«Mi dispiace. Non avrei dovuto» ammette Hutch, avvertendo dentro di sé un profondo malessere.
«Hutch» soffia Cat, scuotendo la testa con evidente mestizia, «tu non hai nessun tipo di colpa in questa storia. E capisco quel che stavi cercando di fare: provavi a proteggermi, come sempre.»
«Sì, ma in modo maldestro.»
«Come sempre. Appunto» rimarca, accennando un minuscolo sollevarsi di un angolo della sua bocca.
Hutch gonfia le guance, offeso. Ma la scintilla di quel sentimento ha vita breve e scompare come un fuoco fatuo.
«Quindi, che cosa vuoi fare, ora?» si informa teso, deciso a fornire il proprio contributo.
«In questo momento? Non lo so proprio. All'inizio della serata avevo le idee piuttosto chiare. Almeno, è ciò che credevo. Ma mi hai trascinato in questo posto e obbligato a riflettere mentre tentavo di spiegarti le mie ragioni.»
«E, se posso dirtelo, hai una pessima cera.»
«Già, lo immagino. In effetti mi sento abbastanza da schifo» ammette esausto.
«Permettimi di riaccompagnarti a casa, Cat. Sembra che tu abbia un gran bisogno di riposto. Ti prometto che, se domani mattina sarai ancora dello stesso parere, ti riporterò di fronte a quel locale ed entrerò assieme a te.»
«È una proposta che, devo ammetterlo, non è priva di attrattive» considera pensieroso. «Sei certo di volerlo fare?»
«Altroché» assicura granitico.
Cat annuisce. «Bene. Hai vinto tu.» Reclina la testa di lato, sembrando occupato in un ragionamento. «Hai notato che ultimamente accade con maggiore frequenza?»
«Che cosa?» si sorprende Hutch.
«Che tu riesca a spuntarla in una discussione.»
Sbuffa una mezza risata. «Non sembra così strano, dopo tutto. Non sei certo nella tua forma migliore.»
«Stai sottintendendo che se potessi contare sul me stesso di prima le cose andrebbero diversamente?»
«Ho pochi dubbi in merito.»
«Mh. Io, al contrario, qualcuno ce l'ho.»
«Non capisco.»
«Nell'ultimo periodo si sono susseguiti molti cambiamenti. Non sono sicuro di poter mai più essere quello che ero in precedenza…»
«Cat!» protesta Hutch, scosso.
«No, aspetta, lasciami spiegare. Non intendevo fisicamente. Quella è ancora un'incognita, lo sappiamo entrambi; non c'è nulla di davvero sicuro. Quel che volevo dire, piuttosto, è che il mio modo di pensare, di ragionare, di sentire, è differente, ora. Non posso affermare che sia migliore o peggiore, solo… diverso. Capisci?»
Grugnisce, suo malgrado contrariato dalla piega presa dal loro discorso. «Penso di sì. Ma non so se mi piace quel che sto pensando, né quel che stai pensando tu.»
Cat ride. Una risata soffice e delicata capace di illuminare i suoi occhi ciechi. «Va bene. Suppongo sia giusto così. Ma non sono l'unico a essere differente, sai.»
«Pensi che io sia cambiato. Ma a me non sembra affatto» si intestardisce.
«Cambiare non è sinonimo di peggiorare. Nel tuo caso, per esempio, è l'esatto contrario.»
«Non sembra una brutta cosa» ragiona, incerto sullo scopo di quel che sta provando a spiegargli Cat.
«Non lo è, infatti.» Sospira, si contorce con cautela sulla sedia, e un piccolo gemito sfugge alle sue labbra.
«È il caso di andare, ora. Ne riparleremo quando sarai meno affaticato.» Senza attendere risposta, si alza, girando attorno al loro tavolo, e aiuta Cat a rimettersi in piedi. «Ce la fai?»
Annuisce. È un po' dolorante e abbastanza stanco, ma uscire e prendere un mezzo di piazza non sembra un progetto troppo al di sopra delle sue possibilità.
«Immagino di sì» conferma, avanzando un po' claudicante tanto da sembrare brillo.
Prima che riesca a raggiungere l'entrata, tuttavia, un braccio di Hutch gli avvolge i fianchi e Cat sospira più rilassato, sapendo che, a dispetto di quel che potrebbe attenderlo, l'amico non permetterà che qualcosa di brutto gli capiti. È piacevole avere questo genere di certezze, per una volta; lo fa sentire stranamente sereno, in un modo in cui non si era mai sentito in precedenza.
«Ma guarda. Finalmente di ritorno» li accoglie Maloney con una marcata nota di ironia nella voce, al loro rientro.
«Non ci attendevate mica alzato, spero» risponde a tono Hutch.
Accompagna Cat fino al sofà. Il ragazzo ansima appena, poi sospira di sollievo. Maloney lo osserva con maggiore attenzione, notando chiari segni di affaticamento. Ha una mezza intenzione di dire la sua, ma un'occhiata di avvertimento da parte di Hutch lo induce a desistere.
«Ho una novità» comunica il dottore.
Doveva essere un annuncio entusiasta, ma per qualche ragione l'atteggiamento dei suoi due compagni di avventura gli ha tolto un po' dello slancio e della soddisfazione iniziale che intendeva metterci. Per questo ne è uscito una sorta di avviso monocorde, quasi in attesa del permesso scritto per essere chiarito.
«Speriamo che sia buona» commenta Hutch, la cui serata è stata abbastanza ingrata.
Maloney si stringe nelle spalle. «Sta a voi giudicare, in fin dei conti. Alcuni giorni addietro ho spedito un telegramma al dottor Gregory Pearce. Questa sera ho ricevuto la sua risposta. Ritiene che sia preferibile attendere ancora qualche mese, al fine di stabilizzare le condizioni dei vostri occhi. Inoltre è piuttosto oberato di lavoro di questi tempi, quindi difficilmente potrebbe visitarvi prima di dieci settimane, almeno. Ho giudicato opportuno discuterne direttamente con voi, prima di dargli una risposta. Se preferite…»
Un'altra occhiataccia da Hutch, perfino peggiore della precedente, gli suggerisce che è il momento di tacere. Sprofonda docilmente nella sua poltrona e aspetta.
Mentre Maloney si rassegna ad attendere tempi migliori, Hutch è al contrario molto in pensiero per Cat, che durante la spiegazione del dottore ha gradualmente perduto il già scarso colorito che aveva guadagnato il suo incarnato nell'ultimo periodo positivo.
«Cat?» mormora incerto, e la sua inquietudine si fa più marcata quando lo vede trasalire al suono della sua voce. Scontento, si rivolge al dottore. «Ne riparliamo in un altro momento, Doc.» Ciò detto, raccoglie Cat fra le braccia e a passo spedito lo conduce in camera da letto, richiudendosi l'uscio alle spalle senza possibilità di appello.
Maloney sospira, confuso. Non ha capito granché di quel che è appena accaduto, e qualcosa gli suggerisce che non ne verrà a sapere altro per quel giorno. Chissà, forse la mattina seguente? Troppo ottimistico, con buona probabilità.
«Con un po' di fortuna domani sarà un giorno migliore» considera fra sé. «Buona notte» mormora alla stanza vuota, prima di raggiungere la propria camera.
