Gli prudono le mani, e anche la lingua, dalla voglia di chiedere di più. Ma sa anche bene che quel di più è qualcosa che in realtà Cat avrebbe preferito dimenticare già da tempo. Tiene gli occhi chiusi, il naso immerso nei suoi capelli, usando quel tempo per ritrovare equilibrio, per rassicurarsi della sua presenza, della pelle calda contro la sua, del suo respiro nervoso e del suono del suo cuore che batte regolare. Avrebbe una gran voglia di baciarlo, invece si accontenta di rinserrare la presa della sue braccia attorno a lui, perché non gli sfugga di mano com'è accaduto già altre volte in precedenza. Ma prima era un gatto selvatico; agile, veloce e dotato di artigli affilati. Adesso il suo passo è incerto e vacillante, i suoi occhi non vedono e la sua testa è incasinata da mille pensieri che cozzano fra di loro, confondendolo. Trattenerlo a sé è tanto semplice quanto fin troppo complicato.

«Ti amo, Cat.» mormora al suo orecchio.

Cat si tende nelle sue braccia, spalanca gli occhi e trae un brusco respiro. Poi le sue spalle si rilassano e torna a poggiare la tempia sul suo collo.

«Mi dispiace.»

Hutch aggrotta la fronte, non comprendendo. «Per che cosa?»

«Per non essere in grado di risponderti nel modo in cui vorresti. Ricordi, quando alla clinica ti ho detto di essere rotto? Ebbene, non dipende solo da quel casino sulla collina con Bill. La verità è che da molto tempo qualcosa dentro si è rotto. Ma non… Non ho idea di come poterlo riparare, Hutch. Capisci? Sono come di fronte a un cielo vuoto, senza nessuna indicazione sul percorso da seguire. Non so che fare.»

La sua voce è spezzata e smarrita e fa sanguinare il cuore di Hutch. «Non devi trovarla da solo, quell'indicazione. Io sono qui per te, Cat.»

Sta respirando tranquillo contro il suo petto. Chissà, forse sta riflettendo sulla sua proposta. Un po' ci spera, Hutch; spera che sia disposto a prenderla in considerazione, a dargli un altro po' di quella sua rara fiducia. Ma d'un tratto lo sente tremare e a quel punto si trova a essere consapevole che un altro pensiero, più doloroso, ha preso nella sua testa il posto delle parole di Hutch. Allora si prepara perché sa che dovrà proteggerlo, soprattutto da sé stesso e dai suoi incubi.

«Quella sera, quando ha fatto ritorno a casa, sapevo che qualcosa non andava, potevo vederlo facilmente dalla sua espressione, dalla postura stessa: sembrava infuriato, anche se non avevo idea del motivo né dell'oggetto della sua rabbia. L'ho capito dopo, ma a quel punto era già tardi. Mi ha trascinato in cortile, senza che riuscissi a immaginare l'urgenza del momento, né chiaramente a fermarlo, e poi mi ha gettato nel pozzo.»

«Cosa?» boccheggia Hutch, stravolto e incredulo.

«Era uno dei due che avevamo nella proprietà, quello più piccolo. Acqua ce n'era ma non abbastanza da attutire a dovere l'impatto, arrivava solo alle mie cosce o poco più. Mi sono slogato una caviglia e rotto un braccio.»

«Ma… Ma perché!?» sbotta Hutch esterrefatto.

«Se lo chiedi a me, io non ti so proprio rispondere, anche se nel tempo ho sviluppato alcune teorie.»

«Me le spiegherai un'altra volta. Se quel figlio di puttana è ancora vivo dovrò proprio rimediare, cazzo!»

«Hutch… Non serve. Te l'ho detto: sono anni che non lo vedo né ne ho notizie.»

«Questo non mi pare un buon motivo per lasciare vivo e a piede libero una simile carogna. Chissà quanta altra gente ha rischiato di crepare per colpa sua. E dopo, che cos'è accaduto? Come hai fatto a uscire da quel buco?» pretende di sapere.

«Non l'ho fatto. Ci ho provato, sai. Ma con solo un braccio e una gamba buoni era davvero troppo complicato. E in più faceva un gran male. Tutto quel che ho ottenuto è stato di sbucciarmi le dita.»

«Lo immagino» mormora Hutch, mentre accarezza i suoi capelli e prova a figurarsi a mente un piccolo Cat dodicenne in fondo a un pozzo. Deve aver avuto un terrore d'inferno.

«Allora immagina che la parte peggiore non era ancora arrivata» lo stronca Cat, tetro.

«Cosa intendi?» domanda, già presagendo qualche altro orrore.

«Al posto di veder sorgere le stelle dal foro sopra la mia testa, ho veduto arrivare nuvole. Poi la pioggia.»

«Pio-pioggia?» torna a balbettare Hutch, confuso da informazioni frammentarie.

Cat sospira. «Ci sono… troppe cose di cui non ti ho mai parlato, Hutch. Per fare un esempio: non sono neppure americano di origine; i miei genitori sono venuti in questa parte del mondo dall'Inghilterra, e si sono stabiliti in Messico.»

«Me-Messico?» non può fare a meno di ripetere, in un balbettio sempre più costernato.

«Già. È un po' complicato, ma per farla breve mio padre è entrato in possesso di alcune miniere di ambra del Chiapas e si è trasferito con la moglie sul posto per… controllare i lavori, diciamo (più che altro l'intenzione originaria era di proteggere i suoi investimenti e rendere un inferno la vita di tutti gli altri). Questo pressappoco tre anni prima che io nascessi. Da quanto ne so mia madre non ha mai apprezzato il posto e ha ben pensato di sfruttare la sua precedente carriera di cantante per girare non solo il paese ma anche per poter venire più a nord, in quello che considerava un mondo più civilizzato. Punti di vista, ovvio. Se lo chiedi a me ti dirò di certo che di civile ho sempre visto ben poco in questa vostra parte di mondo» commenta caustico.

«Lo so. L'hai fatto presente spesso» gli ricorda Hutch, memore di discussioni sul soggetto che di norma lo vedevano ritirarsi con la coda fra le zampe.

«Nh! Giusto. Che vuoi che ti dica: ogni uomo ha i propri pregiudizi. Se è per quello anche ogni donna: guarda mia madre, allergica ai campagnoli messicani, che ha preferito una vita in viaggio per avere modo di visitare l'America, quella che sulla carta offriva grandi promesse. Poi è morta, probabilmente uccisa dalla delusione.»

«Cat. Ti scongiuro, non parlare in questo modo.»

«E come dovrei parlare, secondo te? Non ho mai avuto veri esempi di come dovrebbe essere vissuta un'esistenza degna di tale nome. Non sono nemmeno sicuro che mia madre apprezzasse mio padre. Di certo non lo amava, altrimenti non lo avrebbe mollato a ogni buona occasione per viaggiare per il mondo. Non che io la biasimi, sia ben chiaro. Fossi stato in lei sarei tornato in Europa con il primo piroscafo disponibile, e 'fanculo anche alle miniere d'ambra.»

Hutch sogghigna. Non che le parole e il tono di Cat lo divertano in modo particolare, ma riesce chiaramente a riconoscervi una piccola parte del suo Cat, quello che ha imparato ad apprezzare prima e ad amare dopo.

«Nessun commento fuori luogo?» lo punzecchia Cat.

Hutch decide di accontentarlo e stare al gioco. «Sei bello da morire» soffia contro la sua gota.

Cat arrossisce furiosamente, poi ringhia «Che cavolo c'entra, ora?»

«Oh, proprio nulla. Ma è comunque la pura verità.»

«La tua pura verità, vuoi dire» lo corregge, imbarazzato e indispettito.

«Ehi, non è colpa mia se il resto del mondo è cieco» si difende.

«Hutch» sospira Cat, abbastanza stremato, «se il resto del mondo la pensa diversamente non ti è per caso venuto il sospetto che abbiano ragione loro?»

«Nemmeno di striscio» replica a tono. E senza lasciargli il tempo per controbattere, si avventa come un assetato sulle sue labbra imbronciate.