I seem to have attracted a troll reviewer, please just ignore them!

Ah, ecco. Il lume dell'altra casa. Un lume or ora acceso nella casa dirimpetto: l'alito d'una vita estranea ch'entrava a stenebrare il buio, il vuoto, il deserto della sua esistenza.

Il lume dell'altra casa

Luigi Pirandello

Dans la maison (theme)

Rombi Philippe

La porte du ciel

Che sapore ha la libertà?

Che odore ha la libertà?

Qual è il suo tempo?

Forse l'aroma del fieno appena mietuto, bagnato di rugiada al mattino, abbandonato al sole, ad asciugare, e poi raccolto in fretta che non finisca per marcire?!

Forse il sentore di pioggia, adagiata stanca entro una pozza chiara non ancora arsa dalla calura?

O forse ancora lo spasmo d'un canneto sferzato a improvvisa folata di vento?!

Ondeggia, combatte e poi torna a tendersi verso il cielo quando l'aria si placa?

Istanti…

Brevi…

Illusoria eternità, che per sempre non esiste…

Insomma...

La libertà è forse un moto istantaneo della natura, stretto tra due condizioni statiche e immutabili, per cui essa va colta, rubata, trattenuta stretta tra le dita altrimenti sfugge schiacciata dalle seconde?

Non lo sapeva cosa fosse la libertà.

Non l'aveva mai saputo, pur ritenendosi lei una donna fondamentalmente libera.

Era libera di lasciare la propria casa quando avesse voluto. Era libera di rientrarvi quando le fosse piaciuto. Era libera di attendere ai suoi doveri con la massima severità ed era altrettanto libera di non doverne render conto a nessuno, se non nella misura d'un errore che però faceva attenzione non commettere.

Sei libera?!

Fino a quando la vostra vera natura interverrà per ribellarsi e rivelarvi chi siete?!

Le parole di Benjamin Franklin...

Oscar François de Jarjayes ammise che si era sempre sentita libera, seppur onorando il padre, servendo Sua Maestà Re Luigi XVI e Sua Maestà la Regina Maria Antonietta e poi accogliendo entro la propria vita la severa devozione del Tenente Victor Girodel.

Dunque, qual è la tua vera natura?

Cosa l'aveva spinta a ritrovarsi lì, in quella stanzetta angusta, dove mai come lì, le pareti ridipinte di fresco, vuote, senza orpelli, una sola misera candela perennemente spenta, la poltroncina sistemata poco lontano dalla finestra, lei, lì, seduta, poco distante dal vetro che la proteggeva da ciò che era davvero e da ciò che osservava...

Sei libera?!

Le mani si strinsero ai nudi braccioli della poltroncina, il tatto orfano di piacere sul vecchio velluto ormai polveroso e consunto.

Le unghie quasi conficcate nella stoffa, mentre lo sguardo scorreva avido e libero al mutamento della sera che scorreva lieta e libera nella casa di fronte, in quella ch'era divenuta la famiglia di André Grandier.

Mai come in quel momento, non vista, non udita, come se non esistesse, sentiva di esistere e di essere libera.

Dopo la prima sera, era accaduto di nuovo.

Quella volta, seduta lì, sulla poltroncina, aveva osservato i lumi della finestra di fronte, spegnersi a uno a uno, risalendo verso l'altro, fino a che l'ultimo alone era morto inghiottito dal buio piangente.

Era rimasta lì, nell'oscurità, immobile, mentre gli occhi continuavano a osservare André, intuirne il profilo, scorgere le sue mani, agitato e allegro, amorevole e lieve.

Non aveva avuto il coraggio di abbandonare l'effige dell'altro e quella stessa effige di sé abbandonata all'altro, entro la stanzetta spoglia.

E così non aveva fatto altro che alzarsi, togliersi gli stivali, scostare dalle spalle i capelli ancora un poco umidi e poi coricarsi, rattrappirsi e abbracciarsi e chiudere gli occhi, così da immaginare che lì, accanto a sé ci fosse lui, proprio come era accaduto quella sera al porto di Brest, quando si erano ritrovati instupiditi e sordi a dormire assieme, non abbracciati, non amanti, anche se forse già da allora si amavano.

Non erano riemerse altre immagini, come non volesse appellarsi o aggrapparsi a quell'altro amore, quello che aveva vissuto lontano, in una terra e in tempo ormai perduti.

Gliel'aveva rinfacciato, proprio lui, quell'amore, come voragine di dubbi, ripensamenti, adesione al bene puro e incontaminato che lui pareva vivere come unica solida àncora di salvezza e con cui lei era stata costretta a convivere fino a quel momento.

Il suo bene sopra ogni gesto e ogni pensiero.

Se avesse accettato di essere amata a quel modo, se avesse accettato di spegnersi entro quel bene puro, non sarebbe stata lì, in quel momento.

Dunque si era aggrappata a Brest.

Là dove si era scoperta ad amare, ma non ancora divenuta amante.

Là, in quel tempo brevissimo, folle e straziante, in un tempo quasi non vissuto, ove aveva sperimentato l'appropriarsi dell'altro e lui di lei, in una terra remota e solitaria.

E poi forse là, ancora più indietro, là dove lui l'aveva amata in silenzio, in solitudine, entro l'esiguo spazio d'un mezzo passo.

Così adesso, lei voleva averlo allo stesso modo. In silenzio, in solitudine, nella esiguità di soli quindici passi o poco più.

Voleva attingere, non vista, al suo volto, alle sue mani, al suo corpo che pure conosceva, per averlo abbracciato e baciato follemente.

Voleva amarlo.

Lo amava ora sì, nella piena consapevolezza di amarlo senza poterlo toccare, beandosi dello struggimento acuto e quasi insano che generava la visione.

Lo amava nella pura esistenza solitaria e mite e fulgida.

Non era rispetto ciò che provava per André Grandier...

Non era il rispetto che sentiva immenso per Victor Girodel.

Si era addormentata, non aveva fatto caso all'ora, al declinare della notte, ai ritocchi di Notre Dame, alla preoccupazione di nanny, al dovere di essere a casa per poi recarsi alla reggia per attendere ai suoi impegni.

Il mattino seguente, di buon ora, era scesa, aveva pagato il prezzo della stanza e aveva domandato alla giovane Rosalie Lamorlière se sarebbe stato possibile affittare quella stessa stanza, di nuovo, quella stessa sera e poi la sera successiva e poi...

L'altra aveva detto che sarebbe stato meglio discuterne con la padrona dell'hotel particulier.

Oscar aveva declinato l'invito, lasciando però un messaggio a Madame Fabér, quando Rosalie Lamorlière le aveva raccontato della vicenda dell'ostello e persino della sorprendente storia della stamberga di fronte dove adesso abitavano un soldato tornato dall'America e i suoi due figli.

Sì, Oscar conosceva la storia di Madame Fabér e dei suoi figli.

Quelli ch'erano morti in guerra.

Madame Fabér aveva reso onore ad un fratello e così ai figli che non c'erano più!

Chiosa incomprensibile, Rosalie si era limitata a ripetere la frase sottovoce due o tre volte, così da tenerla a mente per riferirla alla padrona, sfuggendo il vero significato.

Dunque...

Notre Dame batteva le ventidue.

Era trascorso quasi un mese.

Anche quella sera, Oscar François de Jarjayes si era recata a Parigi per rifugiarsi nella stessa stanza dell'Hotel Particulier, soprannominato La porte du ciel.

Una sorta di nido, un antro, una spelonca tiepida da cui osservare il mondo di fuori e allo stesso tempo ascoltare muta lo stesso lento scivolare di se stessa entro il mondo di fuori.

A nanny aveva detto che avrebbe alloggiato nella mansarda della famiglia Jarjayes, a Versailles, per via che ormai iniziava a far buio più presto e per via di faccende urgenti da sbrigare al mattino.

Solo quando alla reggia si predisponevano cerimonie o ricevimenti o balli, allora era costretta davvero a restare a Versailles.

Era accaduto in effetti che Sua Maestà la Regina Maria Antonietta avesse deciso di tornare alla reggia.

Vuoi perchè era in attesa del suo terzo figlio, vuoi perché i malumori di nobili e cortigiani che anelavano a esser ricevuti dalla sovrana così da perorare le varie beghe e dispute che avrebbero dovuto trovare nelle parole della regina uno spunto di componimento, si erano ormai moltiplicati a dismisura e dunque vi si doveva in qualche modo porre rimedio.

Vuoi perché serpeggiavano voci di una crescente voracità di certe dame di compagnia, le favorite di Sua Maestà la Regina Maria Antonietta, che parevano diventate quasi esse stesse regine, dunque si rendeva necessario recuperare una maggior vicinanza tra la regina ed il suo consorte, così da dissuadere le fastidiose voci e le avide favorite.

In quei giorni dunque, quando si era dovuto predisporre il servizio d'ordine per proteggere il corteo della regina che rientrava da Le Petit Trianon a Versailles, Oscar François de Jarjayes non aveva trovato modo di recarsi a Parigi e la stanzetta al terzo piano de La porte du ciel era rimasta buia.

Destinata a quell'ospite preciso che ne aveva fatto richiesta e pagato il prezzo quando anche non vi avesse alloggiato, così dunque era la stanzetta.

Vuota e buia.

L'oscurità non era passata inosservata, come una sorta di segnale a rovescio di contro ai giorni precedenti, che proprio in essi, ad André Grandier, era parso davvero - dapprima in un guizzo subitaneo e poi via via ponendoci più attenzione - che la stanza fosse occupata, pressoché tutte le sere, per via di quel chiarore che la illuminava per qualche istante e che poi si spegneva per non rianimarsi più fino alla sera successiva.

Difficile, ma non impossibile, che quella stanzetta fosse la prescelta di ospiti di variegata estrazione. Più probabile che l'ospite fosse sempre lo stesso. Gli piaceva quella stanza e lì amava alloggiare.

La stranezza era balzata al cuore, perché essa - l'oscurità - faceva il paio con una serie di notizie e notiziole e pettegolezzi che erano oggetto di vaglio da parte di coloro con cui André Grandier aveva iniziato a lavorare, da qualche settimana, dopo che una sera, rientrando alla stamberga, aveva incrociato la giovane Rosalie Lamorlière in compagnia di un giovane uomo, che aveva appreso essere suo marito, il giornalista Bernard Chatelet.

E questi a sua volta, complice il racconto della moglie e del crescente affetto che suscitavano i due mocciosi nella straducola abitata da altrettanti vocianti mocciosi, gli aveva domandato se s'intendeva un poco di scrittura e di calcolo, dato che al suo giornale c'era urgente necessità d'un correttore di bozze e di qualche volenteroso che si fosse messo a spulciare tra le dicerie che correvano tra i fornai di Saint Antoine, i sarti di Saint Germain, le lavandaie in Rue des Fossés, e così via via per altri quartieri, a tentare di comprendere perché il prezzo del pane continuasse a salire, perché la farina fosse sempre così scarsa e se e come fosse vero che in città avessero preso potere i dannati accaparratori di farina e di carne e di grano.

Così poteva accadere che a commentare il prezzo del pane, il salario d'un disgraziato calzolaio o d'un barrocciaio o il compenso d'un sarto, si finisse per masticare amaro alla notizia dell'ennesimo ricevimento alla reggia, del pranzo offerto al tal reggimento piuttosto che agli ambasciatori di chissà quale paese.

Dunque era accaduto che pressoché quasi ogni giorno, André Grandier aveva la facoltà di conoscere cosa accadesse a Versailles, quasi avesse avuto privilegio di metterci ancora piede, soltanto che questa volta davvero non poteva non ammettere con se stesso che il dispendio di denaro, lo sperpero di cibo, il sollazzo dei nobili, le costose manifatture di abiti e gioielli di cui la regina e le cortigiane si vantavano, apparivano sempre più senza ritegno.

Una dissonante contraddizione di fronte alla miseria che serpeggiava entro certi quartieri della città, case fatiscenti, strade fangose, e pulci e scarafaggi a far compagnia ai tisici abitanti.

Di tanto in tanto correva notizia di qualche regio decreto dal sapore dolciastro, ma alla fin fine d'efficacia sempre più amara.

Re Luigi XVI provava a mutare le cose, il Parlamento puntava i piedi, il re desisteva.

Poi accadeva che nonostante gli sforzi, giungevano da Versailles le cifre da capogiro perdute dalla regina al gioco, quelle spese per mantenere carrozze e cavalli delle dame favorite, quelle per ungere ogni santo giorno la costosa macchina della sfarzosa reggia.

Era difficile immaginare che tutto ciò prima o poi non avrebbe determinato una sollevazione popolare.

Chiunque, con un poco di abilità di parola, avrebbe trovato di certo argomenti più che convincenti, per accusare i sovrani e i ministri e coloro che di fatto reggevano le sorti della Francia e possedevano ricchezze in percentuale nettamente superiore al resto del popolo di essere la sciagura del regno.

In tutto quel tumultuoso avanzare di notizie sempre più plumbee e preoccupanti, gli era accaduto di notare che se quel tal giorno a Versailles si teneva un sontuoso ricevimento, allora la stanzetta rimaneva buia.

Nessun guizzo, nessuna corruzione del cuore dettata dalla presenza di qualcuno, che poi nemmeno lo sapeva se davvero dentro ci fosse qualcuno.

Se invece nessuna nuova giungeva dalla reggia - e c'era da immaginarsi allora che gli ospiti fossero impegnati in giochi di carte, chiacchiere da salotto, discreti spettacoli al piccolo teatro, così che il servizio d'ordine avrebbe potuto essere predisposto in maniera discreta e meno incombente - proprio in quelle serate, lo sguardo scorreva subitaneo alla finestra dell'ostello di fronte, all'ora stabilita, al declinare della luce del tramonto che, a mano a mano che la stagione procedeva, andava via via a inghiottire gli edifici dal basso verso l'alto in modo sempre più rapido e fondo.

E il guizzo passava...

Il tendaggio sapientemente e rapidamente socchiuso.

Inevitabile tentare di scorgere l'ospite.

Impossibile perché la stanza ripiombava subito dopo nel buio più fondo.

Una sera era stato l'istinto a dettar legge.

Perché quella sera si era ritrovato assieme ad Argo a governare alle ben e meglio le ribelli foglie di salice, perché di tanto in tanto era necessario accertarsi quale fosse il loro stato, quale fosse il loro peso, e ciò accadeva ogni qual volta si fosse appreso di qualche famiglia in difficoltà, a cui si procurava dunque qualche vestito per i bambini, qualche capra da mungere, oppure legna per ravvivare le fornaci così da potercisi cuocere il pane.

Si doveva stare attenti per non rischiare di mandare tutto in malora.

Ma tutto si doveva fare per rimediare all'ingiustizia della disuguaglianza, allo stigma della povertà come meritato castigo divino.

Che poi, nonostante tutto ciò ch'era possibile fare, la miseria si manteneva stabile e dilagante e il cuore si ritrovava a pezzi al cospetto delle mani ossute, gli occhi scavati, le vesti lacere di quelli che occupavano gli angoli più malridotti della città.

Quella sera il guizzo era scorso e la mente aveva combattuto per svariati istanti proprio con l'istinto, che la prima voleva mettere da parte il secondo, mentre il cuore s'era inventato la fandonia che fossero tutte illusioni di luce, generate dal sole che moriva dietro le nuvole di pioggia al tramonto.

Alla fine aveva vinto l'istinto e André aveva chiesto ad Argo di riporre le ampolline e chiudere le tende.

Ma il guizzo era scorso e ormai non ci si poteva fare più niente.

Aveva anche provato a restare per qualche tempo affacciato alla finestra, dapprima sporgendosi, poi mantenendosi nel cono d'ombra.

Non era riuscito a scorgere nessuno.

L'aveva domandato una sera, scendendo dabbasso, alla giovane Rosalie Lamorlière. Se per caso fosse qualcuno dei domestici che andava e veniva dalla stanzetta per far pulizie.

No monsieur…

Quindi...

E' un ospite dell'ostello.

Lo stupore...

La trama dapprima sfilacciata e all'apparenza consumata dalla disperazione.

Il passo che aveva compiuto era in tutto e per tutto un tradimento.

L'aveva abbandonata, l'aveva scacciata da sé, nonostante lei lo amasse, nonostante lui la amasse.

Così quel tradimento pareva divenuto mostro capace di rincorrerlo anche entro la sua nuova esistenza, ficcato nei meandri della coscienza.

Poi era accaduto che un giorno, era ormai autunno inoltrato, Madame Glacé era giunta in visita, accolta dai due mocciosi, Argo specialmente, come fosse davvero una nonna piovuta dal cielo, regalata dal destino ch'era stato così avaro con entrambe le esistenze.

Madame Glacé aveva compreso ormai.

Il tenore delle lettere, la scelta del nipote di lasciare la residenza dei Jarjayes e poi, una volta tornato in Francia, la dichiarazione d'esser colpevole di atroci condotte e ch'era impossibile avesse commesso – no, non il suo André - e poi, nemmeno la grazia del Re era stata capace di muovere a compassione André Grandier verso di lei, l'unica persona legata a lui da quando era nato…

Quale poteva essere la ragione di tale disamore?

Quale odio avrebbe mai potuto distogliere suo nipote dal luogo in cui era cresciuto e in cui era vissuto per tanti anni?

O forse, la domanda corretta era, quale amore?

Madame Glacé aveva compreso che André Grandier, suo nipote, aveva tentato di distogliere se stesso da Oscar François de Jarjayes, arrivando persino a rischiare la propria vita, che lui, alla fine, le aveva raccontato poco di ciò che era accaduto in America ma lei aveva dovuto ammettere che le lettere ricevute erano state scritte e spedite al solo scopo di evitare a lei il dolore dell'assenza e un qualche orrore di fronte alla morte dell'altro.

Ma così, André Grandier aveva davvero rischiato di morire e più di una volta.

Madame Glacé aveva compreso che se avesse tentato di riportarlo a casa, avrebbe perduto per sempre suo nipote André Grandier.

Così, nei brevi istanti in cui i due mocciosi erano scesi dabbasso, per sistemare una seggioletta accanto al salice e mostrare a nanny i ciclamini spuntati tra le foglie ormai esangui a terra, rosa o striati di rosso come cuori insanguinati sopra un manto dorato, nanny, rimasta sola con il nipote, aveva tirato un respiro fondo e aveva trovato il coraggio di parlare.

"Sai...mademoiselle...".

André si era diretto alla finestra, d'istinto, come a non voler accettare il confronto con gli occhi di sua nonna, dato che ormai ne era certo che lei avesse compreso ciò che era accaduto.

Non sapeva se Madame Glacé fosse dispiaciuta e si vergognasse dell'amore che lui – André Grandier - provava per lei – Oscar François de Jarjayes - oppure lo fosse ancor di più per essere stato lui così vigliacco d'abbandonare mademoiselle.

Se un poco conosceva sua nonna, avrebbe detto d'aver ricevuto approvazione nel secondo scenario, ossia lasciare Oscar, dimenticarla, fin a respingerla, fin ad abbandonarla.

Per nanny era stato senz'altro meglio così.

"Monsieur Victor Girodel..." – che nanny cercava le parole adatte, quelle più giuste a far comprendere all'altro che il suo amore era degno, era vivo ma così, lasciandola libera, lui l'avrebbe fatta soffrire e lui stesso sarebbe morto.

André cacciò lo sguardo fuori, in cerca della finestra di fronte, in cerca della luce, anche se era appena primo pomeriggio e mai gli era accaduto di scorgere un lume a quell'ora della giornata, là in quella strana finestra che ormai sempre più spesso attirava la sua attenzione.

Ci aveva sperato e poi si era dato del pazzo, ch'era impossibile...

"Insomma, Monsieur Girodel viene spesso a trovare mademoiselle, a casa. Pranzano assieme, fanno lunghe passeggiate a cavallo. Sono stati alla casa in Normandia" – sussurrò nanny, le mani strette nelle mani, il respiro sospeso.

"Che intendi?" – replicò l'altro fingendo di non comprendere, mentre le parole infliggevano l'insana lacerazione.

Eppure, non avrebbe potuto essere altrimenti.

Victor Girodel era stato chiaro.

Victoire in cambio del silenzio.

Victoire in cambio dell'oblio.

Oscar doveva salvarsi dalla distruzione di un amore senza futuro.

"Nessuno mi ha comunicato nulla. Ma ho compreso che mademoiselle in questi mesi si è avvicinata molto a Monsieur Girodel e lui dunque ha preso a frequentare la residenza dei Jarjayes" - ammise nanny discreta, seppure la discrezione pareva recare con sé lo stesso nefasto effetto della cicuta – "Non so se il padrone è stato informato. Monsieur Victor Girodel è sempre stata una persona più che corretta ma credo che in questo caso...davvero...mademoiselle sembra accettare la sua compagnia e dunque credo che presto anche il padrone verrà avvertito di un possibile...".

Silenzio...

Voci dabbasso...

I rintocchi di Notre Dame...

André strinse i pugni mentre ascoltava il disastroso contrarsi del cuore, immaginando che ciò che stava accadendo in fondo era sua responsabilità, ma in fondo, era ciò che aveva sperato.

Lei non sarebbe rimasta sola, non sarebbe rimasta ad attenderlo, e che avesse compreso che, anche amandosi, non è detto che due anime siano destinate a stare assieme.

Era tutto terribilmente corretto e terribile al tempo stesso.

Sentiva salire il disgusto allo stomaco...

L'insana gelosia non avrebbe avuto al meglio.

Il bene per lei...

Lei...

La sua bocca...

Il suo sorriso...

Il suo respiro mentre dormiva...

Tutto sarebbe stato di un altro uomo.

Un uomo capace di amarla anche non amandola, proprio com'era accaduto a lui.

Eppure un uomo che le avrebbe portato rispetto...

Dio...

"Fidanzamento" – affondò nanny alzandosi dalla sedia perché i due mocciosi erano giunti ad avvertirla che tutto era pronto e lei poteva scendere nel giardinetto.

Il respiro sospeso...

Era ciò che voleva André.

André lo voleva davvero.

Eppure, come una specie di crepa nel cuore, in quella coscienza interiore che non ha necessità di palesarsi a parole o gesti concreti, un guizzo dell'anima s'impose alla ragione, perché altrimenti lui sarebbe morto davvero.

"Nonna" – strozzato, gli occhi fissi alla finestrella – "E alla sera?".

La domanda rimase sospesa, a galleggiare nell'aria come impalpabile polvere attraversata da un raggio di sole.

"Come?" – chiese nanny un poco sospesa – "Che intendi?".

"Alla sera?!" – replicò André voltandosi, lo sguardo alla nonna, ch'era ovvio non s'intendesse discorrere delle ore della notte – "Monsieur Victor Girodel vi degna della sua compagnia anche alla sera? A cena, oppure, a conversare dopo aver desinato?! Una partita a scacchi, un pezzo al pianoforte, una lettura? Rammento che le nostre giornate si concludevano spesso così, quando lei non era impegnata alla reggia".

La domanda gettata là, all'apparenza casuale, come se André avesse voluto chiudere un cerchio, stringersi quasi il cappio al collo, da se stesso e poi lasciarsi cadere giù dalla sedia.

Qualche volta ci aveva anche pensato.

Chiudere tutto, farla finita, che tanto non avrebbe avuto mai pace.

Né con lei, né senza di lei.

Ora aveva due figli. Una responsabilità che s'era tirato addosso, di nuovo, come schermo alla follia.

Si faceva del bene e si teneva lontano il male.

Nanny spalancò gli occhi, Argo tirava da una parte, Victoire saltellava impaziente d'avere finalmente una spettatrice capace di apprezzare quel suo arazzo di terra istoriato di fiori degni d'una di quelle stampe che suo padre le aveva fatto vedere, rammentava solo che il nome del pittore era buffo, era italiano...

Un tale...

Sandro Botticelli!

"No!" – deglutì nanny come stranita, non sapendo bene quale senso avesse la domanda, forse accertarsi se la vicinanza tra mademoiselle e il futuro fidanzato fosse davvero così fonda d'abbracciare anche le ore meno impegnative, quelle ove i sensi avrebbero potuto dedicarsi all'altro con maggior appagamento...

"Assolutamente no!" – un poco atterrita – "Mademoiselle…non si esporrebbe mai allo scandalo d'intrattenersi…".

Alla sera...

Il lume di là dalla finestra...

"In realtà, mademoiselle ultimamente non è quasi mai a casa alla sera. Resta a Versailles. Per via dei suoi impegni. Credo s'incontrino là allora, ma non c'è da pensar male...".

Una congettura estrema, rivelata forse con disprezzo misto a speranza.

Combatteva nanny invocando la pietà di André...

Che lui fosse pietoso verso se stesso. O forse verso l'altra.

Che nanny l'aveva vista la sua bambina, oltremodo cupa, distante, come fosse svuotata. E allora 'unico che pareva donarle un istante di sospensione da sé, da quella specie di abisso che si portava nel cuore, era Monsieur Victor Girodel.

Eppure...

Combatteva André, che vide nanny presa per mano dai due bambini, e lui si voltò, stavolta aprendo per bene le tende e spalancando i vetri, così che l'apertura di fronte gli apparve talmente vicina, seppur chiusa, che quasi avrebbe potuto allungare la mano e aprirla.

"Nonna" – un sussurro – "Lei...sa...dove vivo adesso?".

Un'ultima speranza...

Un grido disperato...

"Non lo so" – ammise nanny prima d'esser trascinata via dai due mocciosi – "Mademoiselle racconta poco di sé ormai. E io la vedo sempre meno. Anche se le ho detto che sarei venuta qui, a Parigi, che sarei venuta a farti visita, non me lo ha mai chiesto dove abiti, non mi ha mai chiesto nulla".

In realtà, mademoiselle ultimamente non è quasi mai a casa alla sera. Resta a Versailles. Per via dei suoi impegni.

Mademoiselle racconta poco di sé ormai. E io la vedo sempre meno. Anche se le ho detto che sarei venuta qui, a Parigi, che sarei venuta a farti visita, non me lo ha mai chiesto dove abiti, non mi ha mai chiesto nulla.

Tutto era oscuro...

E tutto pareva combaciare alla perfezione.

§§§

Sì, combaciava tutto.

Che un giorno, qualche giorno dopo, accadde davvero al respiro di venir meno.

I giorni a seguire a quella rivelazione, le ore e gli istanti, si erano macerati nell'odio, nel disincanto, nella speranza, nel disgusto, nell'oppressione, nella rabbia, nel sollievo.

Non c'era stato verso di ritrovare un poco di pace se non cacciando gli occhi ai conteggi, alle cifre stratosferiche per le spese di corte, dei ricevimenti, delle parate di cavalli offerte al tal ministro oppure alla tal dama.

La faccia di Alain Soisson spuntò dall'uscio della piccola tipografia, incisa come una specie di pungolo capace di martoriare il legno, in Rue de Fossés Saint Bernard, proprio sotto quel voltoncino giù dalle scale che conducevano a un paio di cantine odorose di bordeaux, che ogni tanto il padrone allungava una bottiglia ai bravi giornalisti perché quelli almeno avevano più coraggio dei bifolchi che sedevano al Parlamento, a rivelare i misfatti del re e della sua accozzaglia di sanguisughe.

O persino degli altri bifolchi che combattevano contro quelli che sedevano in Palamento, vai a capire chi la diceva la verità, e invece chi s'ammantava di altezzose menzogne il capo e i piedi!?

Alle notiziole senza importanza si accostavano quelle ben più importanti, che pareva d'essere in una tipografia clandestina.

Invettive e dubbi, constatazioni e rimostranze...

Il giovane entrò, la faccia allegra, gli occhi a cercare il vecchio compagno d'armi di un tempo.

"Ehi Grandier?! Ti sei messo davvero a far le pulci a quei taccagni pulciosi dei nobili allora?!" – la chiosa se ne uscì sghemba ma tagliente, come una lama arrugginita che taglia poco ma di certo può far male al pari d'una affilatissima.

Annuì André sollevando sguardo e pennetta intinta d'inchiostro dal foglio su cui erano appena abbozzate una serie di cifre, a lato di varie pergamene, carteggi orlati di macchie, tutti provenienti dagli archivi dell'Hotel de Ville, dove approdavano le proposte di legge e anche le bozze di bilancio con le varie voci di spesa.

Non si doveva far altro che tradurle in un gergo che fosse comprensibile, così che una volta mandate in stampa, la gente avrebbe compreso cosa accadeva alla reggia o al parlamento, insomma nei luoghi deputati a gestire le esistenze dei benpensanti e dei dannati di Parigi.

"Senti un po'..." – attaccò Alain un poco titubante – "Sai che alla fine mi hanno preso?! Entrerò nei Soldati della Guardia Metropolitana. Compagnia B per la precisione! Quella di Parigi. E così sarà per Gustav e Marcel e anche altri che sono tornati dalla guerra".

"E' magnifico Alain! Lo aspettavi da tanto...".

"Hai ragione...ed è per questo che vorrei sapere se tu c'entri qualcosa?".

"Io...perché mai...".

"Tu sapevi che volevo diventare un soldato".

"Lo sapevo io come lo sapevano tutti. Cosa ti fa credere che io possa essere intervenuto. Proprio io?".

"Beh...se non ne sai niente tu...allora non tu, ma quella donna...".

Implosero i sensi...

André fissò il compare.

Negò...

"Non so davvero a cosa tu ti riferisca. Se stai parlando...".

"Diavolo...il damerino!" - gesticolò l'altro come a mandarlo a quel paese – "Così magari capisci di chi sto parlando!".

"Ora...stammi bene a sentire!" – che André si era un poco stancato dell'appellativo...

Oh no, Alain Soisson anziché farsi indietro e scusarsi, si mise proprio ad ascoltare, la schiena appoggiata alla parete, braccia conserte e gambe incrociate una sull'altra, nella posa di chi aspetta di veder passare un cadavere trascinato dalla corrente della Senna!

Ossia voleva comprendere se davvero quella donna, dopo aver lasciato libero il falchetto dispettoso, nella strada che lui stesso le aveva indicato, si fosse in qualche modo presa il merito del ritrovamento, facendosi avanti, se non quel giorno, in un qualche momento successivo.

Oppure se al contrario, proprio come aveva fatto quel giorno, se n'era andata e non s'era fatta più vedere.

"Non la vedo ormai da mesi!" – chiosò André – "Sapevo che volevi entrare nei Soldati della Guardia. Quello che non posso sapere è se anche lei ne fosse al corrente! Io non gliel'ho detto di certo! Non credo neppure sappia dove vivo. Mia nonna è giunta a farci visita qualche giorno fa. E a lei nessuno ha chiesto di sapere dove abito. Dunque come potrei dirti se lei...".

"Certo che lo sapeva!" – trionfante e idiota saltò su l'altro, ma poi non così tanto idiota, che si capiva che stava centellinando le parole, ad una ad una, scelte apposta per ingelosire il soldato triste e al tempo stesso comprendere se quello davvero se l'era tolta dalla testa, l'altra – "Gliel'ho detto io!"

Che...cosa...sapeva...

"Che..." – André sbiancò, poi si diede a sua volta dell'idiota, perché a pensarci bene, potevano esserci state mille occasioni in cui il buon compare Alain Soisson s'era avvicinato a lei per chiederle di perorare la sua causa, e dirle dove viveva André Grandier - "Cosa...".

Che diavolo sapeva Oscar François de Jarjayes di tutta quella faccenda...

"Sì, e pensa che non le avevo mica chiesto nulla! E' stata lei a dirmi che avrebbe verificato se..." – Alain proseguì nell'intricata risposta – "Insomma se avrebbe potuto essermi d'aiuto!".

André guardò il compare...

Silenzio...

Glielo chiese...

Quando era accaduto...

E se davvero Alain si riferisse soltanto alla sua richiesta di entrare nei Soldati della Guardia...

Che davvero l'altro rimase di sasso.

"Ma come?" – Alain strabuzzò gli occhi – "Non sai niente?".

"Che cosa dovrei sapere?" – André si alzò, la pennetta abbandonata sul foglio, l'inchiostro sparso come macchia a macchiare la coscienza.

"Gliel'ho detto io dove abiti! Anche quello!".

"Ma quando...".

"E stato quando avete ritrovato il falco. Quella bestia era finita nella sua casa e poi s'è rimessa in volo per tornare qui…".

"Oscar...".

"Il tuo damerino l'ho incontrato una mattina, era dalle parti di Notre Dame. Il falco era con lei ma poi quella dannata bestia dispettosa forse per via della confusione è sparita tra le guglie della cattedrale. Ho detto al damerino che sapevo dove abitava Argo e lei ha atteso che il falco tornasse giù. L'ho accompagnata qui perché lei potesse riportare la bestiola. Dunque, lei sa dove vivi".

"Alain...che stai dicendo?".

"Sei diventato sordo? Quello che ho detto! Quando l'ho incontrata, le ho spiegato che io e gli altri saremmo voluti entrare a far parte dei Soldati della Guardia e vedi...è accaduto! Se non sei stato tu a chiederle aiuto e se mi dici che non l'hai più veduta, che non ci hai più parlato, allora credo l'abbia fatto lei di sua iniziativa. Dannato damerino! Mi sa che Marcel aveva ragione! Se quella diventasse il nostro comandante…ma ci pensi?!".

"Alain...che..." – senza parole, tutto combaciava…

"Lo sa dove vivi!" – continuò l'altro trionfante di saperne più del dannato compare triste, che quello, diavolo d'un uomo, pareva sempre avere sulle labbra una sillaba più di loro altri, ma adesso no, adesso Alain Soisson era in vantaggio – "Perchè quel giorno, quando la bestia è volata fin sulla soglia della tua casa, lei era lì, s'era ficcata sotto il voltone de La porte du ciel. Ho pensato che si sarebbe fatta vedere, per parlarti...".

"No" – d'impeto e di rabbia – "Non l'ha fatto!".

Alain rimase zitto, a tentar di trovare le parole - "Magari non le piace la riconoscenza. E' riservata. La conoscerai meglio tu di noialtri!? O magari è pure oltremodo intelligente e ti ha dato retta! L'hai rifiutata! E una donna con un minimo d'orgoglio – e quella credo ne abbia da vendere – non si sarà certo messa in testa di correrti dietro?! Ti ha riportato la bestia pennuta per via del moccioso indiato ed è finita lì".

"Pensa ciò che vuoi" – André si ritrovò quasi colpito a morte, s'immaginò che lei avesse ascoltato dentro di sé la stessa sensazione, quando più e più volte, lui l'aveva rifiutata, ricacciata indietro, respinta.

Ora accadeva a lui di ritrovarsi di nuovo in balia dell'altra.

Oscar sapeva dove lui abitava. Lo sapeva ormai da oltre un mese. Ma lui non l'aveva mai veduta, lei non aveva accennato a incontrarlo.

Afferrò la giacca, infilata in fretta e furia.

Un saluto ai compari del giornale...

"Devo andare".

"E adesso, che ti prende?"– tentò di fermarlo Alain – "Volevo invitarti a farci un bicchiere di vino per festeggiare!?"

Si bloccò André, si voltò verso Bernard che stava correggendo un pezzo sulle disgraziate condizioni dei contadini che avevano visto i raccolti andati in fumo per via delle abbondanti piogge, che parevano gettare giù dal cielo un non so che di diabolico, forse recavano con sé i miasmi dei dannati vulcani e dunque l'acqua anziché generare vita, l'annientava.

"Ci saranno ricevimenti" – il respiro sospeso – "A Versailles?".

Bernard Chatelet fece spallucce.

Da prenderlo come un no!

Che André quasi dovette aggrapparsi allo schienale di una seggiola.

Era ormai autunno inoltrato. Le giornate volgevano al buio molto prima, il tempo a disposizione era esiguo se avesse voluto scorgere il drappo di luce, la via che brillava un istante nella stanzetta buia, la caduta del cuore entro l'insperato abisso di follia.

Che davvero il cuore prese a battere mentre i passi percorrevano le strade asciutte, lo sguardo su, al ritaglio di cielo che s'ammantava via via di screzi lilla e rosa e la coscienza non aveva più coraggio di pensare a nulla e l'animo si malediceva a ogni passo, ch'era una pazzia, che non era possibile, che nemmeno sapeva come avrebbe fatto.

Rosalie Lamorlière lo vide arrivare di corsa, ormai anche lei conosceva le abitudini di tutti gli abitanti della via.

"Monsieur, che è accaduto?".

"Perdonate, Rosalie. Debbo chiedevi una cortesia. Sapete se quell'ospite giungerà anche questa sera?".

"Quale...oh...".

I volti si sollevarono alla finestrella buia.

"Credo di sì. Mi pareva d'aver compreso che oggi sarebbe giunto, ma non so l'ora. Madame Fabér mi ha solo detto di tenere pulita la stanza".

"Vi chiederei di lasciare aperte le tende...quando arriverà!".

Negò Rosalie: "Mi spiace, ma da qualche giorno...monsieur...mi ha chiesto espressamente che le tende fossero chiuse. Così chiunque entri nella stanza può accomodarsi senza la necessità di farlo lui stesso. Madame Fabér mi ha sempre detto d'esaudire le richieste degli ospiti, non posso trasgredire. Nemmeno per voi".

André strinse i pugni - "Vi prego, descrivetemi quella persona allora. Sapete come si chiama?".

Negò di nuovo Rosalie, sempre più sorpresa, perch'era come se le richieste dell'altro fossero state già immaginate dall'ospite e quello le avesse previste dando disposizioni per ognuna di esse.

"Che significa?" – chiese André deluso, quasi arrabbiato, perché sì, non era consuetudine chiedere chi fossero gli ospiti di un hotel, ma insomma, ormai lui era una persona fidata, con Madame Fabér si conoscevano, e non c'era motivo di dubitare della sua onestà e del fatto che se porgeva quelle domande, forse c'era una ragione.

"Monsieur non vuole. Non vuole che nessuno sappia che viene qui. Ha chiesto di non farlo sapere a nessuno!" – concluse Rosalie, forse ancora più delusa di dare una delusione a colui che aveva di fronte, che gli sembrava comunque una brava persona, per nulla intenzionato a recare nocumento agli ospiti dell'hotel, e nemmeno a impadronirsi di informazioni da cui ricavare chissà quale beneficio – "Nemmeno l'ora in cui arriverà. Non è stato detto neppure a me".

Tutto scivolava nell'oscura sintesi della luce abbagliante.

Chiasmo di odori, spunti di vibrazioni, sentore minerale...

"Allora...potresti...".

"Monsieur...così mi mettete in difficoltà. Sono desolata...non pensate che ce l'abbia con voi ma...se mi è stato chiesto di non dir nulla?!".

"Non mi dirai nulla infatti. Ti chiedo solo di scoprire che cosa fa quella persona, nella sua stanza".

"Dovrei spiarla?" – sussultò Rosalie un poco inorridita.

André non sapeva più che fare.

"Sono convinto che sia lui a spiare noi" – sibilò piano, sulle spine – "Vorrei solo sapere che accade. Non ti chiederò di dirmi chi è, né l'ora in cui arriva, né l'ora in cui se ne andrà. Ti chiedo solo...io lascerò alcune candele accese nella nostra cucina...".

Tremava la voce...

Rosalie intuì sospensione, forse mista a paura.

Non timore per un qualche pericolo, che a lei, l'ospite non era affatto parso pericoloso.

Quanto d'una mitezza lieve, come se anche quello – l'ospite - ogni volta che lei gli faceva strada salendo le scale e recando con sé il lume, ora che diventava buio più presto, fosse affaticato, il fiato sospeso, quasi senza respirare, in attesa d'entrare nella stanzetta e chiudersi dentro e chissà forse solo allora il respiro doveva per forza di cose tornagli a scorrere nella gola, altrimenti sarebbe di certo morto.

Le era parso che anche l'ospite avesse paura, come se sapesse d'incontrare chissà chi, nella stanza, dove invece non c'era nessuno.

Dunque quale pericolo avrebbe mai potuto rappresentare per chi abitava nella casa di fronte?

"Vedrò che posso fare" - ammise Rosalie rassegnata, incuriosita, non potendo offrire all'altro che quella misera consolazione.

"Ti ringrazio".

Il cuore rimase lì, la mente lassù, il corpo quasi disgregato all'idea folle che davvero dentro quella stanza...

Rosalie attese lo schiocco della porta che s'era richiusa alle spalle al passaggio della figura fredda, ch'era giunta poco dopo il calar del sole, quando il buio fresco prendeva a odorare di legna arsa e resina e foglie appassite di una stagione ormai consumata.

Il passo era stato più spedito, lo scricchiolio degli scalini meno incombente come se, con la pratica, l'ospite avesse imparato a dirigere i passi esattamente nel punto in cui il legno accoglieva il peso con minor enfasi.

Rosalie aveva atteso qualche istante, immaginando con la mente i gesti, la candela posata sul comodino accanto al letto, il mantello sfilato con garbo, ripiegato e appoggiato alla seggioletta vicino alla porta e la poltroncina scostata, perché lei la ritrovava sempre accanto alla finestra seppur abbastanza lontano così che nessuno dall'altra parte della strada avrebbe mai potuto accorgersi che qualcuno si sedeva lì e forse...

Si chinò, facendosi prima il segno della croce, come a darsi coraggio nel compiere una tale nefandezza.

Chiuse gli occhi e poi aprì il sinistro appoggiandolo alla piccola toppa della chiave.

Dapprima l'oscurità colmò la vista, come se davvero la stanza fosse una sorta di caverna scavata nell'orrido senza fine, come se là dentro non vi fosse nessuno. Poi intuì uno strano chiarore, non ondeggiante e pieno come d'una candela che ardeva dentro la stanza, ma un guizzo che si spandeva da lontano.

Vide l'ospite di spalle, seduto un poco di sbieco, fermo, lo sguardo fisso al chiarore diffuso dalla finestra di là dalla strada. Intuì che stava guardando in quella direzione.

S'immaginò allora le figure di André e dei mocciosi che si muovevano per la stanza.

Perch'era così che lei stessa le osservava quando saliva a riassettare e pulire la camera.

Dunque le parole di André avevano un senso.

Davvero quell'ospite era lì per loro.

Un caso, una volontà?

Un passo indietro, Rosalie sussultò un poco impaurita.

Se l'ospite ogni sera giungeva lì, per osservare la famiglia che viveva dall'altra parte della strada e se André le aveva chiesto chi fosse...

Un altro passo indietro...

Le scale percorse in fretta...

Quasi si scontrò contro Madame Fabér che invece stava salendo a controllare le stanze.

"Mad...madame...".

"Rosalie...che ti succede? Hai visto un topo...uno scarafaggio?" – s'allarmò l'altra alla vista della giovane pallida e spaventata.

"No madame...ma...".

"Parla...di grazia! Sei una brava giovane ma prima di tirarti fuori che accade...sei sempre troppo timorosa".

"Madame prego...ecco...Monsieur Grandier...".

"André?".

"Oh...ecco...monsieur mi ha fatto tante domande sull'ospite che alloggia nella stanza al terzo piano...".

Madame Fabér si scosse. Conosceva bene quell'ospite, sapeva chi era, sapeva ciò che aveva fatto per lei e la sua famiglia.

"Non avrai detto altro?!" – s'affrettò a soffocare la tremante domestica – "Sai bene che non ti è permesso!".

"No madame, non ho detto nulla, ma monsieur...".

"Monsieur Grandier?".

"No madame...le monsieur...il nostro ospite...ecco...l'ho visto stare alla finestra…".

"Ti sei messa a spiarlo? Che ti è saltato in mente!".

"Me l'ha chiesto Monsieur André…e aveva ragione. Monsieur sta seduto e da lì guarda la stanza di fronte, dove abitano André e i suoi bambini. Credo che lui si sia insospettito e mi ha chiesto di dirgli che cosa accade nella stanza. Temo sia preoccupato. Non è strano che...".

Madame Fabér trattenne il respiro. Chiuse gli occhi, deglutì piano...

Sono il Colonnello Oscar François de Jarjayes della Guardia Reale!

Mi spiace per i vostri figli. So che in tanti hanno perduto i propri cari. Il denaro raccolto, per quanto possa essere assurdo, verrà usato per evitare che questa guerra possa durare ancora altri mesi.

Troppi mesi…così i soldati torneranno a casa!

I miei figli no!

Nemmeno André!

Chi sarebbe…

Era…mio…fratello…era il mio migliore amico…

I fili parvero improvvisamente riallacciarsi come dai più remoti angoli della terra.

Il nome pronunciato dal benefattore, l'amico perduto…

Il benefattore era lì, era lì ogni sera per scorgere la vita di un uomo che era tornato dalla guerra, era vivo, un uomo di nome André.

Un fratello, il migliore amico...

Madame Fabér aveva reso onore ad un fratello e così ai figli che non c'erano più!

Possibile che...

Madame Fabér si ritrovò schiacciata dal dubbio, una sorta di caduta dei sensi entro una storia inimmaginabile.

Si diede della stupida per non esser giunta da sé a riannodare i fili.

O forse i protagonisti s'erano proprio incaponiti a che quei fili restassero sciolti.

Afferrò la mano destra di Rosalie - "Mettiti il mantello e corri da Monsieur Grandier...".

"Che?".

"Corri e digli che quell'ospite di cui ha chiesto si chiama Oscar François de Jarjayes!".

Il nome scivolò nella mente della giovane - "Madame...ma non s'era detto che...monsieur ha chiesto espressamente che nessuno sapesse di lui".

"Ebbene...si fa a modo mio!".

Il respiro era calmo, come ormai le accadeva da giorni, da quando, dopo i primi tempi, dopo lo stupore, dopo le lacrime, dopo la rabbia, la quiete aveva preso il sopravvento, una sorta di calma rassegnata e grigia seppure a tratti tinta di rosso, di verde, di indaco, laddove aveva imparato a distinguere i gesti degli abitanti della casa di fronte, le abitudini, gli screzi, le moine, e ognuno di essi imbastiva una congettura, un ragionamento, un'idea.

Il respiro era anch'esso dolorosamente rassegnato, come ripiegato su se stesso.

Le lacrime sì, anche quelle, si erano rassegnate a restare imprigionate nella gola.

Sussultò il respiro allora, quando gli occhi s'aprirono colpiti da ciò che accadeva di fronte.

Intuì l'arrivo di una persona, comprese essere Rosalie, la giovane che l'accompagnava ogni sera nella stanzetta e ch'era giunta in visita proprio nella casa di fronte.

Seduta, le mani strinsero i dannati braccioli, perché l'altra ora parlava con André. E lui aveva abbassato il capo, quasi sforzandosi di non voltarlo verso la finestra.

Non così i due bambini che invece d'istinto l'avevano fatto e dunque lei adesso comprendeva che Rosalie stava parlando di qualcuno ch'era di là dalla loro finestra, lì, a osservarli dalla loro finestra.

Argo, che dei due la conosceva e la ricordava meglio, corse verso il riquadro trasparente, André lo richiamò indietro, forse gridando, forse...

Doveva andarsene ma come trafitta non era più capace di muoversi, alzarsi, come se, essendo stata scoperta e andandosene, non avrebbe più avuto modo e motivo di tornare.

Come se, lasciando quella stanza, avrebbe abbandonato tutto di nuovo e per sempre.

Tutto di lui e di se stessa.

Oscar deglutì a fatica, chiuse gli occhi, si sentì sporca, distrutta, livida e al tempo stesso inspiegabilmente sollevata.

La reazione di André, il capo chino, e nessuno stupore sul volto, le fecero dedurre che forse lui non era sorpreso che dall'altra parte della strada potesse esserci qualcuno che lui conosceva bene.

Oscar s'immaginò che lui avesse avuto a disposizione sufficiente intuito e logica e capacità, per accorgersi da solo che qualcuno si recava quasi ogni sera sin lì e che quel gioco era orchestrato sulla falsariga degli impegni che scorrevano alla reggia.

Un servo?

Un domestico?

Un nobile annoiato...

Da qualche parte dell'anima sperò che lui avesse compreso che lì, in quella stanza, ci fosse proprio lei, e che ora ne avesse ricevuto certezza dalle parole di Rosalie, come una benedizione ad acquietare la smania della distanza che scorreva tra di loro.

Un respiro fondo.

Inutile immaginare altro.

Non la voleva la pietà di André Grandier.

Ora ammetteva che lui in fondo aveva avuto sempre ragione. Era fuggito da lei per non rischiare d'imporre un amore impietoso o compassionevole, un amore fondato sull'affetto, sul bene fondo e assoluto.

Un amore puro...

Così come non l'avrebbe mai accettato lei.

Fece per alzarsi...

Inutile rischiare d'incontrarlo.

La mano alla maniglia.

La porta richiusa alle spalle. Nessuno giù dalle scale.

Scese con calma, il voltone imboccato in fretta, lo sguardo sfuggente alla giovane Rosalie ch'era di nuovo in strada. Sola.

"Monsieur, ve ne andate di già?" – chiese la giovane avvicinandosi in fretta, mentre Oscar scrutava il retro dell'alberghetto in cerca del ragazzetto addetto ai cavalli.

Monsieur non si voltò, il coraggio inghiottito dalla cesura dell'assurda sceneggiata, anche se non vi era rancore verso quella specie di tradimento.

In fondo l'aveva sempre temuto e anelato da sempre.

"La stanza...non era di vostro gradimento?" – l'incalzò Rosalie temendo d'aver fatto un guaio, che anche se la missione era stata ordinata da Madame Fabér, lei stessa aveva intuito l'inspiegabile intento dell'ospite di godere dell'oscurità della stanzetta, della solitudine colmata da chissà quali immagini o ricordi, e dunque, disattendendo alla richiesta di segretezza, le pareva d'essersi presa gioco di colui che adesso stava lì.

Un voltafaccia inammissibile.

"No, affatto. Era tutto perfetto come sempre".

"Allora...vi prego...non ve ne andate! – d'un fiato, come rapita dallo sguardo dell'ospite che si era voltato e la osservava.

Lo sguardo azzurro, tinto di nero e nuvole di pioggia...

Silenzio...

"Temo ormai sia tardi" – disse Oscar piano, come a giustificarsi.

"Madame Fabér mi ha chiesto di raccontare a Monsieur Grandier che eravate voi la generosa persona che ha salvato la sua famiglia. Mi ha detto di raccontarglielo perché voi stessa avete detto a Madame Fabér di aver perduto un fratello...un caro amico...ed era giusto che lui sapesse che...".

Forse quel fratello, quel caro amico, potrebbe essere proprio lui!

Sussultò il respiro...

I pugni chiusi, la mente ai giorni in cui aveva creduto davvero che André fosse morto.

Un fratello...

Un amico...

André...

"Gli hai detto chi sono?" – la voce quasi afona.

"Sì. Madame Fabér…me l'ha ordinato. Voi…monsieur…voi lo conoscete Monsieur Grandier?!".

Muta, Oscar non volle sapere ciò che aveva risposto André, se avesse provato disprezzo oppure compassione, per esser lei giunta sin lì, come una ladra, ormai da più di un mese, muta spettatrice della vita dell'altro.

I passi, come guidati da inspiegabile e stupida compassione di sé – mai provata prima d'allora - risalirono alla stanzetta, il cuore tornato inspiegabilmente calmo, il corpo dannatamente freddo, come impietrito dalla gelida incapacità di distogliersi da quella follia.

Si sedette di nuovo, stavolta lasciò accesa la candela.

Un guizzo, un'inspiegabile tremore, pena per sé, per la propria disgraziata solitudine.

Vide André, affacciato alla finestra aperta, mentre osservava davanti a sé, senza dare a intendere di voler scorgere altro sopra di sé o sotto di sé, dato che ormai era buio e nulla si poteva scorgere, se non dunque il chiaro alone della candela che beccheggiava lieve nella stanza di fronte.

Oscar sapeva che lui la stava osservando, anche senza vederla.

Oscar sapeva che lui era corrente della sua presenza.

Si sentì scoperta, nuda, vulnerabile, distrutta.

E poi intensamente debole, libera di esserlo, libera di piangere di malinconica tristezza e al contempo di rapida euforia che dilatava la pelle quasi a desiderare di toccarlo.

Che sapore ha la libertà?

Che odore ha la libertà?

Qual è il tempo della libertà?

Forse essa vibra come stilla di cuore che batte e poi quasi pare fermarsi e poi liberamente ancora batte e ancora spera?

Forse scorre come l'ora del riposo, in cui però si resta insonni, e liberamente si attende di restare distrutti dal sogno reale?

Forse...

La libertà è forse un moto istantaneo della natura stretto tra due condizioni statiche e immutabili, per cui essa vibra come sinfonia acuta e allora va colta, rubata, trattenuta stretta tra le dita, altrimenti sfugge schiacciata dalle seconde!?

Fuggì, la mattina successiva, come una ladra colta sul fatto ma lasciata libera per pietà.

Tornò la sera successiva e poi fuggì di nuovo e poi tornò ancora e fuggì...

E ogni sera era sorprendente intuire l'altro di là, mentre lui la intuiva, e tutti e due si sorprendevano immaginando d'essere chissà chi, di certo non lui, André Grandier e non lei, Oscar François de Jarjayes.

E ogni sera André apriva la finestra e la guardava e lei faceva altrettanto mentre ascoltavano l'aria entrare nei polmoni e le viscere ondeggiare in un oscuro rimbombo di pungente desiderio.

Non era più necessario essere illuminati dal riverbero della candela.

Bastava attendere e osservarsi.

Dunque nemmeno lui era riuscito nell'intento di dividerli.

Nemmeno André Grandier c'era riuscito.

§§§

Fu in quella sera che lei attese un solo istante in più, come se nel chiarore della candela accesa ascoltasse lo scorrere del tiepido insistere delle dita su di sé.

Non vide nulla nell'altra stanza, nessun lume, nessun gesto.

Nulla...

Fioccava piano fuori...

Un passo...

Il cuore sospeso...

Udì la maniglia muoversi piano, la porta aprirsi e poi chiudersi.

Non ascoltò sorpresa dentro di sé, nessun timore, se non forse il docile incedere dell'implosione dei sensi, perché ogni volta che l'aveva accanto, lei sentiva di essere viva.

Non sapeva perché, non desiderava neppure saperlo.

Scorse la visione dell'altro, il battito silenzioso, l'avanzare immobile del corpo.

Nulla e nessuno era riuscito a dividerli.

Dunque forse solo loro stessi ci sarebbero riusciti.

Sapeva che lui era lì.

Odiarlo sarebbe stato troppo facile.

Difficilissimo amarlo ancora.

Per un istante, si rifugiò nel rugginoso rimorso d'aver lasciato entrare nella sua vita un uomo che la rispettava e che lei rispettava.

Incombeva il torto al Tenente Victor Girodel, anche ammettendo che l'unione di due coscienze non equivale a unione di anime e...

Dio...

Non poteva ribellarsi...

A se stessa.

La faccia volta alla finestra, il rimorso scivolò via, trascinato fuori dall'incombente sentore di neve. Non v'era nulla fuori.

Il buio esplose negli occhi quando un soffio tenue recise la fiammella accesa.

Nel buio...

Poche parole...

"Non avvicinarti!" – un ordine...

Paura...

Silenzio...

Nessun saluto, nessuna domanda, seppur adesso incombeva la presenza dell'uno sull'altra, non più muti spettatori di se stessi, seppure il passato gridava con voce sgraziata e acuta.

"Mi devi delle spiegazioni!".

S'era voltata di spalle, gli occhi alla finestra.

Voleva spiegazioni ma non aveva il coraggio di guardarlo in faccia, segno forse ch'erano superflue, o come accusa d'una sorta di penitenza da scontare, un avvertimento, una fuga orchestrata solo a parole.

Non lo vedeva da mesi, ma in realtà l'aveva veduto in quei mesi, di nascosto.

Lui l'aveva relegata nel disprezzo del rango disonorato e lei aveva fatto a pezzi la distanza, rifugiandosi nel limbo del tempo rubato.

Quali spiegazioni avrebbero mai potuto ammansire la rabbia e quel desiderio che l'aveva ricacciata lì, mezzo passo avanti a lui!?

"Va bene" – ammise André piano, mentre la osservava di spalle, di nuovo, dopo un tempo che gli era parso infinito e infinitesimo al tempo stesso – "Avrai le tue preziose spiegazioni!".

"Detto così, suona tanto come una gentile concessione..." - abbozzò, provocatoria, stizzita dall'accondiscendenza – "Per accontentare qualcuno che non è più tanto sano nella mente!".

"Senti...non girarci tanto attorno!" – mai pentito della distanza che le aveva imposto, che lei aveva distrutto e lui s'era ritrovato lì, parimenti distrutto – "Vuoi delle spiegazioni?! Le avrai! Parla!".

Un passo, però...

André Grandier compì un passo verso l'altra, avvicinandosi alle spalle, come a domandarle muto se sarebbe stata capace di proseguire anche così, lui alle spalle, lei lì, stupida e cieca, che tanto ormai lei sapeva già tutto e nessuna spiegazione avrebbe mai potuto aggiungere o togliere alcunché alla loro storia, a loro.

André Grandier compì quel passo che ormai non poteva più trattenere, incapace di mantenersi saldo, attirato verso di lei, come luna che innalza la marea, come oceano che incombe sulla terra e vuole prendersi la rivincita.

"Che cosa è accaduto con la povera Amalie Jenevieux?" – s'affrettò a domandare lei.

La mano sinistra di André si allungò a cogliere la sinistra dell'altra. Dapprima scivolò sul dorso, poi le dita s'imposero a spingersi entro quelle di lei, chiudere la presa, così che lei avrebbe ascoltato le parole e ascoltato parimenti lui.

L'onda intensa crebbe, la rena fredda rimase immobile beandosi della stretta, sì che dopo tanto tempo la pelle vibrò come percorsa da una specie di fuoco freddo.

"L'ho amata!" – disse André piano, avvicinando il volto alla nuca dell'altra, mentre la mano destra s'insinuava tra i capelli, scostandoli un poco, che il respiro della bocca andò a scovare il respiro caldo della pelle, lì, nel collo lungo e libero, che lei non indossava l'uniforme, e la giacca non giungeva a chiudere la pelle oltre l'attaccatura del collo al tronco.

Tremò Oscar, divincolandosi.

Se André le fosse stato di fronte, avrebbe scorto il lampo di sdegno scorrere negli occhi, nel dubbio tra credere a ciò che lui affermava, o indignarsi ch'era tutto falso.

"L'ho amata…" – continuò André – "Senza amarla".

"Che ...".

"Sì...lo ammetto! Molto presuntuoso da parte mia. Ma...ho provato a regalare ad Amalie Jenevieux il dolore di un affetto...dopo che nella sua vita aveva ricevuto sempre e solo il dolore di un rifiuto, d'essere rinnegata dal mondo, d'essere sfruttata e poi abbandonata come un vecchio vestito inservibile".

"Il dolore di un affetto?" – chiese Oscar, mentre ascoltava la mano stretta nella mano e la bocca sfiorare il collo, come se il tempo trascorso mai avesse interrotto le loro parole, rimaste sospese, in attesa d'essere rivelate, in un continuum temporale senza fine.

"Sì, è il mio torto più grande! Per chi non ha mai avuto nulla nella vita, anche un affetto può portare dolore.. Sai...appartenere a qualcuno che non potrà mai essere al nostro fianco. Aver ricevuto il mio aiuto le è stato di conforto, un conforto forse ancor maggiore sapendo di non essere costretta a ripagare un debito. Ma forse questo l'ha illusa. Forse questo affetto è diventato così fondo che Amalie non è più riuscita a farne a meno e quando me ne sono andato...è venuta a cercarmi. Temo sia a causa mia se...il dolore di non sapere più dove fossi deve averla annientata. L'hai mai provato Oscar? Hai mai sentito te stessa desiderare un affetto, un amore, il tuo proprio bene? E scorgere in esso lo struggimento infinito della tua stessa esistenza? Che sia un amore irrealizzabile o meno...non ha importanza...".

Silenzio...

La neve ghiacciata batteva sui vetri, il corpo teso pareva quasi liquefarsi entro l'incedere di semplici parole.

Silenzio...

"Vuoi sapere altro?" – chiese André, mentre le labbra s'appoggiavano alla pelle e s'aprivano in un bacio lieve.

Che anche lui tremava, anche lui si malediva, e desiderava adesso...

Morire...

Morire entro il calice denso del sesso dell'altra...

"Victoire..." – un sussurro...

"Non è mia figlia...ma è importante per te saperlo?".

"L'avevo intuito...non era questo che volevo sapere...".

"E allora?".

"Tu sai chi è suo padre?".

André tacque. Forse lo sapeva chi era il padre di Victoire ma non aveva certezza.

Forse il padre era davvero Victor Girodel, forse lo stesso ufficiale, dopo aver veduto la mocciosa ormai cresciuta, ne aveva quasi certezza.

Ma non aveva avuto il coraggio di rivelarlo a nessuno.

Perché usare la sua codardia per suscitare lo sdegno di Oscar?

Lei si era avvicinata a Victor...

Rivelarle che il padre poteva essere lui sarebbe stato gioco troppo facile, troppo ovvio, pericolosamente subdolo, che nulla gli avrebbe portato, se non il disprezzo di Oscar verso Victor Girodel.

E infangare il nome di un uomo sarebbe equivalso a fregiarsi di una inutile rivincita.

La gelosia certo dettava per perseguire quella strada...

L'insana follia di amarla dettava che annientare il suo cuore non avrebbe portato alcun bene.

"No. Solo Amalie poteva saperlo. Da ciò che mi aveva raccontato, neppure lei ne era certa. Comunque adesso io sono suo padre. Ho deciso che sarei stato io".

"Sì..." – senza respiro...

Non era finita...

La testa di André s'appoggiò alla schiena di Oscar, l'orecchio ascoltava il rimbombo del cuore e la cadenza delle parole amplificate dal respiro veloce e secco.

Le braccia l'abbracciarono, stringendo il corpo.

Lei restava lì.

"Quelle giovani che ho incontrato...a Brest e in America...".

Silenzio...

"Mi meraviglio di una simile domanda. Hai parlato con loro. Rammenti a Brest? Mademoiselle Bellenuit".

"Hai cercato d'impedirglielo".

"Non sarebbe stato dignitoso! Un uomo che abbia giaciuto con una giovane donna oppure che non l'abbia fatto!? Indegno rivelare certi gesti. E' un riguardo che ho sempre mantenuto".

Oscar sentì implodere il respiro mentre ascoltava la eco della voce scorrerle addosso, a tratti ironica, a tratti severa.

Nulla l'altro aggiungeva a ciò che già conosceva lei.

"Sempre!?" – stizzita, che lo sapeva che non era vero ciò che diceva l'altro, chiosa d'ironica giustificazione – "Finiscila!".

"Volevi le tue spiegazioni!?".

Che lei fu costretta a scansarsi, liberandosi dalla presa e poi a voltarsi, lo sguardo adattato al buio cadde in quello dell'altro, nel riflesso del chiarore vitreo che filtrava dalla finestra.

Negò, come fosse tutto sbagliato, falso, inutile, assurdo.

"Isi e Yellow Jacket...in America..." - un'altra domanda...

"Ebbene..." – un respiro, la mente colpita da concentrici cerchi di ricordi, voragini intagliate nella coscienza – "Ero al corrente di ciò che accadeva in Francia tramite loro e le staffette che portavano notizie dalla costa. Gli indiani avevano trovato un alleato nella Francia. Era ovvio che s'informassero delle sorti del paese che stava tentando di difenderli. Tutto qui. Mentre io scrivevo a mia nonna per testimoniarle che ero ancora vivo, nel caso il mio nome fosse finito prima o poi nella lista dei caduti. Così forse nanny avrebbe potuto sperare in un errore. Non potevo sapere che fosse proprio Monsieur Girodel a intercedere perché lei ottenesse più in fretta le mie lettere e che anche tu le leggessi. Ho compreso che lo ha fatto per te. E' stato molto generoso. Ma ti domando, tu cosa avresti fatto al mio posto!?".

"Victor..." – il nome ripetuto, ora Victor era divenuto una sorta di rivale – "Credi che io sia quella di allora?" - come a sbattergli in faccia che lei adesso aveva compreso, aveva aderito alle richieste, si era dimenticata, aveva accettato di restare lontana.

"Non credo nulla..." – lieve, che lei invece l'avrebbe preso a schiaffi, di nuovo.

"Sei così sicuro di te!".

"Non dovrei?" – arrogante.

"Perché hai detto loro di seguirmi?".

"Non avrei dovuto farlo?! Non hai visto che cosa è accaduto?".

"Tu non potevi saperlo!".

Ciò che abbiamo fatto a te...lo faremo anche a quello!

Lo sguardo spalancato...

André ripeté la frase, inutile trattenerla nel fondo della gola.

Ciò che abbiamo fatto a te...lo faremo anche a quello!

"Cosa...perché? Sono stati loro…".

Il respiro trattenuto, la sceneggiata idiota era lì, davanti a sé. Il suo colpo di testa aveva probabilmente generato rabbia e rancore.

"Rammento di averti levato da un certo guaio a Brest e non per vantarmene...ma alla fine è stato un bene che abbia scelto di metterti alle calcagna Isi e Yellow Jacket".

Tutto lì...

Orgoglio e rancore...

Tutto così semplice, quasi banale, quasi offensivo.

André si mantenne su di lei, sapeva che lei non gli avrebbe creduto, sperò che la mente non rifiutasse quella visione.

"Il conte..." – un sussurro...

"Oscar..." – che s'avvicinò André, quasi le fu addosso, il torace s'adagiò al petto.

Si ascoltarono...

La baciò piano allora, come a ricacciare indietro l'infausto nome.

Forse davvero Oscar aveva abbandonato l'antico affetto per il Conte di Fersen ma che senso avrebbe avuto instillare nella mente il dubbio che il conte avesse a che fare con ciò che era accaduto in America?!

Forse l'uomo nobile aveva semplicemente difeso una sorta di principio, una differenza calata e calcata anche nella libertà di amare, che l'uomo, quel certo uomo, servo, non avrebbe mai potuto invocare per sé.

Lenta avanzava la marea, istante dopo istante, a riprendersi la terra e risorgere nella calma argentea della luna crescente.

Le domande s'asciugavano come pozze arse dalla calura.

"Vorresti sapere altro?" – piano, che fu lui a incidere l'orgoglio, mentre la destra tornava a sollevarsi a scostare i capelli, lo sguardo fisso, come instupidito...

L'arroganza via via inghiottita dalla vicinanza.

"Vorresti che ti parlassi dell'oro!?" - osò André Grandier, che ormai non era più capace di sfuggire a quel se stesso perdutamente ammaliato dall'orgoglio dell'altra, per scoprire se quell'orgoglio sarebbe andato distrutto una volta appreso ciò che lui era stato davvero.

Un ladro...

Sfuggì di nuovo Oscar, scostandosi.

André rimase fermo, le braccia tornarono abbandonate ai fianchi.

Era giusto ricevere il suo disprezzo. In fondo lui non aveva fatto altro che incidere la sua carne attraverso il rifiuto, attraverso la sofferenza di amarlo, quando Oscar non aveva mai provato tale sentimento.

Oscar non aveva mai provato vergogna e lui le aveva insegnato a rammaricarsi d'averlo amato.

Oscar era sempre stata libera.

"Non essere sciocco!" – sibilò l'altra che di quella faccenda ormai aveva compreso tutti i risvolti – "Non eri responsabile!".

Se avesse saputo.

Si morse il labbro André, in fondo, andava bene così.

Anche lui era stanco d'essere altro da ciò che era, un disertore, un assassino, un ladro, un donnaiolo...

Dio, voleva solo essere André...

Voleva solo essere libero.

Che sapore aveva la libertà dunque?

Quale consistenza, forse tremore d'un battito, sussulto ingoiato, inevitabile colpo del cuore, così che chiunque non può più dirsi libero?

"Possibile che sia stato per il torto che avevano subito nella locanda, a Brest..." – sibilò piano, come parlasse a se stessa, per restare sulle sue dannate domande che s'intrecciavano alle scelte di André, come a tentare a ogni costo di sollevarlo dalla colpa di averla illusa e poi ricacciata indietro – perché davvero André non poteva aver scelto deliberatamente quella strada - ma al tempo stesso non potesse evitare di ferirlo, proprio perchè l'aveva illusa, rammentandogli la sua scelta – "Ma a Northampton, quei due soldati mi avevano scambiato per Fersen, e alla fine avevano detto… ciò che abbiamo fatto a te...lo faremo anche a quello…allora…era come se lui lo…sapesse?".

Che le mise una mano sulla bocca, addosso...

"Che importanza può avere ormai?" – tentò di scansare il pensiero, per difenderla dal pensiero – "Posso solo pensare che tutto, qualunque cosa sia stata fatta, sia stato per difenderti...".

"Da chi?!" – esplose la rabbia.

"Da me!".

"Da te!?" – ruggì, la voce impigliata in un ghigno, incapace di ritrovarsi al centro d'una così folle congiura, di ammettere che lei fosse esistenza così fragile e debole da imporre d'essere difesa anche a costo di immani misfatti.

"Tu!" – gridò allora sospinta dalla rabbia – "Tu sei fuggito. Hai evitato di combattere! Perchè qualcuno avrebbe dovuto difendermi da te, se tu stesso non hai avuto il coraggio di...".

André si avvicinò di più, di nuovo.

Inutile chiederle perchè lei fosse lì allora, nonostante quei muri, nonostante la sua fuga.

Nemmeno riusciva a domandarlo a se stesso che diavolo ci facesse lui lì, se non che non sarebbe più riuscito a restare di là dal dannato muro.

"Amarmi!?" – il sangue gelato – "Perché l'hai fatto allora? Perché te ne sei andato...se mi amavi...".

"Perché io sono tutto ciò che distruggerà la tua vita...la tua bellezza...il tuo orgoglio. Perché amare non significa sacrificarsi ma imporre un sacrificio all'altro! A te! Come avrei potuto!?" - il respiro corto - "Perché non saresti sopravvissuta! Io sono la tua oscurità, colui che ti getterà nell'Inferno del disonore. Tu non lo meriti! Dunque dimmi come avrei potuto essere proprio io la tua rovina...e come potrei mai…esserlo adesso!?".

"Non lo accetto!" – gelida – "Non accetto che tu mi imponga la tua scelta, la tua rinuncia! Sai...alle volte l'oscurità è abbandono...io non temo l'oscurità...".

Dio...

"No...non la temi...sei qui, adesso..." – sussurrò André incapace di dire altro – "Ma se è così, allora perché non volevi che io sapessi che eri in questa stanza? Hai chiesto a tutti di tacere il tuo nome. Sarebbe stato così disdicevole che io sapessi ch'eri tu qui, a osservare me e la mia famiglia? E perché quando hai ritrovato il falco non ti sei fatta vedere? Alain mi ha raccontato ciò che è accaduto!".

"Dovrei spiegartelo?" – eruppe la stoccata – "Il mio orgoglio è dannatamente smisurato! L'hai convenuto anche tu!".

"Il tuo orgoglio" – sussurrò André stupito, seppure la destra era corsa a scostare un ricciolo, come se esso fosse quel dannato orgoglio divenuto ciocca ribelle, lieve, tenera.

Accarezzarlo, ammansirlo, perché in fondo lui stesso ci aveva giocato con quell'orgoglio e ci aveva fatto affidamento da sempre per vedere di riuscire a tenerla lontana.

Inteneriva il dannato orgoglio, spaventosamente annientato, distrutto al punto da non averle impedito di finire lì, dunque forse spazzato via da ben altra congettura...

Il respiro sospeso...

La neve fioccava e picchiava giocosa sui vetri, come volesse frantumarli, penetrare e avvolgere le due figure buie.

Il lampo nero dello sguardo…

Che si voltò, incapace di replicare altro, prese la faccia, la strinse, le dita chiuse ai capelli, la bocca alla bocca, baciata e presa…

Che le braccia la chiudevano, abbracciandola, sollevandola, liberandola dal peso del dannato orgoglio, come adesso entrambi fossero davvero uniti contro di esso e la nefasta affermazione.

L'orgoglio non poteva fare nulla...

Non poteva...

A nulla sarebbero servite le domande, le parole, come vinte da marea d'oceano gelido che sale imponente dalle viscere, impossibile arrestarne il lento e inevitabile dilagare, mentre il cuore batteva impazzito e il sangue scorreva tragico nelle vene.

"Non parlare" – un sussurro, André lasciò la bocca...

"Nemmeno tu!".

Piano, di nuovo piano...

Lento, di nuovo lento...

Sguardo chiuso, respiro sospeso, parole mute orchestravano a sciogliere l'innervato errore nei muscoli…

Sospeso, di nuovo tutto sospeso.

Le braccia ricaddero ai fianchi.

La testa di André si chinò quel tanto d'appoggiarsi alla fronte di Oscar.

Fermo, ascoltò il calore della pelle dell'altra.

Muto attese che lei si scostasse di nuovo, che però lei rimase lì, forse in attesa che fosse lui a indietreggiare, com'era accaduto ormai tutte le volte che si erano accostati.

Non accadde nulla e in realtà tutto accadde.

"Che vita sarebbe la tua?" – chiese, come per mettere altro tempo tra di loro e altro spazio, perché se fosse accaduto di nuovo, nulla sarebbe mai stato come prima e lui davvero questa volta l'avrebbe condotta all'Inferno.

"Che t'importa?"

"Dio…ma non capisci? Come potrebbe non importarmi della tua vita?!".

"Sei tu che non capisci. Credi che non me lo sia chiesto in tutti questi anni? Credi che la mia testa non abbia mai davvero immaginato la mia vita al tuo fianco, assieme, io un passo dietro a te un giorno e poi tu un passo dietro a me in un altro…oppure…camminare assieme, vicini…che importanza potrebbe avere...".

"Sai che non sarebbe possibile…noi non siamo…uguali...".

Una mano sulla bocca. Stavolta fu lei a zittirlo - "Continui a fuggire…come se l'essere diversi – e noi non lo siamo – ti facesse da scuso a giustificare la tua paura d'amarmi. E' un'idiozia! Lo sappiamo entrambi. Io e te siamo diversi e siamo uguali proprio perché possiamo essere diversi".

Voglio che tu dimentichi ciò che è stato! Ammetterai che tutto ti precipiterà nel baratro del disonore più nero…

Ebbene è tutto ciò che hai da dire? Mi avresti usato dunque? Avresti preso ciò che volevi…sai che non è così, sai che io…io ero con te…

Ebbene non parlare in questo modo...

Certo...non vorrei...ma sei tu che discuti come se tutto ciò che è accaduto fosse ignobile!

E' folle ciò che dici! Non lo è...ma...ti chiedo di dimenticare! Rammenta solo ciò che ho fatto io…ciò che è ignobile...dimentica ciò che sei stata tu!

Risalirono a galla le dannate parole, i discorsi troncati, lo strappo della carne...

Dovrei rammentare solo ciò che hai tenuto per te...e non ciò che sono stata io!? Non posso…

Una donna come te…non accetterebbe mai di sposarsi per via d'un gesto ignobile che l'avesse offesa…

Stai vaneggiando! Non mi sono mai piegata ad alcun gesto ignobile! E non sono certo una donna che userebbe un matrimonio per porvi rimedio...

E non accetterebbe mai di sposarsi se non per amore…

E' ciò che sento…

"E poi...sei ritornato troppe volte!" – l'accusò lei – "Anche quando saresti potuto restare lontano. Dalla Cayenna...potevi essere libero ma sei tornato".

Il tuo amore muterebbe nella tua dannazione…allora dimentica ciò che è stato…

Chi sei…chi sei per dirmi ciò che devo fare? Chi sei per giudicare ciò che sento? Credi che ciò che è accaduto debba essere considerato ignobile e tu non abbastanza nobile per porvi rimedio!? Che discorsi...

Ecco...dunque...io non sono nessuno! E' questo che voglio che tu comprenda…

Vuoi liberarti di me!?

Ti prego…non devi parlare in questo modo! Ma non lo vedi che cosa ti ho fatto? Ti ho reso debole! Hai mutato il tuo animo per causa mia...

Non sono innocente...la mia colpa è amarti...e questa colpa resterà per sempre. Non potrò mai essere dichiarato innocente da questa colpa. Amare te porterebbe te alla rovina!

La mia colpa non si cancellerà mai...né se restassi in vita, né se verrò giustiziato...quando anche io non esisterò più...continuerò sempre ad amarti...

"Dunque...perché sei qui?!" – che fu lei a chiederglielo – "Tu non lo sapevi ch'ero io qui, in questa stanza. E quando l'hai compreso…sei stato tu a cercarmi. E io ti avevo già detto che il tuo amore…quel dannato amore puro…io non lo voglio!".

"Sì. Adesso…lo so".

"Perché...sei tornato?".

André tacque...

La bocca baciava la bocca...

Le labbra si adagiavano piano, lievi, tremanti e sciocche…

Il cuore scorgeva la bocca che s'apriva, lasciandosi baciare…

Il tocco si espandeva, inebriando i sensi, offuscando il rigore, calando sul livido passato una coltre di calma e nebbiosa indecenza…

Il bacio squarciava la coltre, frantumava il passato oscuro, liberando la carne attinta e penetrata, giù nel fondo scuro dell'anima bianca che sbocciava di umida rosa, di stilla di rugiada al mattino e che s'apriva penetrata dai raggi più caldi.

Ondeggiava la corolla avvolta dal sussulto agitato del vento che confonde e rivela…

Dapprima incerte, le mani s'erano aggrappate al corpo dell'altro, le dita s'erano impresse a graffiare la pelle…

Ondeggiava il fiore, sospinto dalla forza immobile dell'oscura rottura, intensa e dirompente…

Le mani strette accoglievano il respiro spezzato…

Sublimi i corpi che si amavano e si univano, disfacendosi nell'innocente materia oscura di vergine passato…

Voleva...

Vivere...

Voleva...

Lei...

Oscar...

Lei...

La carne...

Il sesso...

Le labbra...

I morsi...

I sussurri...

Voleva...

Il dannato balzo là, nel buio della coscienza che vibra e sfugge ad ogni comprensione...

"Volevo solo...vivere!" – sussurrò piano André, la bocca a cogliere il respiro...

"Anche io".

Immobili, rimasero ad ascoltare il respiro muto...

André non osava muoversi, lei non osava staccarsi.

Le dita della destra scorsero al bavero della giacca, un moto a saggiare un bottone tiepido, come esso fosse stato il dubbio che ancora aleggiava nella testa.

Negò André, le dita scostarono il primo bottone e poi il secondo e poi il terzo mentre il respiro si manteneva calmo.

Al diavolo i dubbi...

Al diavolo i bottoni!

Respirava piano...

La bocca colse la bocca, che lei s'era ritrovata contro la parete, appoggiata lì, il corpo s'era un poco abbassato, come scivolando giù, e dunque per baciarlo si era sporta verso l'altro, la testa un poco inclinata, il tepore di un abbraccio discreto solleticava il sesso come aperto, come nudo, come impazzito.

Lei non l'aveva abbracciato, le braccia lungo i fianchi, come fosse incapace di cedere e cercarlo se non con la bocca, se non a occhi chiusi, così che solo la lingua avrebbe potuto assaggiarlo e così lui si sarebbe dovuto accontentare d'assaggiarla così e di lasciarsi toccare entro l'instabile pertugio d'una bocca.

Il lieve avanzare s'incideva via via nelle viscere, scivolando come miele sulla pelle, incuneandosi e disperdendosi, allargandosi entro l'inconscio desiderio, mutando colore, sentore...

La stanzetta disadorna accolse il corpo che s'adagiò sull'altro, mentre le mani scostavano la rabbiosa stoffa e liberavano l'indomabile pelle.

Sentore di fuoco freddo...

Sangue ghiacciato...

La sollevò un poco, il volteggio, come passo di danza che conduceva all'Inferno della dannazione...

Non era ancora tempo di morire...

E comunque mai sarebbero morti, amandosi e vivendo...

Si strinse alle spalle...

Un affondo…

Senza indugio, un affondo, un'unica spinta, un poco feroce, intensa…

Lo accolse...

Come nel passato...

Senza mentire, senza ritrarsi, come nulla fosse accaduto, come fosse stato sempre così anche se così non era mai accaduto.

Lo sguardo si spalancò come memore d'averlo sempre amato.

E così l'avrebbe amato sempre...

Quando era accaduto?

Non era importante.

Le dita lisciarono la pelle libera, scorrendo ad accarezzarla, lievi e poi intense, libere e poi impigliate nel sentore oscuro del respiro buio acceso entro lo sguardo chiuso.

Si schiuse l'effimero fiore accogliendo l'insano incedere del vento...

Tremò, terra silenziosamente bagnata dall'audace marea che invadeva tutto, nervi e muscoli, oscura coscienza e muto respiro.

Come schianto a penetrare la roccia...

Come squarcio a illuminare il cielo...

Come sussulto che impose alla coscienza di librarsi e cadere e morire...

Giunse a liberarsi di sé, a distanziare e abbandonare il cappio scuro, il gesto ammaestrato, così da divenire intensa e pura e colma oltre ogni umana visione.

Lo sguardo si schiuse allo sguardo chiuso, alla riluttante spinta che induceva i muscoli a fremere e tremare...

Il sussurro estatico...

Resta...

Negò André...

Negò perché l'amava...

Negò Oscar...

Negò perché l'amava...

Dio...

Resta...

Che l'abbracciò mentre moriva, avvolta dalla sua morte, lì, dentro di sé, chiedendogli di morire lì, assieme a lei.

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