Quasi una settimana più tardi il dottor Allard stabilisce le dimissioni di Cat, mai troppo presto dal punto di vista del paziente che, nel tempo, è diventato invece molto impaziente. Ovviamente né Hutch né tanto meno Maloney sono riusciti nell'impresa di convincerlo a trascorrere i prossimi mesi sulle rive di Lake Pontchartrain; troppa acqua, e la questione fobia non ancora risolta. Quindi si accontentano dell'appartamento accanto alla clinica, che se non altro risparmia loro parecchia strada per recarsi dall'ortopedico durante i controlli periodici.
Siccome Cat è abbastanza testardo, ha deciso che deve assolutamente allenarsi nella deambulazione. Peccato non abbia fatto i conti con la sua cecità, così mentre è tutto impegnato con le sue stampelle nuove fiammanti, Hutch lo segue come un cagnolino per impedire che si rompa anche l'osso del collo lungo le scale, o contro una parete, o giù dal terrazzo, o in fondo a qualche stupido pozzo. Sente già che presto diventerà isterico a furia di acchiappare Cat in extremis.
«Merda! Lì no, attento!» strilla atterrito, attirandolo a sé prima che finisca nel canale di scolo che costeggia il retro del palazzo.
«Sto soffocando» alita Cat a fatica, ancora serrato strettamente fra le braccia di Hutch.
«Cazzo! Scusa» pigola, allentando la presa e riposandolo a terra con cautela.
«Non fa nulla. Cos'era questa volta?»
«Canale di scolo» borbotta a mezza voce.
«Mh, giusto. In effetti si sente.»
«Cat» soffia, sfiancato.
«Dimmi.»
«Sei sicuro che non potremmo andarcene in qualche posto più tranquillo. C'è della campagna, non troppo lontano.»
«Ci sono anche le paludi, non troppo lontano dalla campagna, se è per quello. Si trova sempre il modo per ottenere una morte violenta» ribatte sarcastico.
«Già. Ho capito» si arrende Hutch. Non che sia la prima volta, ben inteso. Alla fine vince sempre lui.
«Ehi» lo ripesca Cat dai suoi foschi pensieri, mentre si è rimesso in movimento con prudenza.
Per fortuna non è una strada trafficata. D'accordo, in effetti è più un vicolo e ci passano solo i mezzi di servizio quando devono consegnare o ritirare merci. Quindi, a ben vedere, per il momento l'unico vero pericolo è il canale. Forse può tirare un cauto respiro di sollievo… per ora.
«Sì?» chiede titubante, tenendo d'occhio il suo claudicare incerto.
«Lo sai, hai scordato di chiedermelo.»
«Uh!... Ehm, chiedere cosa?» indaga, confuso dal repentino cambio di argomento (o, chissà, forse è lo stesso?).
Con sua sorpresa, Cat sorride. Non dura molto perché i suoi esercizi, oltre che pericolosi per la sua sopravvivenza, sono anche piuttosto faticosi e richiedono gran parte della sua concentrazione. Ma comunque, un sorriso è pur sempre un sorriso, indipendentemente dalla durata.
«Quel che desideravi quando ero ancora segregato in clinica. Non mi dire che l'hai scordato» si burla di lui, in modo non troppo velenoso, a ben vedere.
Ora, il problema è che ultimamente la sua testa è tutta presa dalla sua missione di protezione di Cat e delle sue ossa, e Hutch non è mai stato troppo bravo a dividere il cervello in compartimenti stagni e avere più di un paio di pensieri in atto alla volta. Quindi: che diavolo avrà scordato, nel frattempo? Non ne ha la più pallida idea, accidentaccio!
Stringe le labbra in una smorfia seccata e contrita, prima di dare il proprio responso. «Mi sa di sì» ammette desolato.
«Oh… Capisco. Forse, dopo tutto, non era poi così importante» pondera pacato.
Eppure nel tono della sua voce Hutch ha notato qualcosa che stona con l'apparente distacco che ha inteso metterci. Sembrava… deluso? Cosa diamine può aver dimenticato? Dannazione, a giudicare dall'interesse di Cat doveva avere qualche importanza, per lo meno ai suoi occhi. Allora, cosa? Si sta spazientendo, è un fatto.
Una delle stampelle slitta sul lastricato umido. Hutch scatta in avanti e posa una mano sulla schiena di Cat, evitandogli l'ennesimo capitombolo.
«Tutto a posto?» si accerta, suo malgrado con il cuore in gola.
«Sì. Grazie» soffia questi.
Il palmo di Huch ancora appoggiato fra le sue scapole può avvertire distintamente il battito accelerato di Cat. Gli gira attorno per ritrovarsi di fronte a lui e verificare che le sue parole di rassicurazione corrispondano al vero. Il ragazzo ha le gote arrossate. Non ha idea se per gli sforzi degli ultimi minuti oppure… Lo sguardo si sofferma qualche attimo di troppo sulle sue labbra, un istante dopo la punta della lingua di Cat guizza fuori e le umetta. Sgrana gli occhi e affanna. Poi rammenta.
«Oh, cazzo» rantola, impreparato.
«Hutch?»
«Io… Io… Ah, l'avevo… scordato.»
«Avevi? Vuol dire che ora…»
«C-Cat?»
«La risposta è sì» afferma categorico.
Hutch geme. Rabbrividisce. Poi si fa accosto, posa una mano in fondo alla sua schiena e l'altra sulla sua nuca. Un momento dopo geme di nuovo, intossicato dal suo profumo, dal suo sapore e dalla consistenza della sua bocca.
«Gesù» soffia sulle sue labbra. Sbatte le palpebre, prova a frapporre una certa distanza tra sé stesso e Cat (azione resa difficoltosa dai propri desideri più o meno consci) e si schiarisce la voce. «È tutto a posto?»
«Sì, io… Puoi farlo di nuovo? Per favore» soffia contro il suo pomo d'adamo.
«Tutto quello che vuoi» sospira felice, riprendendo la sua sacra attività da dove l'aveva interrotta.
Alcuni minuti dopo, per quanto contrariato, si sente in dovere di porre fine, almeno per il momento, alla loro reciproca esplorazione.
«Penso che dovremmo rientrare» fa presente a malincuore.
Crucciato, Cat emette un bizzarro gorgoglio che sa tanto di disappunto. «Non credevo lo avrei mai detto, ma tu pensi troppo.»
Hutch scoppia a ridere e, con sollievo, nota un divertito stirarsi di labbra anche da parte di Cat.
«Non è che io voglia, sai. Ma siamo comunque in mezzo a una strada, per quanto piccola e poco trafficata. Non mi sorride per nulla l'idea di essere interrotto e…»
«Giudicato» completa per lui Cat.
«Sì, quello» conferma asciutto.
«Va bene. Hai ragione, lo so che ce l'hai. E odio che tu ce l'abbia. D'accordo» sbuffa, visibilmente infastidito.
«Cat» mormora, accarezzandogli una guancia.
«Non sono abituato a farmi dire quel che devo fare, come, dove, quando e con chi. Merda» sbotta amareggiato.
«Lo so. Mi dispiace» offre contrito.
«Hutch, no. Non ce l'ho con te. È solo che… è tutto così nuovo per me. Sono abbastanza confuso e… Non so nemmeno se quel che sento è giusto, capisci?»
Hutch impallidisce e boccheggia. «Cosa?»
Cat a sua volta sgrana gli occhi. «Non volevo dire… Cristo, scusa. Non intendevo quello. Cercavo di…di spiegarti che…» Trae un respiro difficoltoso. Una mano si strofina sulla tempia che pulsa dolorante. «Hutch, sai quando mi parlavi di quella storia del non passare inosservato, laggiù sul fiume? Quando ti ho detto che no, nessuno mi aveva mai fatto notare quel che per te sembrava così evidente.»
«Sì» pigola Hutch, molto confuso, e molto spaventato.
«Bene. Quel che intendevo è che… Quella volta, quando mi hai baciato…» Deglutisce, nervoso. Annuisce, sembrando prendere coraggio. «Non mi era mai capitato, in precedenza. Intendo che quella era la prima volta che qualcuno mi baciava e… e tutto il resto.»
«Il… il resto?»
«Il resto, sì. L'essere stretto fra le braccia di qualcuno. E… e l'essere accarezzato. Il resto, insomma. Dannazione!» sbotta sfinito.
Hutch cruccia la fronte, perplesso. «Tu… non…» prova, indeciso. Poi spalanca gli occhi. «Oh!» esclama, sorpreso. «Cazzo» soffia, mezzo tramortito dalla notizia. «Avresti… potuto parlarmene. Non ne sapevo nulla» pigola in protesta, tremando all'idea di quel che potrebbe aver pensato Cat di lui.
«Era troppo imbarazzante» sibila scontento.
«D-d'accordo. Va bene» soffia, anche se non va bene proprio per niente. E un pensiero, improvviso e terribile, lo investe lasciandolo di nuovo a boccheggiare. «Oddio, ho…»
«No» lo blocca, impedendogli di andare oltre con quell'idea sgradita. «Se fosse stato il caso, lo avresti saputo in maniera chiara e inequivocabile, te lo assicuro.»
«Oh» geme, di sollievo e costernazione insieme.
«E di certo non ti avrei chiesto di ripetere il… il… Quello» borbotta, con le gote arrossate, nonostante tutto imbarazzato.
Hutch si lascia sfuggire un sorriso intenerito. «Quindi, se io…» fa scivolare le dita sul suo zigomo, fino alla mascella «faccio questo, a te non dispiace?» indaga, osservando Cat socchiudere gli occhi e sporgersi verso la sua mano.
«N-no. È… piacevole» mormora rapito dal movimento.
«Bene. Allora, se davvero non ti dà noia, vorrei approfondire questa questione del piacevole. Ma non qui. Torniamo a casa, d'accordo?»
«D'accordo» soffia, cercando con una certa difficoltà di schiarirsi le idee al momento un po' brumose. «Fai strada?»
Hutch ridacchia. «Meglio di sì, così evitiamo di finire sotto un tram.»
«Molto divertente» borbotta Cat, arricciando il naso di stizza.
