A broken heart is all that's left
I'm still fixing all the cracks
Lost a couple of pieces when
I carried it, carried it, carried it home
I'm afraid of all I am
My mind feels like a foreign land
Silence ringing inside my head
Please, carry me, carry me, carry me home
I spent all of the love I've saved
We were always a losing game
Small town boy in a big arcade
I got addicted to a losing game
Oh, oh
All I know, all I know
Loving you is a losing game
Loving you is a losing game
Duncan Laurence – "Arcade"
Le coeur de Paris
Il tempo scorreva, l'ombra della sera stendeva la mano pietosa, a stringere nella morsa del buio, il vicolo, il cielo, il salice ormai spoglio, il fazzoletto di giardino, declinato a tinte d'erba ingiallita e stanca.
Il tempo s'era fermato, lì, sulle scale scricchiolanti de La port du ciel.
Lì, nel cuore di Paris.
La città di quelli senza speranza.
Dove ogni cuore batte per sé e per il proprio destino.
Dove i cuori si uniscono ma restano sempre due.
Si fissarono per qualche istante, Oscar François de Jarjayes e Bernard Châtelet, gli sguardi sfrigolarono ferocia, come scintille roventi sprigionate dall'acciaio battuto sull'incudine, ove si tenta di dargli forma, una spada, un coltello, fin anche un benedetto cucchiaio.
Ognuno avrebbe voluto piegare l'altro alle proprie intenzioni.
Bernard Châtelet era un giornalista di Parigi, il suo mestiere era scovare il marcio dilagante nelle fastose pieghe della corte di Versailles, comprendere perché la città annegava nella melma, mentre i giardini della reggia trionfavano di rose, ortensie, statue, fontane scintillanti.
Oscar François de Jarjayes era una di quelle pieghe.
André Grandier...
Era...
"Non so cosa stia accadendo!" – replicò Oscar tentando di forzare lo sbarramento di quelli che la fronteggiavano, sbarrando il passo, per pietà o per dispetto non era dato saperlo - "Non posso permettere che accada però!" – un altro passo...
"Andrò io! Ve ne prego!" – contestò Madame Fabér – "Porterò fuori i bambini. Non meritano di stare in quell'Inferno, lo comprendete vero?!".
Il respiro rimase sospeso, Oscar si ritrovò costretta a obbedire.
Mostrarsi nella casa di André avrebbe finito per comprometterlo agli occhi di chiunque avesse organizzato quella mossa, una messinscena forse veritiera, dettata dal rispetto per l'ordine e le regole e tutto ciò che avrebbe dovuto esser lei stessa a far rispettare.
Ammesso si trattasse di quello.
Era con le spalle al muro questa volta.
Intervenire avrebbe significato rivelare che lei era lì.
Intervenire avrebbe significato mettersi contro quell'ordine e quelle regole che André era sospettato d'aver violato.
Un passo, Oscar corse su, di nuovo alla finestra.
Lo sguardo attese ancora e ancora, fino a quando scorse il passo imponente e sprezzante di Madame Fabér che si faceva strada fino alla stanza ove si trovavano André, Victoire e Argo, pugni ai fianchi a respingere le spinte dei soldatacci che non parevano avere un comandante o qualcuno più alto in grado, da interpellare sul da farsi. Né per sedare i modi della popolana inviperita, né per tenere bada le intemperanze della soldatesca, che non avrebbe di certo chinato il capo e abbassato le baionette dinnanzi alla battagliera comare e all'uomo e alla giovane donna che si facevano avanti accompagnando la prima.
Udì il vociare sguaiato, sillabe strozzate dallo scherno di disprezzo.
Bernard Châtelet s'era evidentemente declinato giornalista e ai gendarmi i giornalisti piacevano finché avessero fatto comodo.
Era sempre stato così, in fondo. Lo era stato e lo sarebbe stato per chiunque.
Vide i soldati ridere allora, darsi manate sulle spalle, seppure i gesti rudi e sprezzanti parvero imbrigliarsi, come se d'un tratto si fosse fatta strada la sorprendente consapevolezza che quella sortita poteva ritorcersi contro.
Forse il personaggio che abitava nella casa non era poi così sconosciuto, inutile plebeo da spaventare, così che fosse chiaro chi è che comandava in quel frangente.
Intuì il repentino passaggio a svariati insulti.
Madame Fabér si avvicinò ad André, rivelando poche parole e quello come raggelato si voltò verso la finestra e quasi lei s'immaginò che lui lo sapesse che lei era lì, proprio quella sera.
Ennesima coincidenza, che il caso non esiste.
Si domandò se André s'era immaginato che la messinscena venisse da lei?!
Si domandò chi avrebbe avuto l'acume di piombare nella casa dell'altro, proprio quella sera in cui lei, dopo tanto tempo, si era recata lì, se non per insinuare il dubbio nella testa dell'altro che fosse lei l'artefice, e addirittura per seminare proprio in lei, dentro di lei, il dubbio che l'altro avesse altro da nascondere o ancora che qualcuno fosse così stato abile e sprezzante da giungere a compiere tale gesto per saggiare le forze, indurre a sciogliere il legame, a dimostrazione che quel filo avrebbe reso infelici entrambi?!
Era solo quel filo a dannare l'anima?
Era davvero possibile che una forza estranea ed esterna avesse tale potere da far tremare il cuore e indurre a ragionare per il bene dell'altro piuttosto che per il proprio?
Che i cuori sarebbero rimasti sempre due?
L'egoismo del bene puro...
Da una parte il tono fermo ma severo del giovane giornalista Bernard Châtelet, il disprezzo per i modi inurbani, l'assurdità dell'accanimento che lui non avrebbe mancato di riportare a righe infuocate sul suo disgraziato giornale, a costo di scrivere tutte le copie a mano!
Dall'altro, la giovane Rosalie che si precipitava verso i due bambini, un'occhiata rapida e André glieli consegnava perché li portasse via, che Victoire negava e Argo strillava, perché nessuno dei due voleva lasciare la casa e il padre, come se - rimasto solo e senza lo scudo delle grida dei bambini - quello sarebbe scomparso, come erano scomparsi tutti coloro che i due mocciosi avevano disperatamente tentato di amare fino a quel momento.
Oscar vide André chinarsi, sussurrare all'orecchio di Victoire.
S'immaginò parole per convincerla a uscire, infondere coraggio.
La bambina prese la distanza alla fine, lo sguardo s'affacciò di più alla finestra e dall'alto intuì scorrere veloci le sagome di Madame Fabér che usciva assieme a Bernard e a Rosalie che teneva per mano Victoire e questa teneva per mano Argo, che si teneva ben in guardia del prezioso falco.
Attese, il labbro morso, i pugni chiusi, il respiro sospeso.
Attese osservando i soldati andare su e giù per la casa, mentre si udivano schianti di mobili rovesciati, sedie buttate giù dalla finestra, coperte strappate.
Forse cercavano i libelli di scherno alla famiglia reale che via via stavano inondando le strade di Parigi?!
Forse cercavano prove per compromettere il piccolo giornale dove André aveva scovato una sorta di occupazione?
Forse cercavano il modo di zittire le seppur magre tirature, viste come dannati pamphlet infarciti di invettive e affondi e chiose sarcastiche sui reali, così d'avere motivo di farla finita e avere buon gioco a distruggere le macchine per la stampa e sbattere in galera quelli che ci lavoravano?!
André era forse uno di quelli?
André aveva abdicato al patto di fiducia che li legava da sempre, che loro in fondo avevano sempre fatto parte dello stesso mondo?!
E lei avrebbe mai potuto chiedergli di sacrificare ciò per cui lui aveva combattuto fino a quel momento?!
Affrancarsi da lei e da quel mondo per essere libero di amarla?
Il segno impresso addosso, l'ultima volta in cui s'erano veduti.
Victor l'afferrava, stringeva il polso…
La sfidava e sfidava André…
Lei l'aveva tradito.
Di nuovo…
Perché l'amava…
Può esistere un amore che attende al bene dell'altro piuttosto che all'altro e basta?
Attese...
Tempo infinito, grida, disprezzo, piatti e bicchieri infranti, e André fermo in mezzo alla stanza, senza reagire, che sapeva che lei era là, poco distante, il cuore vicino, ma lui non l'avrebbe costretta a rincorrerlo, a giungere sin lì, lasciarsi riconoscere, perché farsi ammazzare non era il caso ma nemmeno rivelarsi al mondo.
Allora valeva bene che l'immobilità avesse pregio di ridurre l'orgoglio in cocci, proprio come quei miseri arredi.
La messinscena si prolungava oltre misura, non era necessario distruggere tutto.
Oscar rammentò che qualche volta era accaduto in passato d'essersi ritrovati entro simili scenari, ma mai di recare tale devastazione.
O per lo meno lei aveva tentato d'essere cauta.
Così, nello stesso frangente, lui lo doveva sapere che a restare così immobile non avrebbe avuto nulla da temere, come non avesse nulla da nascondere.
Deglutì fuoco, rammentando il vuoto di ciò che in realtà non aveva mai saputo, di ciò che lei aveva solo intuito sulla sorte di André.
Qualcuno non aveva accettato il gesto di André, a Brest.
Ma ora?
I gendarmi non avrebbero trovato nulla e alla fine se ne sarebbero andati.
Attese...
La furia che s'era abbattuta sulla casupola sbilenca per qualche istante sembrò accanirsi persino contro i muri che tremarono, sprigionando una polvere chiara e sottile che si innalzò come nebbia, a disegnare sinistre volute contro la luce delle lanterne cieche accese ad una ad una giù in strada.
Attese...
Ancora un istante.
Il passo pronto a scaraventarsi in strada semmai avesse intuito l'idea dei dannati gendarmi di portarsi dietro l'unico abitante superstite della casa.
Attese...
Il fiato sospeso...
L'ultimo sprezzante calcio alla porta d'ingresso che s'incrinò gemendo sotto il colpo.
Attese...
Silenzio...
I gendarmi ridevano giù in strada.
Non avevano trovato nulla, forse perché non cercavano nulla, immaginandosi d'aver svolto l'ordine alla perfezione, ch'era dunque indurre il timore cieco, che quello avrebbe fatto il suo corso.
Fece per scendere.
Il passo inchiodato alla stanza.
Implose il corpo, divenendo come pietra, mentre scorgeva il soldato Alain Soisson precipitarsi dentro la stamberga, seguito dagli altri compari, le grida a cercare André, le stanze piombate dal buio.
Attese di nuovo allora, il fiato sospeso, il cuore in subbuglio, fino a quando non scorse un lume che prendeva a rischiarare la stanza, seppur tremante e incerto.
Gli occhi si ficcarono a bucare l'oscurità, l'effige dell'altro, il cuore aveva ripreso a battere piano, si ritrovò in ginocchio, le mani giunte.
La prima ad averlo tradito era lei.
Il bacio a Brest…
E poi, dopo, il cedimento alla vicinanza – solo a quella - come ammaestrata da colui che l'amava di profondo rispetto, come suo pari, unico uomo capace di tenerla lì, entro la gabbia dorata che avrebbe preservato il suo rango, la sua bellezza, la sua stessa vita.
Un passo...
André li aveva veduti. Aveva osservato fisso Victor Girodel, il volto dell'uomo appoggiato al volto, vicini lei e l'altro, i pugni stretti.
Il disastroso passo a un passo dall'essere compiuto.
André se n'era andato. Aveva abdicato al suo amore, per amore.
Era tutto così scontato e idiota, ma se André fosse morto, ammise che anche lei sarebbe morta.
Adesso ammetteva che…
Era come se da quando si erano incontrati…
Era lei che lo aveva sempre protetto. Lei, nobile e al sicuro.
Ora lui era libero, era solo.
André doveva vivere.
Smise di cercare le effigi, tentare di intuire i discorsi, pensare.
Ascoltò il solido e solo desiderio bruciante d'essere là, nella stessa stanza, nessuno attorno, là, sola, a respirare lo stesso respiro, come se di colpo quello sarebbe stato l'ultimo.
Gli occhi chiusi, attese.
Il tempo scivolò via, battito dopo battito, l'immenso cuore della città di quelli senza speranza continuò a scandire gli istanti, mentre ascoltava il dolce richiamo della resa, l'abbraccio silenzioso dell'uomo che l'avrebbe rispettata sempre.
Quell'uomo non era André.
André l'amava d'un amore che non porta rispetto ma che esige e pretende, consuma e distrugge.
L'Amore che trema il sangue, fino a far perdere il senno.
L'amore che scava e non guarisce...
Salvarsi o annegare?
Victor Girodel comparve avanti a sé, nella sua essenza più pura, il respiro imbrigliato, l'incapacità di amare se non forse se stesso e la propria decadente alterigia, il proprio fulgido disprezzo per tutto ciò che era altro da sé, eppure...
Victor Girodel mai avrebbe tradito il patto, mai sarebbe arretrato d'un passo.
Labbra baciate piano, occhi chiusi, respiro contratto, le dita appoggiate a terra tessevano impugnature di sabbia, fredda e sfuggente...
Victor Girodel era terra salvifica, André Grandier era oceano immenso ove lei sarebbe annegata.
Cosa c'è oltre l'oceano?
Le labbra dischiuse, il respiro sospeso.
Lo sguardo spalancato bucò il buio polveroso dell'anticamera vuota, scorgendo vestiti a terra, vasi rovesciati, stoffe strappate.
Il piede urtò una pentola.
L'afferrò sollevandola e poggiandola su un tavolo rimesso in sesto, anche se una gamba era spezzata e reggeva a mala pena il piano orizzontale.
Il passo avanzò.
La casa pareva vuota.
Aveva atteso che i compari se ne fossero andati, che quelli si erano dati da fare, riassestando porte di casa e ante di armadi, nel mezzo di svariate imprecazioni per via dell'inutile sceneggiata, che allora adesso era chiaro che André aveva pestato i piedi a qualcuno.
Come se quello non l'avesse mai fatto in passato!
Avevano convenuto che davvero André Grandier era uno che non riusciva a stare lontano dai guai, vuoi perché non lesinava mai d'essere onesto, vuoi perché forse qualche volta non lo era stato, vuoi perché pareva sempre ambire ad avere ciò che non gli spettava.
Il passo procedette.
Gli scalini a uno a uno, fin al piano superiore, la mano appoggiata al corrimano della scala, gli occhi a percepire la presenza dell'altro, che non l'aveva visto più uscire.
La porta di sotto era stata lasciata aperta e lei se l'era chiusa alle spalle, sistemando alla ben e meglio il chiavistello.
Era sola adesso. Erano soli.
Cosa gli avrebbe detto?
Cosa avrebbe risposto lui?
C'era altro da sapere?
Scorse alla stanza, quella che lei aveva veduto e studiato nei mesi che si erano susseguiti, ove aveva scorto l'altro e s'era nutrita della sua vita, non veduta, allo stesso modo in cui lui s'era nutrito di lei, amandola da sempre, da lontano, eppure così vicino da vincere il pregiudizio e la distanza del rango.
Era stato lui a raggiungerla la prima volta a La port du ciel e adesso invece era lei a ritrovarsi lì, André chino a terra a raccogliere alcuni fogli che giacevano alla rinfusa in un angolo, abbandonati lì perché prima era stato necessario rimettere in piedi la sconnessa scrivania che li custodiva.
La luce fioca ondeggiò al passaggio del rassegnato respiro.
Le assi del pavimento scricchiolarono.
André rimase a contemplare i preziosi fogli, anche se si era accorto che c'era qualcuno.
Madame Fabér l'aveva avvertito che lei era là, nella stanza di là dalla strada, lui lo sapeva, ed era come se sapesse ch'era lei che stava camminando, avanzando verso sé.
Ma era come se non gl'importasse.
Un altro passo...
Se perderai tutto…
La mano sulla spalla, Oscar si chinò avvicinandosi, abbracciandolo che però André si scansò.
A chi attribuire lo scempio, a chi rovesciare addosso la responsabilità?
A che sarebbe servito saperlo?
Era come non gl'importasse.
O forse gl'importava troppo.
"Che fai qui? Avevo detto di non venire. Non è sicuro!".
"Non dire sciocchezze. Come avrei potuto...".
Si voltò, il volto scuro scorse al profilo dell'altra così vicino.
Non era la loro storia quella, ma una storia a cui loro non appartenevano.
"Va via" – detto piano, senza forza, come a essere contraddetto.
"André no, non me ne vado".
La mano scorse alla mano che reggeva i fogli, le dita s'intrecciarono alle dita, scivolando a stringerle, che lui tentò di liberarsi ma senza convinzione.
La torsione del busto contro l'altro, così da finirgli in faccia, così da scorgere la bocca, nel buio, a estorcere un bacio di rabbia, che la separazione era stata feroce e pungente, a tratti infernale, che la visione di sé e dell'altro era quanto mai incerta e allora non restava altro che averlo e baciarlo piano, così da annullare la distanza, almeno quella dei corpi, almeno quella che era possibile annientare così, con la sola forza di un bacio.
Un istante...
Essenza di bacio lieve, in punta di labbra, carezza all'anima.
Non si respinsero, colmi dell'assenza, vuoti di sé.
Che fu lei a ritrarsi, tenendolo a sé, chiedendogli di seguirla, voleva che lui lo facesse, voleva...
Si rialzò anche André, i corpi ondeggiarono contrapponendosi, scansandosi, roteando come foglie che cadono all'unisono, in bilico entro la stessa flebile corrente d'aria, sfiorandosi, sovrapponendosi e poi dividendosi, ciascuna entro la propria scia, entro il proprio destino, unite solo per qualche istante e poi divise per sempre.
Voleva riprendersi se stessa dentro la sua vita.
Voleva riprendersi il vezzo di baciarlo senza ritegno…
Senza rispetto…
L'aveva tradito e adesso lo voleva…
Come polvere e cielo, come fuoco e rabbia…
Bruciare assieme…
Labili fiamme d'orgoglioso fuoco, immemori di ciò ch'era appena accaduto e di ciò ch'era stato, e di chi erano stati, incapaci d'opporsi alla corrente.
Non volevano separarsi, come sapessero già sarebbe accaduto.
Ma non lo volevano.
Il tempo dunque – povero e disgraziato tempo - era così poco, che in esso solo la follia aveva coraggio di brillare e vibrare d'inusitato sprezzo per tutto ciò che li circondava.
La spinse indietro, la candela accesa cadde, rotolando cera fusa, sprigionando acre odore di fumo, mentre gli occhi si chiusero e le mani cercarono i fianchi appoggiandosi e stringendoli, come ad aggrapparsi all'unica certezza - ossa miti e impudiche - a scacciare la visione infausta di sé, carne tremante e marcia, prigioniera dell'altra, del desiderio di se stessi dentro l'altro, perduta e morente entro l'istante d'infinita estasi che precede il tempo eterno della morte.
Così la bocca scorse al viso lisciandolo un poco, respirando il respiro del tempo perduto, l'impercettibile scorrere delle stagioni, il volo del pettirosso, il raggio di luna che penetra le foglie nere, l'onda marina che s'abbatte sugli scogli.
Istante dopo istante, tempo infinito eppure infinitesimo.
Non lo sapeva se era ciò che voleva lei.
Spazzare via il bacio di rispetto, il bacio di sopravvivenza...
Restare àncora, ancora, entro pura follia d'abbandono.
Tra le sue dita lei sarebbe morta ma lui non poteva farci nulla.
Lui l'avrebbe uccisa, non aveva più modo e non aveva più tempo per domandarsi se era davvero ciò che avrebbe voluto lei, se era così che lei avrebbe voluto vivere. Oppure morire, morendo piano, mentre la bocca baciava il naso e i denti mordevano la punta, e piano, a poco a poco, il sesso s'apriva al buio incedere del sesso.
Nel buio gli occhi scorsero al viso vicinissimo, le bocche dischiuse come ad attendere il consenso oppure fuggire via e poi no, restavano lì, le parole impigliate nei respiri, annodate alle dita che stringevano i fianchi e piano piano liberavano la pelle.
"Devi andartene!" – piano ma testardo.
"Sì...ma tu..." – quasi cinica ma arresa – "Non muoverti!"
"Io...dove dovrei..." – si perse la parola – "Andare?!".
Un tenero sorriso, disperata compassione...
Si mosse piano allora, senza andarsene ma restando lì, lei sollevata appena, contro la parete nera, la pancia nuda, le mani a tenersi, la bocca a baciarlo perché non c'era via d'uscita.
Strideva il pensiero che tutto fosse risolto e finito, eterno e assoluto.
Bianco o nero, vivo o morto.
Annichiliva il pensiero che se non fosse stato così, loro, entrambi, sarebbero sopravvissuti.
Ma se fosse stato così, parimenti loro sarebbero morti, che vivere tentando di scansare la Morte pareva inutile, che della Morte ci si può prendere gioco, ma alla fine a vincere è sempre lei.
Vagavano i pensieri risucchiati entro il vortice d'impercettibili spinte capaci di suscitare lacrime e piacere, annientamento e resurrezione.
Era lì per dirgli...
Il bacio...
Era lì per dirle...
Il bacio...
Tutto si perse nell'istante in cui tutto si fece nero, il respiro cadde piano, risorse veloce e ricadde e la morte giunse, attorcigliata alle gambe, alle braccia, a liquefare il sangue e annientare il senno.
Nessun rumore, se non il battito estremo del cuore entro le tempie.
Nessuna luce, se non la striscia di luna che stendeva argentee arcate entro le assi scure del pavimento nero e intarsiava i raggi entro i rami lievi del salice, le foglie gialle ingentilite, opachi tintinnii a bucare il buio della notte.
Inusuali suoni...
Perduta memoria...
La trascinò riprendendo il corpo un poco scosso, la portò su, abbracciando la schiena, conducendola entro la stanza remota, il tetto basso e sghembo, il calore d'un piccolo camino acceso in fretta, odore di brace e muffa antica, travi tarlate e secche.
La tenne stretta, accarezzando la schiena, scostando le vesti, scorrendo alla pelle, tutta, così che il freddo non finisse per strapparle di dosso il brandello di calore, il suggello del respiro.
L'amò di nuovo, come l'ubriaco che non vuole disfarsi del segno della follia, della caduta entro il baratro mistico, Inferno opaco da cui nessun Dio accetterebbe mai di lasciar fuggire i propri sudditi.
Lui si sarebbe voltato e lei non ci sarebbe stata più.
Lei non avrebbe mai dovuto seguirlo.
La tenne a sé e poi, come immemore, come pazzo, prese ad accarezzare il volto, per catturare e stringere il mantello soave dell'orgasmo, il fluttuante respiro che sfugge alla volontà...
Catturarla ancora e ancora...
Tenerla li…
Se la porta della gabbia si fosse aperta, lei sarebbe fuggita...
E sarebbe morta.
Oscar scorse al volto, scorse alla cicatrice sull'occhio, riemerse il vuoto dell'assenza, la fuga, il mantello innevato entro cui avevano assunto sembianze animali, esseri selvatici che debbono la vita al puro istinto di sopravvivere, in un mondo ch'è crudele, in un mondo in cui occorreva solo…
Combattere…
Che lo baciò piano, forse per imprimere alle labbra il divario del tempo, il prima e il dopo, il senso della sconfitta, che lui l'amava ma se n'era andato, e ora era lei che l'amava e...
"Dimmi...che è accaduto?" – gli chiese piano accarezzando il volto – "Non me l'hai mai detto".
"Perché vuoi saperlo?".
"Perché sì!".
Un respiro...
Le dita scorrevano al viso.
Così che lei scorreva al volto, il pollice incideva piano il segno.
"Te l'ho già detto..." – un respiro, stanco della stanchezza di chi non ha più speranza, di chi vuole arrendersi così che il destino possa compiere il suo corso.
"André! Non mi hai mai detto nulla".
"A Brest".
Il nome si piantò come freccia nel cuore, che di schiantò sospese quasi il battito.
"A Brest, nel vicolo, ti avevo scorta assieme al Conte di Fersen. Ma avevo intuito che tu non mi avessi visto. Lui mi disse che ti aveva chiesto di…".
Il respiro lieve…
"Restare con lui" – le mani strette alla testa, lo sguardo addosso, a lei che non era più quella di allora – "Ma poi…ebbene sei venuta a cercarmi. Hai saputo che ero a Brest e sei fuggita da lui e questo credo lo abbia impressionato...".
Oscar, tentò d'indietreggiare…
Come d'istinto, a proteggere quella parte di sé inconfessata persino a se stessa e inconfessabile, nel timore che la sospensione del cuore, quella d'un tempo, non avesse finito per ferirlo.
"Sai…" – ammise André – "Devi perdonarmi ma nemmeno per me è facile immaginarti…innamorata".
Le dita affondarono nei capelli, quasi stringendoli.
Era consapevole di non aver mai esplorato quella terra sconosciuta.
Oscar l'amava, era vero, ma non necessariamente quel sentimento s'era generato dal disincanto verso il conte.
Dunque sarebbe bastato salvare il conte dal fango di quel passo falso.
André non aveva mai ammesso di essere geloso di Fersen, così che non era mai stato costretto a sporcare il nome dell'altro.
Fersen lo era stato?
Oscar si fermò, il corpo tiepido aderiva alla carne vinta...
Il respiro contratto...
"Non ho certezza di ciò che dico, ma credo che i due soldati che entrarono nella bettola a Brest, quelli che poi tu sfidasti, forse non erano lì per caso...".
"Non…" – lo sguardo s'aprì di scatto, il corpo si ritrasse.
Oscar lo amava, inammissibile che lei non avesse compreso un simile scenario.
"Senti!" – si sollevò André, era stanco – "Mi hai chiesto la verità! Quelli seguivano te! E quando ti ho baciato, sul molo, loro hanno visto tutto e non soltanto loro. Mi è stato chiesto conto di quel…".
"Un bacio!?".
"Una colpa! Quella d'averti baciato!".
"E allora? E' colpa anche mia!".
"Stai vaneggiando! Non puoi sentirti colpevole di ciò che non volevi".
"Eppure, nemmeno io ho chiesto che tu mi amassi…amare non può essere una colpa…a questo…a tutto questo avrebbe portato questo amore?".
Questo Amore…
I pugni si chiusero, André non sapeva più se stava combattendo contro se stesso o contro di lei o contro il conte o contro il fatto d'essere un dannato plebeo.
Ciò che abbiamo fatto a te...lo faremo anche a quello!
Le aveva mentito per tutto quel tempo.
La verità l'avrebbe uccisa.
"Come puoi dire che non sia stata una loro vendetta?" – azzardò Oscar sull'orlo dell'incredula disperazione – "Solo una loro vendetta!" – feroce, quasi folle.
Che André le prese la faccia allora e la fissò furioso - "Se loro nemmeno sapevano chi eri? Perché avrebbero dovuto vendicarsi? Per il tuo rifiuto?! Se pensi che questo sia sufficiente allora così sarà! Ma tu sei nobile...tu sei diversa da me...e ciò che è accaduto segna il confine tra ciò che siamo. Tu non puoi finire in questa melma! Non puoi e basta! Io ti ho condotto sin qui e...".
Le mani strinsero il viso, in una sorta di carezza altrettanto disperata, come a trarre da lei la forza di spegnere l'illusione che aveva avuto pregio d'aprire il suo cuore all'amore. Che ora forse sarebbe divenuta paura o disprezzo.
"Prima mi ha teso una mano, mi ha chiesto di aiutarlo durante il viaggio. Mi ha curato, quando sono stato picchiato. Non ero certo che ciò che era accaduto fosse una vendetta per via di Brest...".
Una vendetta…
Per un bacio…
"Se non ne eri certo allora, come puoi esserlo adesso?!".
Dio, stremava e straziava la difesa dell'altro uomo, dell'altro amore, e dunque di se stessa.
Chi mai avrebbe accettato di scambiare Amore per quel bene pure capace di annientare qualsiasi avversario avesse osato sporcarlo?!
"Mi ha chiesto di andare a Northampton e io ho accettato...e dopo..." – il respiro contratto mentre il frammento di ricordo feriva, ancora inciso sotto la pelle, e nonostante lei avesse cercato di curare quella dannata ferita ora era proprio lei a volerla riaprire – "Io non ho veduto indiani assaltare quel carico. Gli indiani non c'entravano nulla. Ma c'erano i due soldati della bettola".
Virò la folle corsa verso il baratro…
"L'oro…l'avevi già trovato…come hai fatto a…".
Che se lei voleva cadere nel baratro, lui l'avrebbe lasciata fare questa volta.
"Rubarlo?! Ebbene io scrivevo a Mademoiselle Amalie. Quell'oro era destinato a lei e a Victoire. Purtroppo non ho mai saputo che in realtà, dopo la mia partenza, Amalie aveva lasciato Parigi per cercarmi. E non ho mai saputo ch'era morta fin quando tu stessa non me lo hai detto. Quell'oro non l'avevo più con me. Hai scorto solo poche lettere, le ultime che Argo ha spedito in Francia".
"Quindi...mi stai dicendo...non può essere...".
Virò di nuovo il racconto. L'oro non c'entrava nulla.
"A Northampton mi hanno sepolto. In fretta. Forse erano questi gli ordini. Ma io purtroppo ero ancora vivo. Per una disgraziata fortuna ero ancora vivo. Sono rimasto sottoterra, faticavo a respirare...l'aria era fetida...".
Negò l'altra...
"Sono stati Isi e Yellow Jacket a tirarmi fuori. Ma sono fuggito, anche da loro. Ho vagato per giorni da solo senza accorgermi che loro mi seguivano. Hanno atteso fino a che mi sono ritrovato sfinito e allora mi hanno portato nel loro villaggio. Io ero morto. Era questo che doveva essere scritto nel rapporto inviato in Francia sui soldati caduti. Forse è stato questo a spingerti ad arrivare fino in America?!".
"E' orribile!".
Le mani strinsero la faccia...
Oscar s'aggrappò alle mani...
"Non c'è nulla di orribile in tutto questo!" – sibilò André.
"Come puoi dirlo? Come puoi non trovare orribile ciò che ti è stato fatto?".
"Perchè anche lui voleva salvarti!".
"Dunque salvarmi non renderebbe orribile ciò che ti è stato fatto?".
"Cos'è che ti stupisce? Che un uomo possa arrivare a fare ciò che ha fatto lui per salvarti?".
"Salvarmi...io non avevo bisogno di essere salvata...da chi?".
"Da me!".
Strideva d'essere stata – ed essere allora - causa di tanto orrore.
Strinse i pugni, osservava se stessa affogata nella menzogna.
Aveva creduto in Fersen, uomo innamorato, uomo deluso, complice d'un amore impossibile.
Oppure uomo che di quell'Amore sarebbe stato il più fiero avversario.
Oscar tremò…
Non l'accettava…
O forse non accettava d'ammettere che André le aveva mentito. Che l'unica a non accorgersi di chi era stato davvero André – un bugiardo – era stata solo lei, che non l'amava, ma che forse da quando l'amava non l'aveva più veduto per chi era davvero.
"Io..." – che fece per ritrarsi, che lui la tenne lì, la faccia lì su di sé.
Colonnello Fersen…
"Non ho certezza e non l'avrò mai" – sibilò André avvicinandosi per baciarla...
Sentite…sapete che a noi quel damerino ci pare proprio assurdo!? Che ci raccontate!?
Quando ci avete detto di fare quel lavoretto a Ponta Delgada…con quell'altro soldato…noi l'abbiamo fatto!
Abbiamo dato a quell'idiota quel che si meritava ma adesso vorremmo saperne di più!
E soprattutto…vista la bella faccia di quel damerino…beh…ci piacerebbe finire anche con quello….quel che non si è terminato?!
"E allora perché lo accusi?" – che stavolta fu lei a gridare.
Ci avete detto di fare ciò che c'aggradava! Quello ci aveva già pestato i piedi a Brest…rammentate...quando ci avevate detto di star dietro al damerino biondo!
"Perché...lui ha mandato quegli uomini a cercarti e lo ha fatto per scovare me, per sapere s'ero ancora vivo. Allora forse, l'unico modo di salvarlo è ammettere che nemmeno lui sapeva di ciò di cui sarebbero stati capaci. Nemmeno lui sapeva che loro sarebbero arrivati a tanto. Ma se l'avesse saputo…e nemmeno io potevo rischiare. Così, quando sei stata in pericolo, loro avevano il compito di difenderti e di ammazzarli. Come vedi…sono anche un assassino…non sono migliore di nessuno".
Dilaniava la visione...
Oscar si ritrasse ancora di più, André lasciò la faccia, le mani abbandonate...
L'altra sgusciò via
Albeggiava, il corpo nudo tremò di freddo...
"Sarei disposto a morire per te…" – disse piano André, consapevole del peso che le gettava addosso – "Ma anche a uccidere…".
Che se lui avesse davvero ucciso per lei, lei ne sarebbe stata responsabile
"Ho pregato di riuscire a separarmi da te, anche per questo. Ma come vedi...non ci sono riuscito...".
La voce colpiva alle spalle ma d'improvviso non pareva più capace di ammansire i sensi.
La rivelazione in fondo non stupiva.
Nonostante tutto non vi erano certezze, ma quella era l'unica certezza.
André temeva per lei, era sempre stato così, e lei non avrebbe mai saputo colmare il timore, perché adesso era lo stesso che provava lei. E lei non voleva che lui morisse, non l'avrebbe mai permesso.
Oscar si ritrovò ripiegata su se stessa, incapace di ammettere di essere stata causa di tanto dolore.
Lo sguardo alla finestra, il respiro dell'alba chiara che inondava l'aria, insinuandosi tra i rami del grande salice...
Il tintinnio colpì i sensi...
Lo sguardo si sgranò, intuendo l'ondeggiare di piccole ampolle di vetro, brillanti tra i rami lucenti di brina, seppur nascoste alla vista ma non all'udito, libero da fastidi o altri rumori a quell'ora del mattino.
Rammentò...
Quella sera, quando ancora nessuno sapeva di lei, nessuno si era accorto che lei era lì, seduta nella poltroncina della stanza dell'edificio di fronte, il rapido guizzo della candela che poi veniva subito spenta.
Da pochi giorni aveva preso a occupare la stanzetta, nulla sapeva di ciò che avrebbe visto, non le importava vedere nulla, se non vederlo e basta.
Voleva avere André alla stessa maniera in cui lui l'aveva sempre vissuta.
In silenzio, da lontano, in solitudine.
Aveva osservato i gesti veloci dei mocciosi, le mani che scostavano strane ampolle brillanti, le erano parse foglie di salice.
Mille foglie dorate...
Argo era stato bravo nel compiere i calcoli affidatigli dall'ambasciatore Franklin.
Quelle non erano foglie di salice...
Il naso del re…
L'oro era lì...
Il cuore si perse, il respiro inghiottito dalla visione.
I gendarmi non avevano trovato nulla, non cercavano nulla in verità ma quell'oro era lì, quasi sotto il naso o meglio sarebbe bastato alzare gli occhi.
Là dove la falce di sole cresceva schiantandosi contro il tronco muschiato del salice, inebriandosi di note verdi smeraldo, screziate di legno chiaro e poi delle vorticose gradazioni gialle, dorate o Siena e rosse, comparve la preziosa materia, intricata e sospesa, ondeggiante a beffare il senno e la disgraziata protervia di chi quell'oro l'aveva cercato.
L'oro era lì...
André dunque era un ladro, e un assassino, e un bugiardo.
Era colpevole.
Lo aveva fatto per lei.
Lei amava André.
E per questo anche lei era colpevole, perché non lo avrebbe mai tradito.
E siccome lei era nobile, se fossero arrivati a lei, a lei non sarebbe accaduto nulla, se non forse essere additata come l'amante di un ladro e di un assassino.
Ma se fossero arrivati a lui...
C'era però che André non era più colpevole, e lei non l'avrebbe mai esposto ad alcuna altra colpa.
Perché lei lo amava e lui lo sapeva, e lui sapeva bene che l'orgoglio non le avrebbe mai consentito di declinarsi annientata dalla visione.
Non sarebbe mai riuscita ad ammettere a se stessa d'aver fallito, di non aver veduto davvero, accecata da quell'Amore che aveva distorto la visione, assopito i sensi, fino a ridurla amante ma cieca e sorda per il resto.
André lo sapeva.
Il corpo tremò...
Si abbracciò come risucchiata dal vortice della coscienza.
André rimase fermo, dandole le spalle.
Aveva paura adesso, perché la verità feriva.
Le aveva concesso di dubitare di Fersen. Era stato sufficiente. In fondo un dubbio può essere più feroce della verità stessa.
E poi l'aveva lasciata volgere lo sguardo là dove nei giorni precedenti aveva riposto le ampolle, senza nasconderle, semplicemente appendendole ai rami del salice, così che esse avrebbero ondeggiato al vento, vere e vive come mille foglie dorate.
Non temeva per l'oro.
E neppure le accuse al Conte di Fersen.
Ognuna delle rivelazioni era un semplice tassello, banale, ipocrita forse, ma del tutto innocuo.
Nessuna di esse li avrebbe condotti all'Inferno, se non loro stessi e ciò che erano.
Mai sarebbero cambiati. Mai lui avrebbe voluto che lei cambiasse.
Solo che...
Un passo...
Oscar si voltò, prendendo a raccogliere le vesti, come Eva che, appena assaggiato il frutto proibito, si scopre consapevole e cosciente.
Nuda, vulnerabile, aperta.
"Aspetta!".
Negò, si ritrasse l'altra.
André non comprendeva s'era per via della verità o della vergogna di non aver compreso.
Forse né per l'una, né per l'altra.
Forse perché semplicemente quella non era la loro storia ed era questo che più faceva paura.
Non sarebbero mai riusciti a scalfire chi erano, ciò che erano stati e ciò che sarebbero stati sempre.
Lo sguardo si sollevò...
"Dovresti deciderti!" – aspra – "Prima dici di andarmene, anzi, di non comparirti neppure davanti e adesso dovrei aspettare?! Che cosa? Altre verità inconfessabili?!".
"Che cos'è che t'infastidisce? Che qualcuno, lui, sia stato capace di questo?!".
"Tu lo dici André!".
"Dunque non mi credi?".
"Dunque ti credo...eppure...è una verità…".
"La mia? Credi sia stato facile ammetterla? A me stesso e poi a te?!".
"Perché adesso? Se finora hai tenuto tutto dentro di te, perché adesso? Per via di ciò che è accaduto?" – sprezzante – "Pensi che qualcuno ce l'abbia ancora con te? Sai, io posso proteggerti".
"No…Dio…non voglio nulla da te. Ma io adesso sono un uomo libero!".
Che Oscar quasi si strozzò, una mezza risata rimase impigliata in gola. Non gliel'avrebbe data la soddisfazione di cadere ai suoi piedi, supplicarlo che l'amava.
Dio...
E lui l'aveva sempre saputo...
"Perchè adesso è giusto che tu sappia chi sono! Non sono più il tuo servo".
"E dunque saresti libero di rubare!? E' questa libertà a cui non vuoi rinunciare! E io ti sarei d'intralcio? Dunque meglio che io comprenda quanto sono stata stupida a credere a quell'uomo?! A credere che tu fossi innocente ...a credere che tu...".
"A credere che io ti amassi?! Era così difficile comprenderlo a Brest? Eppure...io sono partito e tu...".
"Stupida! Stupida! Ecco quello che sono! Non ho mai capito nulla! Ti ho lasciato andare, è questo che vuoi dirmi!? Che non ho compreso che mi amavi e che ciò che è accaduto – tutto - è stato per via della mia cecità? E solo adesso mi stai aprendo gli occhi? Allora io non sono migliore di te André!".
"Non ho rivelato nulla di sconvolgente!" – freddo – "Questo è il tuo mondo...e nemmeno credo sia così assurdo immaginare che un uomo abbia a cuore la sorte di una donna come te. E arrivare sino a...".
"Non ho mai chiesto a nessuno di proteggermi! Né a te, né a nessuno. Sei un uomo libero André! Dunque sei libero di odiarmi e sei libero di lasciarmi al mio destino!".
"Aspetta!".
"No!".
Lasciarla andare via...così...
Lasciarla tornare alla sua vita e alla sua storia, dove lui sarebbe sempre stato mera comparsa.
Ucciderla così, perché lei potesse vivere protetta dal suo mondo, un mondo crudele.
"Sei..." – lo sguardo si piantò su di lui, André lo accolse, ritrovandosi quasi trapassato da parte a parte – "Un pazzo...che tu sia...".
"Lo so...sono un pazzo...e sono dannato...ti amo...e finirò all'Inferno per questo...".
"Allora...".
Lasciarla andare via così...
Dio...
Di nuovo...
Non ci sarebbe riuscito.
Si parò davanti a lei...
"Che vuoi adesso!?".
"Tu..." – inghiottito, sospeso, distrutto – "Dimmi che cosa vuoi che faccia?!".
"No, André, non puoi. Non adesso, non più. Non puoi chiedermi di dirti cosa fare. Sei libero giusto? E questa libertà avrà il suo peso. Ma questa libertà potrebbe rivelarsi una condanna per te e io non potrei mai permetterlo".
Lì davanti...
Le braccia s'aprirono per abbracciarla.
"Io sono qui!".
"La tua libertà, ora come ora, potrebbe costarti cara! E lasceresti decidere a me il tuo destino, dicendoti cosa dovresti fare?!" – quasi arresa, la testa affondò nella spalla, che lei si lasciò abbracciare, intuendo il disgregarsi delle forze, il lento e rovinoso distacco dell'ideale dalla realtà – "Finora hai sempre deciso tutto! Finora ti sei mostrato abile a condurmi dove volevi. Tu sembri pensare solo al mio bene, come se fosse altro da me...come se io fossi...".
"Non dovrei...".
"No, non dovresti".
L'abbraccio si allentò, Oscar si ritrasse, la camicia infilata in fretta, i pantaloni, gli stivali calzati alla meglio.
Ogni gesto, seppur asciutto, emanava il sentore vago della resa, il ferroso sapore del sangue.
André si morse il labbro intuendo di non poter più pronunciare alcuna parola.
Chiederle di aspettare...
Assurdo...
Chiederle di restare...
Perché?
Nessuna parola...
Nessuna spiegazione.
André rimase lì, pugni chiusi, sguardo velato mentre ascoltava i passi sgusciare via, intuendo il cuore spezzarsi.
Era lui, così com'era, così come s'era intestardito a vivere, che l'avrebbe uccisa.
Prima o poi sarebbe accaduto.
Se lei fosse fuggita...
Se lei...
Se...
§§§
15 août 1785, Assomption de la Vierge…
Le Cardinal de Rohan era stato arrestato dopo un serrato confronto con il re che bonariamente gli chiedeva di spiegare, e la regina che senza profferire parola, rovesciava addosso al porporato tutto il suo muto disprezzo.
Come s'era potuto immaginare, quell'insulso pitocco, che lei – la Regina di Francia – l'avrebbe incaricato di farsi mediatore per l'acquisto di una collana, se nemmeno gli rivolgeva la parola da ben otto anni?!
Rohan s'era risolto ad ammettere che allora era stato proprio ingannato, anche lui, di certo, ma di certo non aveva mai ingannato nessuno.
Restava dunque per il momento prigioniero del re.
E siccome era prigioniero del re, seppur tradotto alla Bastiglia il giorno successivo, gli era stato concesso d'alloggiare in due bei appartamenti, con la libertà di continuare ad amministrare gli affari della sua diocesi e persino ricevere ammiratori e sostenitori, che il ponte della fortezza per via di quel motivo restava quasi sempre abbassato.
20 août 1785…
La Comtesse de la Motte aveva fatto ingresso alla Bastiglia qualche giorno dopo.
Le Comte de la Motte, suo marito, era riuscito a guadagnare la fuga, nella dannata Inghilterra, avversaria della Francia, e forse per questo grata d'accogliere un fuggiasco di tale peso.
Che si diceva che quello si fosse portato dietro la famigerata collana.
Altro che naso del re!
S'era tentato di riportarlo in Francia ma quello in Francia non ci aveva più messo piede.
Insomma...
C'era l'onore da salvare, il dannato onore, che aveva innalzato le voci e distorto il da farsi, così che Rohan era stato arrestato per via del nome infangato della Regina, non per ciò che lei non aveva mai commesso.
Ma così anche quel nome – il nome della Regina di Francia - era finito giù, entro il baratro di menzogne, mezze verità, incontri mancati, rose affidate alle mani d'una regina che non era la regina ma una somigliante attricetta dei bassifondi, e così via, fino a che le voci erano sgusciate fuori dalle stanze istoriate della reggia e come serpenti sulla testa d'una Medusa più veloce del vento, s'erano sparse per le vie di Parigi, venefiche istigatrici, capaci di avvelenare i giudizi e la testa della gente, già provati dalla miseria e dalle ingiustizie.
Così che per avere giustizia del torto si era data la stura al più lurido scandalo.
30 août 1785…
"E' un pitocco!". *
"E' uno scroccone!".
"E' un porporato di Roma!".
"E' un ladro!".
"E' l'amante de la Comtesse de la Motte!".
"E' un poveraccio!".
"E' uno a cui l'hanno fatta sotto il naso!".
"E'...".
"Sì, ma...e la collana!? Chi potrebbe mai tenere segreta una collana che vale un milione e seicentomila livres!?".
"Con un milione e seicentomila livres io ci camperei più che bene e finché vivo e pure i miei figli e i miei nipoti!".
"E perché mai un cardinale dovrebbe infangare il suo pastorale per una collana?!".
"E perché invece una regina non dovrebbe infangare uno scettro per la stessa ragione?!".
"Ma quella contessa è davvero un'altra delle amanti del cardinale?!".
"Ti dico che è un pitocco!".
"Fa la questua per pagarsi i debiti!".
"Il marito della contessa ce l'hanno gli inglesi!".
"Sì, quei dannati hanno perso la guerra! Vuoi che siano così generosi da ridarci indietro uno che fugge per via del mandato di arresto per aver rubato una collana a Sua Maestà!?".
"Ma allora non è stata la regina a rubare la collana!".
"Che hai capito? Invece è proprio a rovescio. Gli inglesi si tengono stretto le Comte de la Motte, così che solo la nostra regina sarà colpevole! Alla fine la collana se l'è presa lei e senza pagarla!".
"Ma allora è vero! L'ha presa senza pagarla e vuol dare la colpa a un povero santo e a una contessa senza un soldo? Quell'austriaca è davvero la rovina della Francia!".
"E pensa che il re in persona ha chiesto al Parlamento di giudicare quel porporato! Una vera idiozia! Se avessero tenuto tutto segreto, se la sarebbero sbrogliata da soli la faccenda! Invece hanno voluto il processo".
"Forse perché sa che la regina è innocente e il re tiene al suo buon nome! E ci tiene che il fango non lo sporchi! Un pubblico processo è il modo migliore per farlo. Tutti sapranno che la regina è innocente".
"E allora continui a dire idiozie. In realtà tiene più alla collana!".
"Che stai dicendo? Il nostro re?".
"No! Non quel poveraccio del nostro re ma quella austriaca di sua moglie! Non esser tu a dire idiozie! Ha messo tutto in piazza proprio per confondere le acque. Così è tutto alla luce del sole. E credi che qualcuno oserebbe mai condannare una regina? E così quella si terrà la collana mentre questi poveracci pagheranno per le sue malefatte. Verranno condannati vedrai".
"Sì ma la gente è stanca. Tutto si ritorcerà contro la dannata famiglia che ci governa con quelle tasche bucate e le mani piene dei soldi della gente!".
Bernard Châtelet si aggirava da giorni per le piazze, le vie fetide della città, i vicoli piombati nel buio, i voltoni a proteggere le malelingue.
I passanti, riconoscendolo, gli facevano strada, le dita al cappello in segno di omaggio, come a dire, pensateci voi messere a metter tutto in piazza così che nessuno potrà più fregarsi l'oro della Francia.
Il re faceva la voce grossa contro un povero porporato.
Il povero porporato s'era fatta per amante una contessa.
E dietro a tutti c'era la regina che se la rideva!
Non proprio messo e scritto giù a questo modo, ma insomma…
Pareva che oramai i veri padroni di Parigi fossero divenuti i giornalisti o comunque quelli che riportavano davvero ciò che accadeva a Versailles, così che quelli finivano per essere quasi più degni e ben visti del re!
Bernard Châtelet annuiva e annotava tutto sul suo taccuino.
Ogni tanto lasciava la matitina di grafite per riprendere la mano della moglie, Rosalie Lamorlière, che stava lì, un passo accanto a lui, diceva per accompagnarlo, in realtà usciva per strada per tentare di scorgere qualche brandello di innocenza almeno nelle parole della gente.
Mademoiselle Rosalie Lamorlière era la sorella minore di Jeanne Valois, Comtesse de la Motte, che non era proprio sua sorella, dato che la madre di Jeanne aveva adottato lei, Rosalie, quando era solo in fasce, e non era nemmeno una contessa, almeno fino a quando, ferocemente intenzionata a scavarsi un ruolo nelle cerchie altolocate dell'aristocrazia o molto più semplicemente, a tentare di non morire di fame, Jeanne aveva abbandonato madre e sorella minore e i bassifondi di Parigi, per avviarsi entro un sentiero di rocambolesche menzogne e imbrogli avidamente orchestrati.
Alla fine, l'abilità non era evidentemente bastata oppure il fato aveva deciso per altro epilogo e Jeanne Valois, Comtesse de la Motte era stata accusata d'aver rubato la collana, truffato il Cardinale di Rohan e usato impunemente il nome della Regina di Francia per farsi beffe di tutti.
Per difendere se stessa, dicevano i difensori della famiglia reale, che quella era una delle tante amanti di Rohan...
Per conto della Regina Maria Antonietta, sostenevano i detrattori della consorte del re!
E allora la giovane Rosalie, affranta dalla vergogna e instupidita dal dolore, sbandava e restava indietro, colpita dalle voci che roteavano attorno, come se lei fosse finita in uno di quei gironi infernali di cui le aveva parlato il marito, descritti da un uomo di cui non riusciva a rammentare il nome, un poeta vissuto secoli prima, e che aveva patito una grama vita d'esilio, anche se qualcuno finalmente cominciava ad apprezzare nuovamente la vena d'istoriata poetica.
Per ogni parola d'innocenza se ne rovesciavano addosso tre di colpa!
"Vuoi mai che la regina sia colpevole?".
"E perché no, se non proprio perché è la regina?".
"E allora quella contessa?".
"E' stata una mossa stupida! Sarà guerra tra clero e famiglia reale e si fregheranno le mani tutti quelli che ce l'hanno con il re e con l'austriaca!".
"Ma una regina deve difendersi! E come può farlo se non portando il suo nome coperto di fango davanti ai giudici?".
"Ma nessuno potrà mai convocarla! E lei si guarderà bene dal mettere i suoi regali piedi in una zozza aula di tribunale! Ce la vedresti mai la Regina di Francia alla Conciergerie o alla Bastiglia a rendere il suo confronto?!".
"La regina nella stessa stanza di quei disgraziati?".
"Già, e con gli occhi della gente addosso?!".
"Forse hai ragione. Sarebbe un disonore ignobile. Ma senti, se non è colpevole la regina, allora è il cardinale?!".
"Senti...tu...e se non è colpevole il cardinale allora lo è la regina?! Ma che bell'arringa! Quindi se la regina se ne resta nelle sue belle stanze allora è innocente!? Ma ti sei dato alla giurisprudenza!?".
"Senti, ma chi si metterebbe nelle mani di un giudice che sa già d'avercela con lui!? Quelli del Parlamento non vedono l'ora di umiliare il re, specie per via di quella moglie così altolocata e spendacciona e con la puzza sotto il naso!".
"Senti tu, ma di che cianci!? Ma non capisci che proprio perchè quei giudici non vedono l'ora di infangare la famiglia reale, quando finiranno per trovare...niente...dovranno ricredersi e la famiglia reale ne uscirà trionfante?! Il re vuole che l'onore della regina ne esca immacolato! Hanno usato il suo nome...han compiuto una truffa col suo nome! Non lo vorresti anche tu, se ti avessero tirato dentro una truffa, veder il tuo nome ripulito a dovere?!".
"E mi dici come farebbero a tirare dentro me, in quella specie di gioco, con una collana che vale così tanto, quando io non ho nemmeno tre soldi per comprarmi un tozzo di pane? Io non ci finisco in una storia come quella, semplicemente perché nessuno verrebbe a chiedermi di finirci! Nessuno oserebbe usare il mio nome per comprare una collana del genere! Invece...come avrebbero fatto a tirar dentro la regina? Non capisci!? Che razza di regina è se chiunque può usare il suo nome per fregarsi una collana? Te lo dico io...quella ha sempre avuto le mani in mezzo all'oro e ai diamanti! E allora è stato facile dire che fosse proprio lei a volerla quella collana! Lei se la può permettere, come può permettersi di restare invischiata in una truffa del genere! Noi no!".
Il foglietto stampato di notte usciva al mattino presto, il sentore d'inchiostro fresco finiva per mescolarsi a quello del pane o del cavolo bollito nelle pentolacce delle bettole o nei focolai di quelli meno disperati.
"C'è da perderci il senno!".
"Sì, una vera catastrofe!".
"Non gli bastava la guerra in America! La Francia è sull'orlo del collasso finanziario. Ci credi che si parla di oltre tre milioni di livres di debito!?".
"Tre milioni...di livres?!".
"E adesso qui vien fuori che s'azzuffano per una collana che da sola ne vale quasi la metà! E' spaventoso!".
"Tutto verrà scritto. Tutto per filo e per segno!".
"Però quell'uomo resta sempre un pitocco!".
"I memoriali degli avvocati, le arringhe, è tutto chiarissimo. Jeanne de la Motte è innocente. Le hanno detto di comprare la collana e lei ha fatto ciò che le hanno detto di fare!".
"E allora dov'è la collana se lei s'è solo messa in mezzo per procurarla alla regina!?".
"Idiota! Ce l'ha la regina? E dove la metterebbe una povera contessa una collana di quel peso e con quelle pietre!?".
"Ah, ma non sapete l'ultima! Pare che la collana sia stata fatta a pezzi!".
"E come?"
"Un certo Cagliostro, uno che s'interessa d'alchimia, si dice abbia trasformato l'oro e i diamanti così da farli uscire dalla Francia!".
"Inaudito! Trasformati in cosa?!".
"Pare polvere...o...non si sa! Ma s'è così allora la regina non c'entra!".
"Eh caro mio...ma non sai che la contessa quel Cagliostro lo motteggia come fantasticatore della pietra filosofale!".
"Dici ch'è un pitocco pure lui?".
"Sì, son tutti pitocchi! Pare che siccome i memoriali li si vende a venti o trenta soldi, adesso tutti, anche quelli che prima si dichiaravano innocenti, ne vogliono scrivere a bizzeffe! Visto che sono accusati d'aver avuto a che fare con una collana, tanto vale cavarci qualche soldo da quella collana, raccontando una verità qualunque, che chissà se quei poveracci l'han davvero mai vista!".
"E il memoriale del pitocco? Quando lo si potrà leggere?".
"E, si vede che quel suo avvocato si fa desiderare. Ma sai tra gente della stessa risma, tra accademici intendo, di solito è buona regola dichiararsi incantati quando uno di quelli si produce in qualche arringa, sai, così per non rischiare al prossimo giro d'essere poi schifati, come quelli che hanno la puzza sotto il naso e non si degnano di leggerti!".
"E' un allocco!".
"E' un pitocco!".
"E' il re dei birbanti!".
"E la regina se la ride di tutti quanti!".
§§§
Un pugno sbattuto sul tavolo, le boccette d'inchiostro tintinnarono e tremarono i pennini, alcuni sollevandosi, come innalzati e sospinti in alto da forze non visibili all'occhio umano, rotolando via, ancora imbevuti d'inchiostro, così da sporcare d'una amara scia nera quei dannati manifesti, sudici foglietti che ammorbavano l'aria e le bocche e le teste dei parigini e forse dei francesi tutti.
Se ne contavano più di trenta ammonticchiati sulla tavola di radica.
Alcuni erano veri e propri memoriali, rifilati alla stampa dagli arringatori degli arrestati.
Altri erano scioccherie e baggianate a prendere in giro i primi, mescolando stupidaggini e frecciate alla altolocata cultura aristocratica.
Ormai si faticava a comprendere dove finiva il sacrosanto diritto di difesa e dove iniziava lo sberleffo, che poi, a guardar bene le cose da vicino, quale miglior difesa avrebbe mai potuto rappresentare se non proprio sberleffo all'avversario?!
Insomma s'era sollecitata una vera caccia alle streghe, quasi come ai tempi della Santa Inquisizione, dove il clima di sospetto e la delazione ormai serpeggiavano per la città - da una parte le autorità che cercavano le tipografie clandestine e invitavano chiunque ne sapesse qualcosa a far sapere chi si prendeva gioco della famiglia reale e dall'altra tutti coloro si proclamavano innocenti, che mai nessuno l'aveva avuta tra le mani la collana e semmai era accaduto era stato solo per caso, per conto di altri, non certo per il proprio interesse o per raggiro, assolutamente mai per ottenere un beneficio, che se un qualche beneficio si fosse davvero ottenuto da quella montagna di pietre, i beneficiari non se ne sarebbero restati lì, nelle vicinanze, in attesa di veder calare sulla testa la famigerata spada di Damocle.
Tutti si proclamavano innocenti e intanto la collana era sparita e così i diamanti e gli smeraldi e l'oro che teneva assieme le pietre e...
"Non è ancora stata trovata quella tipografia?!" – tuono il Barone de Breteuil, ch'era stato lui ad arrestare Rohan, ma adesso la questione pareva ormai fuori controllo, dato che dopo gli arresti eccellenti, la stampa parigina pareva essersi ritrovata a gozzovigliare delle dicerie più becere sulle vicende che avevano infangato Sua Maestà la Regina Maria Antonietta e la famiglia reale – "Che diamine! Chiamarla tipografia è un insulto a Gutenberg!".
"Ne hanno perquisite parecchie! Però appena i gendarmi se ne vanno, quei dannati si rimettono all'opera. Gli ingranaggi per stampare saltano fuori da ogni dove" – spiegò rassegnato il Duca de Villeroi – "Pare che qualche fornaio finga di avere stampi per biscotti e dolci che invece sono caratteri rovesciati!".
"Si sta passando il segno! Quell'uomo ha preso a prestito il nome di Sua Maestà per lavarsi i debiti di dosso...ma adesso...adesso..." – gridò Monsieur de Breteuil, alzandosi e scomparendo con piede pesante nelle stanze attigue alla biblioteca reale, la eco della voce a imbastardire il silenzio tombale – "Allora si dovranno perquisire tutte le tipografie di Parigi! Tutte! Nessuna verrà tralasciata. Quelle conosciute e quelle clandestine. Finché si stampano memoriali allora non gli si torcerà un capello...ma tutto il resto...".
Il Duca de Villeroi, impensierito per via del caos crescente e della inconsistenza dei passi per reprimerlo, convenne di mandare a chiamare Monsieur Victor Girodel.
Scuro in volto, quello rimase in silenzio per tutto lo sbrodolato monologo del primo, ch'era anche Capitano delle Guardie del Corpo di Sua Maestà.
"E questo è quanto!" – sbottò Villeroi – "Dite, Tenente Girodel, come mai non si è ancora trovato nulla?! Il vostro superiore è già stato informato della faccenda, debbo dedurre che se ne sia disinteressato?!".
La chiosa punse velenosa.
Victor Girodel rimase impassibile -"Riferirò le richieste al Colonnello Jarjayes. Mi pare d'aver compreso che delle perquisizioni a Parigi se ne occupa la polizia cittadina, credo la Guardia Metropolitana e gli ispettori alle dipendenze del Ministro degli Interni. La Guardia Reale si occupa della sicurezza dei sovrani".
"Ebbene, non condivido il tenore della vostra affermazione! Questa questione riguarda eccome la sicurezza della famiglia reale! Oppure voi ammetereste che il nome infangato di Sua Maestà valga meno d'una ferita d'una pistola o d'un coltello o del furto d'un sacco di farina!? Sapete vero che una calunnia può avere effetti anche peggiori di una pugnalata!?".
"Monsieur, conosco il valore delle parole. Esse sono come pietre che una volta scagliate non possono più essere ritrattate!".
"Ebbene se siete così intelligente, vedete di trovare chi sta scagliando queste pietre! Riferite al vostro superiore che ha facoltà, anzi obbligo sacrosanto di mettersi a cercare tutte queste dannate tipografie e perquisirle, una per una, finché non verranno estirpate tutte quelle che pubblicano questi insulti!".
Il suono dei tacchi...
Lo sguardo basso verso il volto basso dell'altra che aveva udito le richieste riferite, giunte dritte dritte dai superiori, e lo sguardo era corso a osservare il tramonto, lontano, dalla finestra della Sala delle Guardie Reali, e nel fondo della coscienza la domanda semmai quello fosse stato lo stesso tramonto che abbracciava la città.
Oscar intuì dilatarsi di nuovo, entro la sfuggente luminosità della sera, quell'unione dei sensi che ghermiva la carne e il cuore, seppur fagocitati entro una dimensione che non apparteneva più al mondo che lei conosceva.
Rammentò l'ultimo incontro e quelli ancora precedenti, mentre la nostalgia spezzava il respiro ma ancor più la constatazione di non potersi rassegnare a vivere solo di quella.
Ma oltre non c'era altro, il combattimento era stato lungo e folle e suadente ma adesso pareva avviarsi alla sua conclusione.
Senza vincitori né vinti.
"Partiremo domani alla volta di Parigi" – ammise piano...
"Non sei tenuta. Se vuoi me ne occuperò io" – si schermì Victor, come a sollevarla dall'odioso compito, come a tenerla lontana dall'incombenza rugginosa.
"No, ciò che afferma Monsieur Breteuil è corretto. La Guardia Reale ha il dovere di proteggere la famigliare reale e una parola di troppo può ferire al pari di un coltello. E' bene soffocare sul nascere orride menzogne che non fanno altro che allontanare chiunque dalla verità".
La verità...
La parola eruppe nella testa, Oscar si permise d'appoggiala alla mano, come a sorreggerla, la testa e con essa la verità che ci annegava dentro.
La verità di sé e di André.
Come nebbia mattutina che offusca la vista, cela il paesaggio, induce a indovinarne i contorni.
Qual era la loro verità?
"Ti senti bene?" – chiese l'altro intuendo la voce avanzare a fatica, come fosse trattenuta in un buco, in un antro da cui ci sarebbe voluta più forza per cavarla fuori e farla riemergere.
"Tornerò a casa un po' prima" – secca, evasiva, intuendo di non poter più accantonare il pensiero.
Si era nutrita dell'altro, l'aveva amato, si era stretta a lui, e ogni volta la coscienza era migrata da sé, risucchiata dal vortice mescolato e fuso dell'altro e di sé, loro, estranei al mondo, lontani dal groviglio delle occupazioni quotidiane, come se avessero ceduto alla parte di sé più pura e folle e senza speranza.
La follia è senza speranza, semplicemente perché la follia non ha presente, non ha passato, non nutre aspettative o rigetta i rancori.
L'aveva amato, non vedendolo come uomo o come amante...
L'aveva amato, semplicemente amandolo...
"Posso accompagnati".
"No, occupati di predisporre il drappello per domani".
"Va bene...ecco...".
Un respiro fondo...
Il sangue annegava entro il tramonto liquido…
Lo stesso tramonto, vissuto entro lo stesso bacio, a respirare la pelle, a solcare la curva dei fianchi, il ventre, il sesso, mentre il cuore sussultava all'incedere della lingua.
Indecente...
Inaudito...
Folle...
"Che altro c'è?!".
"Perdonami, oltre a questa ambasciata così sgradevole mi è giunta un'altra richiesta".
"Parla, non ho molto tempo...questa...sera…".
Implosero i sensi mentre fu costretta ad alzarsi, infilarsi i guanti, calmare l'agitazione, la smania, il tremore, la caduta, la rabbia di ritrovarsi vulnerabile ogni volta che s'immaginava fuori da quella sorta di gabbia che era la reggia e la sua vita e le sue regole.
Perdonate mademoiselle…fino a quando la vostra vera natura interverrà per ribellarsi e rivelarvi chi siete?!
La tua vera natura?
Chi sei?
Oltre a chiamarti Oscar François de Jarjayes…
Chi sei davvero?
La tua vera natura…
La parte più fonda e pura ed incontaminata quanto sarà capace di restare costretta dentro questa uniforme?
Che in fondo è solo una gabbia...
Sei al sicuro dentro questa uniforme...
Sei stata un amico per Fersen...
Un'amica altrettanto importante per la Regina Maria Antonietta.
Una buona figlia per tua madre...
Il degno erede di tuo padre...
E' davvero questa uniforme che t'impedisce di prendere ciò che desideri?
E' davvero il tuo orgoglio, il tuo senso dell'onore ad aver ammaestrato così bene la tua natura che mai sarai in grado di ribellarti ad essi?!
Tu...
Chi vorresti essere?!
Perché ogni volta intuiva il sopraggiungere dello strappo tra sé e l'altro, tra il proprio mondo e quello dell'altro, inconciliabili, irraggiungibili, e mai prima di allora era divenuta così penosa la visione del divario, della distanza che s'insinuava come un punteruolo nel legno a corrodere la compattezza e disgregare le forze.
Inutile svolgere paragoni...
Non era questione di rango o nascita.
Non aveva mai fatto mistero del bene che la legava a lui, non l'aveva mai negato a se stessa.
Non aveva mai fatto mistero di disprezzare la finzione di un'appartenenza a mondi diversi.
Che idiozia i mondi diversi!?
Che cos'era il rango!?
Nulla...
Si voltò verso Girodel, guardandolo, osservando l'uomo lieve che aveva ormai perduto ogni spigolo di pungente alterigia, non sostituita però da tiepida rassegnazione, bensì da una incrollabile e quasi folle speranza.
"Ci sarà un ricevimento la prossima settimana" – quasi sussurrato – "Alla residenza di Madame Alexandra Roma Lemonde. Si festeggia il ritorno del marito che pare abbia deciso finalmente di abbandonare la vita per mare e restare accanto alla moglie. Madame mi ha domandato se intendevo andare. E prima di inoltrare un invito ufficiale, mi ha chiesto se ti avrebbe fatto piacere partecipare...gradirebbe volentieri rivedere anche Argo...e...".
Si fece strada la visione.
Come tempesta che monta all'orizzonte e seppur lontana mostra i primi saturi bagliori di luce che non abbagliano ma intimoriscono.
Salvare André…
Un respiro fondo...
Non pareva convinta...
"Devo ammettere che Madame Roma mi ha sorpreso. Lei è ritornata da diversi anni ormai e non aveva mai accennato all'idea di gradire convivi pubblici come un ricevimento. Non la ritenevo persona adatta a gradire certi contesti piuttosto caotici...deve aver mutato idea e..." – Victor strinse i pugni – "Mi ha detto che vorrebbe invitare anche il Conte di Fersen. Insomma...per rendere omaggio a coloro che sono stati in America! Quasi volesse replicare quel famigerato equipaggio!".
Un sussulto...
Fersen...
Fersen in qualche modo era una sorta di chiave di volta, che pareva reggere ormai da anni l'evanescente architrave, spessa ma impenetrabile, capace d'imbrigliare il suo orgoglio frantumato, il desiderio sordo, l'ammissione di un bene fondo ma ormai lontano, che pure aveva avuto capacità di scuotere il cuore, rendere l'uniforme soltanto un malefico indumento.
Lei aveva amato Fersen, di quell'amore di cui si nutre un fiore che volge i propri petali al sole, per risplendere in ogni sua più pura gradazione cromatica.
Fersen...
Non ho certezza di ciò che dico, ma credo che i due soldati che entrarono nella bettola a Brest, quelli che poi tu sfidasti, forse non erano lì per caso...
Il conte aveva tentato di salvarla...
Proteggerla da un amore che non aveva futuro.
Forse macchiandosi di colpe orribili...
Dunque, quello stesso sole aveva finito per bruciarlo, il disgraziato fiore, e seccarlo.
Fersen...
Ma tu sei nobile...tu sei diversa da me...e ciò che è accaduto segna il confine tra ciò che siamo. Tu non puoi finire in questa melma! Non puoi e basta! Io ti ho condotto sin qui e...
D'improvviso il cuore parve spezzarsi, come se il nome del conte fosse pugnale e ostia al tempo stesso, come se affidandosi al peggior avversario, avrebbe trovato la risposta alle mezze verità e, consegnandosi in quelle mani, avrebbe ridotto la vita di André alla stregua dell'Inferno capace di sciogliere per sempre il legame tra sé e lui, tra sé e l'impossibilità di amarlo.
Ho pregato di riuscire a separarmi da te ma come vedi non ci sono riuscito...
Non volle credere che fosse una impossibilità dettata dal rango.
Tuttavia, si convinse che quella sarebbe stata utile e sufficiente, che non volle addentrarsi nell'impossibilità d'esser lei a temere quell'Amore così fondo e assoluto da essere assolutamente unico e che mai lei avrebbe potuto eguagliare.
Tuttavia si disse che lei non avrebbe mai amato André come lui meritava, come lui amava lei.
S'immaginò di salvarlo, André, che faceva meno male.
S'immaginò di separarsi da André, che così lui sarebbe stato libero.
Questa volta sarebbe stata lei a prendere su di sé quell'Amore e il sacrificio ch'esso imponeva.
L'avrebbe imposto a tutti i costi a se stessa, così da sollevare André dall'amore per lei, così da liberarlo e...
Un respiro fondo...
Indecente...
Inaudito...
Folle...
"Madame Roma vorrebbe rivedere Argo?".
"Sì" – tergiversò Victor alla visione del moccioso ormai inevitabilmente legato all'attendente di un tempo della famiglia Jarjayes – "Se la questione non ti fosse gradita…".
La tua vera natura?
Ecco chi sarai tu Oscar François de Jarjayes...
"Perché mai? In fondo Madame Roma ha avuto un pensiero delizioso".
Victor Girodel trattenne il fiato, non rammentava che l'altra avesse mai accennato di gradire ricevimenti o feste o balli, se non nella misura in cui si dovesse predisporne il sevizio d'ordine.
Rammentò il bislacco ricevimento a Northampton.
L'aveva veduta per la prima volta indossare un abito...
"Direi che non ci vedo nulla di male" – proseguì Oscar, lo sguardo alla porta, le spalle voltate all'altro – "Sarà piacevole una volta tanto partecipare a un ricevimento senza l'assillo di occuparsi della sicurezza degli ospiti. Se permetti, vorrei farti una proposta".
"Ti ascolto".
"Vorrei che al ricevimento partecipasse anche la piccola Victoire".
Un sussulto, Victor mantenne freddezza…
"Sarebbe la bambina che abita assieme al moccioso indiano? Madame Roma non ha accennato a lei" – il timbro indurito, la nota di sofferenza all'idea di rivedere Victoire, la somiglianza ogni giorno più evidente, quasi specchio della colpa che agitava i ricordi. Meno l'avrebbe avuta sotto gli occhi e più in fretta avrebbe accantonato il pensiero d'aver commesso un errore, anche se lui non doveva niente a Victoire Jenevieux.
Le spalle contro l'altro.
"Se non è un problema per Madame Roma" – la chiosa raggelò – "Da quello che mi è stato raccontato, Argo e Victoire sono diventati quasi come fratello e sorella. Lui non verrebbe mai da solo. Era accaduto anche durante la visita a Monsieur Franklin, ricordi? Se saranno presenti entrambi allora Argo verrà di sicuro".
"Perdonami…" – balbettò l'altro – "Vorresti accompagnarli tu?".
"No.." – si voltò Oscar, stavolta l'azzurro un poco gelido trafisse l'altro, che Victor ci lesse la bieca mescola dettata dalla riprovazione e dalla compassione, che avere una figlia illegittima poteva accadere, ma averla abbandonata come un inutile orpello della propria fulgida vita, era ignobile.
Victor Girodel ammise che l'altra aveva forse intuito che se lui era davvero il padre di Victoire Jenevieux, il giudizio sarebbe calato come patetica scure a incidere i fulgidi propositi di purezza dettata dal proprio immacolato rango.
"La piccola ha un padre assolutamente degno" – disse Oscar – "Ci penserà colui che adesso è il loro padre. Madame Roma non dovrebbe avere nulla in contrario. Anzi, suppongo che l'invito ad Argo non era certo inteso a escludere suo padre o quella che adesso è sua sorella".
"Dovrò conferire con lei...".
"Certo, è evidente...ti lascio quest'incombenza allora...".
Victor la seguì con lo sguardo mentre lasciava la stanza, ammettendo fosse ormai inutile negare la verità su chi fosse il vero padre di Victoire.
Tuttavia quella verità – aver abbandonato la madre e la bambina - non pareva mettere in dubbio la stima che Oscar François de Jarjayes ancora nutriva verso di lui.
Come se quella stima non fosse dipesa da un gesto nobile o altruista, bensì dall'evoluzione che quel gesto mancato aveva avuto nella vita di Victoire.
Un esordio infelice aveva donato ad un altro uomo - André Grandier - la possibilità di diventare padre, un ottimo padre, e di consentirgli di farsi scudo della piccola Victoire per allontanare Oscar François de Jarjayes dalla propria vita.
Inspiegabilmente gli pareva che tutto si stesse aggiustando in una improbabile e sorprendente conclusione.
§§§
"Sai che pare che quella tipografia, quella che mette mano alla stampa di questi memoriali sia stata perquisita un'altra volta...e che...".
"Sssh! Zitto! Vedi quella...lo sappiamo bene chi è?!".
Il soldato Marcel Duvall trattenne il respiro, la solita gomitata al vecchio compare d'un tempo, Dante Renard.
Erano diventati Soldati della Guardia Metropolitana di Parigi.
Erano settimane che si occupavano di perquisire tipografie, librerie, stamperie, fossero anche di decorazioni floreali da appendere alle pareti, o acqueforti o miniature, non aveva importanza.
Ogni luogo insomma che odorasse d'inchiostro era passato al setaccio più di una volta al mese, perché era vero che le ricerche non davano alcun frutto o se lo davano i libelli requisiti finivano al rogo e le macchine da stampa portate via e distrutte, ma poi era altrettanto vero che le risme di carta come per incanto spuntavano di nuovo, incise a caratteri infuocati e distruttivi. Perché le parole stampate erano prima di tutto pensieri, e i pensieri erano idee, e le idee e i pensieri non li si poteva distruggere, a meno di non rinchiudere tutti i giornalisti di Parigi entro le segrete della Bastiglia e poi gettare via la chiave e...
I Soldati della Guardia si erano, fino a quel momento, dimostrati insolitamente bonari, come se, figli anche loro della stessa gente che non voleva più annichilire nella melma della propria ignoranza, sapessero bene e confidassero nell'operato dei giornalisti e di tutti quelli che nel bene o nel male avevano avuto il coraggio di scavare nella verità.
E quando anche non fosse stata la verità, difficilmente si sarebbe potuto gettar fango s'una persona rispettabile, se quella lo fosse stata per davvero.
Molto più facile farlo contro chi si era sempre disinteressato delle sorti dei francesi, spendendo denaro a cifre esorbitanti per abiti e gioielli e carrozze e ricevimenti, con la gente che poi, giorno dopo giorno, si ritrovava a faticare a giungere a mettere il pane sulla tavola.
E quando anche non ce ne fosse stata di gente che moriva di fame, lo sperpero del denaro dei francesi era comunque un'ignominia di cui tutti avrebbero dovuto essere messi a conoscenza.
Rue de Fossés Saint Bernard...
Il passo avanzò entro il perimetro della stanzaccia messa a soqquadro, le boccette di inchiostro rovesciate, i fogli di carta sparsa per il pavimento.
Il passo avanzò a osservare da una parte due soldati della Guardia Metropolitana che lei riconobbe, così come quelli riconobbero lei, lo sguardo abbassato per via ch'erano intenti senza troppa foga a rovistare entro manoscritti e appunti riposti in una specie di libreria.
I gesti erano stati studiati appositamente lenti e per nulla rudi, come se quelli in realtà fingessero sdegno ma covassero il segreto intento di far meno danni possibile per lasciar intatte le informazioni e i pensieri e le invettive celate entro i numeri e le date e le parole vergate sui fogli.
Si comprendeva come l'ordine di scovare i libelli di scherno fosse scansato fin quasi a essere davvero osteggiato e disatteso.
Anzi, pareva che i due avessero in animo l'esatto contrario, che la stizza crebbe.
Se fossero mai stati soldati al suo comando...
Il Tenente Victor Girodel, poco dietro al Colonnello Oscar François de Jarjayes, fece un cenno e due soldati della Guardia Reale ch'erano al seguito, si avventarono con rabbia contro i legni del mobile, scardinandolo, gettando a terra volumi e carte, penne e manoscritti.
Lo sguardo corse allora ad altri due uomini che se ne stavano in disparte, guardati a vista da altre guardie.
Li conosceva entrambi.
Bernard Châtelet era furioso, i pugni chiusi, lo sguardo fremente di rabbia per via dell'ennesimo sopruso ai danni della tipografia ch'era già stata perquisita poco meno di un mese prima.
Provò a opporsi, poco ci mancò che si fosse preso un calcio allo stomaco col fondo della baionetta, ch'era stato risparmiato solo perché marito di Rosalie, che lei, il Comandante delle Guardie Reali, ormai conosceva bene, e dunque lei aveva imposto di lasciarlo perdere.
L'antagonismo era evidente, la violenza anche...
"Non ci fermerete! Non potete mettere a tacere la verità! E se non sarò io a rivelarla, saranno altri dopo di me" - si dimenava Bernard Châtelet per sgusciare oltre il passo sbarrato dai soldati della Guardia Reale - "Potrete distruggere questo posto ma non potrete mai distruggere il desiderio di sapere...la gente vuole sapere!".
Rimase muto invece, André Grandier, che era lì, anche lui, gli occhi alla distruzione, la mente piombata addosso a lei a domandarle, muto, se quel ruolo doveva essere proprio lei a interpretarlo e se non si fosse vergognata almeno un poco, trovandolo immorale e eccessivo e inutile.
Le domandò, muto, se davvero lei avesse accettato d'essere manovrata a quel modo, se davvero avesse creduto di soffocare la verità a cui tutti avevano diritto di accedere.
Agiva così perchè aristocratica che difende i sovrani?
Agiva così per vendicarsi di quell'amore malato e senza speranza che annullava la ragione, inducendo la mente a cadere nel barato della follia!?
I due soldatacci della Guardia Metropolitana si ritrovarono le dita punzecchiate da mille spilli. Avrebbero volentieri preso per il colletto i due soldatini della Guardia Reale che razziavano carte e appunti e stracciavano libelli e manoscritti.
Loro erano il popolo, gli altri due solo due cani che fiutavano ciò che gli era stato detto di trovare.
Fiutavano e distruggevano, senza immaginare che a quel modo si rendevano solo servi di un potere che negava la verità, che impediva al popolo di sapere.
Loro non sarebbero mai scesi a patti con quel potere.
Loro, quegli ordini, non li avrebbero mai eseguiti.
Forse s'erano sbagliati sul conto di quella donna...
Nel trambusto, accorsero altri…
Gustav Dumas si precipitò dentro assieme ad Alain Soisson. Poco ci mancò che davvero i due avessero finito per mettersi in mezzo.
L'occhiata corse veloce...
Alain Soisson scorse André Grandier negare, impercettibilmente, con la testa, come ad ammettere di lasciar fare, lasciar correre quello ch'era solo un sopruso ma che, se contrastato, avrebbe prodotto l'effetto sperato, ossia indurre la provocazione che avrebbe portato i due giornalisti a finire dritti alla Bastiglia, forse a tener compagnia proprio agli autori de l'affaire du collier de la reine.
Un altro passo...
Stavolta fu Victor Girodel ad avvicinarsi, che Alain Soisson fu percorso da un brivido e guardò quella donna domandandosi quale fosse la ragione del voltafaccia, del tradimento, che lui ci aveva creduto che l'altra fosse diversa.
Lei li aveva aiutati ad entrare nei Soldati della Guardia Metropolitana...
Aveva riportato il falco al moccioso indiano...
Non pareva un'aristocratica altezzosa e con la puzza sotto il naso!
Oscar rimase zitta ma si permise di osservare André, quasi a rinfacciargli d'aver scelto apposta quella tipografia, proprio quella.
C'era però, di contro, che nessun altro s'era più permesso di metter piede nella stamberga sbilenca ove André abitava assieme ai due mocciosi, dove c'erano le prove della sua vita dannata, lei lo sapeva e dunque probabilmente l'aveva intenzionalmente esclusa dalle ricerche.
Lo voleva lontano dai guai, lo voleva lontano da se stessa.
"Conoscete Madame Alexandra Roma Lemonde!?" - domandò Victor un poco altezzoso.
Negò André – "Soltanto di nome. M non ho mai avuto il piacere di conoscerla...".
"Ebbene si da il caso che Madame Roma intenda organizzare un ricevimento nella propria casa e avrebbe espresso il desiderio di rivedere Argo che lei ha conosciuto in America".
André strinse i pugni, lo sguardo corse verso Oscar domandandole quale fosse la ragione dell'ennesima messinscena. Argo non gradiva frequentare la società nobile dunque...
Un respiro fondo...
Un passo...
"Non sei tenuto a partecipare..." – affondò Oscar severa, imbrigliando l'inquietudine, domandandosi lei stessa se sarebbe stata capace di andare fino in fondo – "Madame Roma ha espresso un desiderio. Sta a te accettare o meno. Mi sono permessa di domandarle se avesse inteso estendere l'invito anche a Victoire, così forse Argo si sarebbe sentito più a suo agio. Ovviamente sarai tu ad accompagnarli".
Finirai all'Inferno, André Grandier...
Lì dove hai sempre inteso vivere.
E io con te, anche se non potrò vivere nel tuo stesso Inferno.
*Dialoghi liberamente tratti da "Il processo della collana" di Frantz Funck-Brentano.
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