L'umore di Cat è decisamente pessimo, da quando si è visto costretto a farsi visitare dal nuovo ortopedico scovato da Maloney e ha così scoperto che dovrà essere operato. Di nuovo. Anche il suo morale è piuttosto basso; non ai minimi storici, ma quasi. Hutch ha provato a farlo sorridere, ha smesso di contare le volte, ma senza nessun risultato. Ora si limita a stargli accanto e assicurarsi che mangi regolarmente, che sia ben coperto e che non senta troppo dolore. Insomma: si prende cura del suo investimento a lungo termine. Ha perfino provato ad accennarlo a Cat, ma non ha ottenuto alcun commento caustico, solo un piccolo mugolio poco partecipativo. Hutch non sa che altro fare; è abbastanza disperato e spera che la nuova operazione abbia luogo in fretta, così da permettergli di iniziare il periodo di riabilitazione e, sperabilmente, permettergli di tornare a camminare con agio e in autonomia. Beh, d'accordo, quasi in autonomia. Hutch non ha la minima intenzione di permettere al suo ragazzo di andarsene in giro per le ignote strade di Parigi senza che sia presente anche lui; in quei pochi giorni in città ha già avuto l'occasione di vedere con i propri occhi quanto poco sicure siano.
«Hutch?»
L'interpellato balza dalla poltroncina sulla quale era stravaccato fino a mezzo secondo prima, e si allunga rapidamente verso Cat.
«S-sì! Eccomi» affanna, un po' scombussolato perché da ore ormai il suo gattaccio era sprofondato in un ostinato silenzio incupito.
«Mi dispiace» mormora appena.
«Eh?» si sorprende Hutch, non comprendendo quel che sta cercando di dirgli il compagno.
«Per… questo. Non sembra che io sia in grado di… m-mantenere un minimo di equilibrio e… e continuo a complicarti la vita.»
«Di che cazzo stai parlando, ora?» sbotta allucinato, facendo sussultare il ragazzo.
Le labbra di Cat si serrano strettamente, storcendosi in una smorfia amareggiata. Si divincola appena da quella specie di prigione fatta di coperte e cuscini che lo circondano e lo soffocano, ma il movimento lo fa gemere a causa della fitta sorda che gli rimanda il ginocchio.
«S-sono un relitto che si ostina a galleggiare. Sembra che io sia destinato ad affliggerti con i miei problemi e le mie angosce. Non lo trovi ingiusto?»
«No» replica asciutto. «E devo dirtelo: sei il relitto più seducente e appetitoso che si sia mai visto a questo mondo.»
Cat arrossisce miseramente e trae un brusco respiro. «Hutch…» mugola, tentando una debole quanto effimera protesta.
Hutch sbuffa e si stringe nelle spalle. «Lo so che odi l'idea di dover essere prigioniero di un letto per le prossime settimane. Io invece odio l'idea che tu non possa scorrazzare in giro quando e come diavolo ti pare.»
Cat annuisce. «Già» concorda mesto.
«Ma se non lo fai, se non lasci che questo tizio operi il tuo ginocchio, non sarai mai nella condizione di tornare là fuori, libero di sfuggire a questa stanza.»
Serra le dita attorno alle lenzuola, stropicciandole nei pugni chiusi. «Lo so. Ma saperlo non aiuta granché» fa presente.
Hutch sorride. «Ti capisco fin troppo bene» conferma. «Non voglio lasciarti solo. Non mi mandare via, per favore» lo prega, poggiando una mano sulle sue ancora strette.
Sospira, lentamente, e le sue spalle si abbassano perdendo parte della loro tensione. «Neppure io voglio rimanere solo, Hutch. Ho solo… paura che presto, di questo passo, finirai per stancarti di me.»
Ora Hutch ride, anche se la sua è una risata allucinata. Scuote la testa. «Non sai quel che dici. O non sai quel che desidero. Io desidero te, Cat. Qui, accanto a me. Possibilmente fino alla fine dei miei giorni. E lo so che stai pensando a quanto sia eccessivo…»
«A dire il vero sto pensando che tu sia completamente pazzo. Se io fossi in te a quest'ora sarei molto lontano, possibilmente al di là di un enorme oceano.»
Si allunga su di lui e posa un piccolo bacio sul suo zigomo accaldato, e le sue labbra si arricciano in un sorrisetto divertito. «Purtroppo per te, non sei me, e quindi dovrai sopportarmi ancora a lungo, molto a lungo. In alternativa potresti usarmi come puntaspilli per il tuo set di coltelli da lancio» propone collaborativo.
Cat sbuffa una mezza risata. «Non tentarmi, sciocco bestione.»
Alla fine Cat ha dovuto rassegnarsi all'idea di finire di nuovo sul tavolo operatorio di un chirurgo (l'ennesimo e non ultimo). Due giorni dopo è di ritorno alla camera d'albergo, con Hutch che ha avvisato il personale del suo arrivo e della loro personale sfilata lungo l'atrio in stile prima notte di nozze con un Cat decisamente contrariato e parecchio imbarazzato.
«Avrei preferito il montacarichi» sibila scontento.
«Avrei preferito spalmarti sul bancone della reception e levarti di dosso tutti quegli abiti. Come vedi, non si può avere tutto dalla vita» lo rimbecca Hutch, divertendosi apertamente nel prenderlo per i fondelli.
«Insopportabile» borbotta, mentre Hutch sale le scale.
«Eh già, ma ho paura che dovrai accontentarti.»
«Smettila. Sai perfettamente che non ti ho mai considerato un ripiego. Non avrei idea di cosa fare, se non ci fossi tu.»
«Magari a quest'ora saresti a giocare a carte in qualche saloon» immagina Hutch.
«O sepolto sotto qualche tonnellata di pietre a far compagnia a Bill» suppone Cat.
Hutch storce le labbra. «Che brutta eventualità.»
Annuisce. «Brutta di sicuro. Ma non troppo improbabile.»
Riflette, mentre lo adagia con la massima cura sul giaciglio rifatto di fresco. «No, in effetti sembra uno scenario abbastanza realistico, almeno per come stavano andando le cose. Ci pensi che, in qualche modo, non facciamo che levarci dai guai a vicenda?»
«Vero. Sta iniziando a diventare noioso e prevedibile» pondera pensieroso.
Hutch lo fissa con tanto d'occhi. Le labbra di Cat, piano, si incurvano in un piccolo sorrisetto dispettoso. «Quanto sei scemo! Per poco non ci credevo veramente.»
Cat ride e Hutch sgrana gli occhi e si morde un labbro per impedirsi di piagnucolare, commosso per quel suono meraviglioso.
Maloney è in sala lettura, ma invece di dedicarsi al suo libro sta rimuginando su un pensiero non troppo felice, quando un valletto dell'hotel gli si accosta e attira la sua attenzione.
«Vogliate scusarmi, signore, ma all'entrata c'è un giovanotto che chiede dei vostri compagni di viaggio. Abbiamo pensato fosse opportuno interpellarvi, sapendo che di preferenza non desiderano essere disturbati.»
«Di chi si tratta?» si informa il dottore, incuriosito.
«Un ragazzo di giovane età. Non ce ne saremmo preoccupati, di norma, ma aveva il nostro biglietto da visita e ha specificatamente fatto il nome del signor Stevens.»
Maloney aggrotta le sopracciglia, riflettendo. «Oh!» esclama, rammentando quel che gli era stato raccontato dai due compagni. «Credo di aver capito di chi stiamo parlando.»
«Posso condurlo da voi, quindi?»
«Certo. Fate pure. Sentirò quel che ha da dire, innanzitutto» conferma pensieroso.
Meno di due minuti dopo scorge avvicinarsi un ragazzino che, sì, sembra decisamente giovane. Se lo immaginava più… come dire… ingenuo, o forse l'esatto contrario. Invece ha uno sguardo incredibilmente intelligente eppure quasi candido. Una contraddizione vivente, insomma. Si alza in piedi per poterlo accogliere come si conviene e lo osserva fermarsi a breve ma rispettosa distanza, e reclinare un poco il capo di lato, mostrando curiosità.
«Voi siete il dottor Maloney, dico bene?»
L'interpellato sgrana gli occhi, impreparato. «In effetti» ammette, non sapendo cos'altro aggiungere.
«Ravi de vous rencontrer, monsieur le docteur. Vi sto disturbando, forse. Il fatto è che mi è stato affidato un incarico, giorni fa, e ora posso annunciare di averlo felicemente portato a termine» esulta, gli occhi che brillano di entusiasmo.
Maloney si lascia sfuggire un sorrisetto divertito. Finalmente comprende meglio i sentimenti dei suoi due compagni di avventura. Il ragazzino è un soggetto bizzarro e interessante, un concentrato di dirompente entusiasmo, maniere ampollose, fine arguzia e disarmante innocenza. Curioso e intrigante.
«In questo caso sarò lieto di accompagnarti dai signori Stevens e Bessy. Spero che la buona notizia serva a risollevare un po' gli animi» considera, incupendosi leggermente.
Arsène sgrana gli occhi, sorpreso. «Come mai? È capitata qualche disgrazia?»
«Non esattamente. Si tratta piuttosto di un'evoluzione spiacevole di quanto era già in atto in precedenza. In sostanza, immagino tu già ne sia al corrente, il signor Stevens presentava un danno al ginocchio sinistro. Ebbene, si è infine scoperto che il legamento, dopo tutto, era troppo lesionato perché potesse ragionevolmente guarire autonomamente. Pertanto è stato necessario procedere a un intervento chirurgico.»
«Oh» soffia Arsène, rabbrividendo visibilmente. «E…» tentenna, deglutendo con nervosismo.
«Oh, l'operazione è andata a buon fine. Ma serviranno settimane perché si abbia una completa guarigione, comunque almeno quindici giorni perché possa materialmente uscire dal letto nel quale è attualmente segregato. Puoi quindi ben immaginare le conseguenze di questa infausta prospettiva.»
«Senza nessun problema» conferma, storcendo il naso angosciato al solo pensiero. «Pensate che… eh bien, potrei presentarmi da loro senza, ragionevolmente, creare ulteriore disturbo?»
Maloney offre al ragazzo un sorriso benevolo. «Sono certo che la tua presenza farà loro piacere.»
«Ah bon? Lo spero. Non vorrei far adirare il signor Bessy.»
«Non succederà. Quel che gli preme maggiormente è che il compagno si riprenda, che stia bene insomma. Credo che possa tranquillamente accettare la tua presenza, sapendo che farà del bene al signor Stevens. Ne convieni?»
Ora anche Arsène sorride, e annuisce. «Vous avez raison. Mi fareste strada, dunque?»
«Certamente» replica a tono Maloney, irrimediabilmente incantato dal suo nuovo soggetto di studi.
