Ha delle oggettive difficoltà a staccarsi dalla bocca di Cat. Sfiderebbe chiunque a trovare il modo più indolore per farlo. Onestamente non ci starebbe neppure provando, se non avesse appena rammentato il motivo per il quale si trova a dividere una parte del letto con il ragazzo che gli ha definitivamente fatto perdere la testa. Solo che deve continuamente riportare il pensiero su quel motivo per indurre sé stesso a scostarsi.
«Nh!» protesta Cat alla sua presa di posizione.
«Concordo» gli assicura, roso dal rammarico. «Ma ti rammento che avevamo un discorso serio in sospeso.»
«Rrrr!»
Benissimo. Il suo amico, che è anche il ragazzo di cui è disperatamente innamorato, è appena regredito allo stadio di grosso felino bizzoso e incazzato. Urge trovare una soluzione, al più presto, possibilmente prima che decida di piantargli addosso gli artigli.
«Cat! Parigi. Piroscafo. Oceano Atlantico. Per carità, torna in te!»
«Ti odio» soffia furioso contro le sue labbra.
«Anche io mi odio. Ma è importante» rimarca Hutch, stizzito e piuttosto infelice.
«Dio, ma da quand'è che sei diventato tanto riflessivo e pragmatico?» protesta Cat, molto contrariato dall'interruzione intempestiva.
«Da quando ho deciso che devo proteggerti a qualunque costo. Adesso smetti di fare i capricci e parla con me» ordina minaccioso.
«Uff» è tutto ciò che ha da dire Cat al riguardo.
Lo osserva con accuratezza, concentrando tutta la propria attenzione sui segnali che gli arrivano da lui, e allora può scorgere nuovamente nei suoi occhi e nel suo atteggiamento la paura latente. Deve ancora capire se è quel che tiene nascosto dentro la testa a spaventarlo, oppure l'idea di condividerlo. Può darsi che sia un connubio di entrambe le cose. Sospira in silenzio e avvolge fra le braccia i suoi fianchi stretti, tirandoselo contro e strappandogli un piccolo singulto sorpreso.
«Sei al sicuro, qui. Non permetterò che ti accada nulla di spiacevole. Te lo prometto» mormora sulla sua fronte corrucciata.
Lo sente respirare piano contro la sua mascella e far scivolare le mani lungo la sua schiena, fino ad aggrapparsi alle spalle larghe. Un lieve assenso titubante gli fa comprendere che sta radunando il coraggio necessario a proseguire il racconto.
«La pioggia» esordisce con voce un po' incerta, vacillante «ha complicato di molto il mio momentaneo soggiorno in fondo al pozzo. Era estate. Questo significa insieme due differenti fatti: che non dovevo preoccuparmi del freddo, e che al contrario dovevo preoccuparmi di quanto a lungo sarebbe durato il maltempo.»
«Perché?» chiede Hutch, confuso. «Non potevi comunque arrampicarti, quindi non c'era rischio di scivolare sulla pietra bagnata.»
Cat sospira, sapendo che l'amico non riesce ad afferrare il reale problema. «Il punto è un altro, Hutch. In alcuni periodi, a quelle latitudini, il maltempo dura a lungo e le precipitazioni sono più che abbondanti. Siccome ci trovavamo appunto in periodo estivo, quello che stava per iniziare non era un semplice acquazzone di pochi minuti, ma un ciclo di maltempo che, potenzialmente, poteva durare da qualche ora a qualche giorno. Quello, in particolare, è durato sicuramente un paio di giorni. Credo. Io ne ho visto, per così dire, circa tredici ore.»
Hutch, con il procedere della spiegazione, si è fatto poco a poco grigio, iniziando a comprendere dove sarebbe andato a parare il racconto.
«Cazzo» soffia stordito.
«Nh, sì. Ero abbastanza disperato. Mi sono tenuto aggrappato alla parete gocciolante, dita scorticate o meno, per evitare di finire di nuovo in fondo al pozzo che, nel frattempo, si stava riempiendo di acqua. Non è stato per niente divertente. Ci ho trascorso tutta la notte, appeso a quella parete come un maledetto insetto, e anche una parte della mattina. Ho sprecato gran parte della voce nella speranza che qualcuno mi udisse e venisse a tirarmi fuori da quel pasticcio enorme, ma ho dovuto aspettare a lungo; ed ero stanco, ammaccato e fradicio quando finalmente è successo. E anche terrorizzato.»
Hutch annuisce, mentre accarezza la sua nuca con la punta delle dita. «Non ho difficoltà a crederlo. Chi ti ha tirato fuori? Presumo non tuo padre.»
Uno sbuffo tremante sguscia dalle labbra di Cat. «Direi di no. Si trattava di uno dei minatori. Spesso ne passavano per raccogliere acqua o attrezzatura. Di solito in tarda mattinata o nel pomeriggio. Diciamo che sono stato fortunato. Non sono così sicuro che avrei potuto resistere aggrappato a quel modo fino al pomeriggio.»
«E poi?» domanda trepidante e angosciato insieme.
«Non ne ho idea. La prima cosa che ricordo è di essermi svegliato disteso in un giaciglio che non mi apparteneva. Il posto aveva un odore non famigliare. Più tardi ho scoperto di essere stato portato in una delle capanne degli indigeni; mi avevano steccato il braccio rotto e fasciato la caviglia slogata. Entrambi erano impiastricciati di non so bene quale razza di unguento, ma non mi sono mai azzardato a lamentarmi, né della sistemazione né dei metodi. Sarei sopravvissuto, forse perfino guarito decentemente. Tanto bastava.»
Abbozza un sorriso contro i suoi capelli. «Tuo padre?» domanda serio.
«Penso mi abbia dato per disperso. Non si è mai preoccupato di cercarmi, nel caso tu te lo stia chiedendo. E la sua espressione, quando sono tornato a casa…» Hutch lo sente fremere nella sua stretta. «Probabilmente avrei fatto meglio a rimanere nel villaggio degli indigeni. Tre anni dopo non avrei avuto dubbi. Di fatti ho tolto il disturbo senza prendermi la briga di avvisare.»
«È sicuramente stata un'ottima decisione» lo conforta Hutch, pur sapendo quanto dev'essergli costato abbandonare tutto quel che aveva conosciuto fino a quel momento in cerca di una possibilità anche per sé stesso.
«Lo è stata. Ho impiegato mesi, se non anni, per decidermi. Non avevo idea di come sarei sopravvissuto, ma l'alternativa era di certo peggiore, così ho tentato. Non è andata troppo bene, ammetto.»
«Sei ancora vivo» rimarca Hutch, non per la prima volta.
«Lo sono, ma non per merito mio.»
«Di certo nemmeno per merito di quel bastardo di Bill» borbotta Hutch.
Cat ridacchia piano. «No, direi di no. Però c'eri tu, che mi hai tolto dai guai quella prima volta.»
«La prima di una serie infinita» scherza, dando un buffetto sulla tempia di Cat.
«Oh, sì. Infinita» mormora, accoccolandosi contro il fianco di Hutch e sospirando soddisfatto.
