È trascorso ormai più di un mese da che sono giunti a New Orleans. La gamba di Cat sta guarendo bene. Certo, ha comunque bisogno di utilizzare le stampelle (ormai piuttosto logore, viste le mille e una avventura che hanno vissuto nelle mani del ragazzo) dato che non può ancora appoggiare il peso sulla sinistra, ma riesce a piegarla senza difficoltà e senza avvertire dolore (non troppo, per lo meno). Hutch è molto soddisfatto dei progressi fatti. Cat, beh, anche lui lo è di certo, solo che non lo dà a vedere. Ma Hutch ha fatto del proprio meglio per distrarlo dai suoi crucci più pressanti e, senza falsa modestia, ritiene di aver fatto un ottimo lavoro questa volta.
«Hutch.»
L'interpellato si volta di scatto, trovandosi Cat proprio di fronte. Come diavolo abbia potuto avvicinarglisi tanto senza farsi sentire, è un vero mistero.
«C'è mancato un pelo che mi facessi venire un infarto, sai. Dovresti essere meno silenzioso.»
«Faccio del mio meglio per esserlo. Se non apprezzi i miei sforzi non ci posso fare granché» risponde per le rime, condendo il tutto con un sogghigno sfrontato.
"Impertinente canaglia" protesta fra sé. Come sempre, tuttavia, non sa tenere a lungo il muso a quel perfido ragazzaccio.
«Bene. Che cosa ti serviva?» si risolve a chiedere.
«Nulla di ché. Vorrei che mi accompagnassi a fare una passeggiata.»
L'interesse di Hutch si riaccende di colpo. «Mi piacerebbe. Dove avevi intenzione di andare?»
«Bourbon Street.»
Hutch aggrotta la fronte, indeciso. «Perché ho l'impressione di aver già sentito questo nome?»
«È una zona famosa» si limita a offrire Cat come unica spiegazione.
E nonostante Hutch abbia la netta sensazione che gli stia volutamente nascondendo qualcosa, decide di far finta di nulla e accettare l'invito di Cat. Nel peggiore dei casi, se non altro, sarà al suo fianco per evitare che le cose si mettano male.
«D'accordo. Per me va bene. Vuoi andarci adesso?»
«Prima ceniamo, direi.»
«Come preferisci» acconsente Hutch, mentre la sgradevole sensazione si fa più nitida e pressante.
Un paio di ore dopo Hutch ha compreso con certezza il motivo dei suoi timori, e anche il perché Cat sia rimasto così sul vago. Mal al diavolo, ormai è tardi per i ripensamenti, e comunque l'amico non sembra intenzionato a tirarsi indietro, quindi anche nel caso in cui avesse desiderato tornarsene alla tranquillità del loro alloggio non se ne farà comunque nulla, non se Cat è deciso a rimanere in quel posto (e lo è, a giudicare dal suo attuale atteggiamento). Una cosa, però, la vuole proprio sapere.
«Cat.»
«Dimmi.»
«Perché siamo qui?»
Cat solleva lo sguardo, puntandolo sulla facciata del locale davanti al quale li ha condotti la carrozza, piega la testa di lato, la sua bocca si arriccia in una stranissima espressione che Hutch non riesce a decifrare.
«Perché l'ultima volta avevo solo dieci anni e una certa quantità di proibizioni. Adesso è diverso.»
La spiegazione, se tale può essere considerata, non concorre affatto a tranquillizzare Hutch. «Cat, non vorrei rovinare i tuoi piani (di nuovo), ma… Sei cieco.»
«Nh… Non mi dire» replica con pesante sarcasmo.
Un piccolo gemito sfugge a Hutch. «Per favore, almeno spiegami, prima di incasinare tutto» lo supplica.
Lo vede tendersi. È evidente che non ne abbia l'intenzione, ma d'altra parte a frenarlo c'è il problema che difficilmente potrebbe davvero agire in qualche modo da solo. Questo lo costringe a considerare l'idea di fermarsi e condividere i suoi pensieri con Hutch. Una prospettiva non molto allettante dal suo punto di vista.
Hutch gli si fa più accosto, senza tuttavia invadere il suo spazio vitale, dato che non è il luogo né il momento adatto per eccedere in tal senso.
«Non ho intenzione di lasciarti da solo. Però, ti prego, parla con me.»
Abbassa la testa, gli occhi puntati sul lastricato ai suoi piedi. Sospira, visibilmente amareggiato. «Forse, dopo tutto, è stata una pessima idea» mormora.
La schiena di Hutch si irrigidisce. Si porta di fronte all'amico e posa le mani sulle sue spalle. «Cat, ascolta. Qualunque sia la questione rimasta in sospeso con questo posto… Cat, Cat, stammi a sentire, per favore. Non voglio impedirti di fare ciò che credi giusto. Voglio solo impedire che ti accada qualcosa di brutto, capisci?»
Ha ancora le labbra strettamente serrate quando, a malincuore, annuisce. «Sì, è chiaro.»
«Bene, perché desidero che tu sappia che puoi contare su di me, in ogni caso.»
Cat solleva bruscamente la testa, confuso e sorpreso. «Ma non… non hai idea di quel che devo…»
«Oh, lo so bene. Ed è appunto per questo motivo che ora noi andremo in un posticino tranquillo e tu mi farai un riassunto chiaro e preciso di quel che sta succedendo. Dopo di che, se sarai ancora dell'idea, ce ne torneremo qui e faremo quel che c'è da fare. D'accordo?»
Un sottile brivido scuote Cat. Deglutisce, nervoso. «D'accordo» accetta infine, titubante ma comunque comprendendo di non disporre di altre carte vincenti nel proprio mazzo.
«D'accordo» conferma Hutch, sospirando almeno in parte sollevato.
Hutch tiene aperta per Cat la porta di un caffè nelle vicinanze del locale incriminato con un gesto inusualmente galante. Cat non se ne dà troppo pensiero perché non può notare l'azione, ma qualcuno degli avventori si volta verso i nuovi arrivati, riservando loro occhiate in tralice. Hutch se ne frega sfacciatamente, solleva il mento e lancia all'assemblea un'occhiata di sfida, prima di cercare per sé e per l'amico un tavolino abbastanza appartato nel quale accomodarsi per chiacchierare in santa pace.
«Vuoi qualcosa?» si informa in tono gentile.
Socchiude le labbra, incerto. «Non so. A tua discrezione.»
È evidente che non era affatto preparato, né a un'uscita tranquilla in un locale rilassante né tanto meno a dover mettere le carte in tavola. Hutch è tuttavia deciso a non darsene troppo pensiero. Ormai ha stabilito il da farsi e non cambierà strada solo perché nell'aria c'è parecchio imbarazzo che circola.
«Penso che prenderò un caffè. A te va bene?»
Cat si limita ad annuire, già troppo immerso in pensieri che, a giudicare dalla sua espressione, devono essere tutt'altro che lieti.
Sorbisce un sorso della sua bevanda e osserva brevemente Cat. «Ti ascolto» propone con voce delicata e quieta.
L'amico trae un lungo sospiro. «È un po' complicato» annuncia ancora titubante.
Hutch sorride. «Cosa non lo è, con te? Ma sto imparando l'arte della pazienza, quindi prenditi pure il tempo che ti serve.»
Le mani di Cat sono strettamente avvolte attorno alla ceramica calda della sua tazza. Sembra parecchio irrequieto. Se ci fosse meno gente attorno probabilmente allungherebbe un braccio e poggerebbe una mano sulle sue. Ma è più opportuno evitare, in quel caso.
«Come ti dicevo, è accaduto tredici anni fa. Ero qui con mia madre. Lui… Mio padre non ci aveva ancora raggiunti, aveva impegni che dovevano trattenerlo… uh… altrove.» Solleva gli occhi su Hutch. È un'azione istintiva, non lo può scorgere, ma lo fa cercando di attirarne l'attenzione, e il gesto funziona. «Cantava, mia madre. Nei locali.»
«Come quello di prima» comprende Hutch.
«Giusto. Quello, però, è differente.» Ancora tentenna. La sua voce si è incrinata sull'ultima parola. Questo mette in allarme Hutch.
«In che modo?» indaga impaziente.
«Si tratta dell'ultimo luogo in cui ha potuto esibirsi come cantante.»
