Eccettuato Cat e i due muli tanto vituperati, la restante compagnia, per un motivo o per l'altro, ha dormito poco e male o non ha dormito affatto durante quella lunga nottata trascorsa nel convoglio ferroviario diretto in Louisiana. Alle prime luci dell'alba Hutch inarca la schiena dolente e strofina i palmi ruvidi sugli occhi pesti, disperando di svegliarsi in modo soddisfacente. Quando però si guarda intorno per fare il punto della situazione scopre che Maloney è già sveglio, o per meglio dire, è ancora sveglio, almeno a giudicare dalle occhiaie scure e i lineamenti tirati che gli ricordano molto da vicino l'aspetto che aveva quando a Cat era venuta la febbre a Las Cruces.

«Buongiorno» mormora la voce marcatamente provata del dottore.

«Se lo è non l'ho notato» borbotta Hutch, dando un'occhiata fuori dal finestrino. «Dove ci troviamo?»

«Sicuramente abbiamo già passato il confine con la Louisiana. Ma temo sarà necessaria ancora qualche ora per raggiungere New Orleans» lo ragguaglia diligente.

«Ci siete già stato» indaga Hutch. Ma la sua non è nemmeno una domanda. Lo osserva, tentando di decifrare la sua espressione.

Maloney annuisce. Non ha l'aria di volerne dire di più, in effetti, e Hutch non ha alcuna intenzione di forzargli la mano. «Il New Mexico non è stato il mio primo trasferimento dopo il dottorato e il tirocinio. Sono stato mandato poco fuori Baton Rouge (è la capitale, sul Missisipi, sapete), e…» Sembra avere un momento di esitazione. Hutch lo osserva mentre si passa una mano sulla fronte. I suoi occhi sembrano persi in qualche ricordo, ed è abbastanza sicuro che non si tratti affatto di un ricordo piacevole.

«Non siete obbligato a parlarne, Doc» fa presente in un tono mite.

Ridacchia. È un suono che fa accapponare la pelle sulla nuca di Hutch. «Siete ancora piuttosto giovane. Forse non vi è mai venuto per la testa, ma… La fine della guerra civile e il passaggio del XIII emendamento non hanno, come per magia, sradicato ed eliminato la schiavitù. Esiste ancora. Ha solo cambiato nome.» I suoi occhi grigi lo fissano, ma Hutch non è sicuro che stiano guardando lui. «Ed è qualcosa che non distrugge solo l'uomo, ma anche la sua anima.»

Resta in attesa, ma null'altro segue. Probabilmente è un errore, ma vuole comunque provare a capire.

«È a questo che vi serviva l'alcol?»

L'occhiata che gli lancia Maloney è già una risposta. Contiene paura, rabbia, amarezza e qualcos'altro. Forse colpevolezza? Non ne è certo. Possibile che al posto suo Cat avrebbe saputo riconoscerne il significato. Ritiene comunque sia sufficiente. Annuisce e torna a dare attenzione al paesaggio che scorre all'esterno.

«Ehi, Doc» lo interpella più di un'ora dopo, scorgendo l'approssimarsi di un grosso centro abitato.

«No, non è la città che cerchiamo» commenta prima ancora di ascoltare il resto della domanda.

«Mhh, mi sono beccato un altro sapientone. Cat non era sufficiente, a quanto pare» lamenta levando gli occhi al cielo. «Comunque la domanda era un'altra.»

«Oh? Dite, dunque» lo invita Maloney.

«L'altro dottore, l'ortopedico, lo sa che andremo a chiedergli aiuto?»

Maloney sorride, più rilassato. «L'altro dottore, per vostra conoscenza, si chiama Fabien Allard. E sì, signor Bessy, è informato. In effetti gli ho scritto, parlandogli del caso del vostro amico, circa una settimana prima della nostra partenza da Las Cruces. Inoltre ho in programma, una volta giunti a destinazione, di fargli recapitare un breve telegramma per avvisarlo del nostro arrivo in città e farmi dare un appuntamento per una prima visita medica» lo ragguaglia.

«Siete parecchio efficiente, quando volete» si sorprende Hutch, facendo sbuffare di incredulità il loro dottore.

«Se non vi dà noia, questa volta lo prenderò come un complimento.»

«Affatto. Mi sa tanto che lo era proprio» lo prende per i fondelli Hutch.

«Ah, simpatico da parte vostra. Non so davvero come ringraziarvi.»

«Doc, ho a credito parecchia simpatia arretrata, se capite quel che intendo.»

«E questa era una minaccia sotto tutti i punti di vista» deduce verosimilmente Maloney, sospirando rassegnato. «C'è speranza che possa saldare il mio debito prima di dire addio alla mia fragile esistenza su questa terra?» si informa melodrammatico.

Hutch ci pensa un po' su. «Forse. E sempre ammesso che qualcuno non vi ammazzi prima.»

«Confortante.»

Da lunghi minuti Hutch è intento a osservare il riposo all'apparenza sereno dell'amico. Vorrebbe essere ottimista, ma alcuni pensieri non glielo consentono del tutto.

«C'è una questione di cui non vi ho ancora accennato, e che potrebbe forse essere importante» mormora a un certo punto della sua osservazione.

Maloney solleva su di lui lo sguardo. Sa che gli si sta rivolgendo, nonostante sembri abbastanza insicuro sul da farsi. Pertanto si sente in dovere di intervenire per incoraggiarlo a proseguire con il suo proponimento.

«Se lo è, io sono qui. Vi ascolto volentieri.»

Sofferma i suoi occhi sul dottore, come a ricercare una conferma, e annuisce. «Ho scoperto qualcosa, all'inizio del nostro viaggio verso New Orleans. Credevo, fino a quel momento, di conoscere Cat abbastanza bene. Abbiamo avuto modo di condividere alcune avventure (o disavventure, secondo i punti di vista) nel tempo, e… Ma mi sbagliavo. Mi sono reso conto che ci sono molti particolari che ancora ignoro.»

«Com'è del resto normale che sia tra esseri umani, per quanto prossimi» interviene Maloney in tono delicato.

Annuisce. «Immagino di sì» concede di buon grado. «A ogni modo, in quel caso sono venuto a conoscenza di un particolare che, in teoria, già sapevo. Solo che, a quanto sembra, quel che sapevo era solo una piccola parte del quadro completo.»

Maloney ha l'aria un po' confusa. Hutch gli offre un piccolo sorriso contrito come per scusarsi del suo modo ingarbugliato di spiegarsi. Allora decide di mettere insieme le idee e, con cura, gli racconta quel che è accaduto sul Rio Grande mentre erano in cerca del nascondiglio dell'oro, e della sua scoperta del problema di Cat con l'acqua.

Il dottore, a fine spiegazione, si prende qualche momento per rifletterci su. «Come già vi dissi a suo tempo, le mie conoscenze della psiche umana non sono molto estese né specifiche. Basandomi su quel che mi dite sembrerebbe abbiamo a che fare con un qualche genere di fobia.»

Hutch cruccia la fronte, perplesso. «Che cosa sarebbe, questa cosa di cui parlate?»

«Una fobia? Si tratta di un genere di paura scatenata da particolari circostanze, che spesso insorge in modo ingiustificato e irrazionale.»

Il cruccio di Hutch si fa più profondo. «Non lo credo possibile. Cat è una delle persone con la mente più logica e concreta che io conosca. Trovo molto improbabile che si lasci sopraffare da un timore senza motivi razionali» dissente.

Maloney offre un cenno di assenso, confermando sia di aver compreso le sue ragioni sia, in parte, di poterle condividere. «Se, come sostenete voi, non trattiamo di cause irrazionali, allora non ci rimane che un altro tipo di causa. Qualcosa, nel suo passato, ha prodotto in lui un qualche genere di trauma profondo a sufficienza da lasciargli un segno indelebile, in fondo alla mente.»

Le labbra di Hutch si assottigliano. Trae un lungo respiro. «Ho capito. Troverò la maniera per scoprire che cosa gli ha portato questo timore» assicura deciso.

Il dottore gli porge un sorriso d'incoraggiamento. «Vi auguro di raggiungere il vostro scopo.»