La prolungata permanenza presso la clinica di Allard non ha per nulla contribuito a mitigare l'impazienza e a rallegrare l'umore di Cat, tutt'altro in effetti. Neppure l'essersi sbarazzato dei bendaggi alle mani e agli occhi sembra aver sortito effetti positivi degni di nota. Maloney, saggiamente, ha deciso di evitare, almeno per quella volta, di impicciarsi dell'affare. Hutch vorrebbe essere così fortunato da poter scegliere; suo malgrado non ne ha la possibilità. Se mai volesse risolversi a defezionare (cosa che, per inciso, neppure gli passa per la testa) farebbe meglio a trasferirsi in un altro continente, perché dubita che Cat gliela farebbe passare liscia. Tuttavia l'irritabilità dell'amico, negli ultimi giorni, gli sta logorando i nervi, e Hutch non è proprio famoso per la sua capacità di mantenere la calma a lungo.
«Stai iniziando a darmi sui nervi» lo avverte, per quanto in verità già da parecchio ha iniziato a spazientirsi.
«Non ho deciso io di rinchiudermi qui dentro» gli fa presente, sibilandogli contro.
«Oh, certo. Avresti preferito crepare nel deserto, immagino. O andartene in giro da qui alla tua morte su qualcuno di quegli stupidi marchingegni a rotelle!» sbotta sfinito.
Un po' rimpiange che gli abbiano levato le bende che ricoprivano gli occhi. Cat non lo può comunque vedere, ma i suoi occhi sembrano ugualmente seguirlo e accusarlo di ogni sua singola manchevolezza. È snervante.
«E di chi è la responsabilità?»
«Cosa?» affanna Hutch, gli occhi sgranati, incredulo.
«Non ho deciso io di finire a pezzi su quella maledetta collina. Avevo messo in conto la possibilità di farmi ammazzare, ma non quella di farmi ridurre in briciole da una fottuta esplosione!»
«Ma…» Deglutisce. Boccheggia. «Ma sei vivo» protesta, mortificato.
«Non te l'ho chiesto io!»
Hutch impallidisce. Prova a trarre un difficoltoso respiro. Non ci riesce. «Mi… Mi dis-dispiace» soffia, tremante. Un brusco singhiozzo scuote il suo petto. Serra gli occhi con forza, gira sui tacchi, a tentoni trova la maniglia e sguscia fuori, fuggendo.
Il tornado Hutch Bessy è appena rientrato in casa, deduce Maloney giudicando in base al fracasso prodotto dai suoi leggiadri passi lungo le scale e all'uscio che prima si schianta sul muro che lo affianca e poi sul proprio telaio nel momento in cui viene richiuso. Sospira. Rimanere fuori dalla clinica lo preserva solo da uno dei due problemi. Il secondo, a quanto pare, ha appena fatto ritorno reduce da uno dei loro ennesimi scontri verbali. E tanto per cambiare non è andato bene.
«Che cosa vi ha detto, questa volta?» si informa, vedendolo strattonarsi i capelli (che già non sono in quantità eccessiva, e di quel passo ha proprio paura che gli rimarrà poco o nulla attaccato al cranio) e intuendo che dev'essere stato un confronto impari, come di sovente accade del resto, ormai ben conoscendo il grado di velenosità della lingua di Cat Stevens.
Hutch si volta di scatto verso il dottore, e questi rimane un lungo istante senza parole, notando i suoi occhi rossi e inondati di lacrime. "Mh, dev'esserci andato pesante, stavolta" ragiona fra sé, suo malgrado dispiaciuto per quel pover'uomo che non ha la possibilità di difendersi a dovere.
Contrariamente a quanto si aspettava, viste le precedenti occasioni, Hutch non sembra intenzionato a fornirgli i dettagli. Invece si precipita nella stanza attigua e, immagina non per la prima volta, si lascia travolgere dal suo dolore emotivo. Maloney rimane qualche lungo minuto affondato nella sua poltrona, concedendo all'altro del tempo per ritrovare un minimo di padronanza di sé, poi con cautela si risolve a raggiungerlo e a prendere informazioni, che lui lo desideri o meno.
«Signor Bessy» prova gentilmente ad attirare la sua attenzione.
«Lasciatemi in pace» borbotta con voce rotta.
«Mi piacerebbe, ma credo non sia il caso» lo informa, avvicinandosi e sedendosi sul bordo del letto. «Signor Bessy, sapete bene che potete parlarmene. Come sapete altrettanto bene che vi sarà utile per rimettere ordine nelle vostre idee. Coraggio, vi ascolto.»
«Si-siete un dannato prepotente e arrogante» piagnucola Hutch, ancora con la faccia sepolta a metà nelle coperte stese sul giaciglio.
«Ne sono consapevole. Ciò non cambia di una virgola i miei proponimenti di esservi di aiuto.»
Hutch geme, sfiancato, ma infine si risolve a raccontare l'accaduto a Maloney, sperando che almeno serva effettivamente a qualcosa, possibilità di cui ancora nutre dubbi per la verità.
A racconto terminato, in effetti, Hutch si sente un po' meno disperato. Per contro, con sua sorpresa, quando indirizza un'occhiata a Maloney scopre che quest'ultimo ha un'espressione abbastanza impensierita, meglio sarebbe dire angustiata.
«Che accade ora?» si informa, allarmato.
Maloney lo fissa senza soffermarcisi troppo, occupato in ragionamenti ben più urgenti.
«Non sembra una situazione molto promettente. Vedo che probabilmente non vi è venuto in mente, ma ho il sospetto che il signor Stevens cercasse di sollecitare la vostra attenzione su un suo particolare malessere.»
Hutch lo guarda confuso. «Non capisco. Credevo fosse arrabbiato e volesse farmi sapere che mi riteneva… colpevole per quel che gli è capitato.»
Maloney scuote la testa. «Questo all'apparenza, e forse in minima parte» concede. «Il signor Stevens è visibilmente disorientato. Mi pare, da quanto mi avete riportato, che stia cercando un modo per venire a patti con quanto accaduto e anche con quanto sta attraversando in questo momento.»
«Oh» soffia incerto.
«Signor Bessy, non vorrei mettervi maggiormente ansia, ma qualcosa mi suggerisce che sarebbe saggio, da parte vostra, tornare dal vostro amico e assicurarvi che sia in buone condizioni.»
Hutch lo fissa stravolto, trae un ansito strozzato, infine si precipita fuori senza un solo cenno al dottore, il quale sospira per la milionesima volta da ché se li è ritrovati fra i piedi.
«Cat!» gorgoglia, scalando i gradini come un bisonte. Slitta sul marmo del pianerottolo, schiva per un soffio un inserviente intento a trasportare attrezzature mediche, manca l'entrata della camera e arranca per tornare sui suoi passi. «Cat» rantola stremato, precipitandosi dentro e bloccandosi nel mezzo della stanza.
Cat, arroccato in un angolo del letto, fissa apparentemente il vuoto di fronte a sé, torcendo il copriletto fra le dita, le labbra tirate in una linea sottile e il respiro spezzato. Hutch si riscuote, fa per gettarsi su di lui, rinsavisce nell'iniziale slancio e lo raggiunge arrancando sulle ginocchia.
«Cat, Cat, mi dispiace. Io… Sono un idiota, lo so. Perdonami per essere scappato in quel modo». I suoi occhi si spalancano e seguono impotenti una piccola goccia salata che si distacca dalle ciglia di Cat e precipita sulla sua gota, scivolando giù e creando una striscia umida lungo la sua guancia. «No! No-no-no-no-no.» Si allunga verso l'angolo in cui è finito Cat e lo trae a sé. «Ecco, sono qui. Sono qui, Cat. È tutto a posto.»
«No, non lo è» soffia, tremando. «Sono rotto.»
«Cat, ti prego. Non dire così. Stai facendo buoni progressi» insorge in netto disaccordo.
Scuote la testa. Poggia una mano sul petto. «Qui dentro, Hutch. Può darsi che le mie ossa tornino a posto, ma qui dentro non saprò mai riparare al danno.»
Alla fine Doc aveva ragione. Quel piccolo bastardo saccente e arrogante. «Non devi farlo da solo. Io sono qui, con te. Posso aiutarti.»
Le labbra di Cat si piegano in una smorfia desolata che fa male al cuore di Hutch. «Io… so solo farti del male. Perché dovresti fare questo per me?»
Una lieve risata un po' bagnata sfugge al petto di Hutch. «Sono solo sciocchezze, Cat. Nulla più se non piccoli graffi che rimarginano in fretta. Ma, vedi, quel che conta davvero è proprio lì dentro, dove affermi di essere rotto. E, Cat, io amo quel che hai lì dentro.»
Solleva lo sguardo su di lui, e nonostante non possa vederlo sembra che i suoi occhi riescano comunque a entrargli dentro. «Non lo so se merito le tue attenzioni.» Hutch si sta apprestando a protestare, ma Cat lo ferma, posando le dita sulle sue labbra come Hutch aveva fatto più volte in passato, e gli offre un piccolo sorriso un po' tremolante. «Ma ho scoperto che è bello e che adesso, ormai, pensare di farne a meno mi fa star male. Lo so, suona terribilmente egoista, ma…»
«Sono innamorato di te, Cat.»
Le parole, che aveva in mente di dirgli con maggior preparazione e in un momento più appropriato, gli sono invece sfuggite a tradimento, scivolando fuori come una valanga. Ma infine non riesce a pentirsene, perché Cat ha appena affondato il naso nella curva del suo collo ed esalato un sospiro di evidente contentezza.
