Dopo averlo aiutato a levarsi le scarpe e gli abiti più ingombranti, rimane a lungo a fissarlo senza sapere come esprimere a voce le proprie preoccupazioni né in che modo potergli essere di qualche aiuto.
«Cat» soffia molto piano, spaventato da quel silenzio surreale e doloroso.
«Sei qui.»
Hutch sgrana gli occhi e sposta la poltroncina sulla quale era in attesa più accosta all'amico. «Non potrei essere da nessun'altra parte. E neppure lo vorrei.» Altro silenzio segue il suo tentativo di rassicurazione. «Cat. Parla con me. Per favore. Non capisco quel che è accaduto di là in salotto.»
«Ho avuto paura» risponde in un mormorio appena udibile.
Interdetto, decide di approfondire il problema, se poi tale è. «Di cosa? Non sembrava una notizia cattiva. A parte il fatto che ci sarà da aspettare per un po'.»
«Lo so. Non è questo. Io… Finché ero bloccato a Las Cruces, praticamente inchiodato a un letto, non mi sono posto il problema di un futuro ancora troppo lontano e che, per quel che potevo saperne, avrebbe anche potuto non giungere mai. Ma ora è diverso: si profila di fronte a me non come un'eventualità, ma come un progetto chiaro e già avviato.»
«Va bene. Ma ancora non capisco. E lo so che magari è perché sono idiota, ma…»
«Hutch» sospira Cat, amareggiato. «Non è questo il motivo. Non puoi capire perché non sei nella mia testa e non hai idea di come funzioni. Non che io lo sappia per certo ogni volta, devo dirlo… Ma questa è un'altra faccenda e ora non è importante. La questione è che… che questo tizio sta in Francia, e il luogo che serve raggiungere è dall'altra parte di un intero, dannato oceano!»
Ancora Hutch sgrana gli occhi, stavolta del tutto conscio di quel che ha di fronte. «Oh» geme, costernato. E non hai idea di come abbia potuto non arrivarci prima. A posteriori era così ovvio. «Non ci avevo pensato. Mi dispiace» offre, a disagio.
Cat sbuffa una mezza risata. «Questo era abbastanza evidente. Ma, Hutch, non ti sto rimproverando di nulla.»
«Cosa? Per-perché?» balbetta disorientato.
«Perché non sei tu ad averne la responsabilità.»
«Ma nemmeno tu!» obietta con forza.
Cat stira un faticoso sorriso. Allunga una mano e a tentoni cerca quella di Hutch, il quale gli viene incontro senza indugio. «In effetti no, non ne ho neppure io. Però avevo il vantaggio della conoscenza.»
«Mh» mugugna Hutch, incerto. «Hai idea di come faremo?» La smorfia amareggiata del ragazzo gli dice chiaramente che no, non ce l'ha. «Posso esserti di aiuto, se me lo permetti» offre pieno di speranza.
«Doveva succedere, prima o poi. Non è così?»
«Cos'è che doveva succedere?»
«Che trovassi una maniera per estorcermi questa confidenza.»
Hutch arrossisce. Cat ovviamente non può rendersene conto, ma l'imbarazzo rimane comunque.
«Non è per metterti in difficoltà che te l'ho chiesto» protesta timidamente.
«Già. Questo in parte mi consola. Per lo meno non hai cercato di torturarmi con il solletico» ridacchia piano.
«L'ho fatto solo una volta!» si difende Hutch.
«Due, sciocco bestione smemorato. E per di più la seconda ben consapevole della tua orribile azione!»
«Pfff… Quanto sei melodrammatico. Te ne approfitti solo perché ora non lo posso fare» protesta, non potendosi comunque impedire un sogghigno divertito.
«D'accordo. Hai vinto tu, di nuovo. Inizia a essere una gran brutta abitudine, sai?»
«Chissà perché, sono certo che troverai il modo per rifarti» prevede Hutch non senza un piccolo brivido di anticipazione.
«Non sto più nella pelle» conferma Cat con un sorrisetto diabolico dipinto in viso.
È di nuovo in silenzio da parecchi minuti. Immagina stia cercando di stabilire cosa dire e come dirlo. Anche Hutch è nervoso, ma ha deciso che sarà molto paziente e che non gli farà alcuna fretta. Se ci provasse, d'altra parte, Cat diventerebbe un fottuto riccio molto incazzato e per niente disponibile ad aprire bocca, a parte per sputargli addosso veleno. No, grazie; meglio starsene buoni in un angolo e attendere i suoi tempi.
«È accaduto pochi giorni dopo la morte di mia madre. Non è che prima mio padre avesse mai avuto una gran considerazione per me, sia chiaro; solo che, dopo…»
Cat deglutisce e rabbrividisce. Hutch si rende conto che non sembra solo nervoso, ma piuttosto terrorizzato, e non saprebbe dire se dipenda dal ricordo oppure dall'idea di doverlo condividere. Non per la prima volta si trova a sentirsi inadeguato e crudele per averlo convinto a parlargli. Sta per aprire bocca, ma non è sicuro per dire cosa; forse per rassicurarlo e dirgli che non serve che gli spieghi nulla, che va bene così. Ma la verità la sanno entrambi: non va affatto bene così, ne sono ben lontani. Così tace, insultandosi mentalmente.
«In seguito alla scomparsa di mia madre ha, diciamo, cambiato tattica. Prima, a ogni occasione propizia, mi trascurava ed evitava. Dopo è diventato crudele, e invece di ignorarmi preferiva scovarmi ovunque mi fossi imbucato e dare sfogo a una piccola parte della sua rabbia, dopo di che tornava a scordarsi della mia esistenza a farsi i fatti suoi. È successo in una delle prime occasioni, quando ancora la sua collera non era un rimuginare sordo, ma qualcosa di vivo e bruciante. Allora non avevo ancora imparato a fiutare i guai e stargli alla larga.»
Ancora rabbrividisce. Hutch si riscuote un momento dal suo ascolto, accorgendosi solo allora di aver trattenuto il respiro e di essere rimasto a sentirlo praticamente paralizzato sul posto. Ma dato che non lo è più abbandona la poltroncina che lo ospitava un momento prima, si siede accanto a Cat e lo stringe fra le braccia.
«Tranquillo. Sono qui» mormora fra i suoi capelli.
Cat singhiozza una risata irrequieta e respira piano contro il suo collo. «Mi sono reso conto, in questo preciso istante, che se sette anni fa non ti avessi incontrato è molto probabile che non sarei riuscito a sopravvivere un altro anno ancora. È abbastanza ridicolo, se pensi che ero in giro da solo da nove mesi appena. Forse non sono mai stato troppo bravo nel prendermi cura di me stesso, dopo tutto.»
«Smettila. Sono stupidaggini» ringhia scosso.
«O magari avevo solo bisogno di qualcuno che mi considerasse una persona» ragiona fra sé, ignorando all'apperenza le parole di Hutch. «Ti sei mai reso conto che quando ricomparivo nella tua vita lo facevo con un problema al seguito?»
«Mh. Sì, quello l'ho notato. Non per niente ti ho soprannominato disgrazia» commenta divertito.
Cat ridacchia contro il suo collo, facendogli venire i brividi. «Ti farà piacere sapere, allora, che hai sempre avuto ragione al riguardo. Portavo da te le disgrazie perché non avrei mai saputo da chi altri andare per tirare il fiato e raccogliere le idee per risolvere il problema.»
Hutch chiude gli occhi e, per l'ennesima volta, maledice sé stesso, e non ultimo anche il tizio che Cat chiama padre. Le parole del ragazzo sono state pronunciate con leggerezza, ma gli hanno chiaramente fatto capire che non aveva la possibilità di contare su nessun altro. Pensare che a ogni sua visita non poteva fare a meno di irritarsi e aspettarsi valanghe di guai. A ragione, certo, ma non si è mai davvero soffermato sul perché capitassero a lui né sul perché dovesse metterlo per forza in mezzo ai suoi problemi.
«Perdonami. Sono solo uno sconsiderato» mugola contro la sua fronte.
«Non lo penso. Ho smesso da tempo di contare le volte in cui sarei stato perso senza la tua presenza, più o meno volontaria.»
«Meno, di solito» borbotta, guadagnandosi una risata sollevata.
