia, tu sarai la prima dama di Torino.

– Ne sono lusingata! – trillò lei, con la sua voce gaia e argentina, ben felice che l'improbabile proposta di seguirlo nella campagna militare l'avesse di tanto elevata nella considerazione di lui senza esporla ad alcun effettivo disagio.

– Joséphine…

– Sì?

– Ho un incarico per te?

– Ebbene?

– Torna a Parigi. Lì, sarai i miei occhi e le mie orecchie. Con le conoscenze che hai e con i salotti che frequenti, ti sarà facile carpire informazioni… Ma bada…

– Cosa?

– Se mi tradirai un'altra volta, fra di noi, sarà finita per sempre.

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– Avignone è caduta, Padre! Mi è giunta la notizia questa mattina… e non è tutto… – disse Oscar al Generale, al suo rientro a Palazzo Jarjayes.

– Lo so, Oscar, la notizia ha raggiunto anche me mentre mi trovavo presso il mio reggimento – rispose l'anziano militare, pensieroso e accigliato.

L'età aveva scavato solchi profondi sul viso e sulle mani del nobiluomo, ma non ne aveva fiaccato lo spirito. Mai si sarebbe immaginato di trascorrere l'ultima fase della sua vita combattendo rivoluzionari radicali e rincorrendo, per mezza Europa, Generali impazziti col culto smisurato della propria personalità, ma le sfide, per natura, anziché spaventarlo, lo agguerrivano.

– L'Armata d'Oriente si sta dirigendo verso Tolosa che, quasi sicuramente, sarà espugnata, così come Avignone, Tolone e Marsiglia prima di essa – proseguì Oscar – ma l'aspetto più inquietante dell'intera faccenda è che, stando a ciò che mi riferiscono le spie, Bonaparte intende usare il sud della Francia come base d'appoggio per invadere la Spagna.

– C'era da aspettarselo – chiosò il Generale de Jarjayes.

– Sempre dai servizi segreti, che hanno piazzato alcuni loro agenti, travestiti da servitori, nella casa di Grenoble che Bonaparte crede di occupare di nascosto, ho appreso che egli sarebbe in procinto di intraprendere una seconda campagna in Italia, per tenere sotto scacco l'Austria, il Vaticano e il Regno delle due Sicilie. La Spagna, il Regno di Sardegna e l'Austria sono attualmente nostre avversarie, ma, se saranno sconfitte e inglobate da Bonaparte, la Francia sarà circondata da un unico, grande nemico.

– Guidato da un pazzo – commentò il Generale.

– Esattamente – fece eco Oscar – L'esercito di quest'uomo è estremamente veloce e agile negli spostamenti e utilizza tecniche innovative ed efficaci, ma la cosa sconcertante è il modo in cui egli si presenta: ha dato ordine alle truppe di distribuire viveri ai civili, di non vessarli e, con l'oratoria che lo contraddistingue, si propone come il liberatore dei popoli dal giogo della tirannide anziché come il despota che effettivamente è. La gente comune, stremata dalle carestie e dalle guerre, ci crede e lo acclama. E' incredibile come le truppe di Bonaparte si ingrossino ogni giorno di più di nuove leve: contadini, artigiani rimasti senza lavoro e tanti altri disperati attratti dalla prospettiva di una paga regolare e di ricchi bottini. Io, che l'ho visto in azione, so, invece, come tratta i soldati, i prigionieri e finanche i civili… Come pedine di una scacchiera, mere voci di un bilancio che deve quadrare per forza e, all'occorrenza, addirittura come carne da macello…

– Tutte queste cose mi sono tristemente note, Oscar ed è proprio per questo che Bouillé sta per partire per il sud della Francia e io per l'Italia. Tenterò di trattare la pace con il Re di Sardegna, offrendogli il sostegno del mio reggimento contro il nemico comune.

– Ma Padre! Non è prudente! Voi siete… – si trattenne per un soffio.

– Un ferro vecchio? Può darsi, ma la Francia, attualmente, ha soltanto ferri vecchi come me di cui potersi fidare.

Oscar arrossì, comprendendo di avere umiliato l'orgoglio paterno e, nell'impossibilità di rimediare, cambiò rapidamente argomento:

– Del Re, invece, nulla si sa. C'è chi sostiene che è stato deportato in America, chi dice di avere udito delle grida di aiuto provenire da un castello in Borgogna e chi afferma di avere visto un giovane, col volto coperto da un maschera di ferro, dentro una carrozza che si aggirava per le vie di Chartres…

– Guardati principalmente da una persona, Oscar…

– Da chi?

– Da quella dama dai non irreprensibili costumi, quella Madame de Beauharnais… Ah, se fosse stata una delle mie figlie! I miei informatori affermano che è stata ospite nella casa di Grenoble dove si nasconde Bonaparte. E' facile che sia una spia di quel rinnegato.

Oscar annuì alle parole del padre e si rabbuiò, perché sapeva bene che Joséphine de Beauharnais non era soltanto una spia, ma anche una languida e pericolosa sirena che aveva adocchiato André e il solo sentirla nominare la riempiva di collera.

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Versailles, metà luglio del 1800

Oscar e André passeggiavano per la boscaglia che circondava la tenuta di Palazzo Jarjayes, discutendo delle ultime novità. In sottofondo, si udivano le voci argentine dei bambini, intenti a raccogliere more e a fare confusione. I beagles accompagnavano la comitiva, annusando ovunque e segnalando la presenza di ogni forma di vita con i loro abbai.

– Tuo padre è al corrente che Bonaparte dispone del tesoro dei Cavalieri di Malta e del bottino di guerra razziato in Egitto e in Siria e mai restituito?

– Certamente, gli ho riferito questi fatti.

– Ma perché colpisci quella felce col bastone? Non ti ha fatto niente… – protestò, in lontananza, una voce infantile.

– Honoré, fammi il favore, stai zitto!

– Antigone, sii più educata con tuo fratello! – ingiunse André alla bambina.

Poi, rivolto a Oscar, proseguì:

– Mi stavi accennando un'altra cosa.

– Sì – confermò la donna, facendosi scura in volto – Tempo fa, mio padre mi ha esortata a guardarmi da Madame de Beauharnais, affermando che è sicuramente una spia di Bonaparte… Antigone, prima di allungare le mani sui rovi, percuoti i rami col bastone, te l'ho detto mille volte! – ordinò alla figlia, riversando in quell'urlo il malumore indotto dal pensiero della bella creola – Bernadette, che è mille volte più giudiziosa di te, lo sta facendo da ore!

Lupus in fabula… – mormorò, guardando verso il sentiero, André, conscio dell'idiosincrasia che la moglie avvertiva per la graziosa Viscontessa.

Annunciata dai latrati dei cani, un'esile figura in tenuta da amazzone cavalcò in quella direzione, fermandosi a pochi passi di distanza da loro. Reggendosi elegantemente in equilibrio sulla sella, la signora si rivolse ai presenti con voce gaia e seducente mentre il vento le scompigliava i capelli castani che ondeggiavano in morbidi riccioli sul velluto nero della giacca.

– Generale de Jarjayes, Conte di Lille, che piacere incontrarVi!

– Il piacere è nostro, Madame de Beauharnais – rispose, con un lieve inchino, André mentre Oscar rivolgeva alla nuova arrivata un cenno del capo.

– E' una bella giornata per cogliere le more! – esclamò la Viscontessa, fissando lo sguardo sui cestini di vimini e sulle mani graffiate dei bambini – Sarete anche Voi al ricevimento del Duca di Nancy, vero? – chiese loro, con un amabile sorriso a labbra socchiuse che ne evidenziò le fossette.

– Abbiamo ricevuto l'invito – disse André.

– Ne sono lieta, daremo vita a una piacevolissima comitiva! Adesso, però sono costretta a salutarVi altrimenti i miei figli penseranno che sono stata rapita dai briganti!

– Buona giornata, Madame – la salutò André, tentando di coprire la freddezza della moglie che si ostinava a rimanere in silenzio.

– Poveri briganti! – ringhiò, infine, la donna, dopo che la bella creola si fu sufficientemente allontanata.

– Non essere ingiusta, Oscar. Si tratta di una dama dal passato complicato e dalle incerte fortune che non ha avuto le opportunità di tanti altri. E' lontana dalla sua terra d'origine e il marito la disprezza…

– Ma ha trovato in te un validissimo difensore – sbottò Oscar, voltandogli le spalle – Bambini, si torna a casa, i cestini sono già colmi di more, lasciatene qualcuna agli uccelli!

Diresse il passo verso di loro, piantando in asso André che non sapeva se sentirsi lusingato o infastidito da quell'irrazionale manifestazione di gelosia.

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Il grande salone dei ricevimenti di Palazzo Nancy scintillava di luci e risuonava di ottima musica e del chiacchierio degli invitati.

– Da una parte, ci siamo noi e, dall'altra, ci sono Paolina Bonaparte e la Viscontessa de Beauharnais. Il Duca di Nancy non si fa mancare proprio nulla – ironizzò Oscar, sottolineando il variegato assortimento degli invitati.

– E, da un'altra parte, c'è chi non sta da nessuna parte – celiò Girodel, alludendo alla presenza in sala di Talleyrand.

– Il Duca aspetta gli sviluppi e, intanto, sta a guardare – osservò André – In attesa di schierarsi dalla parte del vincitore, si tiene buone tutte le fazioni.

Joséphine de Beauharnais, intanto, sorrideva a questo e a quello, arrossiva, abbassava le palpebre languidamente e, poi, le risollevava con brio. Elogiava le dame, lusingava i cavalieri, era complice coi giovani e rispettosa con gli anziani e, nel frattempo, occhieggiava pericolosamente in direzione di André. Stava, però, bene attenta a non compromettersi in pubblico con alcuno, memore degli ammonimenti di Napoleone.

A un certo punto, Paolina Bonaparte, non meno ammirata e sicuramente più giovane e bella in senso classico, le si accostò in compagnia di una schiera di amiche e, quando fu abbastanza vicina da essere udita, ridacchiò:

– Proprio non capisco perché alcune persone si ostinino a ridere a labbra serrate o con un ventaglio davanti alla bocca. In fin dei conti, non è certo un crimine avere i denti storti!

– Neppure sono crimini il malanimo e l'invidia – ribatté, con voce altrettanto udibile, la Viscontessa, rivolgendosi a una sua amica – Ma dovrebbero renderli tali.

– Con la circostanza attenuante dell'assoluta impudicizia della "vittima" – sibilò la giovane sorella di Napoleone, dismettendo lo schermo delle amiche e parlando direttamente a Madame de Beauharnais.

– Non mi risulta che siate stata proposta per un processo di beatificazione – rispose la Viscontessa, alludendo alla scandalosa licenziosità della Signorina Bonaparte.

– Io, almeno, sono giovane e non una mummia accasata! – protestò la ragazza – Non mi parlereste così, se ci fosse mio fratello!

– Vostro fratello avrebbe dovuto assestarvi due solenni schiaffoni a tempo debito – ribatté Madame de Beauharnais – Ormai, siete adulta e il danno è fatto…

– Suvvia, Signore! – intervenne la Duchessa di Nancy per placare gli animi – La sala è grande e la vita è breve. Non sprechiamo la seconda e sfruttiamo le opportunità della prima!

– Avete ragione, Duchessa – cinguettò la ragazza Bonaparte – Intendo seguire i Vostri consigli. Chiederò al Tenente Charles Hippolyte di invitarmi a danzare.

Se ne andò via, lasciandosi alle spalle Joséphine de Beauharnais che la guardò raggiungere il centro della sala al braccio dell'ex amante che, per ordine tassativo di Napoleone, non poteva più avvicinare.

– Ma che bella scena madre! Sarà questo il nuovo che avanza? – sussurrò, divertito, Talleyrand al gruppo dei Jarjayes e dei Girodel.

Non appena il Vescovo zoppo si fu allontanato, il Generale de Girodel, con voce abbastanza alta da farsi udire dalla Viscontessa, domandò a Oscar:

– Comandante, il Generale Vostro Padre è già arrivato nel Regno di Sardegna?

– Non ancora, Generale de Girodel – rispose Oscar – Vi giungerà nel mese di settembre.

Il Generale de Jarjayes avrebbe raggiunto Torino ad agosto, ma quella falsa notizia fu servita alla probabile spia affinché la riferisse al suo mandante.

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L'ora era tarda e il caldo soffocante.

Vestito di nero per confondersi col buio, felino nell'incedere per non infrangere il silenzio, l'uomo era deciso ad andare fino in fondo.

Una spietata determinazione era scolpita nei freddi occhi grigi di lui, duri come il marmo.

Si nascose dietro una tenda, attendendo il momento opportuno.

Introdursi in quelle stanze era stato relativamente semplice, grazie alla copia delle chiavi che si era procurato e al favore delle tenebre. I servitori dormivano, la casa era immersa nella quiete ed egli aspettava la sua preda, come un ragno al centro della tela.

Dopo una decina di minuti, vide la sua vittima entrare nella stanza, con in mano una bugia contenente un mozzicone di candela acceso.

E' di spalle! Ora o mai più! – pensò l'uomo mentre si avvicinava alla preda, brandendo qualcosa di poco rassicurante con la mano nascosta sotto il mantello.

Quando si fu avvicinato al punto da udire nitidamente il respiro della vittima e da illuminare i propri fluenti capelli castani col tenue bagliore della fiamma, sollevò il braccio destro e affondò il pugnale. Un gemito di dolore seguì la ferita, il corpo stramazzò al suolo e, con esso, anche il mozzicone di candela che, al contatto col pavimento, si spense e, poi, il silenzio si rimpossessò della notte.

Il Conte di Compiègne si chinò, constatò l'assenza di respiro e di battito cardiaco e sgusciò via come un gatto.