Sono almeno cinque minuti che Hutch non riesce a smettere di fissare Cat con un misto di orrore e fascinazione. Un paio di volte ha provato a tornare in sé e distogliere l'attenzione dall'altro, magari aprire la bocca per chiedere chiarimenti. A quanto pare il suo cervello non si sente ancora pronto al passo avanti che ciò comporterebbe. Quindi attende, sperando che non si riveli troppo lunga.
«Hutch?»
La voce di Cat produce sempre effetti inattesi su di lui. Questa volta crede di dover assistere alla scena dei propri occhi che balzano fuori dalle orbite e, rotolando giù, rimbalzano sul parquet del caffè in cui si sono rifugiati.
«Ehm… Sì?»
«Non saprei. Stavo aspettando qualche parola da parte tua, ma è già da parecchio che sei in silenzio e, se devo essere onesto, non è da te. Di solito mi sommergi di commenti, anche a sproposito.»
Vorrebbe protestare, ma sa che quel che ha detto corrisponde a verità, per lo meno nella maggior parte dei casi. Vorrebbe anche dire qualcosa di intelligente, ma in quel momento sente che il suo cervello non è correttamente collegato alla sua bocca e che potrebbe farne davvero uscire parole a sproposito. Forse è meglio fare silenzio?
Cat è stranito e, deve ammetterlo almeno con sé stesso, un poco preoccupato. Ha provato a stuzzicarlo, per ottenere una sua reazione, ma stavolta non ha funzionato. Hutch è rimasto silenzioso e sente che, in qualche modo, la responsabilità è sua. Si rende conto che dovrà essere lui, in questo caso, a parlare. E forse è giusto così, dopo tutto. Sospira, abbastanza contrariato, soprattutto nel prendere atto che non può affibbiare la colpa a nessun altro se non a sé stesso.
«Immagino tu voglia più dettagli. D'accordo. Prima di tutto vorrei tenessi conto del fatto che sì, ero presente, ma non sono del tutto certo di aver completamente compreso come sia andata; nessuno si è preso la briga di spiegarmelo e io… ero abbastanza ingenuo, a quei tempi.»
Attende qualche momento, sperando in un genere di reazione, un commento idiota, qualcosa. Ma il niente è quel che ottiene. Stira le labbra per l'amarezza. Può darsi che abbia tirato troppo la corda, ultimamente? Rassegnato, si appresta a continuare la spiegazione.
«Mi trovavo in un angolo del locale. Di solito mi scaricavano in posti fuori dai piedi, in quel caso ero nell'angolo posteriore rispetto al palco. Non mi sono reso conto di granché, all'inizio, perché stavo ascoltando mia madre cantare e… Immagino che qualcuno abbia perso le staffe, ma ho notato i movimenti strani solo nel momento in cui il trambusto della clientela è diventato più rumoroso dell'esibizione sul palco. Sono sicuro che invece mia madre avesse già visto che qualcosa non andava. Poi…»
Raccoglie una gran boccata d'aria. Il suo caffè è finito, ormai, e avrebbe un gran bisogno di un'altra tazza calda da trattenere fra le dita gelate.
«N-non lo so, con certezza, quel che è realmente capitato. Ricordo il nero tinto di rosso e un frastuono metallico. Quando ho riaperto gli occhi (che non ricordavo di aver chiuso) eravamo stesi sul pavimento in cotto, io e mia madre. Avevo le sue braccia avvolte attorno, credo cercasse di ripararmi la testa. La sua perdeva sangue. C'erano altri avventori in condizioni simili alle nostre, e il baccano provocato dalla probabile lite non era affatto concluso. Ero spaventato; non sapevo se tentare di fuggire o rimanere per proteggerla. Lei… non si muoveva, non ero neppure sicuro se ancora respirasse. Ma alla fine sono rimasto, non potevo abbandonarla, capisci? E…»
Affanna. Il maledetto buio davanti ai suoi occhi non gli lascia nemmeno la speranza di trovare uno spunto visivo che possa placare il suo cuore. I suoi denti stridono. Erano anni che non si permetteva di tornare coi pensieri a quella sera. Ma la sua recente permanenza in quella stessa città lo ha in qualche modo costretto a rifarci i conti, ed è piuttosto spiacevole.
«Cat?» mormora la voce gentile di Hutch.
Non se lo aspettava, troppo preso nel gorgo dei ricordi. Trasale, balzando involontariamente dalla sedia, e geme per la fitta di dolore che gli rimanda la gamba. La punta delle dita di Hutch sfiora il dorso della sua mano e non riesce a frenare un tremito di angoscia.
«Cat.»
Adesso la voce di Hutch è più vicina. Dev'essersi alzato dalla sua sedia senza che se ne rendesse conto. Qualche momento dopo ha la nuca imprigionata nel grande palmo di Hutch e la fronte poggiata alla sua. Le sue dita, che solo a vederle sembrano troppo grossolane per compiere qualunque lavoro che richieda attenzione, cura e precisione, gli accarezzano i capelli e la punta delle orecchie con una tale dolcezza che quasi lo fa scoppiare in lacrime. Si morde le labbra con forza per impedirselo, ma è cosciente che si tratta di un errore nell'istante stesso in cui avverte il lieve sentore dolciastro e metallico del sangue.
«Ti prego, Cat. No» soffia Hutch contro quelle stesse labbra.
«Non doveva essere così difficile» mormora in un singulto strozzato.
Il rumore di alcune sedie che si spostano sfregando contro il pavimento lo fa sussultare. Si scosta bruscamente infrangendo il loro piccolo bozzolo privato ed è allora che li sente: bisbigli, alcuni fin troppo rumorosi per pretendere quella definizione. Incamera ossigeno con un gesto aspro e doloroso.
«Gli… altri…» prova esitante.
«Possono pure impiccarsi, per quel che mi importa» è la dura replica.
Comprende con facilità la sommessa rabbia di Hutch, e sente di poterla perfino condividere. Tuttavia questo non porterà loro alcun bene.
«Purtroppo importa. E non apprezzo l'idea di metterti nei guai più ancora di quanto già io abbia fatto (e probabilmente farò in futuro).»
«Molto gentile da parte tua mettermi in guardia. Ma dimentichi che posso badare piuttosto bene a me stesso. E anche a te, se me lo chiedi.»
Quest'ultima frase è stata pronunciata con un'intonazione piuttosto suggestiva e Cat ha la netta impressione di essere arrossito, non per la prima volta da ché quel loro nuovo quanto bizzarro legame ha avuto inizio.
«Non qui» sibila scosso.
E può quasi sentirlo, il piccolo sorriso deliziato che sfoggia Hutch. Sbuffa, seccato e molto imbarazzato.
«Lo vuoi sentire oppure no, il resto?» domanda irritato.
«Dipende da te. Vuoi parlarmene?»
Ottima domanda. Vuole davvero parlarne con lui? In realtà preferirebbe non parlarne affatto, con nessuno. Ma ormai ha coinvolto l'amico in questa storia, sapendo bene di non poter agire da solo, non nelle sue attuali condizioni, pertanto ritiene che debba sapere a cosa va incontro. Inoltre si scopre a riflettere che se mai avesse davvero avuto intenzione di farne parola con qualcuno, ebbene, quel qualcuno sarebbe stato sicuramente lui; di chi altri avrebbe potuto fidarsi a sufficienza?
«Non posso fare altrimenti.» E non sa neppure se lo sta dicendo a Hutch oppure a sé stesso.
«Potresti, invece. Non ti sto certo puntando addosso una pistola. Cercavo solo di capire, per… beh, per poterti proteggere con più efficacia. Quindi, fa' come credi meglio.»
Ora lo sente spostarsi. Sta evidentemente tornando alla sua sedia. Qualcosa nel suo petto punge, come un senso di… perdita? Da quando è finito a pezzi su quella dannata collina ha quasi l'impressione che una parte di lui sia tornata a essere quel ragazzino disorientato e spaventato, e per contrastare quella sua scomoda parte così fragile e instabile si ritrova a dover far violenza su sé stesso per spingersi avanti e affrontare ogni singolo giorno come avrebbe fatto il suo vecchio io. E fa un male del diavolo.
