I seem to have attracted a troll reviewer, please just ignore them!
Il salice dalle mille foglie dorate
La casa era vecchia, tarlata, odorosa di muffa, farina andata in malora, acqua marcia e terra umida.
Un turbinio di spifferi ariosi declinava una sorta di palude alla sera, un argilloso campo di grano appena mietuto al mattino e infine la fornace d'un panettiere, aromi sontuosi e confortanti, alle prime ore della notte.
Ogni sentore, sapore, olezzo vi s'infilava dentro da pertugi inimmaginabili, via via rattoppati una volta scovati, con assi di legno, arazzi scuciti, vecchi mobili e oggetti recuperati qua e là, tra cui tre letti, quattro brocche, piatti sbeccati, bicchieri un poco opachi, e ancora una credenzuccia che fungeva da dispensa.
E poi tre tavoli, quattro sedie, e la famigerata vasca – ch'era poi soltanto una sorta di tinozza un poco più allungata – sistemata nella stanza al piano superiore che godeva d'un piccolo sfiatatoio dove s'insinuava il calore del camino, dal piano di sotto, come in una sorta di abbraccio evanescente, capace di avvolgere il coraggioso che si fosse deciso a immergersi nell'acqua gelata.
Argo si era dato da fare, insolitamente silenzioso, praticamente muto, ad arare il fazzolettino di terra sotto la coltre ondivaga e fresca del salice ricoperto di muschio da un lato, nero e possente da quello esposto al sole.
Il bambino era pietrificato dalla vergogna, ripiegato entro la propria disperazione per aver perduto il piccolo falco, quasi avesse perduto per sempre quella parte di sé, selvatica e libera che ancora s'intravedeva nei tratti di pelle ambrata, e nella lunga treccia sottile e nera che imbrigliava i lunghi capelli.
Forse la bestiola era proprio quella parte di sé, quella più antica e infantile, averla perduta significava aver perduto per sempre la via che portava alle proprie origini.
Victoire invece era riuscita a procurarsi alcuni bulbi di dalie e tulipani e poi semi di denti di leone e ancora piantine di primule e ciclamini.
La terra fuori dalla stamberga era stata rivoltata, appianata, ripulita da erbacce, mentre una vecchia macina in pietra era diventata, seppur sbrecciata e morbidamente ricoperta di muschio, una sorta di tavolo improvvisato attorno cui accucciarsi alla sera, in attesa di veder spuntare un germoglio, la punta d'una qualsiasi pianta, quando in realtà era chiaro a tutti che si sarebbe dovuto attendere l'autunno e poi l'inverno prima di osservare un qualsiasi colore brillante, staccarsi dalla mota scura a illuminare gli occhi.
Forse solo il delicato e timido elleboro, piantato in un vaso poco fuori dalla grande porta finestra che dava sul fazzoletto di terra, avrebbe regalato una candida declinazione di bianco entro le prime rigide giornate invernali.
La casa scorreva in verticale come il cono d'un vulcano, laddove il magma che s'agitava e bolliva in profondità non era composto di materia incandescente e pietre e lapilli e cenere e fuoco, ma da passi e passetti che correvano veloci su e giù dalle scale, per entrare nella stanzetta poco sopra, ch'era stata adibita a tinello, e poi salire ancora su, dov'era il letto della mocciosa, separato da quello del bambino da una parete composta da un paravento in legno, istoriato dai soli nodi lisci d'un grande abete ormai abbattuto, e infine per arrivare fin su in cima, dove dormiva André, in quella specie di mansarda che da un lato sbucava fuori entro un terrazzo coperto, quasi una sorta di torre di guardia, aperta su tre lati, da cui si poteva osservare la città.
Addirittura, sporgendosi un poco nelle albe più limpide, appena lavate di pioggia, si potevano scorgere le torri di Notre Dame, e ancora più in là, Saint Sulpice e così via, che poi alla sera pareva d'essere quasi assunti in cielo, immersi nello scampanio ripetuto e continuo che sgorgava dai campanili della città in annuncio dell'imminente tramonto.
Dalle finestrelle delle stanze che davano sulla strada si poteva poi osservare la facciata dell'hotel particulier, dirimpetto, tanto che alcune volte i mocciosi, all'ora di cena, le candele spente, si divertivano a osservare gli ospiti che s'aggiravano a comporre gesti, ripulire occhiali, spogliarsi, stiracchiarsi, sbadigliare, rimescolare carte, riassettare libri alla luce d'un candelabro o d'una lanterna capace di illuminare il mondo all'opposto della strada.
"Siete proprio sciocchi" – li aveva rimproverati una sera André, intuendo lo strano gioco – "E se accadesse a voi, d'essere spiati da chi sta di fronte?!".
Che quelli, colti in flagrante, s'affrettavano a tirar di lato una vecchia tenda, accendere il lume, scambiandosi occhiate complici, come di chi trova più bizzarro nutrirsi della vita segreta altrui piuttosto che prendersi il rimbrotto del padre.
Se Victoire era soddisfatta, Argo era disperatamente ripiegato su se stesso…
"Vedrai che tornerà!" – gli aveva detto la bambina una sera a tavola.
"E come? Non conosce questa città…non conosce nulla".
André non tentò di consolarlo invece.
Ma solo perché ciò che affermava il bambino era in parte vero.
Un falco difficilmente riesce a ritrovare la strada che lo riconduce al suo padrone, perché un falco non ha padroni.
Piuttosto è in grado di riconosce un certo luogo, un frammento di terra, un vezzo di cielo.
E allora il bambino avrebbe anche potuto sbagliarsi, perché c'era un luogo che Pur aveva conosciuto.
Ma nemmeno lui era certo che il falco sarebbe stato in grado di ritornarci.
Lui – André Grandier - non avrebbe potuto più farlo.
Nella mente era lì, l'immagine dell'altra, lo sguardo a sé eppure lontano, il muto rimprovero d'averla tradita.
Quell'amore folle aveva tradito anche lui, l'aveva condotto entro passi disonorevoli e spietati.
Le mani spesso si ritrovavano a rammentare il tocco serico che scorreva lungo la lunga linea della coscia, dal ginocchio, su, per soffermarsi, la mano aperta, adagiata come ad ascoltarne il tepore, sul sesso tiepido, odoroso di miele e sale, bosco e fieno, erba sospinta dal vento, ondeggiante, minerale di terra umida, come respirato entro l'impalpabile brezza di mare.
Lei era lì, avvinghiata a sé, amante sottile, poche parole sulle labbra, ingenui respiri a sollevare i seni piccoli e sfrontati.
Lei era lì, a torturargli l'anima.
Ma così avrebbe dovuto essere fin dal principio, fin dall'esordio della loro dannata storia.
André Grandier avrebbe pagato i suoi errori, uno per volta, senza sconti, senza null'altro da pretendere.
André Grandier si era ribellato al proprio destino, aveva compiuto una Rivoluzione, contro di lei, contro quell'immenso e distruttivo potere ch'ella emanava, capace d'infliggergli addosso tagli serrati e fondi, coltello immaginario fatto di lama d'acciaio a fendere persino lo sguardo.
André Grandier si era ribellato ma alla fine aveva ammesso che ogni Rivoluzione è destinata a fallire, anche se è solo in essa, entro il caotico turbine dei sentimenti che non seguono logica o raziocinio, che l'uomo sente di esistere e d'essere vivo e avere finalmente capacità di scegliere il proprio destino.
"Padre…posso alzarmi?".
André con un cenno consentì a Victoire di congedarsi al termine della cena.
La mocciosa aveva finalmente la possibilità di lavarsi ed era silenziosamente entusiasta di poterlo fare non più in piedi, rattrappita in un qualunque angolo d'una qualunque dimora estranea, nuda, un secchio d'acqua sporca e ormai fredda rovesciata addosso, così come era accaduto fino ad allora, perché dov'era vissuta, prima si lavavano i mocciosi, poi i servitori e infine loro, le mocciose abbandonate e sole, che tanto nessuno avrebbe recriminato nulla e quelle non avrebbero certo potuto reclamare un poco d'acqua pulita e un pezzo di sapone.
Aveva un poco paura Victoire, quasi tremava.
"Ti aiuto io…" – chiosò Argo alle spalle, andando a rovesciare nella vasca un altro secchio di acqua tiepida.
Il vapore salì accogliente e profumato - "Ma sei…ma no! Sono una femmina! Che ti salta in testa!?".
"Ti aiuto con gli stivali e il vestito. Per il resto puoi pure fare da te! Che credi? Non sono il tuo servo!".
Victoire gli fece la lingua. Si lasciò slacciare gli stivaletti, sollevò le braccia così che Argo le sfilò prima la sopravveste poi l'abito.
"Ecco! Mademoiselle…" – canzonatorio e ruvido – "Vi aggrada quanto basta!?".
La lingua sbucò irriverente, di nuovo: "Sei uno stupido! Sai che non mi dispiace più per il tuo falco?! Sei cattivo. Se n'è andato perché sei cattivo!".
"Stupida!" – un grido, il terrore che il falco non sarebbe più tornato, il dubbio d'essere stato poco diligente così da farlo fuggire, la paura di non essere stato capace di legarlo a sé, di renderlo affezionato a sé.
Argo ricambiò con una mezza spinta e la lingua…
"Non dovreste prendervela l'uno con l'altra…Victoire…" – intervenne André, sulla porta, che la mocciosa s'ammutolì, ch'era cosciente d'aver detto una cattiveria ma insomma... - "Pur è importante per Argo, come lo è per me. Io stesso gliel'ho affidata e dunque lui si sente responsabile. Che sarebbe successo se ti avessi affidato un compito e tu non fossi stata in grado di eseguirlo? Occuparsi di Pur non è stato facile e credo che tu sia abbastanza intelligente da comprenderlo".
Argo abbassò lo sguardo, Victoire s'avvicinò prendendo la mano dell'altro, pentita della cattiveria -"Torna! Io ne sono sicura! Sai, il giardino che stiamo costruendo…se stiamo lì fuori e la chiamiamo…tutti i giorni…le nostre voci saliranno su, attraverso le foglie del salice, e arriveranno fino in cielo. E poi se saliamo su in cima alla casa, le nostre voci si allargheranno sui tetti. Vedrai che torna!".
"Sì" – ammise l'altro poco convinto.
"Argo, ho bisogno di te" – concluse André – "Victoire, puoi fare da sola?".
Annuì la mocciosa, mentre il bambino fece un passo e si chiuse la porta alle spalle.
Pur era scomparsa.
André rammentò l'immagine della bestiola incappucciata, nell'angolo scuro della stanza affittata, ove era stato condotto per incontrare nanny e dove avrebbe ritrovato i due bambini.
Il falco se n'era andato…
Non si poteva ammaestrare il cuore, l'indole selvaggia, l'istinto d'essere liberi.
In fondo era ciò che era accaduto a lei.
Oscar era stata ammaestrata da lui, dalle sue dita, dal suo respiro.
Quando aveva compreso d'essere in gabbia, che lui stesso gliel'aveva chiusa addosso quella gabbia - e poi come rinsavito era stato costretto ad aprire le sbarre, schiudere le mani, lasciarla andare - lei non aveva esitato a fuggire, scomparire, atterrita da quell'amore che altro non era stato che una sorta di addomesticamento, senza futuro, fine a se stesso.
C'era riuscito a farla fuggire ed era sollevato per questo e al tempo stesso disgustato.
Era riuscito a distruggere colei che più amava al mondo, come fosse stata un pezzo di sé.
Si può vivere senza un occhio…
Si, ma si può vivere senza una parte del cuore o del cervello!?
Una sorta di suicidio dell'anima.
André si sedette al tavolo accanto al camino ove sobbolliva placida l'acqua residua messa a scaldare per preparare il bagno della piccola Victoire.
S'immaginò allora, forse per calmare il disprezzo, forse per illudersi d'una malinconica salvezza della coscienza, che in fondo lui avrebbe continuato ad amarla anche così, anche se lei fosse stata distante, anche se lei l'avrebbe disprezzato, proprio come lui disprezzava se stesso.
L'avrebbe amata e basta, senza futuro, senza condizioni, senza appellarsi ad alcuna regola morale o di buon senso.
Senza paragonarla a nulla, senza offrirle nulla…
Amarla per puro piacere…
Argo era muto, in attesa di conoscere l'argomento della conversazione.
André appoggiò sul tavolo il pacchetto di lettere recuperate presso il cambiamonete.
"Che dovremmo fare?" – chiese Argo un po' schifato all'idea di mettersi a leggere quella montagna di sdolcinatezze e pensieri di riguardo verso una donna che non c'era più.
Victoire non aveva potuto leggerle, gliele aveva lette una volta il padre e un'altra volta il moccioso indiano.
A un certo punto la bambina era riuscita persino a decifrare qualche sillaba, ma ci sarebbe voluto tempo per insegnarle a leggere e scrivere, e la mocciosa non sembrava particolarmente entusiasta d'intraprendere quel percorso.
In ogni caso le lettere consistevano in un unico lungo monologo dedicato alla madre e alla bambina.
Se Amalie le avesse ricevute e fosse stata in grado di rispondere, di certo alla mocciosa avrebbero fatto più piacere i suoi pensieri.
Ma Amalie Jenevieux non sapeva scrivere e nemmeno leggere.
Nemmeno lei.
Dunque perché André le aveva scritto?
"Sai qual è il peggior nemico dell'inchiostro?" – domandò André aprendo lentamente il pacco delle lettere.
Negò Argo, sulle prime non comprendeva il senso della domanda.
"Essere ignoranti?!" – azzardò infine il moccioso – "Non saper scrivere? In fondo a che serve l'inchiostro se non lo si usa per scrivere?!"
Sorrise André - "Senz'altro anche quello, ma io mi riferivo proprio ai segni grafici lasciati su un foglio".
Argo sbirciò i fogli.
Si mise a pensare, forse era lì lì per rispondere. Sollevò gli occhi verso André e il padre sorrise di nuovo intuendo che il figlio stesse giungendo alla soluzione.
"L'acqua!" – disse Argo d'un fiato, mentre il dolce velo di vapore inondava la mente e gli occhi.
"Da quello che so è proprio l'umidità!" – confermò André – "Le sostanze presenti nell'inchiostro tendono a espandersi, a gonfiarsi e a…".
"Volare via!" – sentenziò Argo con il magone, perché l'affermazione recava una stilla di sgomento.
"Esatto".
André prese ad aprire le lettere ch'erano ancora imbustate, scartando le prime ch'erano già state visitate.
Argo scorse la differenza netta tra il colore intenso e severo dell'inchiostro che istoriava le prime, rispetto a quello ingiallito, quasi slavato delle successive, quelle che, a raccapezzarcisi sul serio, lui stesso doveva aver spedito dalla lontana America, fino in Francia.
Ma ora ammetteva che colei a cui erano dirette non era Madame Glacé.
Madame l'aveva conosciuta, era la nonna di André.
Alcune missive, dunque, erano per nanny, le altre erano state spedite per essere recapitate al quel buzzurro di Monsieur Soixante-Neuf.
"Dunque ci serve un recipiente di acqua molto calda, così che il vapore avrà pregio di sciogliere questo inchiostro. Dovremmo riuscire a separarlo dalla carta e…".
"Perché? Non abbiamo più denaro per comprare nemmeno un'oncia d'inchiostro?!" – obiettò sgomento Argo – "A chi volete scrivere?".
André negò, sorrise, sollevando una delle lettere contro il chiarore pieno del fuoco che danzava nel camino – "Vedi…in questo inchiostro c'è qualcos'altro oltre la chiara d'uovo".
Che Argo strabuzzò gli occhi.
Che l'umida consistenza sprigionata dal paiolo prese ad avvolgere il tessuto cartaceo, indebolendolo, catturandone la sostanza come a distrarla dallo scopo primario di trattenere e incamerare la materia un tempo liquida e asciutta e nera, che a sua volta riprendeva via via a tremare, come sospinta da una invisibile corrente d'aria.
La carta si corrugò entro una consistenza porosa.
Un indegno rivolo nero prese a slavare la superficie malata del foglio, lacrima di diavolo illuminata d'improvviso dallo sciame liquido delle lingue di fuoco.
Uno scintillio pudico vibrò e poi si ritrasse, come vergognandosi d'apparire al mondo.*
André tenne il foglio con la punta dell'indice e del pollice, poi, con un gesto delicatissimo prese a inclinarlo.
"Prendi una delle ampolline che abbiamo trovato a Les Halles" – sussurrò concentrato – "Appoggia sopra l'imboccatura l'organza. C'impiegheremo parecchio tempo".
Argo si precipitò a posizionare una delle boccette.
Una ventina in tutto, piccole e panciute, l'imboccatura abbastanza larga.
Dal foglio colò un rivolo scuro incapace di penetrare una trama garzata.
Nessuno dei due si perse d'animo.
"Credevo che l'organza fosse per Victoire?!" – obiettò stupito Argo.
"Se siamo fortunati, potremo regalare alla piccola Victoire un bell'abito di seta e broccato".
L'improvvisato tessuto s'annerì una seconda volta, la terza…
La terza…
Il panno nuovo, l'ennesimo, respirò d'acuta brillantezza.
Impalpabili scaglie, come d'un pesce antico ma vivo, fluttuanti, timide, neonate, invocarono aria, vagito muto di strabiliante rinascita, germogli d'una rinnovata primavera che gioiva sotto il scintillante sole d'autunno.
Argo per poco non cacciò un grido, André sollevò lo sguardo al moccioso, un dito alla bocca in segno di silenzio, sopracciglia severe a imporre di trattenere la voce, che fosse terrore o entusiasmo.
"Ma…che cosa sono?" – balbettò il moccioso osservando le scintille dorate via via aggrappate come naufraghi tremanti al tessuto, prima d'esserne catturate, come da una rete per poi scivolare entro la prima boccetta.
"Sono…" – André trattenne il respiro, che in realtà non era stato lui a declinare la scoperta in tal modo ma l'appellativo rendeva l'idea – "Mille foglie dorate".
"A me in realtà non sembrano foglie…assomigliano a un…".
"Il naso del re, intendi?!".
Argo fu costretto a portarsi una mano alla bocca per trattenere lo sbuffo della risata. Dalla prima lettera erano sbucate una serie di scagliette o germogli o nasi del re, a seconda di ciò che dettava l'immaginazione.
Impossibile contarle…erano…troppe!
Proprio come lucide di foglie di salice appena germogliate.
L'operazione legata alla prima lettera durò almeno mezz'ora. E solo per le prime dieci righe.
Era necessario procedere lentissimamente, non disponendo di strumenti di precisione, ogni minimo spiffero d'aria avrebbe rischiato di spandere la materia preziosa.
"Monsieur…" – balbettò Argo chiudendo con un tappo di sughero l'imboccatura della boccetta – "Ma questo è…".
Annuì André, portandosi l'indice alla bocca, come ad ammettere ciò che entrambi sapevano ma senza profferire parola.
"Ma da dove viene?" – balbettò il bambino.
"Possiamo dire, per quel che mi è stato riferito, d'aver involontariamente salvato l'onore della Francia. Diciamo allora che ho preso in prestito un poco di questo onore!".
"Che?".
"Che sarebbe finito disperso entro sacchi e casse e in chissà quali altri recipienti, ridotto in polvere sottile e impalpabile. Difficilmente qualcuno che non si fosse messo lì a osservare per scovarlo, se ne sarebbe accorto. Tu stesso te ne sei occupato. S'era trattato d'un difetto del conio".
"Oui…Monsieur Franklin me ne aveva parlato".
"Dunque anche tu sapevi cosa era accaduto!".
"Credevo che tutto fosse accaduto in Francia e che le monete…insomma mi hanno detto che le monete erano già difettose…allora…io ho eseguito i conteggi che m'aveva detto Monsieur Franklin. Questi nasi non c'erano già più quando sono partite per l'America…"
"Io non sapevo nulla di quel che era accaduto in Francia. Non sapevo nulla del naso del re e nemmeno se Amalie, la madre di Victoire, avrebbe mai ricevuto le lettere. In fondo si potrebbe ben dire che quest'oro appartiene al popolo francese. Amalie è un suddito del re di Francia, come sua figlia Victoire. Speravo che la madre di Victoire avrebbe letto e conservato le lettere…al mio ritorno…".
S'incisero i ricordi…
Argo rimase lì, muto, le braccia ricadute ai fianchi, negando con la testa.
"Lo so…" - ammise André laconico – "Io l'avevo ammesso di essere un ladro. Ma che posso farci se alla fine nessuno mi ha creduto? E se tutti hanno pensato che sarei stato meno pericoloso da libero che non da condannato?!".
Argo inghiottì ma la gola era asciutta - "Monsieur...e...i due soldati? Quelli che sono morti...a Northampton?".
André tirò un respiro fondo - "Isi e Yellow Jacket dovevano proteggerla".
"…".
"Hanno eseguito un mio ordine!".
"E...".
"E…l'avevo confessato che ero un assassino ma alla fine non mi hanno creduto nemmeno in questo".
§§§
Sintesi impeccabile e diabolica.
Ora che tutto si era compiuto, ora che un gesto improbabile si era intrecciato e fuso penetrando negli interstizi d'una guerra di là dall'oceano e d'un sistema postale impeccabile di qua dal confine acquatico, ora che i sensi avevano cessato, ora dopo ora, di mantenersi all'erta, per via di quel dannato istinto a sopravvivere che l'aveva sempre accompagnato da quando aveva lasciato la Francia, la prima volta e poi la seconda, ora che ogni pezzo di quell'assurda scelta pareva aver trovato un luogo nella mente ove adattarsi e insinuarsi come un tarlo che piano piano distrugge la materia nutrendosi di essa, producendo il proprio nefasto effetto, ora che André Grandier aveva cessato di esistere in quanto André Grandier attendente di Mademoiselle Oscar François de Jarjayes...
Il rombo cupo esplose nella testa mentre sudore e sangue e terrore risalirono alla superficie sgocciolando ciascuno il proprio putrido sentore, inciso nelle narici, impresso nelle dita, il corpo straziato, il respiro imprigionato nella gola, lo sguardo spezzato a metà, la bocca intessuta dell'umore della terra umida gettata addosso, a chiudere l'esistenza entro un povero sarcofago di vermi e mota nera.
Lo sguardo s'aprì di colpo, di nuovo, come gli era accaduto spesso da quando era tornato in Francia.
Le colpe, quelle infuse nel cuore e nelle mani, non si possono cancellare. Seguono i passi, magari a poca distanza, a voltarsi parrebbero lontane, così che affrettandosi, quelle restano indietro e la speranza che esse perdano l'orientamento e si dissolvano come bruma del mattino, come sogno distrutto dall'alba.
No...
Lo stesso incubo di qualche giorno prima...
La stessa sequenza impalpabile, sfuggente, ondeggiò addosso, lucente e dorata come le mille foglie di salice che via via spuntavano dal nero abbraccio d'inchiostro, levigate e lavate e poi accudite entro trasparenti culle di vetro.
Le immagini sfilavano alle volte veloci, alle volte più lente, cadenzate, a seconda della fatica della giornata, dei rumori della città, gigantesca cattedrale di pietra che ruminava fango, miseria, polvere, stracci e volti ingialliti dalla tisi.
Ogni tanto gli accadeva di soffermarsi, o meglio di riuscire ad avere la meglio su una immagine piuttosto che un'altra, forse sognata, anche se era difficile organizzare i sogni, tenere a bada gl'incubi, che anche se l'immagine era l'essenza del suo respiro, il tiepido implodere dei sensi che straziavano i muscoli tesi allo spasimo, poi declinati al delizioso abbandono.
La colpa, nella conta finale del disprezzo, spazzava via tutto, il tradimento che lui le aveva rovesciato addosso induceva alla resa e costringeva a spalancare gli occhi di nuovo, terrorizzati dal silenzio, annientati dalla solitudine mentre la mano s'allungava a stringere il nulla.
André Grandier, secondo rapidi e seppur poco precisi calcoli, avrebbe potuto lasciare anche subito quella specie di spelonca fatiscente, ove si era sistemato con i due mocciosi, e così abbandonare definitivamente Parigi, rifugiarsi in qualche remoto castello di campagna, magari con acri di terra da coltivare e trovare finalmente un posto ove vivere, un luogo soltanto suo, non perché ne sarebbe diventato proprietario, ma perché non avrebbe più dovuto rendere conto a nessuno delle sue scelte, se non alla sua stessa coscienza.
André Grandier, secondo il sentimento del tempo, anche se non era nobile e non lo sarebbe mai divenuto e nemmeno si sarebbe mai immaginato di volerlo diventare avrebbe potuto trovarsi una moglie, comprarne il destino, anche se quella non fosse stata ricca e non avesse avuto dote.
E persino se quella fosse stata nobile.
Perché anche la nobiltà, in fondo, aveva un prezzo, seppur un suo proprio prezzo.
Un'altra storia, una nuova vita.
Il disprezzo sarebbe accresciuto a dismisura.
Lei non si sarebbe mai lasciata comprare da un titolo, da un castello, da un salice dalle mille foglie dorate.
Victoire si era affezionata al fazzoletto di terra che curava con sorprendente buona volontà. Aveva piantato dalie, margherite e fiordalisi.
Argo invece, ogni giorno chiedeva il permesso di correre in Rue de La Contrascarpe e poi, una volta giunto lì, la percorreva due, tre, quattro volte, naso all'insù, per scorgere e ritrovare il diabolico falchetto di cui ormai nessuno sapeva più nulla.
Dopo i primi giorni d'infruttuosa ricerca, i passi avevano iniziato ad allargare il cerchio e così il moccioso era risalito lungo la Senna, aveva chiesto a pescatori, conciatori, mercanti, barcaioli, fornai, fioraie, pescivendole, macellai.
Si era spinto fin oltre Notre Dame, fin quasi in Rue Vaugirard e oltre ancora.
Che André più di una sera, aveva dovuto affidare Victoire a una brava giovane che lavorava da Madame Fabér, tale Rosalie Lamorlière, che gliela tenesse d'occhio, ed era partito alla ricerca del moccioso, il cuore in gola, i passi spediti, a spaziare per gli angoli ammuffiti della città, le case storte, i voltoni scuri, le scalinate ripide, i pozzi arrugginiti, muschiati di verde, le corti di comari che sferruzzavano, e di panni stesi, ondeggianti a riflettere i morenti raggi di sole, incapaci di rischiarare le strade polverose e zozze.
E allora, ripercorrere le strade di Parigi non faceva altro che spingere ancora più a fondo il tarlo nella testa, il dubbio che il falco avesse scelto una strada precisa ove tornare, magari scorta in volo, dall'alto, una strada che André Grandier non avrebbe più potuto percorrere.
Una strada impossibile...
E ripercorrere le strade di Parigi induceva la memoria a rammentare gli stessi passi antichi, quelli composti a cavallo, assieme a lei, oppure a piedi...
Straziante composizione!
Ed era come se cercare quel falco fosse equivalso a cercare lei, ch'era fuggita lontano, nonostante entrambi avessero addomesticato il cuore ad ascoltarsi entro le mani dell'altro e il sesso a languire entro il sesso dell'altro.
La ricerca della bestiola si concludeva senza esito, ma accadeva di scorgere Argo esausto a fissare i barconi che risalivano la Senna, appollaiato sulla sponda di Pont Neuf , oppure da Pont au Change ove si potevano scorgere le torri grigie della Conciergerie, i lampioncini ordinatamente in fila...
Il cuore si stringeva in una morsa dolorosa.
Victoire attendeva sbirciando per vedere se il padre tornava, pestava i piedi perché non era giusto che Argo avesse sempre la meglio sulle sue conquiste, la prima consistente nelle lettere vergate sul foglio di carta, che il padre dapprima spiegava e poi le ordinava di ricopiare, come rudimentale sistema per insegnarle a scrivere, la seconda, la ricetta eseguita quasi alla perfezione di quella strana torta alle mele che cuoceva rovesciata all'ingiù, coperta dallo strato di frolla che via via si dorava al tepore del forno.
Giorni intensi e banali.
La mancanza incisa sulla pelle, la colpa a graffiare i pensieri, attanagliare il desiderio.
Che razza di uomo era...
Che razza di amore era quello che le aveva rovesciato addosso?
L'amore secondo gli uomini?
Prendersi una donna...
Scoparsela come si beve un boccale di birra?!
Oscar François de Jarjayes era una donna del genere?
Disincantata, sensuale, lieve, libera al punto di godere d'una scopata e via!?
André Grandier rimase lì, il corpo disteso sul giaciglio, al buio, ch'era ormai trascorsa la mezzanotte ma non c'era stato verso di prendere sonno mentre i ricordi affollavano la mente.
Il suo respiro...
La sua mano, che lui aveva ascoltato appoggiarsi alla schiena, aperta, quella notte, forse per sincerarsi che lui fosse vivo, davvero, forse per accertarsi che non l'avrebbe più perduto.
Chissà forse per provare a se stessa d'essere viva.
Vivere prima di morire.
Che cosa le aveva fatto dunque?
Le stesse domande...
Davvero ciò che le aveva fatto, era stato insegnarle ad amare e poi rifiutarla per il suo stesso bene?!
E davvero ciò che lei gli aveva insegnato - che anche lei gli aveva insegnato ad amare - era stato dono così infausto da essere respinto e dunque rifiutato per il bene di lei?!
E lui non era stato capace di fare i conti con la propria inadeguata indole, il suo essere e pensarsi inferiore a lei, così da usare quell'inferiorità come scudo per tenerla lontano da sé?
Martellarono i pensieri nella testa, mentre André s'immaginò il cuore di Oscar come una sorta di caverna chiusa, oscurata, vergine, che nessun essere umano si era mai spinto ad esplorare, gli angoli neri, le fessure muschiate, gli scorci umidi d'umori sprigionati dalla profondità insondata.
Lei non aveva mai permesso a nessuno di metterci piede.
André s'immaginò che se lui le fosse rimasto accanto, anziché lasciare la Francia, quel cuore si sarebbe forse dischiuso per Fersen o per Girodel.
Dunque forse davvero lui se n'era andato per infliggerle angoscia, per indurla a pensare al servo, per spingerla a desiderarlo.
Mai avrebbe immaginato che la propria partenza avrebbe messo in atto un meccanismo così perverso e sorprendente, così che, pietra dopo pietra, d'improvviso, le pareti della scura caverna s'erano come sgretolate, e gli scorci più oscuri, come baciati da un fremito di luce, sgocciolato a brillare lungo le pareti, come acqua sorgiva che predica vita...
S'erano rivelati…
Un tremito...
Lo sguardo sbarrato all'antro sconosciuto.
Che lo sguardo aveva colto una fessura, uno sbocco di aria, un pertugio di luce, il cuore si era ritrovato sgomento, il corpo tremante, colto dal sublime incedere di un'onda d'inspiegabile purezza.
Ma poi…
Le stesse onde d'una di quelle notti di luna crescente, mentre crescono anch'esse, una sull'altra, gonfiandosi, sormontandosi, arrivando via via a lambire sempre più rena, come a volerne rapire sempre di più, e infrangersi a catturare quel ponte di luce innevato dai raggi lunari.
Come un'onda, aveva ascoltato il proprio incedere dentro di lei, che lei lo aveva accolto e l'aveva abbracciato come il mare abbraccia la terra.
Rammentò quelle sere di luna piena, quando sgusciavano fuori di nascosto dalla casa in Normandia, per correre giù alla spiaggia, l'astro notturno a rischiarare i passi veloci nella notte umida di salsedine gonfia e spumosa, a rincorrere ridendo le onde, a rincorrersi e amarsi come solo sanno amarsi i bambini, senza baci, senza dita intrecciate, con la leggerezza d'una risata e uno sguardo a cercare il corpo nero contro la luna bianca.
Danzavano ad abbracciarsi nell'oscuro tremito caldo della terra intinta di gocce salate...
Ridevano a sfidare il cielo e le saette in lontananza...
E la sera successiva, la luna ormai scomparsa, tutto di nuovo nero e vuoto e il silenzio rotto solo dal cupo mugghiare del mare, altrettanto nero, in lontananza...
Ecco...
Lui s'era tramutato in quella stessa notte nera.
Prima, come l'oceano, aveva cercato di raggiungerla, come il mare tenta di raggiungere la luna, consolandosi della sola scia argentea che l'astro regala alla terra o all'acqua.
Poi l'aveva abbandonata, s'era ritirato e lei era scomparsa, inghiottita dal buio.
L'aveva rigettata entro un Inferno ancora più nero di quello di un amante che non può neppure rivelare di amare.
Ora lo sapeva che lei lo amava. Sapeva ch'era stata capace di abbracciarlo e lasciarsi respirare nel tepore del sonno e lasciarsi sfiorare nel dubbio dell'alba.
Non era bastato neppure quello.
Il corpo si ritrovò inspiegabilmente frustato, annientato, instupidito.
Si voltò di lato, mentre i pensieri s'infittivano s'accavallavano.
Nel girovagare, una sera aveva incrociato di nuovo Alain Soisson, il vecchio compare di ventura l'aveva invitato a passare da loro.
Aveva declinato.
Non trovava pace. La coperta scostata, la camicia infilata in fretta, gli stivali calzati con passo rapido, una parola all'insonnolito Argo che annuì sbadigliando a tenere d'occhio Victoire.
Sarebbe impazzito, mentre il corpo di Oscar bambina gli correva appresso, con quella risata un poco assurda e gli strilli a scansare l'onda più lunga e l'argento lunare intrecciato all'oro bianco dei capelli.
Perché quella sera c'era la luna piena e allora tanto valeva cedere all'abbraccio di Parigi, farsi un buon bicchiere di vino, perdersi entro una rena fatta di braccia e risate e rutti e manate e pacche sulle spalle e odore di stufato di cipolla e...
Le Tripot des onze mille diables...
Lo sguardo si sgranò alla vista degli altri compari che saltarono su, increduli di rivederlo dopo tanto tempo.
Alain Soisson li aveva avvisati che il soldato triste alla fine era riuscito a farla in barba a tutti i diavoli dell'Inferno, sin anche alla cruda condanna alla colonia penale, ed era riuscito a rimettere piede sul suolo francese.
C'erano tutti.
Si era sul finire dell'estate dell'anno 1784.
Dante Renard, che ora di anni ne aveva ventisei, ed era quello ch'era riuscito a recuperare la benedetta vasca da bagno!
Marcel Duvall, ne aveva parimenti ventisei, ed era stato grazie a lui se in casa di Monsieur Grandier si poteva cuocere i dolci in una specie di stufa con l'apertura a metà, che fungeva da forno, nella cucina della stamberga sghemba, ove avevano trovato collocazione anche una madia ove impastare la farina e le uova e il burro e lo zucchero, una dispensa ove tenere i vasetti di marmellata, e infine un tavolo e quattro sedie.
Gustav Dumas ne aveva compiuti venticinque. Lui, che dai compari, amava distinguersi perch'era quello più raffinato e aristocratico, anche se non aveva nulla di nobile, s'era prodigato a recuperare lenzuola quasi nuove, orlate di passamaneria bianca anziché buchi di tarli.
Il più giovane era Alain Soisson, di anni ne aveva appena ventiquattro. Lui aveva avuto l'onore maggiore, scovare la spelonca sghemba.
Il più vecchio era André Grandier, che ne aveva appena compiuti trenta.
Le braccia s'agitarono a sbracciarsi per consentirgli di unirsi alla compagnia e via pacche sulle spalle e pizzicotti e nocche ripassate sulla testa.
I soliti idioti...
André sorrise. Forse tra loro, quello che aveva fallito ogni scopo nella vita era proprio lui.
Aveva amato e amava una donna bellissima, lieve come una farfalla, forte come l'acciaio.
E la peggior assurdità era che anche lei lo amava.
E lui aveva fatto di tutto per ricacciarla nella sua solitudine.
Gli altri avevano portato a casa la pelle e ora bazzicavano per le vie di Parigi in attesa di un lavoro.
Nel fondo della voce, nello sguardo un poco brillo, pareva nutrissero ancora una vaga speranza di portarsi appresso una vita santamente serena, la pancia piena, una schiena da accarezzare e una testa di capelli da baciare, ma le parole schioccavano rabbia e rancore contro quelli che governavano la Francia.
Quelli che sedevano in Parlamento che strozzavano le leggi del re e anche il re che non aveva abbastanza coraggio per strozzare quelli che sedevano in Palamento e nemmeno la moglie austriaca e i cortigiani ebbri di ricchezze e insaziabili di ottenere benefici.
Si vociferava di una collana che pareva, da sola, valere tanto quanto metà del deficit della Francia.
Si vociferava che la Regina l'avesse rifiutata perché troppo costosa.
Chissà che c'era sotto!
Una regina che rifiuta una collana!
I bicchieri si sollevarono parecchie volte, il vino scuro e aromatico filò dritto ad intorbidire i muscoli, sciogliere la lingua, dare la stura a risate di rabbiose lacrime.
"E dicci un po'..." – Marcel Duvall non si smentì – "Che ne è stato del tuo damerino?!".
Che Gustav gli tirò una gomitata: "Non t'azzardare...quella non è un damerino!".
"Quante storie!" – Marcel restituì la gomitata – "Per me, quella è un damerino! Una donna! Dio...quale diavolo riuscirebbe mai a portarsi una donna del genere all'Inferno!?".
Che il senso della vita per i bellimbusti era pressoché sempre quello.
Trovarsi una donna e convincerla a seguirli fino all'Inferno d'una vita senza un soldo, una stanza fredda, qualche moccioso da sfamare e l'esistenza da affogare in un bicchiere di vino.
André sorrise.
"Potrebbe anche essere vero il contrario" – abbozzò malinconico.
"..." – Gustav si grattò la testa.
Era intimidito dalla storia ma curioso di conoscerne il lato più lieve, quello che conduceva a confidare in un destino di bellezza e trionfo. Non amava le tragedie, anche se le decantava come sottofondo della vita quotidiana.
Avrebbe voluto fare altre domande ma la presenza dei compari che invece declinavano curiosità come fossero orsi in cerca di miele tagliò il respiro e gl'intenti.
"Tu la sai lunga!?" – bofonchiò Marcel, un poco ubriaco – "Mi sa tanto che se non fossi un servo potresti pure essere una specie di poeta! Senza un soldo in tasca come tutti i poeti ma sempre poeta saresti! In effetti potrebbe pure essere che quella sarebbe capace lei di prendere per i fondelli il diavolo! E costringerlo a sbucare fuori dall'Inferno! Per starle dietro!".
Alain comprese, che forse non era André che si era portato all'Inferno quell'altra, ma era accaduto proprio il contrario.
Negò contrariato - "Proprio non ti comprendo" – sconsolato e anche un poco schifato dall'ignobile testardaggine dell'altro.
"E se ti dicessi che nemmeno io lo comprendo?!" – ammise André, sguardo insolitamente sereno.
"Ma che diavolo!? Che c'è di tanto complicato da comprendere!?" – sputò Alain inviperito – "Allora, se nemmeno tu capisci perché sei finito a ubriacarti in una dannata bettola anziché startene bello e buono tra le braccia della donna che ami beh...direi che sei un idiota! Un mezzo pazzo senza speranza! E ancora più idiota perchè una speranza ce l'avevi, ma l'hai gettata nella Senna a far compagnia ai ratti di fogna e alle bagasce tisiche!".
"Non credo Alain! Lei è nobile. E' nata per servire la famiglia reale...è stata educata per essere un soldato...".
"Sì...diavolo...una vera idiozia!".
S'immaginò André dove fosse Oscar in quel preciso momento.
Il vino mescolato alla malinconia d'un passato perduto slegò i pensieri più fondi - "Quando ero con lei...rammento che camminavo a distanza. Non potevo stare al suo fianco ma restavo almeno mezzo passo indietro. Non era lei a impormelo, ero io che non accettavo d'esserle accanto. Se adesso la rivedessi, come potrei tornare a camminare mezzo passo dietro a lei!? Come potrei restarle distante, non allungare la mano quando lo desidero, cogliere il suo palmo, stringerlo? Come potrei imporle di voltarsi, chiederle di guardarmi...".
S'immaginò André di quel sontuoso ricevimento di cui era corsa voce anche a Parigi.
La grande Sala degli Specchi istoriata di candelabri accesi, gremita di ospiti imbellettati, dame incipriate, gioielli a troneggiare sopra stoffe impreziosite da ricami dorati, gentiluomini a far la spola tra un gruppo di marchesi e uno di banchieri.
Se lui fosse stato là in quel momento, dopo ciò che era accaduto...
Sarebbe stata una follia!
Baciami!
La eco delle sillabe rimbombò nella testa.
S'immaginò che se gliel'avesse chiesto, e lei non avesse avuto modo di farlo, lui sarebbe stato costretto ad attendere, e se lei invece l'avesse fatto, sarebbe stato costretto lui a farla attendere, perché così, in mezzo alla sala, sarebbe stato un insulto…
Una follia!
Solo per un bacio!
"Allora se tu fossi nobile e se tu fossi ricco?!" – obiettò Alain, che l'obiezione era idiota certamente ma non c'era verso d'articolarne una più sensata.
"Non è questione di ricchezza o rango. Credo più a una uguaglianza tra esseri umani. Io non devo dimostrare nulla a nessuno, nemmeno a lei. Non ci sono gradini tra noi" – la resa uscì malinconica ma severa – "Se io diventassi, nobile, sarebbe l'idiozia più assurda che potrebbe accadermi. Sarebbe semplicemente elevare un nome. Che cos'è un nome? Sono soltanto quello? So che tornare al suo fianco significherebbe distruggere ciò che è lei!".
"E chi cazzo è lei!? Diavolo...chi sarebbe lei?!" – sputò Alain feroce, che lo sapeva chi era l'altra eppure gli pareva di non saperlo affatto.
"Lei...lei è Oscar François de Jarjayes!" – rispose André, un sorriso a sollevare il bicchiere, come ad augurare all'altra che non era lì di continuare ad essere chi era sempre stata – "Una bellissima donna!".
"Tutto qui?!" – rintuzzò Alain alticcio – "Non sei capace di camminare dietro ad una donna? E per questo te la lasci scappare!?"
Altri tre o quattro bicchieri di vino.
I due soldati si ritrovarono soli alla fine, quattro saluti a reggersi l'un l'altro, ai compari che avevano preso la direzione delle casacce ove dimoravano.
C'era la luna piena fino a due ore prima.
Ora, d'un tratto, annunciata dal pungente sentore acuto e umido del vento di fine estate, una pioggerellina fitta e fredda giungeva a lavare il respiro alcolico e i pensieri annebbiati dal vino.
Che i passi condussero verso Pont au Change.
Che i due compari dovettero scansarsi al passaggio di due soldati, baionetta in spalla, di corsa sotto la pioggia.
Che per poco non si scontrarono e per poco Alain Soisson non si sarebbe messo ad attaccare bottone con quello dei due ch'era più alto e che lo degnò di sbieco d'uno sguardo di patetico sprezzo.
"Vedi" – biascicò Alain – "Quelli sono della Guardia Metropolitana! Ho chiesto di diventare come loro".
"Un soldato..." – ammise André.
"Certo! E allora se anche tu facessi il soldato...e quella...che ne so, diventasse il nostro comandante...ecco che ben potresti camminarle dietro! Anzi, saresti obbligato a camminare mezzo passo dietro di lei! Che ne pensi!? Allora potremmo ben dire d'essere comandanti da una bellissima donna!".
"Mi sa che allora il poeta non sono io, ma tu!" – canzonò André con una punta di sarcasmo – "Non ti sarai mica innamorato di lei?!".
"Idiota! Se io lo fossi davvero...non le camminerei certo dietro le spalle...uno, due, tre passi...mezzo passo! Che idiozie! Le starei davanti alla faccia! E...".
S'ammutolì Alain Soisson, che un paio di volte si era ritrovato a scrutare l'altra, da lontano, che troppo vicino avrebbe finito per lasciarsi bucare il cervello dal suo sguardo e allora...
Dannazione!
Avercela davanti alla faccia l'altra!
E chi sarebbe riuscito a restarle distante?
André, come cazzo hai fatto?!
Sorrise André, mentre ascoltava l'improvviso mutismo del compagno di bevute.
Forse Alain stava a poco a poco scivolando in quell'esistenza dannatamente piena e al tempo stesso vuota, ove erano scorsi gli anni della sua vita.
Era vissuto – s'era ritrovato a vivere davvero - soltanto quando le era stato accanto.
E ora erano giorni, mesi, anni che si domandava che altro avrebbe potuto fare per lei, per restarle accanto senza amarla, senza disperdere nella polvere l'aura pura che sussurrava nel suo respiro.
Vivere per lei non avrebbe potuto.
Forse allora...
Morire!?
§§§
Lo sguardo corse alla platea di ospiti.
Un ricevimento sontuoso per onorare le eroiche personalità che avevano combattuto in America.
Comandanti di fregate, generali di brigata, sottufficiali e via via i ministri che avevano finanziato le spedizioni e tutta la buona nobiltà che aveva omaggiato le truppe di cavalli eccellenti, vino, stoffe, denaro...
Ognuno dei protagonisti avrebbe ricevuto la sua dose di gloria, il suo più o meno garbato ringraziamento, così da poterne disquisire in giro per altre corti, per altre assemblee, così da riportare nel resto della Francia, sin nei paesini più sperduti, la gratitudine del re per la vittoria contro gli odiati sudditi inglesi.
Tutti avrebbero ricevuto l'onore d'un elogio, anche solo a mezzo dell'invito ricevuto a partecipare al ricevimento.
Tutti tranne i soldati semplici.
Si era ritrovata senza appigli. Sempre più spesso incapace di accettare di muoversi e vivere, nell'unico scopo di rispettare il desiderio di André.
Le accadeva spesso ormai.
Victor Girodel porse un calice di vino, perle d'aria risalivano evanescenti sentieri per ricongiungersi al proprio stato.
Un cenno del capo, un sorriso appena accennato.
L'ufficiale era divenuto prezioso alleato di quella strana battaglia contro se stessa.
Un uomo che aveva compreso la perdita dell'amore e aveva ammesso di non sapere affatto quale fosse il senso dell'amore.
Forse davvero il primo passo per imparare ad amare.
Il bacio, quel bacio rubato all'incedere della tempesta sulla costa della Normandia, era rimasto contatto solitario e tacito, ma non disprezzato, né dimenticato.
Quel bacio aveva forse avuto pregio di filtrare una bava di luce entro l'antro nero in cui il cuore dell'altra era tornato a chiudersi, un raggio inaspettato che buca la nebbia delle nuvole scure, accarezza il mantello di muschio protetto da rocce appuntite e umide, inducendo a sperare in una sera di cielo stellato o in un paesaggio di tenero verde.
"Guarda..." – Victor Girodel richiamò l'attenzione del Colonnello delle Guardie Reali, intenta a osservare il dispiegamento di petali, piume, penne, merletti, pizzi, broccati, sete, perle, diamanti, smeraldi, ventagli, mosche posticce a forma di cuore, luna, cometa, spoletta, decolté incipriati, rossetti sbavati, che instupidivano l'aria nella Sala degli Specchi, costringendo lo sguardo a rivolgersi oltre le grandi vetrate nere, a scovare l'ormai perduto raggio di luna, che sino a poco prima aveva ornato i contorni delle aiuole, nei grandi giardini della Reggia, ormai ingoiato dalla pioggia fina e compatta che spumava dai vialetti di ortensie bruciate dall'estate morente.
Un cenno del capo, la sorpresa di ritrovare gli occhi acuti e penetranti d'una donna silenziosa ma sagace, non più giovane ma sorprendentemente piacente, fasciata in un semplice abito di broccato color grigio perla, impreziosito da perle autentiche, forse un regalo del marito ch'era chissà dove a commerciare per mare o a combattere fantomatiche battaglie contro l'ormai vinto popolo inglese.
Anche se il ricevimento era per onorare coloro che avevano partecipato alla Guerra d'Indipendenza, il Capitano di Vascello Monsieur Manoush Lemonde non aveva accompagnato la consorte.
"Madame" – la voce si schiarì, accarezzata dal delicato sentore del profumato vino – "Roma...".
L'altra sorrise, avvicinandosi lentamente, fissando prima Oscar, poi Victor, come ad interrogarli sul tacito patto che li aveva condotti lì, assieme, e s'esso poggiasse ancora, come nel passato, sull'ovvio dovere di fedeltà al proprio rango e alla propria carica.
Ma lo sguardo interrogava anche altro, che lo sguardo rimase un poco più a lungo sul Tenente Victor Girodel, il volto contratto ma capace di rivelare una sorta di rassegnata levità che mai prima di allora lei aveva letto sul volto dell'ufficiale.
Pochi convenevoli.
Madame Aleksandra Roma si era scontrata con Oscar François de Jarjayes, sul ponte d'una nave, incrociando shinai di bambù.
Se l'erano date di santa ragione in più di un assalto. Non avrebbe avuto senso ritrovarsi e scambiare salamelecchi sulle rispettive esistenze.
"Dunque...avete trovato modo di sistemare la vostra dimora?!" – chiese Victor porgendo anche alla donna un calice di vino bianco.
"Ebbene monsieur...direi di sì. Mio marito è tornato ed è ripartito subito, lasciandomi sola ma al tempo stesso libera di agire come meglio ritenevo per gestire le mie necessità".
I calici sollevati...
Un sorso generoso...
Lo sguardo di Madame Roma tornò su quello di Victor Girodel, lievemente assottigliato a sfidare l'incedere del personaggio che si avvicinava.
Un respiro fondo, anche Roma si stupì, pur non dando a intendere eccessiva sorpresa, di ritrovarsi accanto ai due uomini che aveva conosciuto durante la permanenza in America, il Tenente Victor Girodel e il Conte Hans Axel von Fersen, che parimenti si ritrovò ad omaggiare la dama conosciuta a Northampton.
Roma lesse una sorta di tacita comunione d'intenti che scorse tra il tenente e il nobile svedese.
Non aveva più avuto occasione di vederli assieme e le parve quasi che i due si fossero scambiati una sorta di muto consenso.
Ad esso si univa lo sguardo della donna che vestiva in uniforme. All'apparenza lontano, forse assente, forse intento all'inevitabile e infaticabile rimodulazione dell'esistenza.
Oscar François de Jarjayes non aveva con sé che poche parole, quelle udite entro la notte di sulfuree esplosioni, quelle sputate per via d'uno sgherro consumato in una bettola nel porto di Brest, quindi le accuse pesantissime e infamanti che poi s'erano dissolte come bruma asciugata dal sole di mezzogiorno e sopra tutto...
Nel mezzo, due abbandoni, due rifiuti, due ferite, due strazianti ammissioni d'essersi illusa d'amare ma di non sapere proprio nulla sull'amore.
Impossibile perdonare André Grandier...
Impossibile perdonarsi d'essere stata così stupida!
Non avrebbe potuto chiedere nulla al Conte di Fersen che la osservava compiaciuto ora, un sorriso un po' freddo, inciso dello straziante dolore di non poter amare nessuna donna, alla stregua di come lui amava Sua Maestà la Regina Maria Antonietta.
Oscar ora lo comprendeva.
Non avrebbe mai potuto accusarlo di nulla, se non di aver tentato di proteggerla contro il disonore di un amore imperfetto e ingannevole che l'avrebbe condotta nel baratro del disonore.
Così come il conte aveva fatto con l'onore della Regina Maria Antonietta.
E si disse che sì, se André Grandier fosse stato lì, adesso, magari un poco distante, in attesa di un suo cenno o di un'occhiata fugace...
Mai lei avrebbe potuto voltarsi, cercarlo, scorgerlo, raggiungerlo, anche solo con gli occhi e poi avvicinarsi e lasciarsi cingere i fianchi dalle sue mani, e lasciargli mordere le labbra...
Una follia!
Solo per un bacio!
Uno scarto del respiro...
Fuggire...
Victor Girodel le concedeva una via di fuga. Abbastanza onorevole, abbastanza dignitosa.
Victor Girodel le concedeva di volerle bene, senza amarla, senza imporle dunque di amarlo.
"Colonnello" – Roma scansò l'interesse per il nobiluomo e l'ufficiale – "Mi hanno detto che vostro padre è presente al ricevimento".
"Sì..." – disattenta...
"E vostra madre?".
"No, mia madre è accanto a Sua Maestà la Regina".
"Oh...devota come sempre".
"A breve Sua Maestà farà ritorno alla Reggia..." – abbozzò Fersen con una punta di soddisfazione.
"E' vero" – ammise Oscar – "Sua Maestà tornerà a Versailles".
"Nelle sue condizioni" – incise Fersen.
Madame Roma interrogò gli astanti.
"Sua Maestà attende un figlio..." – abbozzò Fersen.
"Oh, un altro erede! Finalmente la corte di Francia cesserà di prodigarsi con gl'insulsi pettegolezzi sulla famiglia reale!" – gorgheggiò la donna lanciando un'occhiata compiaciuta al conte svedese, che quello ricambiò con uno sguardo quasi feroce.
"Avete chiesto di mio padre" – concluse Oscar stancamente.
"Non vorrei incomodarvi" – ammise Roma flautata – "Mi piacerebbe rivederlo ma al momento trovo altrettanto piacevole restare ancora un po' qui. Quest'angolo si addice al mio umore e la compagnia anche. Sapete non capita tutti i giorni di ritrovarsi accanto ai valorosi ufficiali che hanno combattuto in America ed essere così fortunati da conoscerli personalmente e conversare amabilmente. Di battaglie e vittorie s'intende!".
"Ebbene madame, lo cercherò per voi allora e lo informerò che siete qui! Perdonate signori, sta iniziando a piovere. E' molto probabile che la passeggiata nei giardini verrà annullata. Debbo conferire con le guardie".
Un inchino...
Il silenzio interrotto da mormorii ravvicinati che s'allontanavano...
Le risate, i ventagli, le scie di pessimo profumo...
"Sempre impeccabile il nostro colonnello" – convenne Roma – "Seppure la trovo stranamente apprensiva!".
"Mi ha raccontato che nell'ultima ronda si sarebbe imbattuta in una giovane contessa che si aggirava in solitudine nella parte più remota dei giardini" – spiegò Victor Girodel.
"Ed è affare così insolito?" – chiese Roma.
"Non posso dirlo, ma per il Colonnello Oscar François de Jarjayes nulla è troppo insolito".
Sorrise Roma, un passo a disporsi a beneficio della visione di entrambi - "Ebbene messieurs...come volge la vostra partita?!" – esordì con un sorriso alquanto cinico.
"Madame, prego, non mi pare il caso. Non v'è partita tra noi!" – si schermì Girodel, strabuzzando gli occhi, che il Conte di Fersen invece sfoderò un sorrisetto soddisfatto come ad ammettere che la chiosa verbale non era per nulla disdicevole e la vecchia megera sapeva il fatto suo.
In fondo lui l'aveva considerata davvero una partita a scacchi tutta quella storia.
Una partita giocata al buio, senza che l'avversario sapesse d'essere tale.
Anzi, l'avversario non era mai stato tale, bensì una sorta di comune alleato a cui affidare la vita e l'onore di Oscar François de Jarjayes.
Avrebbe mai potuto André Grandier rischiare di distruggere la vita dell'altra?
Il bacio a Brest era stato come un colpo sparato da un cecchino, che però aveva sbagliato di poco il bersaglio, forse per via del caos o della tensione di abbattere davvero la propria preda.
André Grandier aveva rischiato di uccidere davvero Oscar François de Jarjayes.
Trascinarla nell'onta di un amore plebeo, triste, povero, senza futuro.
Distruggere l'aura pura e immortale che sempre l'avrebbe accompagnata.
Il Conte Hans Axel von Fersen aveva semplicemente consentito a quel tiratore di divenire ancora più bravo.
Mirare al cuore, ferire, lasciando la preda forse in fin di vita ma tutto sommato ancora circondata dall'aura pura e immortale, seppur un poco opaca.
Collaborare e coprirsi a vicenda...
Il Conte Hans Axel von Fersen aveva avuto in animo di salvare l'onore di Oscar François de Jarjayes. Non l'avrebbe mai amata ma non avrebbe mai accettato di vederla cadere nel fango.
Collaborare e coprirsi a vicenda...
Victor Girodel aveva avuto in animo di salvare il cuore di Oscar François de Jarjayes.
Non sapeva se l'avrebbe mai amata, non sapeva se lei l'avrebbe mai amato. No, forse non sarebbe mai accaduto.
Nella straziante risolutezza a restare fedele alla propria sottile forza, dettata appunto non dal volubile amore ma dalla solidità del rispetto, aveva accolto la muta proposta del Conte di Fersen di perorare la causa per la sopravvivenza di André Grandier.
Da vivo sarebbe stato uomo saggio e vigile a tenersi alla larga da Oscar François de Jarjayes.
Da morto, nessuno avrebbe mai più potuto controllare l'ascendente che quello avrebbe continuato a esercitare sull'antica padrona.
I due gentiluomini non l'avevano stabilito, così come si pianifica un assalto a un campo indiano avversario.
Ma alla fine così era stato.
Ricacciare colui ch'era divenuto a tutti gli effetti un estraneo alla loro stirpe, al loro rango, desideroso di possedere ciò che non poteva possedere, indietro, entro il confine di una esistenza che mai avrebbe lambito quella dell'altra.
Fersen abdicò a proseguire la conversazione.
Un inchino...
Pochi istanti prima che le geometrie mutassero come in una danza ancestrale di pianeti attratti dalla reciproca forza di gravità...
"Dunque, l'avete conquistata?" – chiese Roma curiosa, rimasta sola con l'ufficiale, nel solco del feroce sarcasmo, come a dire che s'era così, la donna conquistata era piuttosto brava a non darlo a intendere o forse piuttosto delusa dall'esito della relazione – "Non mi pare di vedere più quel suo attendente...quello che ho conosciuto in America?".
La donna corse con la mente al porto di Brest, quando erano scesi dalla nave, al muto approdo dei due corpi.
Oscar François de Jarjayes e André Grandier, così si chiamava l'uomo, parevano volersi abbracciare lì, in mezzo alla folla, come fossero stati due flutti distanti e che ora, dopo miglia e miglia di ricerca, erano finalmente giunti ad aggrovigliarsi, sormontarsi, perdersi l'uno nell'altro.
"Mi è stato riferito che sarebbe stato addirittura condannato e deportato alla colonia penale!?".
"Ebbene" – il nome muto, Victor Girodel si limitò a concedere l'agognato epilogo– "E' già tornato in Francia! E' stato scagionato da tutte le accuse. Ora vive a Parigi e il patto è di non avvicinarsi più a mademoiselle".
"Immagino la vostra soddisfazione allora!" – gorgheggiò Roma sorpresa ma poi non troppo – "Avete salvato l'onore del Colonnello Oscar François de Jarjayes e avrete la sua riconoscenza! Direi un ottimo risultato! Ottenere la riconoscenza di una donna, val molto più che far capitolare il suo cuore!".
"Continuate a discuterne come se fosse una battaglia madame! Ebbene, ne converrete con me che il rispetto è bene prezioso!".
"Se ritenete che il rispetto abbia pregio di competere con l'amore!" – chiosò l'altra velenosa.
"Voi non ne avete mai nutrito per alcuno?!".
Roma squadrò l'interlocutore, la domanda sorprendentemente insidiosa, declinata a entrambi i sentimenti. Per Madame Aleksandra Roma Lemonde non v'era alcuna differenza.
"Un tempo..." – abbozzò Roma rabbuiandosi al pensiero del più nobile sentire, ma decisa a restare nel solco fiero del più solido dei due – "Ora riservo rispetto solo a me stessa. E questo basta a guidare i miei gesti!".
Victor Girodel sollevò il calice, annuendo infastidito dalle parole dell'altra, o forse al fatto che Madame Aleksandra Roma Lemonde avesse, suo malgrado, piena ragione delle sue convinzioni.
Lo sguardo bianco del Generale Augustin Reynier de Jarjayes scrutò quello color malva di Madame Aleksandra Roma Lemonde.
L'uomo si avvicinò, seguito dalla figlia.
Accennò al baciamano, Roma indugiò nel contatto, come se non avesse atteso altro da decenni.
I pianeti d'improvviso si ritrovarono attratti e risucchiati da altre gravità.
Oscar si congedò, così come Victor ritenne di lasciar solo il generale con quella che appariva una vecchia conoscenza.
Il silenzio calò sugli sguardi. Roma s'attardò a osservare la figlia di Augustin scomparire inghiottita dal groviglio di sudati cortigiani puzzolenti.
Augustin fece un passo, nessun accenno a distaccate smancerie.
L'uomo dubitava della presenza di Madame Aleksandra Roma Lemonde lì, in quel frangente, dopo che, ormai trent'anni prima, quando lui aveva chiesto a Marguerite Georgette Laborde di sposarlo, non l'aveva più veduta e l'altra era scomparsa, come si fosse perduta in chissà quale tempo odioso, e forse per dimenticare si era sposata pressoché dopo di lui, con un capitano di vascello, forse proprio per imbarcarsi e intraprendere il folle viaggio della disperazione e della dimenticanza.
O forse s'era semplicemente messa il cuore in pace, così che Jarjayes s'era detto che nulla era accaduto e che lui le era stato miserevolmente solo amico.
Non era fiero di ciò che era accaduto.
Augustin Reynier de Jarjayes confidava nel tempo trascorso.
Seppure, freddo, si ritrovò inghiottito dal colloquio avvenuto nella propria casa pochi mesi prima.
Lui aveva taciuto, nell'inutilità di ripercorre passi ormai antichi, quelli che avevano diviso i destini dei due giovani.
Eppure, lo sguardo di Roma, insolitamente calmo, quasi placido, non pareva ammansito, come se, entro tutti quegli anni, l'altra non avesse mai davvero trovato modo di accettare il rifiuto di cui era stata tragica protagonista, così che quel rifiuto era divenuto solitario ma solido compagno di viaggio, così da attraversare indenne l'altrettanto feroce passato di Madame Aleksandra Roma Lemonde.
Un respiro fondo, Marguerite non sapeva nulla di quel passato e tutto sarebbe rimasto così.
"Che cosa vuoi!?" – secco.
"Sempre diretto, mio caro Augustin! Nemmeno una domanda su come sia stata la mia vita?" – ammise l'altra senza però declinare delusione, che lei, Augustin lo conosceva bene e sapeva altrettanto bene che l'uomo, nonostante fossero trascorsi ormai trent'anni, non l'aveva dimenticata e...
Forse adesso aveva paura, di lei, del loro passato.
"Che cosa vuoi?" – replicò l'altro severo.
"Mi hai giocato un brutto scherzo" – sussurrò quella senza guardarlo, continuando a scrutare la sala e le geometrie dei cortigiani che come sciami di vespe si coalizzavano a puntare un possibile avversario per poi attaccarlo e finirlo a suon di pungiglioni.
"Sono passati tanti anni. Io ho dimenticato...".
Madame Aleksandra Roma si voltò verso il Generale Augustin Reynier de Jarjayes: "Io no!" – rovente, il respiro quasi interrotto, che l'altro sussultò.
Come a puntualizzare che forse lui era stato in grado di dimenticare ma ciò non implicava altrettanto per lei.
Perché per una donna dovrebbe essere meno doloroso o più facile dimenticare?
Perchè se un uomo dimentica allora tutto può dirsi aggiustato e definitivamente ricomposto?
Repentinamente morbida...
Suadente...
Lieve...
"La nostra amicizia!" – precisò Roma, un sorriso subitaneo a smorzare il dubbio del precedente affondo, che però lo rendeva subdolamente incombente – "Che hai inteso?!".
Jarjayes si mantenne freddo, non avrebbe inteso approfondire la questione, nemmeno una parola.
"Intendevo che non ho mai dimenticato la nostra amicizia" – proseguì Roma avvicinandosi – "Mi è sempre stata cara ma convengo che la tua futura moglie avesse necessità della tua vicinanza e della tua presenza. E convengo che mai avrebbe dovuto sapere di noi".
"Roma!" – l'incalzò Augustin, che l'altra pareva già sul punto d'oltrepassare il labile confine della decenza.
Per altro genere di cortigiani o mariti o cicisbei, le insinuazioni di una donna come Madame Aleksandra Roma Lemonde sarebbero state medaglie d'appuntarsi al petto, trofei di cui vantarsi, connotando la gioventù ormai sfiorita di un uomo con l'antica capacità di corteggiare invaghite dame a cui poi avevano spezzato il cuore.
Il Generale Augustin Reynier de Jarjayes non era quel genere di uomo.
"Insomma, è stato triste per me. Una sorta di scherzo del destino" - languì la voce della donna che non intendeva fare marcia indietro e accondiscendere alla preoccupazione dell'altro, avendo intuito un'apprensione tale che per poco avrebbe perduto il controllo – "Ma ormai…".
Augustin tirò un respiro fondo.
Assurdo sarebbe stato minacciare l'altra di mantenere un atteggiamento distaccato dalla propria famiglia.
"Perdonami" – concluse Jarjayes incapace di aggiungere altro. Non rammentava di aver mai amato Roma, dunque non poteva rimproverarsi d'averla illusa. Era sicuro, a memoria, di non averlo mai fatto.
L'unica concessione, il disperato tentativo di richiamare l'altra a un briciolo di pietosa sensatezza.
"E di cosa?! Sono felice di averti incontrato di nuovo. Ho scoperto con sorpresa che non avendo avuto il dono di un erede maschio, hai educato tua figlia come tale. E come c'era da immaginare hai compiuto un ottimo lavoro!".
L'ho conosciuta...un'eccellente ufficiale!
"Devo congedarmi..." – declinò Jarjayes...
"A te!".
Roma vide allontanarsi l'altro. Non era certa se Jarjayes provasse timore o sollievo.
In entrambi i casi sarebbe stato irrilevante e al tempo stesso sorprendentemente interessante.
Se Augustin si fosse sentito sollevato, ciò avrebbe significato che lui non la temeva e non avrebbe mai temuto nulla. Dunque Roma avrebbe potuto vivere liberamente la propria presenza a Parigi e a Versailles.
Se invece fosse stato intimorito, allora avrebbe significato che la presenza dell'altra generava ciò che l'altra davvero si stava prefiggendo.
Spaventare il Generale Augustin Reynier de Jarjayes.
Scuotere finalmente fin dalle fondamenta, l'insulsa vita dell'altro.
§§§
"Aspetta!" – Victor la rincorse, l'afferrò per un braccio.
Ora poteva farlo, ora sapeva che Oscar François de Jarjayes non l'avrebbe respinto con disprezzo, ma al più avrebbe trattenuto il respiro, in attesa delle parole che sarebbero giunte a calmarlo, ammansirlo, il respiro.
Nessun timore...
Il cono d'ombra risucchiò gli sguardi.
Victor la spinse indietro.
L'altra si lasciò spingere indietro.
"Desidero solo che tu non soffra" – sussurrò, la destra a imprigionare i capelli dell'altra – "Desidero che tu sappia che non sei sola e che...".
"Lo so..." – parole inerpicate nella gola.
"Non perdonerò mai nessuno che dovesse farti del male!" – l'incalzò Victor – "Ma ho compreso che anche io potrei fartene. Dunque saprò attendere, saprò accogliere il tuo tempo e la tua vita. Ti porterò…".
Le dita strinsero i capelli - "Il rispetto che meriti".
La gola si chiuse, Oscar intuì le lacrime annegare la voce. Intuì che la strada, seppur da lontano, seppur ancora a una certa distanza, ricomponeva il bivio della sua vita entro il sentiero di un altro essere umano.
Che non era il Conte Hans Axel von Fersen.
E non era neppure André Grandier.
Non vi è nell'amore né obbligo, né dovere.
Non vi è nell'amore se non il rispetto, anche verso chi non ama e non potrà mai amare.
Victor Girodel era quel rispetto.
Oscar François de Jarjayes, lì, nel cono d'ombra del piano inferiore della reggia, quello che portava all'Orangerie, il sentore del profumo dolcemente intenso dei fiori che piano piano sbocciavano, aprendosi e liberando un tripudio di acuta freschezza, inondata dalla pioggia, intuì il lento scivolare del cuore verso la fulgida presa di coscienza che le mani di Victor Girodel avrebbero rispettato le sue labbra, il suo viso, la sua voce...
Il suo sesso...
Che lei fosse stata donna...
Oppure uomo...
La destra si sollevò scivolando alla bocca dell'altro. Le dita s'appropriarono del respiro tiepidamente sussurrato, mentre lei gli chiedeva di tacere.
Le dita scorsero alle labbra, scorrendo ad ascoltarne la consistenza nuova e libera e disperata.
Il profilo si sporse, le labbra si sporsero e baciarono la bocca, dapprima timida, poi dischiusa a respirare nel respiro.
Sapeva d'eseguire un ordine.
Sapeva di cedere al desiderio di André Grandier.
"Ti accompagno" – sussurrò Victor, appoggiando le mani al muro dietro di lei, chiudendola in una sorta di gabbia di sguardi scuri e fondi.
"No. Lascia che io impari da sola...a...".
"Imparare ad amare?!" – chiese un poco contratto, quasi commosso Girodel – "Si può imparare ad amare?".
"Non lo so...ma se non provo a farlo...non lo sapremo mai...".
"E dunque, perché tu possa imparare, dovrei lasciarti andare?!".
"Sì, in questo momento sì. So cosa provi. So che anche tu devi imparare a comprendere l'amore. Per ciascuno è diverso".
La sinistra dell'uomo strisciò contro il muro, scivolando giù, per ritrovarsi libera dal contatto con la pietra, parallela al corpo, così da lasciare l'altra scostarsi e scivolare via a sua volta.
La osservò Victor, scomparire, questa volta nel sensuale miscuglio di sentori di fiori d'arancio, rose e gardenie inondate dalla pioggia.
Che forse lei era davvero come la pioggia.
Era necessario attenderla, che quando avesse avuto in animo di rivelarsi, essa avrebbe consentito alla terra di rifiorire e continuare a vivere.
Non come pioggia che ritorna all'oceano ma come pioggia che inonda i passi ove camminare.
§§§
Argo non è più in questa casa.
Avresti potuto opporti, impedire che lui lasciasse casa Jarjayes.
Nanny si era affezionata a lui. E anche tu lo eri.
L'hai lasciato andare, come si lascia libero un animale selvaggio, che anche se è stato addomesticato, resta sempre libero e ove intuisce la via della libertà, non esita a ripercorrerla.
O forse l'hai lasciato per avere una scusa.
Per mantenere un legame che altrimenti si sarebbe spezzato per sempre.
Sapere come sta Argo...
Sapere dove si trova Argo...
C'è anche la piccola Victoire.
E dove ci sono loro, c'è anche André.
Oscar osservò il profilo dell'orizzonte via via rischiarato dalla prossima alba che lavava via le ultime pozze di buio.
La luce filtrava dapprima sulle alte cime dei platani e delle querce per poi allargarsi a terra, come una sorta di manto tiepido, impreziosito dal subitaneo scintillio che balenava dai campi arati e fradici, come una specie di grande mare illuminato dal chiarore del nuovo giorno.
Battevano nelle viscere quelle dannate onde che non era più stata capace di placare.
Non c'era stato verso d'ammansirle e inghiottirne l'infausto effetto.
Ch'era dolce il ricordo, ch'era intenso il senso della perdita d'equilibrio, come se si fosse stati sull'orlo d'un baratro, d'una cascata, e una volta caduti giù, immersi nell'acqua il respiro veniva meno, il corpo frustato, attraversato da una corrente calda e devastante.
Morire...
Le era parso quasi di morire...
Lo sguardo si sollevò a scrutare l'orizzonte.
Il richiamo conosciuto...
Il cuore inchiodato allo stridio acuto...
S'impietrì, immaginando d'essere oltremodo stanca, immaginando che la coscienza avesse subìto un danno ormai impossibile d'arginare.
Di nuovo, che cercò allora disperatamente, che non poteva essere un caso.
Scese da cavallo, si tolse il mantello un poco fradicio, se l'avvolse attorno al braccio destro che sollevò un poco, continuando a cercare con gli occhi, girando su se stessa, spazzando l'orizzonte, smaniosa, cacciando la vista entro pertugi di fronde ormai ingiallite dalla calura dell'estate.
Come fosse stata risucchiata entro un tempo ormai concluso e morto, ma vai a capire quand'è che il tempo muore davvero?!
Un altro stridio...
La bestiaccia sbucò dal folto d'un querceto grondante di pioggia.
Lo sguardo la rincorse, così come il passo, il braccio sollevato, il pugno chiuso a immaginare il contatto che si consumò pochi istanti dopo, quando gli artigli del falco s'appropriarono dell'appiglio, chiudendosi e mordendo la stoffa del mantello, affondandoci dentro, sì quasi a lambire la carne.
Il cuore prese a battere ancora più forte.
Pur si sollevò di nuovo, istantaneamente, riprendendo quota.
La bestiola era fradicia, libera.
Inspiegabilmente fulgida di leggiadra bellezza.
Oscar la richiamò, quella planò di nuovo.
Di nuovo lambì il mantello come ad accettare e arrendersi e fermarsi e tornare di nuovo ammaestrata, presa al laccio.
No...
Il falco volò su, ancora e ancora.
Oscar si ritrovò a cavallo, mentre lo sguardo correva a fendere il paesaggio per mantenersi addosso all'animale che aveva ripreso a volare in alto e di nuovo...
A guidarla entro un'evanescente strada.
Il sole ormai alto delle nove accompagnò i nove rintocchi di Notre Dame.
Dopo aver varcato a cavallo il confine della città, attraverso Rue Saint Jaques, dall'Observatoure, e aver attraversato le Petit Pont, si ritrovò la facciata della cattedrale sfilare alla sua destra, mentre al groviglio di tronchi, arbusti, rovi, cespugli, campi arati, grappoli di case sparse per la campagna s'era sostituito quello dei tetti di ardesia, dei pozzi, delle straducole buie di stantia muffa e piscio e pane appena sfornato, e ancora delle guglie delle chiese e dei portoni neri dei palazzi.
Per qualche istante perse di vista il falco, come impazzita rimase con gli occhi a scrutare i pertugi e i marmi della dannata chiesa, che tramutata in una sorta di labirinto disumano, col rischio di perderci l'esile filo che la legava alla bestiaccia, così come a quell'immaginario Minotauro, demone mai sopito, che altro non era che l'instupidito desiderio, fondo e incessante di tornare lei, sola e unica responsabile, a essere libera, e mai più addomesticata ad un amore ch'era solo puro rispetto.
Scorsero gli istanti mentre il cuore batteva e del falco non v'era più traccia.
Oscar sapeva che quello era sotto la custodia di Argo.
Se la bestia era giunta sin oltre Versailles, significava era probabilmente sfuggita alla custodia del moccioso, per tornare nell'unico luogo che le era noto, l'unico luogo in cui era vissuta da quando era stata portata in Francia.
Argo doveva essere disperato.
Le redini strette, mentre il cavallo innervosito scalciava sul selciato polveroso della cattedrale, inondato - via via che il sole spiccava alto, a disegnare le torri e le finestre istoriate di declinazioni colorate proprie di ciascun singolo vetro o marmo - dall'altrettanto variegata e chiassosa folla di mercanti e contadini e mendicanti e dame imbellettate che ogni giorno calpestavano il suolo avanti al monumento in pietra, in un ondeggiare di preghiere alternate a bestemmie, a seconda di ciò che il destino aveva riservato a ciascuno di essi.
"Ehi damerino!".
Il richiamo la fece sussultare. Era da tempo che non l'appellavano a quel modo. E nessuno con un grammo di sale in testa si sarebbe mai permesso di farlo, sapendo chi era.
Oscar si voltò a cercare di comprendere s'era proprio lei la destinataria.
La faccia insolente e sbruffona di Alain Soisson, un tempo soldato di ventura in quel di terra d'America, e che però in quel momento non indossava alcuna divisa, depose per la conferma, ossia che in mezzo a quel marasma solo quell'idiota avrebbe potuto apostrofarla a quel modo.
Il giovane sussultò a sua volta, che forse non era il caso di calcare la mano sull'antico appellativo.
Tre passi e le fu accanto...
"Perdonate, non m'è parso sensato declinare a voce sguaiata il vostro nome e cognome e grado...e tutto quel che siete!".
"Damerino invece sarebbe più appropriato!?" – lo sfidò l'altra, stanca e innervosita ma non al punto da abdicare alla solita battaglia verbale.
"Siete a Parigi monsieur! Madame...insomma! Siete un ufficiale...ma siete anche una...".
"Falla finita soldato Soisson! So chi sono e so di essere a Parigi!" – lo sguardo sempre ficcato alla cattedrale di pietra – "Non ti facevo così attento alle esigenze di una donna!".
"Non sia mai! Piuttosto così conciato e senza uno straccio di scorta rischiate di finire disarcionato in un istante e derubato di..." - tossicchiò il giovane.
"Mantello, denaro e vestiti immagino!?" – chiosò Oscar, gli occhi alla cattedrale, lo sguardo abbagliato dal sole e la stizza di veder spiccare il volo soltanto spaventati piccioni.
"Immaginate bene! Credetemi...per una come voi non sarebbe opportuno ritrovarvi disarcionata e spogliata d'ogni avere...ma insomma...persino della giacca e della camicia...".
"E' così malmessa questa città!?" – distratta, che cercava il falco e non le importava nulla di rischiare di finire in chissà quali mani, in chissà quale angolo zozzo della città.
"Peggio che malmessa! Un vero Inferno! Che ci fate da queste parti!?".
"Ebbene, rammenti quella bestia a cui tu stesso hai quasi spezzato un'ala?!".
Il colpo di baionetta era risuonato nella testa, con tutto il suo carico di distruzione.
Non solo quella inferta alla bestia alata…
La grandine di piombo aveva reciso molte vite.
"…" – s'ammutolì Alain Soisson, l'ombra della vergogna calò sul volto a velare e nascondere l'inspiegabile impulso che aveva guidato la mira contro il falco, come a voler sopprimere un ignoto avversario che gridava nel cielo la sua beffarda libertà.
"Parlate del falco!?" – Alain si riebbe, attaccandosi d'istinto alle redini e l'altra quasi d'istinto sollevò il frustino come a ricacciarlo indietro, gli occhi ficcati addosso.
"Perdonate!" – l'incalzò il giovane – "Stiamo parlando del falco di Argo!? Sono giorni che è scomparso! Il moccioso lo sta cercando in ogni angolo della città. Quella dannata gallina con le ali gli è scappata e lui non si da pace!".
Oscar si morse il labbro...
Avrebbe potuto lasciar perdere tutto, strattonare il destriero e uscire dall'infernale marasma e...
"Quella gallina volante..." – l'indice indicò la torre sud – "Probabilmente si è spaventata per la folla ed è volata lassù. Appena sarà l'imbrunire, se resterò qui, Pur tornerà a farsi vedere".
"Così Argo potrà recuperare la sua dannata bestia! Vado a chiamarlo! C'è tutto il tempo!" – propose Alain d'un fiato.
"No!" – secco, istintivo, il cuore batteva all'impazzata – "Se non dovessi ritrovarlo...Argo resterebbe deluso. Voglio avere Pur con me, quando potrò restituirglielo. A quel punto ti chiederò di condurmi da...".
Si morse il labbro Oscar François de Jarjayes, di nuovo.
Alain Soisson s'immaginò ch'era forse l'aria del mattino, forse la luce brillante del sole, forse la caotica marmaglia che li accerchiava e li spintonava rischiando di disarcionare l'ufficiale.
Scorse un non so quale rossore sulle guance, come se quell'ufficiale stesse tradendo una promessa inconfessabile, un desiderio remoto e sepolto, come se il ritrovamento del falco rappresentasse una porta che s'apriva, d'una gabbia oppure di una stanza chiusa da tempo, odore stantio di muffa e acqua marcia...
"Come desiderate" – balbettò Alain Soisson – "Però accettate almeno l'invito per un bicchiere di vino. Se il falco se ne starà rintanato fino al pomeriggio, non potrete fare altrettanto qui, sulla piazza".
"Vino alle nove del mattino?".
Tossì davvero Alain Soisson - "Solo un goccio! Ne convengo che è presto ma se preferite...".
"Tu sai dove abita Argo?".
Annuì il soldato...
Certo che lo sapeva dove stava il moccioso indiano. Stava assieme alla mocciosa che aveva perduto la madre annegata nella Senna.
E abitavano assieme adesso, assieme a quell'idiota d'un soldato triste, che con quello s'erano lasciati forse sei o sette ore prima e dannazione se l'avesse saputo d'incrociare il damerino, proprio quella mattina, non ci avrebbe pensato due volte Alain Soisson a tirarsi dietro quel bellimbusto d'un Grandier!
Poco male...
Il labbro dell'altra rimase imprigionato, stretto sin quasi a far male. Un respiro fondo fu segno d'invito a spiegarsi, che questa volta Alain Soisson si permise di tirarla per le lunghe e declinò a raccontare della stamberga.
Avrebbe preferito accompagnarcelo lui stesso, il damerino, così, per vedere la faccia del soldato triste che se la fosse trovata davanti l'altra, ma anche un solido racconto di mezza salvezza poteva ben valere d'accompagnare le ore seguenti del damerino in quel della caotica Parigi.
§§§
Alain Soisson convenne che Oscar François de Jarjayes non fosse una donna esattamente uguale a tutte quelle che aveva conosciuto.
E nemmeno lontanamente simile.
Certo, vestiva in uniforme, si muoveva silenziosa, osservava tutto, anche se pareva assorta entro chissà quali ragionamenti.
Ma non era questo che declinava la differenza.
E anche se era convenzione che le donne non fossero da stimare al pari degli uomini, né come arguzia, né come intelletto, di certo era difficile non immaginare che quella fosse davvero arguta ancora più di un uomo, anzi, molto peggio d'un uomo.
"Non ti trattengo" – obiettò Oscar osservando il giovane accomodarsi davanti a sé, al tavolo, il braccio alzato a richiamare l'oste che venisse a servire un boccale di buon vino – "Avrai i tuoi impegni!"
"Non preoccupatevi. Come vedete posso restare".
"Non hai un mestiere? Una famiglia?".
"Una famiglia? Certo! Vivo con mia madre e mia sorella Diane. E un mestiere…beh vorrei avercelo. Dopo la fine della guerra, siamo stati tutti congedati. Io e i miei compagni, li avete conosciuti anche voi, abbiamo fatto domanda per entrare nei Soldati della Guardia...".
"A Parigi, la compagnia B immagino?".
"Sì, come fate...".
"Parigi ti s'addice di più. A Versailles...".
"Che intendete!?" – saltò su Alain intuendo una piega un poco offensiva nel discorso dell'altra – "Che non saremmo adatti alla reggia? Saremmo troppo plebei?!".
"No! Sei sempre prevenuto! Intendo che la reggia non sarebbe adatta a voi! A Versailles vi annoiereste. Tutto qui. Ma se ritieni d'essere in grado di far la guardia a pavoni, ortensie e rose, vedrò che posso fare".
"Che!?" – inghiottì Alain Soisson – "No...di grazia...non intendevo...davvero...".
Il primo bicchiere filò giù, un sorso abbondante tracannato d'un colpo.
Caz...se lo sapessero Dante e Marcel...e quel bellimbusto di Gustav!
Alla faccia del vino alle nove del mattino!
"Non ho necessità che resti" – tagliò corto Oscar, mentre le tempie prendevano a battere e la coscienza perdeva a poco a poco aderenza alla realtà – "Non sei più un soldato dunque...".
"Veramente...".
Alain Soisson non sapeva davvero che tono imporre alle parole. Non sapeva se usare quello affettato e gentile, come si sarebbe convenuto con una dama, oppure schietto e diretto, appropriato per un cavaliere, peggio ancora un cavaliere plebeo.
Rammentava lo sprezzo con cui l'aveva giudicata, l'altra, in America.
Poi insomma...
"O credi che non saprei difendermi?!" – che ci pensò l'altra a imboccarlo.
"Beh, se permettete, sarebbe così riprovevole se lo pensassi? Se vi reca offesa, immaginarvi in pericolo…".
"Sì" – secca ma lucida.
Il secondo bicchiere - "Vattene! Se potrai ritorna nel pomeriggio. Meglio verso il tramonto. Sarò davanti alla cattedrale. Se Pur si farà vedere, mi indicherai la strada per la casa di Argo!".
Furba la dama in abito maschile!
Lo pensò Alain, che fu costretto ad alzarsi, che non si era mai veduto, se stesso, a insistere a importunare una donna, anche se quella vestiva in uniforme, si muoveva silenziosa, osservava tutto, e pareva assorta entro chissà quali ragionamenti.
E anche se era convenzione che le donne non fossero da stimare al pari degli uomini, né come arguzia, né come intelletto, di certo Alain ammise che quella aveva spavalderia da vendere, non coraggio, ma insana e dannata spavalderia.
Ma che, al pari dell'amico André Grandier, stesse fuggendo da chissà cosa.
Forse proprio dall'amico André Grandier...
§§§
La pioggia prese a fendere il volto.
Se avesse potuto sarebbe salita lassù, per scorgere il falco, che doveva aver scambiato un qualche anfratto tra le statue e i doccioni e le traverse in pietra, come un rifugio abbastanza sicuro, lontano dal marasma sottostante.
Che la pioggia compose il deterrente perfetto per sgombrare la dannata piazza da banchetti di venditori, pescivendole stonate, fioraie, borsaioli, barrocciai...
Tutti presero a fuggire via, coprendo le mercanzie, proteggendo i pochi beni dal fango zozzo che immancabile finiva per smuovere il già lurido pavimento antistante Notre Dame.
Alain Soisson, non trovando più la gentil dama seduta ove l'aveva lasciata, si precipitò davanti alla cattedrale, giusto in tempo per scorgere lo spiazzo vuoto inondato di pioggia e la donna incappucciata nel mantello, scoprirsi il capo, sollevare lo sguardo alla pietra scrociante, tendere leggermente il braccio, in attesa di scorgere la bestiola.
Che quella spiccò il delicato volo, andando a planare docilmente sul braccio, sprimacciando le piume fradicie, scrollandosi di dosso l'acqua, arruffando le piume...
Alain Soisson ebbe a mala pena il tempo d'indicare la via, poco oltre la piena della Senna che lambiva le rive fangose costringendo topi e mendicanti a sgattaiolare fuori dai pertugi, occupati nella notte.
Era l'imbrunire...
Il giovane reduce ottenne in cambio un mezzo sorriso, la promessa d'intercedere per lui e i compari, una moneta per il disturbo che provò anche a rifiutare...
Ci provò Alain Soisson allora a insistere, restare, accompagnare l'altra...
Era l'imbrunire, quella si sarebbe ritrovata da sola, di notte a Parigi.
Nulla da fare.
Si ritrovò congedato in un batter di ciglio.
Si permise di indugiare allora, dietro l'angolo, non visto ma con la visuale aperta.
Riconobbe il grido acuto e quasi piangente del moccioso indiano che quasi sarebbe volato giù dall'ultimo piano della stamberga, mentre intuiva il volo del falco risalire su, dopo aver speso l'ennesimo richiamo, ultimo di tutti quelli che per settimane erano andati a vuoto.
Alain Soisson si stupì.
Oscar François de Jarjayes, parimenti a lui, non si era fatta avanti, ma si era ritratta dentro un anfratto della casa di fronte alla stamberga dove abitavano André e i due mocciosi.
Forse per proteggersi dalla pioggia.
S'era immaginato che quella sarebbe giunta alla porta, trionfante, esibendo il ritrovamento della bestiaccia dispettosa.
E invece s'era sbagliato di nuovo.
Fino a quel momento s'era goduto la giornata, come una serpe indisturbata si gode il sole dell'estate a ridosso d'una pietra sotto cui può rifugiarsi in caso di pericolo, in attesa della preda.
Non aveva compreso nulla.
Rimase ancora un poco ad ascoltare le grida di Argo, il pianto, il trambusto esploso nella casa sghemba. S'immaginò che quella donna non volesse gratitudine, riconoscimenti.
Forse semplicemente non voleva incontrare André Grandier.
Ammise che Oscar François de Jarjayes era una donna diversa dalle altre.
Aveva orgoglio da vendere.
O forse una dannata mancanza di coraggio!
E André Grandier, che fosse dannato anche lui, era stato capace di usare quell'orgoglio nella più perfida delle maniere.
Se ne andò Alain Soisson, dubbioso se rivelare nei giorni a venire, chi era stato a ritrovare il falco e a riportarlo si lì.
Se ne andò Alain Soisson senza accorgersi che Rosalie Lamorlière, che altri non era che la moglie del giornalista Bernard Chatêlet, noto a tutti nel Fabourg Saint Antoine, per la sua politica antimonarchica a favore dei diritti della povera gente, era lì, poco distante, a finire di spazzare via le foglie secche dal benedetto anfratto.
La polvere e le sterpaglie sospinte dalla ramazza e per di più inorgoglite dal respiro della pioggia, caddero ai piedi, inzozzando gli stivali.
"Monsieur...perdonate..." – balbettò Rosalie scorgendo la figura immobile che si riparava dalla pioggia e si osservava gli stivali impolverati e luridi – "Sono spiacente...il vento".
"Non fa niente. Perdonate voi...era l'unico posto per riparami dalla pioggia...".
"Monsieur..." – che la giovane Rosalie si avvicinò – "Perdonate...temo che non cesserà di piovere...avete necessità di un riparo più confortevole?".
Oscar rimase zitta.
Lo sguardo corse dal cono d'ombra ove s'era rifugiata, alla porta in legno della stamberga. La mente compose la distanza. Quindici passi all'incirca dividevano gli ingressi dei due edifici.
Sarebbe bastato comporli, quei pochi passi.
Bussare...
Avrebbe rivisto André.
Lo desiderava...
E al tempo stesso lo disprezzava.
E disprezzava se stessa per essere stata così debole al punto d'essersi lasciata ammaestrare da lui.
Voleva André, voleva vederlo.
E voleva vederlo da sola, senza avere neppure il suo sguardo sopra di sé.
Un passo...
"Che luogo è questo?".
"Oui, monsieur, è un ostello per viaggiatori di passaggio. E' pulito e confortevole. Io lavoro qui. Perdonate...non vorrei che pensaste...".
Non la fece concludere.
Oscar sollevò lo sguardo lungo l'altezza della stamberga. Contò tre finestre, una per ciascun piano, oltre alla luce che dava dalla strana torre aperta, ormai immersa nel buio piangente d'un salice grondante di pioggia insistente e fredda.
Chi avesse occupato una stanza dell'ostello avrebbe di certo potuto scorgere gli abitanti della casa che stava dirimpetto a quello.
"Va bene...avete una stanza libera?".
Sussultò Rosalie Lamorlière - "Sì...prego...vi faccio strada...e il vostro cavallo...".
"Vi pagherò...c'è una stalla per rifocillarlo?".
"Certamente!".
Rosalie corse via per tornare con un ragazzetto al seguito che porse un inchino e s'impossessò delle briglie dell'animale.
Oscar lo guardò, la mente cadde in un lontano ricordo. L'altro invece non ebbe sussulti. Forse era troppo giovane per ricordare.
Il legno della scala scricchiolò sotto i passi lievi, lo sguardo seguiva l'unica fonte di luce, la candela che la giovane reggeva per condurre l'ospite nella stanza prescelta, che no, fu proprio l'ospite, in un rapido conteggio a memoria, e pur non avendo mai messo piede prima nell'ostello, a domandare se una certa stanza fosse libera e se fosse possibile fermarsi lì, in quel loculo angusto, una sola finestra che dava sulla via stretta, con la stamberga sbilenca che s'imponeva incombente a rubare aria e luce dall'alto e respiri e grida dal basso.
Rosalie abbozzò che ce n'erano di migliori.
No, andava bene proprio quella stanza, che l'alone della candela rischiarò all'istante.
Le pareti spoglie, il letto rifatto, la seggiola e soprattutto una sorta di evanescente porta fatta di rabbia e amore, che dava sull'altra vita, sull'altra esistenza.
Gli occhi si colmarono dello scoppio di gioia ch'era esploso nella casa di fronte.
I saltelli di Argo, le mani giunte di Victoire che lei il falchetto l'aveva veduto solo per poche ore e forse ne aveva timore e poi...
Tremò Oscar, le parole stentarono a uscire.
Si resse alla spalliera della sedia, chiese alla giovane domestica di spegnere la candela e uscire e lasciarla sola. Avrebbe fatto da sé.
Desiderate acqua...
Basterà una brocca...
Pane...
No...
Un telo per asciugarvi...
No...
La porta si chiuse, la candela esalò l'esile respiro fumoso.
Oscar accostò la sedia poco lontano dalla finestra, il buio della stanzetta appena rischiarato dal chiarore che s'irradiava da fuori, senza pregio di illuminarla, ma capace di rivelare l'andirivieni della casa di fronte. Era la cucina...
Si sedette Oscar come una specie di falena che vorrebbe danzare attorno alla calda presenza della luce emanata dall'esistenza dell'amante, ma le gambe a mala pena reggevano l'incontro, il cuore s'era quasi fermato, per non far rumore e non rischiare che di là qualcuno percepisse la sua presenza.
André...
Stava lì, seduto al tavolo, il sorriso rivolto al moccioso.
D'un tratto...
Il volto andò a scrutare la finestra, quasi attraversando lo spazio che la divideva dall'altro.
Oscar pensò davvero che lui l'avesse ascoltata e dunque scorta, di là dal vetro, di là dalla tenda, di là dal buio che scivolava cupo lavando i muri degli edifici.
Si ritrasse mentre lui guardava fuori seppur stando seduto.
Scorse il volto.
Si rattrappì come fosse stata scoperta, come s'immaginasse all'istante il rimprovero asciutto, quasi commiserevole, a lei che non era stata capace di rispettare la sua volontà.
No, un respiro fondo...
Lui non l'aveva veduta, non avrebbe mai potuto accorgersi che lei era lì, a nemmeno dieci tese di distanza.
Lo sguardo s'acuì e Oscar si ritrovò come ladra a rubare immagini, a scorgerne il sorriso dell'altro, il vezzo di scostare i capelli dal volto...
Le mani, Dio...
Le sue mani...
Le scorse, anche quelle.
La pioggia...
Pensò fosse la pioggia che s'intestardiva a inumidire il volto.
Non s'accorse che piangeva.
Dopo tanto tempo aveva finalmente trovato un luogo e un tempo in cui piangere senza un motivo, senza uno scopo.
Pianse Oscar François de Jarjayes, come avesse ritrovato se stessa dopo un lungo viaggio, dopo un lungo sonno.
* Chimica dei Pigmenti - Ass. Chimici per un'ora - Appunti Marcella Guiso. L'oro in polvere veniva preparato macinando la polvere grossolana, ottenuta come limatura o segatura, insieme al miele, e lavando via, poi, il miele con acqua. Il motivo per cui si ricorreva alla macinazione in presenza di miele era che le particelle d'oro, per effetto della pressione esercitata su di loro con il pestello, invece di dividersi in particelle più piccole, si riassociavano diventando più grandi. Il miele serviva, quindi, a tenerle separate durante la macinazione e a separare le particelle più piccole appena formate. Un altro procedimento che veniva utilizzato consisteva nell' amalgamare l'oro con il mercurio macinandoli assieme; si otteneva una pasta più o meno densa a seconda della quantità di mercurio. Questa pasta veniva chiusa in un sacco di stoffa e pressata in modo da eliminare l'eccesso di mercurio; si otteneva un amalgama duro e friabile che veniva polverizzato. Il mercurio veniva, quindi, allontanato con le opportune precauzioni per riscaldamento e si otteneva l'oro in polvere. Esistono altre ricette medievali per la preparazione dell'oro in polvere, alcune del tutto fantasiose.
L'oro in polvere veniva usato come fosse un inchiostro, mescolato con chiara d'uovo o gomma. Spesso si usava su pagine di pergamena tinte con porpora per ottenere effetti particolari.
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