Il viaggio della sposa

Austria, Sankt Pölten, 13 marzo 1810

Dato l'addio all'adorato padre, ai fratelli e alla corte imperiale, l'Arciduchessa Maria Luisa salì sulla carrozza nella quale avrebbe trascorso le prossime due settimane e che l'avrebbe condotta in Francia, verso il nuovo destino di Regina consorte.

Preso posto nell'abitacolo, con l'aiuto delle dame, si sistemò l'abito da viaggio di velluto rosso con ricami dorati che la faceva apparire importante, ma non bella. Nessun vestito o monile, del resto, avrebbe avuto quel potere. Al viso allungato e al labbro inferiore turgido, tipici degli Asburgo, si accompagnavano due occhi grandi e sporgenti, sottolineati, sopra, da sopracciglia eccessivamente oblique e, sotto, da antiestetici rigonfiamenti già marcati malgrado la giovane età. La pelle chiarissima era spruzzata di numerose efelidi fra le quali spuntavano alcune macchie lievemente più scure: lentiggini un poco più accentuate o, forse, piccoli nei. La timidezza che, sin dall'infanzia, l'accompagnava non l'avrebbe mai aiutata a valorizzare l'aspetto e il portamento. Ci sono donne che, pur non essendo bellissime, suppliscono col carattere, la disinvoltura e la sicurezza, arrivando ad apparire interessanti e, a volte, addirittura piacenti. Non era questo il caso della diciottenne Arciduchessa. Era, però, affettuosa e docilissima e ciò la rendeva gradita ai più.

Memore del suo arrivo in Francia e del trauma della rémise, quando si era vista improvvisamente abbandonata dal suo seguito e lasciata sola nel settore neutrale del padiglione, in attesa che le porte di quello francese si aprissero, Maria Antonietta, per la futura nuora, aveva organizzato le cose in modo diverso, col consenso della corte austriaca.

Innanzitutto, non c'era stato un matrimonio per procura nella Chiesa di Sant'Agostino, nel palazzo imperiale della Hofburg. Le nozze sarebbero state celebrate a Versailles, nella Cappella di San Luigi, con entrambi gli sposi presenti, per conferire all'evento un tratto più caloroso e umano.

La cerimonia della rémise, poi, non avrebbe avuto luogo o, perlomeno, avrebbe mutato forma. Maria Luisa non sarebbe stata spogliata dei suoi vestiti e abbandonata dal suo seguito, ma avrebbe raggiunto la reggia di Versailles abbigliata all'austriaca e scortata dai suoi accompagnatori che sarebbero tornati in patria subito dopo le nozze.

Insicura e perennemente alla ricerca di protezione e di conferme affettive, la giovane Arciduchessa era molto grata alla futura suocera per le premure usatele. Oltre a ciò, sapere che Maria Antonietta era una prozia la portava a pensare che, nella sua nuova casa, avrebbe trovato un pezzo di quella famiglia alla quale era molto affezionata e che, con grande dolore, aveva dovuto abbandonare.

Maria Luisa era, purtroppo, abituata alle separazioni. Aveva avuto un'infanzia serena e felice, ma, successivamente, le offensive condotte da Bonaparte contro l'Austria avevano obbligato la famiglia imperiale e la corte ad abbandonare Vienna e a riparare, per ben due volte, a est. La prima invasione era avvenuta nel 1805 e gli Asburgo erano stati costretti a emigrare a Ofen, in Ungheria e, da lì, a Kosice, sempre in Ungheria e, poi, a Cracovia, in Polonia. Nel 1809, l'avanzata del tiranno aveva determinato una nuova fuga della famiglia imperiale a Ofen che, poi, era proseguita a Eger e, infine, di nuovo a Ofen, quando la situazione si era un po' normalizzata. Stipulato il trattato di Schönbrunn, Napoleone era rientrato a Milano, restituendo Vienna ai legittimi proprietari. Ciò aveva consentito all'Imperatore Francesco I di tornare nella sua capitale, lasciando, però, per prudenza, i familiari a Ofen. Da lì, Maria Luisa era rientrata a Vienna poco prima della partenza per la sua nuova patria.

– Desiderate che Vi legga qualcosa, Altezza Imperiale?

La giovane pose fine ai suoi ricordi e aprì gli occhi, dirigendoli verso colei che le aveva rivolto la parola.

Di cinque anni più anziana di Maria Luisa, la figlia del Duca von König aveva capelli nerissimi, folti e ondulati e due occhi di smeraldo così ben tagliati e intelligenti da fare apparire quelli dell'Arciduchessa ancora più brutti di quanto non fossero. Lo stesso valeva per l'incarnato, puro e senza efelidi, per i tratti del viso, aristocratici e delicati e per le linee del corpo, molto proporzionate. Malgrado le differenze fisiche fossero tutte a vantaggio della Duchessina von König, Maria Luisa non provava animosità verso di lei.

Membro minore della famiglia imperiale e cugino di secondo grado dell'Imperatore, il Duca von König era un aristocratico di antichissimo e nobilissimo lignaggio, ma di sostanze, ormai, non più floride. Nonostante ciò, aveva avviato i figli maschi a prestigiose carriere militari o ecclesiastiche e sistemato l'unica femmina a corte, come dama di compagnia dell'Arciduchessa Maria Luisa. Le due ragazze si conoscevano praticamente da sempre e si consideravano sorelle più che lontane cugine.

– Oh, sì, Edelweiss, Ve ne prego! Leggetemi l'Atala di Chateaubriand!

§§§§§§§§

Versailles, 13 marzo 1810

Grazie a una mattinata piacevolmente tiepida, timido preludio di primavera, nella terrazza antistante l'ingresso della reggia, si era radunata una discreta folla di cortigiani, per l'ultimo ritrovo prima della partenza del giorno dopo alla volta di Strasburgo.

C'erano i figli di Oscar: Honoré, nella sua candida uniforme di Capitano delle Guardie Reali che, otto giorni dopo, avrebbe compiuto vent'anni e Antigone, splendida, vivace e arguta diciannovenne che non conosceva modestia né paura.

C'era Bernadette che affiancava il giovane Antoine Laurent de Lavoisier, al quale procurava ogni tanto inviti alla reggia. Lei era teneramente innamorata di lui che la ricambiava sinceramente, ma in silenzio, perché l'intransigente opposizione materna gli aveva impedito di dichiararsi e lo colmava di dubbi e di sensi di colpa sia verso i genitori sia verso l'amata.

C'erano i giovani de Girodel e, insieme a loro, il cugino sedicenne, il Marchese Héracle Domitien d'Amiens che aveva da poco iniziato la sua vita in società. Era un giovane magro e allampanato, uno spilungone biondo dall'incarnato giallognolo che aveva ereditato le sgradevoli sembianze della madre e di tutti i d'Amiens. Il ragazzo, tuttavia, dietro un aspetto fisico poco avvenente, celava un'anima buona e sensibile, un'intelligenza vivace, un'ottima cultura e uno spiccato senso dell'onore, frutto delle amorevoli cure e della sollecitudine della madre e di Victor Clément de Girodel. Quest'ultimo, dopo la fuga e la latitanza del Conte di Compiègne, si era sentito in dovere, quale parente maschio più vicino, di tenere nei confronti del giovane le veci di padre. Hérale d'Amiens conosceva i vergognosi trascorsi del genitore, ma non ne parlava mai, per non affliggere la madre adorata e se stesso. Fregiarsi del titolo di Marchese d'Amiens, ereditato dalla famiglia materna, gli consentiva di non presentarsi al mondo come Héracle Domitien de Compiègne e di frapporre una barriera mentale e psicologica fra se stesso e l'ingombrante figura di un padre che mai aveva conosciuto e amato.

La madre del Marchese, la sfortunata Geneviève, aveva ricominciato a farsi chiamare d'Amiens dopo la dichiarazione di nullità del suo matrimonio da parte della Sacra Rota che le aveva reso la libertà senza intaccare lo status di figlio legittimo del ragazzo. Le numerose testimonianze di chi giurava di avere visto il Conte di Compiègne alticcio nel giorno del matrimonio e financo sull'altare e del valletto che lo aveva accompagnato in un postribolo la notte stessa delle nozze, unite alle turpi circostanze che avevano condotto a quell'unione, avevano convinto il Sacro Collegio che il matrimonio dei Conti di Compiègne fosse privo dei sacra e, quindi, radicalmente nullo. Ora, Geneviève d'Amiens era una cinquantenne libera e in pace con se stessa. Resa sicura di sé dagli anni passati alla reggia, che avevano fatto di lei una donna colta e avveduta, era migliorata anche nell'aspetto. Il passare del tempo ne aveva, infatti, smussato i lineamenti e attenuato la grande bruttezza. Su consiglio del Vescovo de Talleyrand, suo amico da diversi anni, aveva iniziato a indossare un correttore di zoppia che le consentiva di camminare in modo quasi normale. Frequentava, da qualche anno, un Duca vedovo, cugino di Talleyrand e, fra i due, c'era una grande sintonia.

C'erano anche la Contessa di Polignac e la figlia Aglaé che spargevano maldicenze e veleno in lungo e in largo soprattutto per sfogare il malanimo di non essere state invitate a Strasburgo. Per la stessa ragione, sorridevano a denti stretti e masticavano fiele Robert Gabriel de Ligne e la consorte, donna orribile nel corpo e nell'animo.

D'un tratto, il chiacchierio aumentò d'intensità e, fra gli sguardi ammaliati delle giovani e anche di molte signore, arrivò, vestito all'ultima moda, un nobiluomo svizzero, il ventiduenne Conte Albrecht von Alois. Con elegante disinvoltura e invidiabile prestanza, il giovane si avvicinò al gruppo di cui facevano parte Antigone e Honoré, ai quali era stato presentato dal loro cugino. Era stato proprio il Tenente de Ligne a introdurre nella buona società parigina quel giovane brillante, dopo una breve amicizia fatta di niente e, ora, se ne stava pentendo amaramente, perché lo splendido Albrecht, con i suoi fluenti capelli corvini e gli occhi verdi come smeraldi di Birmania, uniti a un titolo di Conte e a un patrimonio che si diceva ingente, lo stava totalmente eclissando.

All'apparire del giovane, le gote di Antigone si imporporarono ed ella divenne insolitamente impacciata e quasi insicura. Pendeva dalle labbra di lui e si affannava ad attirarne l'attenzione e a compiacerlo. Egli, dal canto suo, la colmava di riguardi e di complimenti, ma senza mai trascendere o lasciarsi andare.

– Cosa hanno di tanto interessante le punte delle tue scarpe? – domandò Élisabeth Clotilde de Girodel al fratello Grégoire Henri.

– Nulla, è soltanto che non sopporto quel bellimbusto… e detesto come Madamigella Antigone Auguste si renda ridicola in presenza di lui.

– Voi due non siete promessi ed ella ha ben diritto di rendersi ridicola con tutti i bellimbusti che vuole, prima di comprendere la loro inconsistenza e che gran tesoro è il mio fratellone.

– Sei sempre così dolce tu, fossero tutte come te!

– Ora, però, smettila di ammirare le tue scarpe e unisciti agli altri o la gente penserà che sei un po' strano o che sei tormentato da un amore segreto… magari per il tuo calzolaio! – e scoppiò a ridere. – Ritiro tutto, non sei dolce, sei soltanto molto scema! – e si mise a ridere pure lui.

Discosti dagli altri, Oscar e André, guardavano i figli e gli altri ragazzi.

– Sono così giovani e spensierati, che nostalgia! – sospirò Oscar.

– Ma se tu non hai mai amato le riunioni mandane e non sei stata spensierata un solo giorno della tua vita! – la canzonò il marito.

– I pensieri molesti mi abbandonano soltanto quando sono in tua compagnia, André!

Tacque per alcuni attimi e, poi, gli chiese:

– Alain si è, infine, riappacificato con la madre?

– Da quello che so io, ancora no. Continua a risiedere a Palazzo de Bourges, con la sorella e il cognato e, malgrado Diane si stia facendo in quattro per mediare fra lui e la madre, Madame de Soisson non gli ha fatto mettere piede a casa.

Alain era stato ferito piuttosto gravemente l'anno prima, nel corso della battaglia di Wagram ed era rimasto convalescente per diversi mesi. Napoleone lo aveva promosso Generale e gli aveva concesso una lunga licenza, permettendogli di tornare nella Francia del nord per rivedere la famiglia, dopo dieci anni di assenza. Re Luigi XVII, su esortazione della madre, gli aveva dato il permesso di rientrare, ma Madame de Soisson non si era mostrata di vedute altrettanto aperte e si era rifiutata di far entrare in casa quel senza Dio di suo figlio che militava agli ordini di un tiranno usurpatore che aveva fatto rapire il Re e il Papa.

– Dovremmo andare a fargli visita un giorno o l'altro… André!

– Sì?

– Per quanto riguarda la ricerca del tesoro dei giacobini, ci ho pensato e ripensato ed è impossibile che nessuno dei discendenti di Danton, che ebbe due mogli e fu molto prolifico, sia sopravvissuto. E' facile che i figli e i nipoti abbiano cambiato cognome, per sottrarsi al fastidio di una memoria ingombrante. Molti giacobini lo fecero dopo il fallimento della rivoluzione. Il mutamento di cognome spiegherebbe perché non riusciamo a trovare alcuno così chiamato in giro per la Francia. Charlotte de Robespierre indicò in Danton colui che, con maggiore probabilità, avrebbe potuto mettere insieme un tesoro di provenienza dubbia e noi tutti sappiamo quanto fosse avido e intrigante quell'uomo. Sono convinta che sia questa la pista da battere.

– Sono d'accordo con te, Oscar. Al ritorno da Strasburgo, sfruttando la mia carica di vice Ministro di Giustizia, tenterò di scoprire che nome hanno assunto i discendenti di Danton.

Pronunciate queste parole, si voltò verso la moglie che trovò assorta nel fissare il giovane Albrecht von Alois.

– Devo iniziare a essere geloso? – scherzò lui.

– No, ma preoccupato sì. Non pensavo che Antigone fosse tanto immatura e facile preda di infatuazioni adolescenziali.

– Stai tranquilla, la sto facendo seguire da quando è comparso il nostro giovane Adone. Tu, però, non manifestarle le tue riserve, non denigrarlo e non proibirle di vederlo o otterrai il risultato opposto.

– André – disse Oscar, continuando a fissare il giovane Conte svizzero – Non ti sembra che quell'uomo assomigli a qualcuno? E' una sensazione strana, intensa e inquietante al tempo stesso. Mi ricorda qualcuno, ma non saprei precisare chi né le circostanze.

– Hai ragione, Oscar – rispose André – Albrecht von Alois ha un volto familiare.

§§§§§§§§

Parigi, Palazzo Lavoisier, 16 marzo 1810

Il giovane Antoine Laurent de Lavoisier vide aprirsi la porta della sua stanza e si preparò mentalmente all'ennesima sfuriata materna. Più passava il tempo e più le rimostranze di Madame de Lavoisier si facevano frequenti e accese. Ultimamente, erano diventate pressoché quotidiane e vertevano tutte, invariabilmente, sullo stesso argomento.

– Buongiorno, Signora Madre – disse il giovane, alzandosi dalla sedia e poggiando il libro sul ripiano della scrivania – In che cosa posso esserVi utile?

– Buongiorno, Antoine, stai pure comodo. Il motivo della mia visita già lo conosci.

Il ragazzo accostò una poltroncina alla sua e, dopo che la madre vi si fu accomodata, tornò a sedersi.

– Signora Madre, la Vostra avversione a Bernadette sta assumendo sempre più i connotati del pregiudizio. Dite che è plebea e priva di prospettive mentre ella mi ha addirittura procurato degli inviti a corte!

– Ecco, da lei, potrai avere soltanto un bel visino e alcuni inviti mondani, ma, quando il primo sarà sfiorito e i secondi si saranno diradati, cosa ti sarà rimasto? Una sposa povera con un parentado improponibile!

– Siete ingiusta ed eccessiva, Signora Madre. La madre di Bernadette è una governante e il padre era un giornalista giacobino, ma egli è morto da tanto tempo e le idee politiche che coltivava hanno fatto male più a lui che alla Francia. La nonna era una serva nubile… Non pensate che la cosa mi faccia piacere, ma ormai è successo e nessuno lo verrà a sapere, perché nessuno ha interesse a parlarne. La nonna di Bernadette ha avuto una figlia fuori del matrimonio, ma che colpa ha lei in tutto ciò?

– E' questo il punto, Antoine! Ho preso delle informazioni! Le figlie erano due e sai chi era la primogenita, la sorella di Rosalie Lamorlière o, meglio, la sorellastra? Dico la sorellastra perché chi sa quanti uomini avrà avuto quella donna…

– Chi era? – domandò Antoine Laurent, sudando freddo e non presagendo alcunché di buono.

– Jeanne de la Motte, la sedicente discendente dei Valois! Ricordi lo scandalo della collana? All'epoca, non eri nato, ma ne avrai sicuramente sentito parlare. Jeanne de la Motte ne fu l'ideatrice e la prima responsabile. Fu marchiata a fuoco vivo e condannata al carcere a vita, salvo evadere e morire in circostanze poco chiare…

Antoine Laurent ascoltava la madre, inorridito e addolorato.

– E non è tutto! Sai chi era Bernard Châtelet?

– Un giornalista dalle idee giacobine, amico e braccio destro di Maximilien de Robespierre. Lo abbiamo detto tante volte, Signora Madre – mormorò il ragazzo, con un filo di voce e pallido come un cencio.

– Egli era il cavaliere nero! Il Generale Oscar François de Jarjayes lo ferì e lo catturò, ma, poi, lo lasciò andare e ne simulò la morte, per motivi non del tutto chiari! Quattro servitori di Palazzo Jarjayes sono pronti a giurarlo!

Il giovane Lavoisier aveva il volto terreo e non osava più guardare in faccia la madre.

– Ma che bella famiglia di ladri, non è vero?! – aggiunse la donna, con tono sarcastico – E neanche la madre della tua Bernadette è esente da sospetti. A un certo punto, lasciò Palazzo Jarjayes e andò a vivere nella casa dei Polignac che, però, abbandonò quasi subito. Ne fu scacciata in quanto anche lei era una ladra? Oppure era una spia al soldo dei de Jarjayes?

Antoine Laurent si prese la testa fra le mani.

– Lascia quella giovane, te lo ordino! Tu hai dei doveri verso la tua famiglia e, da buon cristiano, devi rispettare il comandamento che ti impone di onorare il padre e la madre! Noi ti abbiamo dato tutto, Antoine! Ti abbiamo desiderato ardentemente e accolto con amore, i nostri cuori sono sussultati di gioia nel vedere il tuo primo sorriso e nell'udire il tuo primo vagito, ti abbiamo allevato e istruito, ti abbiamo amato! Non deluderci, Antoine! Se persevererai nell'errore, condurrai alla tomba i tuoi poveri genitori!

Madame de Lavoisier afferrò le mani del figlio, se le portò al cuore, le baciò e, poi, scoppiò a piangere. Il giovane allungò una mano verso di lei per consolarla, ma la donna si alzò di scatto e uscì dalla stanza come una furia, lasciando la porta spalancata e redarguendo due servitori che stavano origliando.

Antoine Laurent si prese la testa fra le mani e cominciò a singhiozzare senza ritegno, come non gli capitava da quando era un bambino. Amava profondamente i genitori e desiderava con tutto se stesso essere un buon cristiano, ma amava anche Bernadette. La amava teneramente e sinceramente e non sapeva decidersi. Non voleva lasciarla, ma neanche poteva permettere che l'onore della famiglia fosse infangato dalle ombre di un'avventuriera senza scrupoli e di un ladro rinnegato, due fra i peggiori nemici che la Francia avesse mai avuto. Si sentì smarrito e impotente e, per questo, patetico e inutile. Non sapeva cosa fare e, per adesso, non gli restava che piangere disperatamente e incessantemente come un fanciullo.

§§§§§§§§

Granducato di Baden, campagna nei pressi di Kehl, 22 marzo 1810

Il cielo minacciava pioggia mentre la carrozza imperiale, seguita da un corteo di vetture secondarie e di soldati a cavallo, procedeva a ritmo costante attraverso la campagna tedesca che si estendeva nei pressi della città di Kehl. Visti da lontano, sembravano una lunga e ordinata fila di formiche che segnava la linea di demarcazione fra una volta celeste plumbea, nuvolosa e sterminata e una distesa di campi ancora semi invernale e decisamente molto spoglia e triste.

La luce scemava di minuto in minuto, finché le prime gocce di pioggia, sottili e allungate, si infransero sui vetri della carrozza, sporcandoli di terra. Ben presto, il rovescio aumentò in veemenza e velocità e, pur non raggiungendo l'intensità di una burrasca, divenne un temporale di tutto rispetto. Il cielo, ormai, era cupo, di un grigio scuro chiazzato in modo disomogeneo, a seconda della maggiore o minore densità dei nuvoloni, di tanto in tanto attraversati da lampi sottili, ramificati e brillanti. L'aria giungeva alle narici pungente ed elettrica e folate di vento bagnato percuotevano indistintamente uomini, cavalli e vetture. Le ruote della carrozza affondavano nel fango o sollevavano pozzanghere d'acqua melmosa mentre i tuoni rimbombavano in lontananza.

– Spero che gli infissi reggano bene, in fin dei conti, la carrozza è nuova… – si lamentò l'Arciduchessa Maria Luisa – Non vorrei presentarmi al primo incontro con il mio sposo bagnata come un pulcino…

– Non preoccupateVi, Altezza Imperiale – disse la Duchessina von König – Se le mappe sono attendibili, quei tetti là giù dovrebbero appartenere alla città di Kehl. Strasburgo è vicinissima e, lì, ci uniremo alla corte francese e troveremo rifugio nel palazzo dei Principi di Rohan.

Altri tuoni scoppiarono nel cielo, preceduti da fulmini zigzaganti e seguiti da un rumore composito, fatto di urla e di scalpiccii.

– Sbaglio o siamo seguiti da cavalli in corsa? – domandò Maria Luisa, paurosa di natura – Provengono da dietro e, quindi, non possono appartenere ai soldati francesi venuti ad accoglierci. Costoro, poi, non sconfinerebbero nel Baden…

– Non sbagliate, Altezza Imperiale – le fece eco la Duchessina von König, perplessa, ma ferma nell'espressione e nella voce.

Due nuovi boati si avvicendarono a pochi secondi di distanza l'uno dall'altro, finché, fra un lampo e uno scroscio, alcune sagome scure iniziarono ad assumere consistenza, stagliandosi sullo sfondo grigio cupo. Si trattava di uomini a cavallo che si lanciarono sulle guardie, sguainando le spade e iniziando ad abbattere sui militari dei fendenti tanto più mortali quanto maggiore era stato l'effetto sorpresa.

Ben presto, decine di colpi di moschetto, secchi e sibilanti, si mescolarono alle esplosioni fragorose dei tuoni, al tonfo degli zoccoli che sciabordavano nel terreno bagnato e alle urla degli uomini.

Gli assalitori, demoni scuri che emergevano dalla pioggia e vi risprofondavano nel giro di pochi attimi, separarono con destrezza la vettura dell'Arciduchessa da quelle del seguito e dai soldati. Mentre una ventina di uomini era impegnata a tenere a bada le Guardie Imperiali, una mano aprì con violenza lo sportello della carrozza dell'Arciduchessa, con l'effetto di fare entrare nell'abitacolo alcuni spruzzi di pioggia e una folata di vento freddo.

Pervase dallo spavento, le dame all'interno – e Maria Luisa prima fra tutte – scoppiarono in urla di puro terrore. Soltanto Edelweiss von König mantenne un'espressione stoica, unita a uno sguardo adirato e impavido.

– Ma come vi permettete, lestofanti! – urlò la Duchessina, stringendo i pugni.

Colpito dall'atteggiamento fiero della giovane donna, colui che aveva spalancato la carrozza concluse che doveva essere lei la figlia dell'Imperatore. Afferratala prontamente per il braccio sinistro, la tirò fuori dalla berlina e la issò sulla sella, davanti a sé. Quella, però, senza perdersi d'animo, estrasse una piccola pistola dalla borsetta di mussola che non aveva lasciato cadere e la premette con decisione sotto il mento dell'aggressore.

– Ma cosa fai, idiota?! – gli urlò un compare – Non è quella l'Arciduchessa! E' l'altra! Richiudi lo sportello e portiamola via con tutta la carrozza che, se si sciupa, saranno guai!

Mentre l'uomo parlava, Edelweiss von König rubò il frustino del suo aggressore e cominciò a percuoterlo con una tale forza da fargli perdere l'equilibrio e disarcionarlo.

Rimasta sola in sella, la giovane colpì i fianchi del cavallo con entrambi i tacchi degli stivaletti da viaggio, spronando l'animale verso Strasburgo, la salvezza e una speranza di soccorso per i suoi sfortunati compagni di sventura.

§§§§§§§§

Francia, Strasburgo, 22 marzo 1810

Terminata una breve, ma violenta sfuriata, il temporale si era acquietato e, dopo alcuni minuti, la pioggia era cessata del tutto. Il cielo era sempre nuvoloso, ma, di tanto in tanto, il sole apriva qualche squarcio fra le nubi e illuminava debolmente il paesaggio, riflettendosi nelle pozzanghere e rifrangendosi nelle goccioline rimaste sui vetri e sulle foglie delle piante. Scompariva poco dopo per, poi, tornare a intervalli irregolari.

La corte, ospitata nel palazzo dei Principi di Rohan, aveva tirato un sospiro di sollievo anche se, nella famiglia reale e fra i nobili, serpeggiava tuttora molta inquietudine, perché il corteo imperiale non era ancora arrivato né era stato avvistato in prossimità della frontiera.

– Avranno trovato rifugio in qualche locanda – disse André a Oscar che lo guardò con poca convinzione.

– Ti ricordi quando, quarant'anni fa, ci recammo sulle sponde del Reno per accogliere un'altra Arciduchessa? – gli domandò Oscar, con un sorriso a metà strada fra il malinconico e l'intenerito.

– Come no! Eravamo decisamente più giovani e molto più agili!

– Parla per te! – lo rimproverò, ridendo, la moglie, dandogli una manata sul braccio.

Erano discosti dagli altri e potevano permettersi di scherzare.

– Questa volta, la Regina ha voluto che tutta la corte si trasferisse sul confine anziché attendere l'arrivo della sposa nel castello di Compiègne – continuò Oscar – Desidera che l'Arciduchessa Maria Luisa si senta a suo agio e che non avverta eccessivamente lo strappo dalla famiglia d'origine.

– Speriamo che si mostri riconoscente e che sia meritevole di tante premure – osservò André, fattosi serio.

– Il vecchio scettico è tornato ad affacciarsi?

– Sono soltanto guardingo. E speriamo che non ci abbia ripensato e non sia tornata a Vienna. Il ritardo si sta facendo imbarazzante – aggiunse con aria tornata scherzosa.

C'erano proprio tutti a Strasburgo.

Oltre, naturalmente, al Re e alla Regina Madre, attendevano l'arrivo della sposa Madame Royale con il marito e cugino Duca d'Angoulême, i fratelli di Luigi XVI con le consorti e Madame Élisabeth. Mancavano, invece, le figlie di Luigi XV, ormai passate a miglior vita. Neppure c'era il Duca d'Orléans, reso debole da una malattia che si diceva essere molto grave.

Fra le Guardie Reali, figuravano il Generale de Girodel, il Colonnello de Valmy e Honoré.

Anche le dame di compagnia presenziavano al gran completo. C'erano la vecchia Contessa de Jarjayes, madre di Oscar e la Principessa di Lamballe. Oltre a queste due, appartenevano alla vecchia guardia Geneviève d'Amiens e la moglie di Girodel. Fra le giovani, spiccavano, invece, Antigone ed Élisabeth Clotilde de Girodel.

Erano presenti anche Bernadette, lettrice del Re e il giovane Marchese d'Amiens.

C'erano, poi, tantissimi altri esponenti dell'alta nobiltà, come la Marchesa de Tourzel e Madame de Noailles.

Con loro grande disappunto, non erano stati invitati Robert Gabriel de Ligne, la Contessa di Polignac a la figlia Aglaé de Gramont et de Guiche.

Notando una crescente apprensione impadronirsi del volto di Maria Antonietta, la fronte corrucciata e i muscoli delle gote tesi, Oscar abbandonò la postazione defilata che occupava insieme al marito, si accostò alla Sovrana e le mormorò piano, affinché orecchie curiose non la udissero:

– Maestà, volete che invii al confine mio figlio Honoré, al comando di un drappello di Guardie Reali?

– Oh, sì, Madame Oscar, Ve ne prego, fatelo! Quest'attesa sta diventando eccessiva…

Aveva appena finito di parlare, quando si udirono distintamente gli zoccoli di un cavallo galoppare nel cortile, per, poi, arrestarsi in un sonoro scricchiolio di ghiaia. Tutti coloro che si riversarono fuori o si affacciarono alle finestre videro una giovane donna scarmigliata, con gli abiti zuppi e infangati e il volto stanco, pallido e solcato dalle occhiaie, ma fiero e dominato da due occhi verdi come le foreste alpine.

Quell'immagine, anche negli anni a venire, sarebbe rimasta impressa a fuoco nella mente del Re, intento a varcare il portone del palazzo mentre la giovane smontava dalla sella.

– Sono Edelweiss Margarethe, figlia del Duca Franz Wilhelm von König e dama di compagnia di Sua Altezza Imperiale l'Arciduchessa Maria Luisa d'Asburgo Lorena. Il convoglio imperiale è stato preso d'assalto circa un'ora fa, all'altezza della città di Kehl, da uomini armati e sconosciuti. La carrozza dove l'Arciduchessa Maria Luisa viaggiava è stata separata dal resto del corteo e, pochi minuti dopo, ella è stata rapita...

– Generale de Girodel, Colonnello de Valmy, Capitano de Jarjayes et de Lille, radunate cinquanta Guardie Reali! Dirigiamoci al confine! – ordinò Oscar.

– Oscar, vengo con te! – esclamò André.

– Mio Dio, siete molto provata, ma chère petite! – disse Maria Antonietta alla nuova arrivata – Madame de Jarjayes, Madame de Girodel, Madame d'Amiens, conducete questa giovane dama in comodi alloggi riscaldati e provvedete affinchè sia fornita di abiti asciutti e rifocillata.

Honoré rivolse un subitaneo sguardo d'intesa alla sorella.

– Quando sarò tornato dal confine, vorrò sapere tutto!

Antigone annuì e si rivolse alla Regina.

– Maestà, permettete che mi unisca alle altre dame nel prestare soccorso alla giovane Signora!

Maria Antonietta acconsentì con un cenno del capo e Antigone si accodò alla Duchessina straniera e alle altre dame di compagnia.