«Mio padre disse che sarebbe stato meglio se fosse morta.»

Hutch, non per la prima volta durante quella sera, sgrana gli occhi.

«Che cazzo!» sbotta allucinato.

Solo dopo, quando guardandosi attorno innervosito si rende conto di essere oggetto della sgradita attenzione di gran parte della clientela, si ritrova a pentirsi della propria boccaccia e tenta di farsi piccolo. Missione affatto semplice. Cat, dall'altra parte del tavolo, sogghigna. Il bastardo.

«Già, beh, non si poteva certo definirlo una persona sensibile e comprensiva. In effetti il mio problema con l'acqua deriva direttamente da lui. Ah, no! Questa sera scordatelo. Ho già un paio di problemi per le mani. Non sono in vena di crearmene ulteriori» lo blocca, avendo ben compreso la sua intenzione di fargli il terzo grado riguardo quel mistero acquatico.

«Sensibile è l'ultima parola che avrei utilizzato per descriverlo. Sembra più che altro un gran figlio di puttana» borbotta, stavolta a voce bassa per evitare di dare ulteriormente spettacolo.

Cat incurva un sopracciglio, sembrando impressionato. «Niente male. Sì, ritengo che il tuo verdetto sia piuttosto calzante. Personalmente me ne sono andato prima di avere il tempo di farmi un'idea definita su di lui. Ma negli anni ho appurato che sì, è come l'hai definito tu poco fa, forse persino peggio. Ma, che dire, non si può scegliere da chi nascere, giusto?»

«Purtroppo no» concorda Hutch. «Prosegui pure. Troverò un altro momento e un altro modo per strapparti altre informazioni di questo tizio.»

«Prospettiva angosciante» considera, decidendo comunque di procrastinare quell'ulteriore preoccupazione. «A ogni modo lui giunse decisamente tardi e, devo dirtelo, non si rivelò granché utile. Tutt'altro in effetti. Eravamo in una situazione abbastanza precaria, e i proprietari del posto, invece di preoccuparsi delle condizioni della loro clientela e del loro personale, evidentemente stufi di tutta quella baraonda e decisi a dare un taglio netto al problema, buttarono fuori tutti quanti, a eccezione delle guardie e, credo, di quelli che si occupavano delle pulizie, in caso contrario avrebbero dovuto prendere in mano loro la noiosa mansione di ripulire il disastro. Alcuni degli sfrattati tentarono qualche protesta, quelli ancora in piedi per lo meno, ma senza troppa fortuna. Oggi non credo agirei nello stesso modo, ma allora avevo ancora qualche vaga speranza nella coscienza o al peggio nella razionalità della gente. Adesso temo non me ne sia rimasta granché. Tu che ne dici?»

Hutch scuote la testa, frastornato. «Direi di no. Ancora mi stupisco che tu stia ad ascoltarmi, certe volte. No, mi correggo: mi ci stupisco sempre.»

Il sogghigno di Cat, questa volta, riesce a far sorridere anche lui. «Ho imparato qualcosa, negli ultimi anni. Qualcosa che prima non sapevo.»

«Io non sono una minaccia.»

Reclina il capo di lato, e il sogghigno sfuma, divenendo un tenue sorriso. «No, non credo tu lo sia. Per lo meno, non per me. Te l'ho già detto, giusto? Tu sei differente da chiunque io abbia conosciuto. Ti preoccupi per me.»

«Questo è naturale. Siamo amici» protesta Hutch.

«Lo siamo, sì. Ma sbagli quando dici che è naturale. Nella mia esperienza ho appurato, soprattutto a mie spese, che non è affatto scontato. Proprio il contrario, in effetti. Per questo ho impiegato così tanto tempo per decidere che potevo fidarmi di qualcuno. Di te. Ma non sono io a essere speciale, sai. No, quello sei tu. Tu riesci a vedere le persone, oltre ciò che è apparenza, e a stabilire se dar loro la tua fiducia e il tuo sostegno. In caso contrario non si spiegherebbe il motivo per il quale ti trovi qui, con me.»

«No. Non è così.»

«Ah no? Strano, eppure lo hai dimostrato in diverse occasioni.»

Hutch scuote la testa, contrariato. «Non parlo di me, ma di te. Io posso essere ingenuo, spesso. Sai che è così. Quando e se vale la pena credo di potermi permettere di dare una possibilità. Alla peggio corro ai ripari. Ma tu… tu rimani ad ascoltare, osservi il modo di agire, poi decidi il da farsi. A volte non è la scelta più giusta, ma non posso affermare che non sia valutata con attenzione e giudizio. Quindi, per favore, smetti di sminuire te stesso in questo modo.»

Cat sfoggia un piccolo broncio. Sembrerebbe troppo malato se affermasse che è assolutamente delizioso? Forse sì. Meglio evitare di rendersi troppo ridicolo, ha già ampiamente dato quella sera.

«Coraggio. Spiegami com'è andata a finire. Perché immagino non fosse quella la conclusione della serata, giusto?»

«No, hai ragione. Le cose non si sono messe meglio, in effetti. Rammento che cercai di attirare l'attenzione sulle condizioni di mia madre (e anche di alcuni degli altri che così, a prima vista, sembravano messi peggio), dapprima rivolgendomi direttamente ai proprietari del luogo, ma fui ignorato e non mi riuscì in nessun modo di rientrare all'interno del locale, così tentai con i tizi che erano a guardia del posto. In quel caso non ebbi la fortuna di essere ignorato.»

Hutch, a quella premessa, non può fare a meno di tendersi, già piuttosto angosciato dal probabile esito. Ancora una volta decide di tacere, lasciando che sia Cat a portare a termine il racconto.

«Stavano… Non sono sicuro di come poterlo spiegare. Penso di poter supporre che stessero, ehm, sedando gli animi degli ultimi disturbatori, se così vogliamo dire. Al mio primo tentativo si limitarono a spingermi via. A quel punto ero abbastanza disperato e… Con il senno di poi si è sicuramente trattato di un errore di valutazione da parte mia, ma allora, in quel momento, non sapevo cos'altro fare e… e quindi feci un nuovo tentativo, nonostante i precedenti per nulla promettenti.»

«Ti hanno fatto del male» ringhia, affilando lo sguardo. Non è neppure una domanda.

Cat sbuffa una leggera risata dal suono isterico. «Non è stato piacevole, se è quel che vuoi sapere. E, peggio ancora, non è servito a nulla. Mia madre quella volta non è morta per un puro miracolo, non certo perché qualcuno ha mosso il culo per aiutarla. Alla fine… Ci sono stati momenti, nei due anni che hanno seguito quella sera, in cui ho pensato di poter dar ragione a mio padre.»

«Cosa vuoi dire?» chiede, spiacevolmente sorpreso.

«Lei non era più la stessa persona che avevo conosciuto fino ad allora. Era come… spenta. Non ha più cantato, neppure a casa. Come se fosse spezzata. Spesso sentivo di essere responsabile per quel silenzio. Di sicuro mio padre la pensava così, e non ne ha mai fatto mistero.»

«Ho già accennato al fatto che quell'uomo è un gran bastardo?» bercia Hutch amareggiato.

«Giusto in un paio di occasioni» commenta con un piccolo sogghigno tentennante.

«Meraviglioso. È ancora vivo?»

Cat cruccia la fronte, interdetto. «Non ne ho idea. Non lo vedo da…. direi da poco meno di un anno prima che noi due ci incontrassimo. Non credo sia importante.»

«Oh, lo è. Nel caso ho in mente un paio di idee per rimediare.»

«Hutch… Stai dicendo quel che penso?» cerca di assicurarsi, a disagio.

«Dipende.»

«Nh! Da cosa, se è lecito?»

«Da quel che avrai da dirmi riguardo tutto il resto, per cominciare. E poi, beh, anche da quanto ci tieni a questo tizio.»

Cat impallidisce in modo talmente repentino che Hutch ha non solo la certezza di aver detto la cosa sbagliata, ma anche il timore che possa sentirsi male. Diavolo, dopo tutto quel che è accaduto, dovrebbe andarci più piano. Accidenti alla sua maledetta boccaccia!

«Cat?» bisbiglia apprensivo.

«Tenevo a mia madre. Ma è morta. Due anni più tardi. E… Forse nemmeno si ricordava chi fossi, quando se n'è andata.»